Democrazia malata 2

Quello che segue è il seguito del mio precedente post sulla democrazia malata. Nel frattempo ho potuto assistere alla presentazione di alcuni studi di analisi del voto che legano la rinascita dei movimenti populisti agli effetti delle crisi economiche e, da ultimo, della crisi mondiale 2008-13. Di certo, non si può dire che il combinato disposto della accelerazione del processo di globalizzazione e la crisi mondiale siano irrilevanti. Infatti, mentre la prima ha ridotto le diseguaglianze tra paesi ricchi e quelli in via di sviluppo, la seconda ha prodotto una più forte concentrazione della ricchezza: i ricchi sono diventati più ricchi e i poveri sempre più poveri; neanche la classe media è stata risparmiata dalla caduta della crescita e dell’occupazione. Ma questo è un fenomeno di fondo in corso da circa trenta anni. Come noto, la classe media dove c’era storicamente ha esercitato per lo più un ruolo di stabilizzazione del sistema anche nei paesi con sistemi elettorali maggioritari. Questi in teoria facilitano l’alternanza al governo e, in alcuni casi, destabilizzano la condotta delle politiche economiche, migratorie e quant’altro. Ma per fare un esempio emblematico, l’ascesa di Trump al potere negli USA non si spiega solo con la crisi mondiale dell’economia, dalla quale – grazie alle tempestive decisioni economiche e finanziarie di Obama – l’America è uscita per prima con una sola recessione. Le cause di fondo dell’ascesa dei movimenti populisti e sovranisti sono molteplici e hanno a che fare, in primo luogo, con la incapacità dei governi di affrontare in maniera efficiente ed efficace i problemi della gente per via della qualità delle politiche economiche e sociali adottate.
Giovani e anziani non hanno più fiducia nel sistema che nega loro quella che era l’aspirazione comune di tutte le famiglie: un futuro migliore per le nuove generazioni. In prospettiva, anche l’impatto delle nuove tecnologie che sostituiscono lavoro con robot cambia lo scenario a medio-lungo termine per cui un lavoratore cinquantenne che perde il lavoro ha maggiori difficoltà a trovarne uno nuovo. Tutti parlano delle tre elle (long life learning), di formazione permanente ma in fatto, alcuni governi fanno poco per contrastare la riduzione dei lavori stabili per cui le imprese non sono interessate a investire per l’arricchimento delle competenze dei loro lavoratori se le prospettive di crescita delle stesse sono caratterizzate da alta incertezza e se lo Stato che ha sposato la ideologia neoliberista deve spendere sempre meno e, di conseguenza, taglia i fondi per la formazione, per la scuola e l’università. Analogamente negli USA, vedi Edoardo Campanella che cita il Rapporto economico del Presidente 2015 dove si afferma che i fondi per la formazione fuori o nei posti di lavoro sono diminuiti sistematicamente dal 1996 al 2008.
Gli USA sono il paese con la più lunga esperienza di Presidenti populisti ma le loro vicende (a partire da quella di Jefferson) non sono sempre legate alle conseguenze di crisi economiche. Non c’è dubbio che la crisi economica abbia contribuito a determinare un certo cambiamento nelle preferenze politiche dei cittadini ed elettori ma, secondo me, le cause della rinascita dei movimenti populisti, sovranisti e autoritari in molte democrazie del mondo vanno cercate innanzitutto nelle disfunzioni del meccanismo democratico e nella insoddisfazione diffusa che ne discende. Per la gente comune, ignara dei problemi politici più complessi, le forme di governo rilevano per la loro capacità di risolvere i suoi problemi. Non importa se essi sono risolti dal dittatore onnisciente o populista purché siano risolti. Non è consapevole dei difficili problemi dell’aggregazione delle preferenze eterogenee per cui, spesso, vengono interpretati a modo loro dagli uomini politici.
