Non basta dire Europa

Enrico Rossi, Non basta dire Europa, a cura di Antonio Pollio Salimbeni, Prefazione di Frans Timmermans, con un appello di Sting, Castelvecchi, maggio 2019.  Si tratta di un libro intervista scritto in occasione delle elezioni europee. Attraverso domande e risposte, si occupa della sfida populista e sovranista in corso in Europa a cui i socialisti in declino nei maggiori Paesi membri (PM) devono rispondere con fermezza se non vogliono abbandonare il campo. Lo potranno fare se essi riusciranno in parte a rispolverare i vecchi ideali socialisti, in parte, ad elaborare un piano strategico per affrontare i complessi problemi della grande trasformazione dell’economia e della società, della digitalizzazione, dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale, della migliore formazione permanente del lavoro, delle crescenti diseguaglianze che questi fenomeni producono.   Quindi non è un semplice pamphlet elettorale come si scrivevano una volta ma un libro che affronta i problemi strutturali della politica italiana ed europea e, quindi, la sua valenza non è di breve ma di lungo termine sapendo che le riforme strutturali non sono solo quelle che i politici dalla veduta corta ritengono di fare strappando al Parlamento una generica legge delega e diluendo nel tempo la sua attuazione con decreti legislativi che poi non vengono controllati da nessuno nella loro fase attuativa o non vengono emanati per niente. Non si può continuare andare avanti a piccoli passi.

Serve un salto di qualità tanto facile a dirsi quanto difficile a farsi se uno considera la bassa qualità della classe dirigente europea ed in particolare di quella italiana, entrambe caratterizzate dalla veduta corta il cui interesse prevalente è quello di confermarsi al potere. Vuole cogliere ogni opportunità per massimizzare il suo consenso elettorale a prescindere dalle politiche che porta avanti. Utilizza le fake news, ciancica di democrazie diretta, propone referendum su questioni molto complesse di cui essa stessa ignora le conseguenze ultime.  Vedi il caso emblematico della Brexit.

Vorrei subito riprendere un’affermazione del Presidente Rossi quando, a difesa delle cose buone che l’Europa fa, parla di una serie lunga di beni pubblici europei. In realtà, se distinguiamo correttamente tra beni pubblici europei ci accorgiamo che mancano alcuni di quelli classici (la spada, la bilancia) e abbiamo solo una Unione economica e monetaria incompleta.  Abbiamo solo l’euro che indubbiamente nel tempo ha prodotto il bene pubblico della stabilità finanziaria comune ma che non è apprezzata da tutti i PM allo stesso modo e, in nome della quale, in alcuni casi, è stato prescritto e rigorosamente applicato il consolidamento dei conti pubblici come valore in sé. Non abbiamo un appropriato sistema giudiziario europeo che distingua tra reati penali e civili europei e quelli dei PM; non abbiamo una difesa comune. E meno che mai abbiamo a livello centrale i tre pilastri fondamentali del welfare state: sanità, istruzione e previdenza che restano tuttora di competenza dei PM. E del resto come potremmo avere beni pubblici europei con un bilancio striminzito come quello attuale pari all’1,14% del PIL dei PM quando sappiamo che negli Stati federali più snelli il bilancio federale si colloca ben al disopra del 20% del PIL. Quindi parlare di attuazione del pilastro sociale a me sembra alquanto velleitario. In questo senso, è realistica la proposta di Rossi che non è solo sua di alzare il bilancio al 4% il minimo indispensabile per poter fare all’occorrenza qualche manovrina di politica economica per rispondere a shock simmetrici o asimmetrici in PM in crisi.

Con un bilancio dell’1,14%, al di là della volontà politica, non si possono affrontare le tre fratture che secondo Rossi caratterizzano lo stato dell’Unione: 1) il divario Nord-Sud; 2) quello Est-Ovest; 3) le crescenti diseguaglianze economiche e sociali. E’ un fatto che non c’è sufficiente convergenza tra le regioni periferiche del Sud e dell’Est con quelle centrali per via anche delle insufficienti risorse che direttamente o indirettamente sono destinate allo scopo. Né si può ritenere realisticamente che il “problema possa essere risolto con il completamento dell’eurozona con il pilastro sociale” (citazione dal libro di G. Provenzano). Semmai ci fossero le risorse per il primo obiettivo questo comporterebbe che i PM dovrebbero prevedere compensazioni per i lavoratori della zonaeuro che rimangono senza lavoro per via delle imprese che delocalizzano nelle regioni dell’Est dove i salari e la protezione sociale sono più bassi. E ancora non mi sembra adeguata la proposta di porre vincoli sociali alle imprese che delocalizzano nelle regioni periferiche più convenienti perché se vincoli del genere fossero seriamente applicati finirebbero col neutralizzare la libertà di stabilimento delle imprese. Vedi al riguardo la proposta sulle compensazioni di Rodrick, Dirla tutta sul mercato globale, 2019. In fatto, c’è una forte analogia tra quello che avviene all’interno della UE e quello che avviene a livello planetario in termini di concorrenza economica, concorrenza fiscale e dumping sociale.

