Cosa fare per lottare contro l’ingiustizia fiscale negli USA.

Se fiducia e cooperazione creano la società coesa, senza tasse non c’è né fiducia né cooperazione, non c’è coesione sociale nè prosperità; non c’è una comunità di destino perché bisogna sapere che i sistemi tributari delle democrazie più avanzate funzionano non grazie ai controlli più o meno efficaci ma grazie all’adesione spontanea. Se prevale l’egoismo, l’individualismo metodologico, l’individuo razionale individuato come quello che sa massimizzare il proprio interesse predicato dai neoliberisti negli ultimi 40 anni dopo il trionfo della Scuola di Chicago con l’assegnazione del Premio Nobel a Milton Friedman e l’arrivo della Signora Thatcher in Inghilterra e di Ronald Reagan negli USA i sistemi tributari vengono manipolati ad arte non solo per ridurne il gettito ma anche per favorire i più ricchi. Sono gli anni che hanno consentito il trionfo dell’ingiustizia fiscale e della negazione della democrazia di cui parlano Emmanuel Saez e Gabriel Zucman nel loro libro: The Triumph of injustice. How the rich dodge taxes and how to make them pay, W. W. Norton & Company, 2019.

Seguendo la loro introduzione, il primo contributo del libro è quello di raccontare,  per filo e per segno, la grande trasformazione – non quella di Karl Polanyi 1944 – ma quella del sistema tributario USA e di altri paesi che ne hanno seguito il modello passando da imposte con aliquote marginali molto elevate nell’ordine dell’80-90% delle imposte sul reddito a imposte personali con aliquote proporzionali o addirittura regressive per i più ricchi con aliquote massime nell’ordine del 42-43% in pratica dimezzate. Per dimostrare la loro tesi i due economisti si avvalgono di un data-base di oltre un secolo di statistiche che coprono abbondantemente l’introduzione dell’imposta personale sul reddito introdotta negli USA nel 1913.

Con il secondo contributo, mettono in evidenza che nel 1970 i ricchi americani – considerate tutte le imposte – pagavano più del 50% (aliquota media effettiva) del loro reddito equivalente al doppio di quello che pagava la classe lavoratrice. Nel 2018 dopo la riforma fiscale di Trump e, per la prima volta in cento anni, i miliardari americani pagano meno dei lavoratori metalmeccanici, insegnanti e pensionati.  Gli autori sostengono che di per sé la drastica riduzione delle tasse che si è verificata negli ultimi 40-50 anni non dipende – come alcuni propalano – dalla globalizzazione. Questa non impedisce di tassare i ricchi all’interno dei diversi paesi e, se così, la buona notizia è che ci sono le condizioni per ridurre l’ingiustizia fiscale e gli Autori indicano alcuni modi per farlo.

Il terzo contributo consiste nel mettere a disposizione di tutti un sito web denominato  www.taxjusticenow.org nel quale  gli esperti potranno controllare le simulazioni operate dagli Autori e farne di proprie con i dati disponili.    Lo scopo fondamentale del sito è quello di riempire di dati fattuali le chiacchiere di quanti, sia a sinistra che al centro, ragionano in termini vaghi e aiutarli a costruire un sistema tributario per il XXI secolo e fare tornare gli USA un faro di giustizia tributaria come lo è stato negli anni 30-70 del secolo scorso.

Saez e Zucman suddividono i contribuenti americani in tre classi sociali: 1) la classe lavoratrice, ossia, quelli che stanno nel 50% più basso dei redditi e in media guadagnano 18.500 $ all’anno – si tratta di 122 milioni di persone che percepiscono un reddito pari a circa un quarto della media nazionale (75 mila dollari)  ; 2) segue la classe media che annovera 100 milioni di adulti (40% del totale) e guadagna 75 mila dollari casualmente pari alla media nazionale; nonostante che a livello internazionale si parli di impoverimento della classe media, quella americana resta ancora una di quelle più prospere; 3) in cima alla piramide c’è il 10% dei contribuenti che Saez e Zucman distinguono in upper middle class (22 milioni=9%) e l’1% più ricco pari a 2,4 milioni di contribuenti.    Il reddito medio dei primi si ragguaglia a 220 mila dollari quello dei secondi a 1,5 milioni in media annuale. Il che significa che, in media, i più ricchi denunciano un reddito imponibile 81 volte più grande della classe lavoratrice prima delle tasse e dei trasferimenti. Si tratta di dato che ovviamente nasconde differenze molto più divaricate se si tiene conto che i redditi dichiarati dai più ricchi sono molto diversi da quelli effettivamente guadagnati e goduti. Secondo Saez e Zucman il risultato è che il sistema tributario nordamericano non è democratico ma plutocratico.   