Su questi temi è illuminante il libro di Yascha Mounk, Popolo vs Democrazia. Dalla cittadinanza alla dittatura elettorale. Feltrinelli, Serie Bianca, 2018. Un libro interessante, ricco di informazioni e spunti di riflessioni riguardanti i principali paesi del mondo che sono investiti dal fenomeno non nuovo ma che trova nuove fonti di alimento nella globalizzazione e nella finanziarizzazione dell’economia. Anche l’Italia è un caso di scuola se un partito populista come il M5S nel giro di una legislatura è riuscito ad arrivare al governo sia pure non da solo. Secondo Mounk che conosce bene l’Italia per esserci vissuto a lungo, “il sistema politico italiano è al tracollo perché combattere il populismo corrotto che ha prevalso in Italia per i venti anni della seconda Repubblica con un populismo che a parole si proclama meno corrotto gli darà solo il colpo di grazia”. La sequenza pericolosa che intravvede è la disgregazione della democrazia liberale che dà luogo in via intermedia alla democrazia illiberale (modello Polonia), al liberalismo antidemocratico della struttura sovranazionale dell’Unione europea e, infine, alla dittatura di Putin in Russia. Naturalmente si tratta di casi emblematici e/o di modelli a cui Mounk aggiunge il Canada come modello di democrazia liberale che ha saputo coniugare la immigrazione e, quindi, la democrazia multietnica con i diritti individuali.
Nella sua lunga analisi cita tante altre esperienze concrete dove il combinato disposto del populismo e dell’approccio neoliberista alla gestione degli affari pubblici ha portato alla instaurazione di regimi autoritari e/o di dittature più o meno soft. Non solo, in tutto il mondo gli esperimenti democratici più fragili sono stati repressi e le democrazie più fragili sono degenerate in dittature ma dopo l’avvento di Trump negli Usa e l’ascesa dei partiti populisti e sovranisti nell’Europa occidentale sta disgregando i presupposti fondamentali della democrazia liberale in questi paesi.
Mounk precisa che intende per democrazia liberale un sistema che: a) rispetta la libertà di parola; b) la separazione dei poteri; c) tutela i diritti individuali. Sono principi fondamentali su cui concordo ma che oggi non bastano più perché come lui stesso dimostra subito dopo ci sono democrazie senza diritti (cap. 1) e sistemi con diritti individuali ma senza democrazia (cap. 2). Vedi al riguardo quanto sostiene Axel Honneth, ora direttore della Scuola di Francoforte, che imputa il fallimento del trittico della Rivoluzione francese al fatto che nel corso del XIX secolo i partiti liberali dominanti la scena politica hanno inteso la libertà e le sue diverse dimensioni come fatto individuale e non come diritto sociale di pertinenza non solo del singolo individuo ma soprattutto delle classi sociali più deboli. PQM sarebbe opportuno che chiunque parla o scrive di diritti esplicitasse una loro articolata tassonomia.
Una spiegazione a parte merita la classificazione dell’Unione europea come liberalismo antidemocratico. Non è una novità. Che nelle istituzioni europee ci sia un deficit democratico è riconosciuto dagli osservatori più avveduti. Origina dall’idea di procedere con l’integrazione economica stabilendo prima un mercato comune e poi quello unico. Per altro verso il crollo del sistema dei cambi fissi ma aggiustabili (Bretton Woods) impose gradualmente l’attuazione del sistema monetario europeo e dopo la moneta unica – ovviamente perché un mercato unico chiede una moneta unica. Origina dal compromesso tra alcuni Paesi membri che avrebbero voluto una struttura schiettamente federale e quanti hanno accolto la posizione storica della Francia a favore dell’Europa delle patrie. E da ultimo dalla riluttanza dei governi dei Paesi membri a cedere ulteriore sovranità al centro perché in preda a rigurgiti nazionalistici. Si è quindi creata la Banca Centrale Europea elencata come istituzione (vedi art. 13 del TUE) ma che in realtà è una autorità amministrativa indipendente. Non è l’unica e, per giunta, Mounk classifica la Commissione europea come la più potente AAI. La combinazione di una serie di autorità amministrative indipendenti che svuotano il Parlamento e la Commissione del loro potere legislativo e regolamentare, che restano subordinati al via libera e all’approvazione definitiva del Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo. Se poi si considera l’inestricabile reticolo di Trattati intergovernativi che disciplinano l’attività di organi appositamente previsti per cercare di risolvere problemi fuori dalla portata dei singoli paesi membri emerge un sistema di governance senza legittimazione popolare diretta ad un tempo farraginoso, lento, inefficiente, bizantino ed incomprensibile per la gente comune che lo percepisce come una imposizione dall’alto. Tutto questo e anche per come è stata gestita la grande crisi del 2008-13 (doppia recessione, riduzione del reddito e dell’occupazione, aumento delle diseguaglianze, mancata convergenza delle regioni periferiche, problemi dell’immigrazione, ecc.) ha creato forti elementi di disaffezione quanto non di ostilità nei confronti del progetto europeo su cui speculano i movimenti populisti e sovranisti ormai presenti in tutti i paesi membri compresi quelli scandinavi che avevano una tradizione consolidata di democrazia liberale.