Il libro contiene anche una radiografia delle forze reazionarie all’interno della UE. Anche se il loro “assalto” al PE è sostanzialmente fallito, il fenomeno non va sottovalutato. Bisogna continuare a combatterle perché in alcuni PM, a partire dall’Italia, esse sono vive e vegete. Rossi chiarisce bene l’accrocco istituzionale del Trattato di Lisbona per cui la Commissione riassume in sé tutti i tre classici poteri: di iniziativa legislativa, di esecuzione di regolamenti e direttive, di sanzione delle violazioni delle regole europee comprese quelle relative allo Stato di diritto all’interno dei PM. Per respingere le critiche al riguardo dei populisti e sovranisti Rossi cita la bella frase di Draghi letta a Bologna secondo cui “la vera sovranità consiste nel miglior controllo degli eventi per rispondere ai bisogni fondamentali dei cittadini. E oggi nella globalizzazione è impresa molto difficile”.   Come dargli torto! Solo se prevale il buon senso i PM potranno valorizzare la loro residua sovranità conferendola all’Unione.

Il Presidente Conte ridotto alle comunicazioni a mezzo stampa.

Non sono disponibile a rimanere a Palazzo Chigi per vivacchiare. O si va avanti con l’attuazione del contratto oppure mi dimetto – così il Presidente del Consiglio nella Conferenza stampa di ieri. Lo ha detto chiaramente ed è la sintesi che hanno ripreso molti commentatori. Altri hanno apprezzato il coraggio mostrato da Conte ma, a mio parere, il problema rimane il contratto, con i suoi obiettivi non convergenti e definiti in maniera sommaria, sottoscritto in stato di necessità da forze politiche ispirate da principi e sistemi valoriali diversi.  Conte non manca di festeggiare il 1° compleanno del governo giallo-verde che, a suo dire, ha suscitato da un lato entusiasmi e dall’altro, critiche e di cui lui ha svolto la funzione di garante. Ha respinto la critica della mancanza di legittimità democratica (di non essere un politico eletto) appigliandosi all’art. 95 Cost. che definisce il ruolo del Presidente del Consiglio e alla formula del giuramento che impegna tutti i membri del governo a servire gli interessi generali del Paese e in cui trova fondamento la sua legittimazione. Sintetizza i provvedimenti del primo anno come la fase 1 nella quale la priorità è andata all’assistenza dei ceti più deboli, dei cittadini smarriti e sfiduciati, alla lotta alla corruzione, allo scambio polito-mafioso (art. 416 cp), all’attuazione e/o implementazione delle leggi approvate, ad una più incisiva politica di integrazione degli immigrati. Ringrazia i gruppi parlamentari per la collaborazione prestata ed il lavoro svolto. Confessa che ha sottovalutato gli effetti della convivenza del governo con una campagna elettorale permanente – svolta specialmente dal suo Vice-presidente e ministro degli affari interni Salvini.

Nella fase 2, quella che comincerebbe ora, dice che il governo si impegnerà maggiormente sulla semplificazione del sistema legislativo, sul sostegno ai disabili; sulla (ennesima) riforma dei codici di procedura civile e penale; sulla sicurezza; sul decreto sblocca cantieri; su autonomia differenziata senza pregiudicare la questione sociale del Mezzogiorno; su una organica riforma fiscale; sulla giustizia tributaria; sui conflitti dio interesse; sulla manovra di politica economica che deve avere comunque un segno espansivo, sui conti pubblici che devono restare in equilibrio con le attuali regole salvo modifica; e tanti altri bellissimi progetti come quelli per il turismo, la valorizzazione del patrimonio artistico, l’università e la ricerca.

Conte è consapevole che le elezioni europee, da un lato, hanno confermato i partiti del governo giallo-verde ma, dall’altro, hanno prodotto un diverso consenso attorno ad essi. Stigmatizza l’eccesso di verbosità dei leader politici. Auspica un atteggiamento più costruttivo, maggiore impegno e fiducia e, soprattutto, più leale collaborazione che declina con una serie di esempi anche in negativo, in particolare, quello riguardante la indebita pubblicazione della bozza di lettera del MEF Tria alla Commissione europea.   Rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano dell’assenza di una data di scadenza per la sua richiesta di chiarimento sulle intenzioni della maggioranza si mostra flessibile nel senso che non è questione di pochi giorni ma neanche di un rinvio sine die.

Molti, come ho detto, hanno apprezzato il coraggio di rispondere a mezzo stampa come hanno fatto sistematicamente i suoi azionisti di maggioranza. Secondo me, il vero problema resta il contratto di governo e i suoi obiettivi non convergenti. Anche la valorizzazione massima delle cose fatte nella prima fase mi sembra eccessiva perché si tratta di cose fatte a metà anche per la deleteria prassi adottata anche dal governo giallo-verde di strappare al Parlamento deleghe ampie da riempire successivamente con decreti legislativi tutti da formulare per non parlare dell’inaudita quanto illegittima prassi dei decreti legge “salvo intese”. Per non parlare di provvedimenti in grossa parte sbagliati come quota 100 e del reddito di cittadinanza.

Per le cose da fare la situazione è altrettanto problematica perché non basta indicare gli argomenti su cui legiferare. Ne commento solo alcuni per non dilungarmi troppo: riforma fiscale organica con annessa riforma della giustizia tributaria; semplificazione legislativa saggiamente senza i famigerati “falò” di Calderoli; prossima manovra di politica economica con o senza rispetto delle regole europee; decreti legge vari che vanno dallo sblocco dei cantieri, alla sicurezza, alla spinosa questione dell’autonomia differenziata. Tutte questioni molto complesse e delicate che richiederebbero la riscrittura seria ed approfondita del contratto di governo che finora non è stata fatta.