Conviene riprendere un secondo calcolo che i due economisti fanno dividendo l’ultimo decile in gruppi più piccoli sino ad arrivare ai 400 americani più ricchi e calcolando quanto pagano di imposte. Contro ogni aspettativa della gente comune, viene fuori che l’aliquota media effettiva dell’imposta sul reddito è pari al 28% ma le tre principali classi sociali pagano tra il 20 e il 25%. Includendo quello che paga la upper middle class la media si stabilizza attorno al 28% mentre i 400 americani più ricchi pagano solo il 23% confermando quello che i giornali riportano ormai da diversi decenni secondo cui i miliardari come Zucherberg e Buffett pagano meno imposte sul reddito degli insegnanti e/o delle loro segretarie. All’ingrosso questo succede perché la maggior parte dei loro redditi di capitale godono di agevolazioni, regimi sostituivi, aliquote ridotte per non parlare di forme diverse più o meno sofisticate di elusione, erosione ed evasione diretta. Sulla base di questa analisi essenziale Saez e Zucman concludono che l’imposta diretta sul reddito è una grande flat tax, ossia, è progressiva per i redditi più bassi e quelli intermedi e regressiva per i più ricchi. Leggendo il libro troverete non solo molti più numeri di quelli citati ma anche molti grafici che rendono molto più chiare le dinamiche degli ultimi decenni.

Come abbiamo visto sopra l’imposta personale sul reddito è arrivata piuttosto tardi negli USA (1913) ma le imposte sul patrimonio risalgono al 17mo secolo. Tassavano ogni forma di ricchezza gioielli inclusi con aliquote basse per lo più proporzionali ma i metodi di accertamento non erano omogenei o applicati con lo stesso rigore nei diversi Stati. C’erano forti differenze tra Massachusetts e la Virginia, tuttavia il principio era mantenuto ad un tempo con il supremo primato della proprietà privata. Molto interessanti i dati più recenti del gettito delle imposte di successione e dei trasferimenti inter vivos che ancora nei primi anni 70 del secolo scorso producevano un gettito pari allo 0,20% del patrimonio netto delle famiglie. Dal 2010 raramente il gettito di dette imposte ha raggiunto lo 0,03-0,04% all’anno a causa dell’innalzamento delle quote esenti e alla riduzione dell’aliquota massima dal 77% nel 1976 al 40% di oggi ma soprattutto a causa del crollo degli accertamenti. Affermano Saez e Zucman: “sembrerebbe che in America o non ci sono ricchi oppure se ci sono non muoiono mai”. Lo stesso posso dire per l’Italia.  

A partire dagli 80 è iniziata la commercializzazione della sovranità dello Stato e la rifioritura dei paradisi fiscali. Assistiamo al trionfo della concorrenza fiscale che viene utilizzata strumentalmente per “affamare la bestia”, ossia, facendo venire meno le entrate nella speranza che i governi taglino la spesa pubblica. In fatto molti di questi tentativi sono falliti in diversi paesi e il risultato è stato un aumento del debito pubblico i cui interessi sono tassati con aliquote di favore quando non esentati del tutto. Il debito pubblico viene per lo più sottoscritto dai ricchi e questo meccanismo perverso va ad alimentare le rendite finanziarie e la crescita delle disuguaglianze. Ipocritamente alla concorrenza fiscale non si oppone alcun serio tentativo di tornare all’armonizzazione fiscale neanche all’interno dell’UE e/o coordinamento a livello internazionale. All’OCSE si studiano e si producono buoni documenti anche in materia di erosione e armonizzazione delle basi imponibili delle imposte sulle società, trasferimento dei profitti in paesi a bassa fiscalità, ecc. ma non si parla di armonizzare le aliquote d’imposta. In fatto le organizzazioni internazionali specializzate delle Nazioni Unite non fanno niente per combattere i paradisi fiscali. In fatto appoggiano o proteggono le forze non democratiche dietro di essi.