La democrazia si sta deconsolidando è il titolo del cap. 3 a cui seguono paragrafi sui “cittadini che sono disamorati della democrazia”, che sono “sempre più aperti alle alternative autoritarie” per cui non si scandalizzano dei leader che non rispettano le norme della democrazia. Ancora più preoccupanti i dati che cita nel paragrafo “i giovani non ci salveranno”: “in tutto il mondo una persona su dieci ritiene che la democrazia sia un modo cattivo molto cattivo di guidare un paese”; in Polonia 1/6; tra i millennials USA quasi ¼”.
Tutto questo significa che l’attaccamento ai valori democratici di lungo termine si è indebolito tra la gente comune mentre i nuovi mass media hanno creato nuovi spazi per gli outsider della politica e/o politici antisistema che, ogni giorno, dispensano bugie e odio a man bassa. Gli standard di vita della gente comune si sono abbassati e soprattutto hanno perso la fiducia in un futuro migliore per se stessi e per i loro figli. In alcuni paesi le migrazioni – ampiamente sopravvalutate nelle dimensioni numeriche – stanno creando una transizione difficile da una società monoetnica a quella multietnica che viene abilmente sfruttata dai populisti e sovranisti. Da qui la rinascita delle spinte nazionaliste. Guardando ai rimedi, Mounk cita l’esperienza fondamentale dei leader integrazionisti negli USA – paese con lunga esperienza multietnica – i quali non ripudiavano i valori costituzionali e valorizzavano l’amore dei bianchi per essi. Al contrario, la sinistra in alcuni paesi europei ha abbandonato il patriottismo inclusivo lasciando spazio alla destra che lo occupa a scopi esclusivi, divisivi e xenofobi. In questi termini Mounk recupera l’ideale del nazionalismo inclusivo che a prima vista mi aveva lasciato interdetto. Afferma che il nazionalismo è animale mezzo selvatico e mezzo addomesticato. Bisogna addomesticarlo del tutto al meglio possibile e cita di nuovo il modello Canada.