Giustamente sulla riforma fiscale Conte ha sposato la tesi del Governatore della B.d’I. Visco ma su questa non ci sono paletti fissi e condivisi neanche all’interno del governo. La riforma fiscale dei primi anni 70 arrivò dopo un decennio di studi ed elaborazioni. Quella di Reagan dei primi anni 80 arrivò dopo un intenso lavoro biennale di una commissione parlamentare bipartisan. Mancano le premesse fondamentali a livello nazionale, europeo ed internazionale con riguardo al mantenimento del principio della progressività, alla definizione della base imponibile, alla tassazione del nucleo familiare, all’ampiezza dei regimi forfettari e a quelli sostitutivi, nonché sulla tassazione dei patrimoni, sulle agevolazioni ed esenzioni, la disciplina della concorrenza fiscale dentro e fuori dell’Europa, ecc.… quello che sappiamo e possiamo dare per certo che Tria è costretto a continuare  con condoni, rottamazioni e fantasiosi recuperi di evasione nella disperata ricerca di coperture ad aumenti della spesa corrente o peggio ancora a fronte di irresponsabili promesse di taglio delle imposte per tutti (evasori compresi).

Anche sui provvedimenti di semplificazione legislative non vedo fondamento né concretezza se non si supera la prassi deleteria del governo presente e di quelli passati, secondo cui i problemi si risolvono riscrivendo leggi deleghe ampie e incerte con conseguente carico di decreti legislativi, regolamenti e circolari amministrative che rendono incomprensibile la nuova disciplina della materia persino agli addetti ai lavori: funzionari pubblici e giudici che sono chiamati ad applicarla. E perciò rimangono disapplicate ed inefficaci.

Sullo sblocca cantieri, si parla di moratoria della legislazione sugli appalti. il Presidente dell’Anac Cantone ha già preavvisato il governo circa i forti rischi di una escalation dei fatti corruttivi di una simile misura in un contesto già infestato da simili fenomeni. L’azzeramento della disciplina ribadito anche oggi è esempio classico di come politici disinvolti intendono la semplificazione: niente leggi né regolamenti.

Con riguardo alle regole del Patto di stabilità e crescita come ritoccato nel 2011 Salvini vanta l’accresciuto appoggio dei suoi elettori e la testa più dura dei burocrati di Bruxelles. A parte il fatto non secondario che il governo giallo-verde non ha precisato come intende modificarle, neanche Conte sembra consapevole che per modificare suddette regole servono in media 2-3 anni di tempo e che il governo italiano è del tutto isolato. L’orizzonte quindi si sposta al 2021-22 se non dopo. Sempreché i due galli nel pollaio riuscissero a contenere la loro verbosità e a studiare i complessi fascicoli delle questioni europee.

@enzorus2020         

Poveri e in declino storico senza un ravvedimento operoso dei governanti.

Alcuni giornali aprono stamani con il titolo “L’Italia più povera senza l’Europa” sintetizzando le considerazioni finali del Governatore della Banca d’Italia di ieri. È vero, ma vediamo perché. Intanto bisogna partire dalla constatazione che l’economia italiana ha un forte grado di interdipendenza con tutti gli altri paesi membri (PM) dell’UE. Al riguardo Visco ci ricorda che il 60% delle nostre importazioni provengono dagli altri PM della UE, il 56% delle nostre esportazioni trova sbocco in detti paesi. Stiamo parlando di un flusso di scambi pari al 18% del PIL. Per chiarire basti ricordare che noi abbiamo un interscambio con la Germania pari al 126 miliardi di euro e altrettanti con la Francia e Spagna sommati. Bastano questi dati assoluti per dire che una via autarchica non è percorribile per l’Italia – come dimostra anche il fallimento del tentativo del governo inglese di portare a termine la Brexit quando pretende di uscire dalle istituzioni europee ma, allo stesso tempo, di rimanere all’interno della Unione doganale. Il titolo è vero perché a un paese trasformatore serve il mercato unico europeo e perché senza l’UE è illusorio pensare che da soli, senza le istituzioni europee, si possa incidere in maniera apprezzabile nel complesso processo della globalizzazione.     

Oggi, in una fase molto avanzata della globalizzazione, l’interdipendenza non si limita ai PM dell’UE; è diventata planetaria e, quindi, diventano ancora più stringenti i vincoli esteri che condizionano la crescita e lo sviluppo dell’economia italiana. Dico subito che questa non è condizionata solo dai vincoli esterni ma anche dai vincoli strutturali interni non meno stringenti di cui dirò più avanti. La globalizzazione dei mercati – come ci ricorda Visco – porta con sé la concorrenza di prezzo dei paesi emergenti che è determinata dal più basso costo del lavoro e dalla minore protezione sociale o maggiore sfruttamento dei lavoratori che si registra in quei Paesi. Il che non è senza conseguenze anche nei paesi più avanzati attraverso la chiusura di imprese non competitive e il c.d. dumping sociale che porta alla riduzione dei livelli di protezione sociale dei lavoratori. Se si aggiunge che i governi dei paesi emergenti fanno di tutto per attirare investimenti dall’estero si determina anche una concorrenza fiscale ed una corsa al ribasso che “costringe” anche molti paesi avanzati a fare altrettanto. Fin qui inutili sono stati i tentativi di stabilire delle regole a livello planetario da parte delle organizzazioni informali come il G20, G8, ecc… Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti: a livello globale si sono ridotte le distanze tra i paesi ricchi e quelli in via di sviluppo ma, all’interno dei due blocchi, sono aumentate le diseguaglianze tra i ricchi e i poveri. In particolare nei paesi ricchi si è impoverita la classe media che, in condizioni normali, ha svolto spesso una funzione di stabilizzazione dei sistemi politici. Politici demagoghi, populisti e sovranisti sfruttano questi elementi oggettivi di crisi per costruirci sopra le loro fortune politiche.