Si è giunti a questo punto anche perché, nel tempo, si sono ridotte le risorse economiche e umane qualificate allo IRS per fare i controlli. A questo riguardo, i due economisti propongono a public protection bureau, alias, una sorta di autorità amministrativa indipendente per mettere al riparo lo IRS dalle pressioni politiche del Presidente o delle maggioranze del Congresso. Secondo me, la proposta è debole e illusoria e non mi sembra possa risultare efficiente ed efficace. Anche negli USA c’è un’ampia letteratura sul come dette AAI vengono catturate dai soggetti che dovrebbero controllare. Robert Reich ministro del lavoro con Clinton sostiene che Wall Street è in grado di influire in maniera determinante sulle elezioni dei Presidenti e di molti parlamentari dei due principali partiti politici. Che cosa fare allora? Bisogna informare meglio l’opinione pubblica e sperare in una sua reazione. In Italia c’è stata una significativa reazione avverso gli evasori alla fine degli anni 70 tanto che fu istituito un corpo speciale di ispettori tributari poi lentamente trasformato in mero organo di consulenza e, quindi, sciolto. Negli USA più recentemente c’è stato il movimento Occupy Wall Street. Siamo il 99% a partire dal settembre 2011 che denunciava la forte crescita delle disuguaglianze, la finanziarizzazione dell’economia a danno di quella produttiva e la concentrazione della ricchezza sull’1%, ma il suo appello non è stato accolto dai governanti nordamericani. Vedi al riguardo il libro di Noam Chomsky, Siamo il 99%, Cronachenottetempo editore, luglio 212.

I super ricchi avvalendosi di qualificate consulenze sanno sfruttare tutte le scappatoie e i buchi neri che le legislazioni fiscali lasciano aperti ed organizzano i loro affari in modo da percepire e dichiarare redditi imponibili bassi mentre fanno aumentare i loro patrimoni. E’ rimasto inascoltato il monito storico di James Madison uno dei più intelligenti e attivi padri della Costituzione degli Stati Uniti secondo cui l’obiettivo dei partiti doveva essere quello di combattere il male: 1) stabilendo l’uguaglianza tra tutti; 2) impedendo ai pochi di fare aumentare le disuguaglianze per via di smodate e immeritate accumulazioni di ricchezze.   Madison aggiungeva che una forte concentrazione della ricchezza è per la democrazia così velenosa come la guerra. Per dimostrare che queste considerazioni non sono elaborazioni teoriche di benpensanti, i due economisti di Berkeley citano tre fatti. Il primo è che per via dell’assistenza sanitaria non universale finanziate a mezzo di assicurazioni private, in questi ultimi decenni, si è registrato negli USA un calo dell’aspettativa di vita; i ricchi vivono più a lungo mentre i poveri muoiono più giovani. Il secondo fatto riguarda i conti della sanità USA. Il paese spende il 20% del PIL per un sistema che ancora lascia il 14% della popolazione senza copertura; negli altri paesi avanzati si spende il 10% o giù di lì. I datori di lavoro formalmente pagano i premi di assicurazione per i loro dipendenti ma per essi sono un costo del lavoro che abbassa la possibilità di alzare i salari. Per un lavoratore che guadagna 40 mila dollari il premio ammonta a 12 mila dollari pari al 23% del salario lordo. Il premio di assicurazione è proporzionale sino ad un certo livello e si traduce in una poll tax. Se gli USA riuscissero a portare la spesa sanitaria a livello dei paesi europei un lavoratore del 50% con redditi più bassi ne riceverebbe un vantaggio pari a 7.500 dollari. 

Il terzo fatto è che, se i ricchi accumulano grandi patrimoni e dichiarano redditi relativamente molto bassi, tornare ad aliquote marginali massime come nei 40 anni successivi alla II guerra mondiale non basterebbe a raccogliere il gettito necessario per un welfare universale in grado di combattere efficacemente le disuguaglianze. Perché negli USA e nella UE non siamo riusciti a farlo? Perché in questi Paesi è prevalsa l’opinione – non priva di qualche fondamento teorico – secondo cui non servono le imposte progressive né sul reddito né sul patrimonio netto se l’operatore pubblico riesce ad aiutare i più bisognosi con la spesa pubblica. Anche il FMI e la Banca Mondiale seguono questa linea di politica redistributiva in Africa e in Asia ma Saez e Zucman sostengono – secondo me a ragione – che detta linea non produce sviluppo e non aumenta la fiducia nelle istituzioni e nei governi. La questione non è teorica ma pratica. Detta linea è fallita negli USA dove il welfare non è universale ma è fallita anche in quei paesi europei che notoriamente hanno un welfare più avanzato ma non assicurano il pieno impiego e, quindi, hanno larghe fasce di disoccupati, inattivi e working poor. Da qui le proposte di basic income e/o di reddito di cittadinanza.

PQM Saez e Zucman ritengono che l’imposta personale e progressiva sul patrimonio netto è la maniera più appropriata di tassare i più ricchi – ovviamente non solo con essa. La concorrenza fiscale, la piena libertà dei movimenti di capitale nel mondo globalizzato non sono leggi di natura, sono frutto di decisioni legislative che possono essere abrogate, modificate o meglio coordinate e regolamentate. La decisione spetta a noi tutti.

2 commenti
  1. Stefania Polo
    Stefania Polo dice:

    Grazie Prof. Russo di queste verità messe a disposizione di tutti. Spero vengano ascoltate da politici illuminati.

    Rispondi

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