Mounk dedica il cap. 8 al risanamento dell’economia. Cita alcuni dati significativi sulla crescita dell’economia USA: nel ultimi 30 anni, il PIL pro-capite è cresciuto del 59%; il patrimonio netto del 90%; i profitti aziendali del 283%; dal 1986 al 2012 solo l’1% della crescita totale della ricchezza è andata al 90% delle famiglie mentre il 42% è andato allo 0,1% delle famiglie più ricche. Potrei aggiungere altri dati di Atkinson, Piketty e Franzini & alios per l’Italia che dimostrano come la distribuzione fatta dal mercato abbia funzionato al contrario di come ci si aspetterebbe. Ma l’aspetto più impressionante di questa vicenda – ed io concordo con Mounk – è che a determinare questi risultati hanno largamente contribuito le scelte economiche e fiscali dei governi di centro-destra e centro-sinistra che si sono alternate al governo negli ultimi trenta anni. Si tratta di tendenze di fondo in parte fuori dal controllo dei governi nazionali afferma Mounk. Ma questa affermazione merita qualche precisazione. Ci sono vincoli esterni di carattere esterno che molti governi hanno recepito come leggi naturali mentre sono il frutto di scelte neoliberiste che ripongono una grande fiducia nella teoria dei mercati efficienti e che i governi non hanno voluto o saputo contrastare. Da questa constatazione, Mounk fa discendere un rimedio ovvio: se sono le politiche fiscali che hanno ridotto le tasse ai più ricchi è ovvio che la risposta sarebbe quella di aumentarle a chi ha maggiore capacità contributiva. Ma emblematicamente vediamo che la risposta che viene dal nostro governo giallo-verde di populisti e sovranisti: la flat tax e il reddito di cittadinanza. La prima si pone in perfetta continuità con alcune scelte scellerate dei governi precedenti: tassare di più i consumi e meno le persone; la seconda che, in teoria, si muoverebbe nella giusta direzione sarà ridimenzionata drasticamente dai vincoli di bilancio europei e non basterà a compensare neanche in parte gli effetti sperequativi della prima. Si tratta di problemi complessi che vengono presentati in maniera eccessivamente semplificata e per la cui soluzione vengono prospettate soluzioni semplici ma illusorie. Non di rado, gli stessi politici e la gente comune non riescono a squarciare il velo delle illusioni finanziarie che i primi producono.
Più in generale, è chiaro che se non si riesce ad affrontare sul serio e superare il regime di concorrenza fiscale a livello planetario ed europeo, gli Stati nazionali continueranno a incontrare forti limiti nel tassare i redditi e i patrimoni più alti. E da qui anche il limite di quanti sostengono che per rivitalizzare la democrazia liberale bisogna rivitalizzare il Welfare state. Non ci si rende conto che il regime di concorrenza fiscale è stato introdotto proprio con l’obiettivo di “affamare la bestia” – tipico slogan neoliberista – e abbattere lo Stato sociale. Ciò posto è chiaro che anche la proposta di Mounk sulla riforma radicale del welfare con il superamento del legame tra benefici e i contributi legati al lavoro soffre dello stesso limite. Occorrerebbe quindi abbandonare il sistema contributivo e tornare al sistema redistributivo classico finanziato attraverso imposte generali personali e progressive. Dato che cresce il numero delle persone che vivono con la ricchezza ereditata o accumulata grazie al malfunzionamento o alla cattiva regolazione del mercato e stante che il lavoro diventa sempre più discontinuo e mal pagato la proposta di nuove regole redistributive hanno un grosso fondamento logico ed etico ma non mi sembra che il dibattito politico in Italia e in Europa si stia muovendo in questa direzione. Sintomatica la freddezza e la disattenzione con cui è stata trattata la proposta di Bill Gates di tassare i robot.
A conclusione del capitolo viene ineluttabilmente in evidenza il legame tra risanamento economico e riforma del welfare. Il primo significa spingere l’economia verso la frontiera della produzione con il massimo impiego di tutte le risorse disponibili (capitale e lavoro) in uno scenario di economia sostenibile nel medio-lungo termine, risolvendo il problema della stagnazione ormai pluridecennale, alias, investendo intensivamente per migliorare la produttività del sistema produttivo, dei servizi pubblici e privati, risolvendo il problema della concorrenza fiscale a livello mondiale. E qui gli affari si complicano enormemente perché se è difficile tecnicamente la prima parte del lavoro, ancora più difficile è la seconda parte per via delle difficoltà politiche a quel livello.

Axel Honneth, L’idea di socialismo. Un sogno necessario, Campi del sapere, Feltrinelli, 2016

https://www.project-syndicate.org/commentary/lifelong-learning-cognitive-constraints-by-edoardo-campanella-2018-07
enzorus2020@gmail.com

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  1. […] Ilya Somin, Democracy and political ignorance. Why smaller government is smarter, Stanford Law Book, Stanford University Press, 2013. Mia recensione in http://enzorusso.blog/2018/08/10/democrazia-malata-2/ […]

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