Stiamo vivendo in una congiuntura molto speciale dopo una crisi mondiale di straordinaria portata anche per via della digitalizzazione dell’economia, dell’utilizzo della intelligenza artificiale che impongono una grande trasformazione ed in una fase di ulteriore accelerazione della globalizzazione non solo non governata ma addirittura travagliata da guerre commerciali senza quartiere.  Purtroppo, negli ultimi 30 anni, la concorrenza fiscale ha preso piede anche all’interno della UE tra i suoi PM e, fin qui, non si intravede alcun consenso emergente su come porvi rimedio. In queste condizioni, l’invito di Visco a considerare per l’Italia una riforma tributaria di ampio respiro è in teoria opportuno ma ho paura che, senza un preliminare accordo a livello europeo per abbandonare la concorrenza fiscale interna e passare all’armonizzazione fiscale, sia destinato a rimanere un pio desiderio. E questo perché l’invito resta opportuno per cercare di frenare le proposte insensate e irresponsabili del Capo della Lega, e in parte anche del Capo del M5S in materia fiscale ma, a ben riflettere, è chiaro che esse si inseriscono pienamente nel solco della concorrenza fiscale, ossia, della corsa verso il livello più basso della pressione tributaria che evidentemente i due leader della maggioranza del governo giallo-verde ritengono appropriata e utile ai loro fini politici. Né l’uno né l’altro spiegano come sia possibile andare avanti finanziando in deficit spesa corrente (reddito di cittadinanza, anticipazione del pensionamento, riduzione del cuneo fiscale, riduzione di imposte ai forfettari, alle famiglie e alle imprese) senza aumentare il debito pubblico di un paese che ha già un alto debito pubblico (per un 30% in mano a non residenti), di un paese che non investe abbastanza per rimettere in moto un processo di crescita del PIL e dell’occupazione.

Un paese che da oltre 25 anni sta nella c.d. stagnazione secolare perché non riesce a far aumentare la produttività e che ha dei tassi di attività inferiori a quelli medi della UE; un paese che nei prossimi 25 anni vedrebbe ridursi le persone in età lavorativa di 6 milioni di unità nonostante una ipotesi di afflusso netto di 4 milioni di immigrati e che, per contro, vedrà aumentare quelle con età superiore ai 65 anni al 33% della popolazione rispetto al 28% degli altri PM. Eppure il rimedio interno – che non dipende direttamente dalle regole europee – resta quello di spingere l’economia verso il pieno impiego e far aumentare la produttività ma i nostri governanti passati e presenti non riescono a farlo.  

Passando a scenari più o meno ravvicinati Visco dice che: “Da qui al 2030, senza il contributo dell’immigrazione, la popolazione di età compresa tra i 20 e i 64 anni diminuirebbe di 3 milioni e mezzo, calerebbe di ulteriori 7 nei successivi quindici anni. Oggi, per ogni 100 persone ce ne sono 38 con almeno 65 anni; tra venticinque anni ce ne sarebbero 76. Queste prospettive sono rese più preoccupanti dall’incapacità del Paese di attrarre forze di lavoro qualificate dall’estero e dal rischio concreto di continuare anzi a perdere le nostre risorse più qualificate e dinamiche.”

Un Paese altrettanto incapace di attirare investimenti dall’estero e che per altro verso non trova 250 mila lavoratori altamente qualificati.

Nelle sue considerazioni finali Visco cita una massa ingente di dati che, da un lato, consentono di valutare i passi fatti nel decennio del dopo crisi mondiale e, dall’altro, delinea scenari di medio e lungo termine da cui emerge una lezione importante: “è un errore addossare all’Europa le colpe del nostro disagio – direi della nostra crisi profonda; non porta alcun vantaggio e distrae dai problemi reali”. Un’ampia parte delle sue Considerazioni finali è dedicata all’Europa e agli strumenti che si è data e a quelli che dovrebbe darsi per completare l’unione bancaria, per avviare l’integrazione dei mercati dei capitali e, soprattutto, l’Unione di bilancio strumento fondamentale per potere condurre una politica economica idonea almeno ai fini della stabilizzazione macro-economica dei PM che ne hanno bisogno. C’è materia su cui riflettere attentamente ma i nostri due ineffabili Vicepresidenti del Consiglio dalla veduta corta sapranno finirla di sproloquiare individualmente e chiudersi in un seminario riservato con i loro ministri tecnici, confrontarsi seriamente tra di loro per decidere cosa fare dopo le recenti elezioni europee? Lo vedremo nelle prossime settimane.

@enzorusso2020

Per costruire meglio l’identità europea.

In Italia i protagonisti dello sgangherato dibattito sul regionalismo differenziato non utilizzano le indicazioni della teoria dei beni pubblici per argomentare o valutare quali funzioni assegnare alle regioni e/o allo Stato. Vogliono modificare l’art. 117 cost. spostando le competenze concorrenti quasi tutte in testa alle regioni. Un’operazione che viene da alcune regioni del Nord-Est, dalla Lombardia e dall’Emilia Romagna. Un’operazione che dai meridionalisti viene valutata come secessione dei ricchi. Tranne qualche sporadica presa di posizione le regioni meridionali tacciono come se il problema non le riguardasse. Istruzione e sanità sono beni pubblici nazionali e come tali sono di competenza dello Stato.Istruzione e sanità sono strettamente collegate: “mens sana in corpore sano” dicevano gli antichi romani. A mio avviso, sbagliarono i Padri costituenti ad assegnare la sanità alle regioni ma avevano un alibi: non si era ancora ben sviluppata la teoria economica dei beni pubblici che arriva con Paul Samuelson nel 1954. Qualche anno fa Chiamparino presidente della Regione Piemonte, concordemente, ha ipotizzato l’idea di togliere la sanità alle regioni non solo per via di episodi gravi di corruzione nella gestione delle risorse assegnate dallo Stato ma soprattutto perché trattandosi di un bene pubblico nazionale è ovvio che il principale responsabile della programmazione e del finanziamento debba essere lo Stato.

Analogo è il discorso sulla scuola. Alcuni hanno ricordato il dibattito alla Costituente sulla quale vedi l’impegno profuso da Concetto Marchesi e Aldo Moro; vedi infine gli art. 33 e 34 Cost. sulla necessità di creare una scuola nazionale e di “garantire ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Ora da qui a passare alla scuola regionalizzata ci passa tanta strada che condurrebbe comunque nella direzione sbagliata. Perché la scuola di ogni ordine e grado non solo cerca di formare l’identità nazionale ma è anche lo strumento fondamentale per attuare l’eguaglianza di opportunità dei cittadini. Quindi in pratica il discorso si sposta su quello che lo Stato e le regioni fanno, da un lato, per fare rispettare l’obbligo scolastico e, dall’altro, per mettere a disposizione degli studenti meritevoli e bisognosi le risorse necessarie ad attuare sul serio il diritto allo studio. 
La scuola forma l’identità dei cittadini e riempie di contenuti l’istituto giuridico della cittadinanza. Noi europei abbiamo la doppia cittadinanza istituita con il Trattato di Maastricht art. 8 poi trasfuso nel Trattato di Lisbona.
Quella italiana è assunta come data – anche se non dimostrata nella c.d. costituzione materiale. Quella europea è ancora una nebulosa. Il fatto che nel passaporto c’è scritto Unione Europea e nella patente c’è la microscopica bandierina a 12 stelle è solo un fronzolo, al meglio, un simbolo. Per darle contenuti pregnanti occorre costruire una solida identità europea che innanzitutto rifletta i valori comuni della cultura, della letteratura, della democrazia, dell’etica pubblica, della storia comune nel bene e nel male.

Il problema, oggi e in prospettiva, non è la scuola nazionale che bene o male esiste in tutti i Paesi membri.Oggi  occorre costruire la scuola e l’università europee. Nel dibattito del 15 maggio scorso al Parlamento europeo tra i candidati alla Presidenza della Commissione che sarà formata dopo le elezione solo Frans Timmermans ha accennato al problema della scuola dicendo che il programma Erasmus va generalizzato. Non so se il candidato del PSE ha un programma più ampio ma mi sono riproposto questo problema quando il governo Renzi lanciò negli anni scorsi il suo “programma della buona scuola” poi rivelatosi solo uno slogan accattivante.Da allora mi sono convinto che la buona scuola doveva essere una scuola europea. Negli ultimi anni ho partecipato a molte manifestazioni dei giovani federalisti europei e a quella del 25 aprile a Porta San Paolo (a Roma) dove ho notato una forte partecipazione di giovani – cosa del tutto eccezionale negli ultimi anni. Ho pensato all’effetto positivo dal nostro punto di vista della becera propaganda di Salvini con riguardo sia alla politica interna che a quella europea. Ho assistito a diverse manifestazioni elettorali e nessuno dei candidati ha prospettato programmi specifici per i giovani. Al riguardo viene subito in mente il programma Erasmus ed il processo di Bologna a suo tempo lanciato da Antonio Ruberti pro-tempore  Rettore della Sapienza. Ho navigato un paio di ore sul sito Europa e ho trovato che c’è Europa Youth Portal, Eures and Poles emploi, ed altre finestre interessanti; ho visto che ci sono diversi Rapporti della Commissione e tante belle idee, ma per ora scarsi risultati concreti e/o poco percepiti perché riguardano pochi soggetti.

Il programma Erasmus secondo me non va bene così come funziona adesso, è da riformare, da generalizzare e da imporre soprattutto ai docenti. Infatti ritengo che se i docenti a tutti i livelli non hanno loro stessi una solida formazione e identità europea non si capisce come possano contribuire alla formazione e sviluppo di una identità e cultura genuinamente europee dei giovani. A suo tempo, all’università insieme ad altri colleghi abbiamo lavorato alla attuazione della riforma Berlinguer e alla standardizzazione dei crediti formativi per renderli portabili e riconosciuti nelle altre università europee. Oggi tale operazione non basta più in una congiuntura storica in cui crescono le forze populiste e sovraniste che vorrebbero dividere e ridurre l’Unione ad una Confederazione con compiti molto limitati e poteri conferiti di volta in volta.

Oggi dobbiamo fronteggiare il rischio di una progressiva disgregazione dell’Unione e rafforzare le fondamenta del progetto europeo. Come? Costruendo scuole e università europee. Dobbiamo fare quello che i tedeschi hanno fatto dopo avere elaborato la dura sconfitta che Napoleone inflisse a tutti gli stati preunitari: creare una classe dirigente tedesca prima ancora dell’unità come racconta il grande pedagogista americano John Dewey.

Non rivendico nessuna primazia al riguardo. L’associazione TRELLE da circa 20 anni prospetta il problema ma il suo invito non è stato raccolto.

Personalmente come studente post-graduate ho avuto la fortuna di fare il primo anno al Bologna Center della John Hopkins University. Siamo nel 1964 il Bologna Center era organizzato in questo modo: metà studenti americani e metà europei; lo stesso modulo per i docenti; il lunedì mattina seminario sull’Europa obbligatorio per tutti gli studenti e docenti: relatore era una grande personalità europea e poi discussione aperta sino ad esaurimento delle domande. Per lo più si terminava a lunch time. Una esperienza veramente innovativa e interessante per i tempi. Poi alcuni di noi andarono a Washington per il secondo anno del Master in Studi internazionali avanzati. Secondo me, se l’UE vuole fare sul serio in questa materia dovrebbe imitare questo esempio sia a livello delle scuole secondarie che a livello universitario. Dovrebbe invitare studiosi e ricercatori a standardizzare gli insegnamenti in primo luogo di storia e cultura o civiltà – come dicono i francesi – europea anche contemporanea e prevedere cospicui finanziamenti per attuare il diritto allo studio di giovani meritevoli e bisognosi non solo europei ma anche dei paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. 

Da economista vengo alle risorse, l’UE attualmente spende 2,6 miliardi in sette anni. Sono i soliti spiccioli su programmi utopici! Bisogna gradualmente quintuplicare meglio decuplicare gli stanziamenti per incentivare la istituzione di scuole e università secondo il modulo di cui sopra. Ovviamente non si tratta di creare nuove strutture ma di incentivare quelle esistenti a ristrutturarsi secondo un modello europeo condiviso non dai politici governanti ma dal mondo della scuola e dell’Università che nella maggior parte dei paesi europei gode di autonomia, libertà e responsabilità. In Europa abbiamo un enorme problema di rafforzare il capitale sociale e quello umano anche per fronteggiare la grande trasformazione dell’economia e della società che ci impone la globalizzazione, la digitalizzazione, la robotizzazione, l’utilizzo della Intelligenza Artificiale. Su questo terreno l’Italia è molto indietro e servono misure urgenti e straordinarie di breve e medio termine. Quella sopra descritta ovviamente è proposta di medio-lungo termine pensata per altre finalità, per i giovani, per rafforzare l’identità europea ma che darebbe più ampio respiro alle altre. A mio avviso, costituisce lo strumento principale per farlo. Basta volerlo.  

@enzorus2020

Alcune indicazioni bibliografiche:

Dewey John, Democrazia e educazione, la nuova Italia editrice, Firenze, 1949 (edizione originale 1916);

http://www.fondazioneantonioruberti.it/Antonio-Ruberti/Archivio-documenti/Spazio-Europeo-della-Conoscenza/UNIVERSITA-E-RICERCA-APPUNTAMENTO-CON-L-EUROPA

Melchionni Maria G. a cura di, L’identità europea alla fine del XX secolo, presentazione di Giuseppe Vedovato, Biblioteca della Rivista di Studi politici internazionali, Firenze (2001);

Treelle, Università italiana, Università europea? Dati, proposte e questioni aperte, Quaderno n. 3/2003 settembre;

Treelle, Scuola italiana, scuola europea? Dati, confronti e questioni aperte, Quaderno n. 1, maggio 2002;

Anni difficili quelli passati o quelli davanti a noi?

“Gli anni difficili – precisa il Governatore della BdI Visco nel suo bel libro “Anni difficili. Dalla crisi finanziaria alle nuove sfide per l’economia” – sono quelli che sono stati certamente gli anni peggiori della storia economica d’Italia in tempi di pace”. Non solo per via delle conseguenze dannose delle due recessioni del 2009 e 2012 sull’economia, sui conti pubblici, sulle banche, sul risparmio, sulla politica monetaria, sul reddito potenziale, ma anche perché i problemi strutturali non sono stati affrontati tempestivamente. Sono stati rinviati, risolti in modo parziale e, in alcuni casi, affrontati in modo sbagliato.  

Nella prima parte il libro raccoglie le analisi di alcuni temi svolti in un’ottica di lungo periodo – scelta invero necessitata se i problemi di cui soffre il sistema Italia sono di carattere strutturale e alcuni di essi non discendono solo dall’accelerazione del processo di globalizzazione e, da ultimo, dalla crisi mondiale. Non a caso Visco riprende le tesi di Larry Summers e Bob Gordon sulla stagnazione secolare.

Il declino del paese trova anche cause lontane ma, negli ultimi 26-27 anni, vi hanno contribuito quattro grandi manovre di risanamento dei conti pubblici condotte dai governi: Amato (1992-93), Prodi1 (1997), Prodi2 (2007), Tremonti-Berlusconi-Monti (2011-12). Tutte attuate, in primo luogo, con il taglio degli investimenti pubblici anche nel settore dell’istruzione, della ricerca e della innovazione. Le parti sociali che nel 1993 hanno firmato un importante documento sulla politica dei redditi, hanno assicurato la pace sociale ma hanno subito passivamente l’idea che il problema della competitività del sistema potesse essere risolto solo con i bassi salari e non anche con una politica dell’offerta che puntasse alla innovazione di prodotto e processo delle aziende migliorando la produttività. Abbiamo avuto maggiore flessibilità ma – precisa Visco – di cattiva qualità, perché la disoccupazione è rimasta alta tranne che nel 2007 per effetto della legge Biagi. Nei primi anni novanta è stato abrogato l’intervento straordinario nel Mezzogiorno ma, tra una crisi di governo e l’altra, ci sono voluti circa cinque anni per ricollocare gli interventi a favore del Mezzogiorno nelle procedure ordinarie di bilancio. In pratica, il Sud è stato abbandonato a sé stesso e l’incapacità di programmare lo sviluppo da parte delle Regioni meridionali ha fatto il resto non riuscendo, in non pochi casi, neanche ad utilizzare in maniera appropriata neanche i fondi strutturali provenienti dall’UE. 

 Se a questo si aggiunge la sottoscrizione del Patto di stabilità come riformato nel 2011 e la sua successiva rigorosa implementazione si completa il quadro. Sul piano interno Visco richiama le colpe della politica, delle organizzazioni datoriali e dei sindacati dei lavoratori. Le colpe degli industriali: pensare che i problemi si risolvano riducendo i costi della produzione. Eppure l’Italia resta un paese ad alta propensione al risparmio anche se relativamente più bassa che nel passato. In altre parole in Italia non manca il capitale, ci sono pochi capitalisti che lo sappiano usare (B. Piccone, 2019).

Errore analogo è stato fatto dall’operatore pubblico che pensa di risolvere i problemi dell’efficienza della PA riducendone la spesa e il numero dei dipendenti pubblici, un’altra introducendo i tornelli per controllare la presenza degli addetti, un’altra ancora accelerando le procedure di licenziamento dei dirigenti e, da ultimo, memorizzando le impronte digitali e assumendo che di per sé il turn over possa migliorare la situazione. Non ci si rende conto che migliorare l’efficienza della PA implica maggiori spese per studiare una migliore organizzazione degli uffici, specializzando i dipendenti e adottando le migliori tecnologie della ICT.

Viene chiamato in causa anche il basso livello qualitativo di tutto il sistema educativo con le dovute eccezioni. Ne consegue che i lavoratori con basse qualificazioni guadagnano poco e molti entrano nelle schiere dei working poor, quelli con alte qualifiche guadagnano di più e questo contribuisce ad incrementare le diseguaglianze.  A questo riguardo (pag. 55) Visco ci ricorda che, secondo le definizioni dell’ILO, in Italia gli occupati ad alta qualifica nel 2012 raggiungevano il 30% contro il 43% in media UE e 49% nei paesi del Nord Europa. Per fare un esempio che riguarda anche l’istruzione universitaria ne viene fuori che, in un contesto di alta disoccupazione giovanile, è stata snaturata la sequenza temporale della laurea breve e di quella specialistica – quest’ultima più o meno equivalente ad un Master delle università anglosassoni. Si era accorciato il percorso di studio della vecchia laurea quadriennale per consentire ai giovani di entrare prima nel mercato del lavoro. E si era prevista la laurea specialistica soprattutto come corso di approfondimento e aggiornamento della formazione dopo qualche esperienza lavorativa. Perdurando la situazione di alta disoccupazione giovanile, la laurea c.d. specialistica viene conseguita subito dopo quella breve ma neanche essa trova sbocchi immediati nel mercato del lavoro per cui non pochi giovani che l’hanno conseguita sono costretti ad andare all’estero abbassando ancor più la percentuale citata dei giovani laureati. Risulta evidente che se l’economia non è spinta verso il pieno impiego anche giovani qualificati non trovano lavoro.

Il DEF 2019 non affronta quello che G. Pennisi (Avvenire del 13-04-2019) chiama il buco strutturale, ossia, il difficile tema delle riforme strutturali. Prevale la veduta corta. Di anno in anno i ministri si preoccupano di come fare la legge di bilancio e via. Sul resto dei problemi si affidano allo stellone.

Scrive Visco a questo riguardo: “Si è avviato un intenso programma di riforme strutturali per recuperare la fiducia dei mercati e rilanciare il potenziale di crescita dell’economia con uno spettro di interventi, che – a stadi diversi di definizione ed efficacia – spaziano dal sistema previdenziale al mercato del lavoro, dai servizi pubblici alla giustizia civile, dalla concorrenza nei servizi privati all’azione di contrasto alla corruzione e all’evasione fiscale, dal sostegno all’innovazione tecnologica a quello in favore dell’investimento in conoscenza e nuove competenze”.  Anche se nell’elenco mancano almeno un paio di riforme importanti come il recupero del gap infrastrutturale nel Mezzogiorno e la lotta alle organizzazioni criminali che prosperano nel Paese, è evidente che molte delle riforme enunciate sono state solo minimamente attuate e, spesso, con approcci contrastanti. La giustizia civile e penale resta lenta ed inefficiente perché una giustizia che arriva tardi crea incertezza e sfiducia nelle istituzioni. La lotta alla corruzione non si fa solo con la prevenzione affidata all’ANAC lasciando fuori l’Agenzia delle entrate e non ricostruendo efficienti servizi di controllo interno ed esterno nelle varie amministrazioni centrali e sub-centrali. Per non parlare dei miseri risultati della lotta all’evasione fiscale che secondo una serie storica dell’Istat resta sempre attorno al 7-8% del PIL.

L’Italia non è mai riuscita a conciliare le crisi congiunturali (di deficit nei conti pubblici e/o nella bilancia dei pagamenti) salvaguardando il processo di accumulazione che è condizione necessaria ed ineludibile per affrontare i problemi strutturali di lungo periodo (salvaguardia del processo di accumulazione, innovazione tecnologica, sistema educativo all’altezza delle trasformazioni economiche, ecc.). Dopo il miracolo economico, la prima crisi congiunturale fu soprattutto una crisi di bilancia commerciale (eccesso di importazioni). Dieci anni dopo nel 1974 si manifesta una seconda crisi ben più grave della prima. Il debito pubblico che nel 1971 era ancora attorno al 40% del Pil a fine anni 1970 balza al 55%. L’aumento degli anni ’70, a mio giudizio, è in gran parte giustificato dal crollo di Bretton Woods, dai due shocks petroliferi e dall’aumento di altre materie prime con la conseguente spirale prezzi salari messa in moto anche dalle svalutazioni competitive. Il peggio si consuma negli anni 80; alla fine del decennio, il debito è aumentato di oltre 40 punti di PIL nonostante che nel 1981 si sia deciso il c.d. divorzio tra Tesoro e Banca centrale. Un tale drammatico aumento non è dovuto solo al lassismo dei governi in materia di gestione dei conti pubblici ma anche all’avvitamento degli interessi per il servizio del debito pubblico e all’aumento dei trasferimenti alle imprese purtroppo sempre in deficit. Sino al 1981 il debito veniva finanziato con la stampa di carta moneta. Dopo, il debito veniva finanziato collocando i titoli sul mercato a tassi di interesse crescenti e per finanziare spese correnti. Anche allora c’era uno spread molto alto attorno ai 500 punti base tra fine anni 80 e inizi degli anni novanta e di cui erano al corrente solo gli addetti ai lavori. Gli anni 80 si chiudono con un tasso di crescita del 2,5% in media annua meno della metà di quello degli anni ’60.   Nonostante l’ottimismo e lo yuppismo Reaganiano, rallenta la crescita e l’accumulazione. Nella gestione dei conti pubblici non funziona la c.d. disciplina di mercato che avrebbe portato il divorzio tra il Tesoro e la Banca d’Italia per l’ovvio motivo che i mercati non sanzionano direttamente e immediatamente i comportamenti scorretti dei politici, non prescrivono regole macro-prudenziali ma reagiscono indirettamente e lentamente richiedendo tassi crescenti a fronte di rischi di solvibilità crescenti. Finché il debito appare sostenibile i mercati assorbono i titoli.   

Non solo in Italia ma anche nei principali paesi europei la sinistra accoglie i paradigmi del neoliberismo.  Si abbandona l’attività di programmazione perché si sposa la teoria dei mercati efficienti –specialmente dopo 1989-, si attua la riforma tributaria ma non si riesce a debellare l’evasione fiscale perché, a mio giudizio, non c’è la volontà di farlo sia da parte dei governi di centro-sinistra e meno ancora da parte dei governi di centro-destra che governano nella c.d. seconda Repubblica del maggioritario coatto. Io vedo una correlazione diretta tra evasione fiscale e aumento del debito pubblico. I governi italiani di centro-sinistra e centro-destra nel tempo hanno preferito chiedere ai ricchi soldi in prestito piuttosto che a titolo di imposta. E questo ha alimentato la rendita finanziaria e le diseguaglianze sociali.     

Oltre che del vincolo del debito pubblico Visco si occupa di molti altri problemi della politica e dell’economia italiana di banche, vigilanza sulle medesime, di tutela del risparmio, di educazione finanziaria, di problemi molto tecnici della politica monetaria e della sua gestione e, non ultimo, dell’investimento nel capitale umano su cui aveva già scritto un libro pubblicato nel 2014. Problemi tutti affrontati con grande competenza. Non è questa la sede per entrare nel merito di tutte le sue posizioni sui vari argomenti.

Voglio commentare velocemente due sue valutazioni su due questioni che ritengo particolarmente delicate. La prima è la questione delle regole di coordinamento delle politiche economiche dopo Maastricht e dopo l’entrata in vigore dell’euro. Visco ritiene che le regole europee sono adeguate anche dopo la riforma del Patto di stabilità e crescita del novembre 2011 accompagnato da una panoplia di regolamenti e, non ultimo, dal Trattato intergovernativo per il coordinamento delle politiche conosciuto come Fiscal Compact. La prova sta nei dati – precisa Visco – l’euro ha compiuto 20 anni ma per 15 anni dopo la sua entrata in vigore l’Italia ha gestito un deficit di bilancio = o > del 3%. Quindi il Patto, a suo giudizio, va bene con un importante caveat: in condizioni di ciclo economico più o meno regolari non a fronte di uno shock straordinario come quello determinato dalla crisi mondiale.  Ma secondo me, il punto è che il governo italiano si è avvalso della flessibilità delle regole del PSC e non della golden rule che pure c’è, sia pure in forma embrionale, ma che avrebbe impedito di utilizzare l’indebitamento per finanziare spesa corrente. Per politici dalla veduta corta questo è un comportamento prevedibile. L’eccezione ha riguardato il I governo di centro-sinistra della c.d. II Repubblica che nella seconda metà degli anni ‘90 ha gestito un avanzo primario attorno al 5% del PIL e ridotto il debito di 15 punti nel 2001 – 100%, nonostante una manovra espansiva in vista delle elezioni. Ora qui sta la difficoltà di trovare una soluzione al problema gravissimo del debito pubblico: o si torna alla crescita sostenuta (5% degli anni sessanta) cosa pressoché impossibile, oppure si dovrebbe gestire un avanzo primario pari al 4-5% per 10-15 anni – cosa altamente difficile secondo il FMI.     

La seconda valutazione riguarda le banche che in Italia costituiscono un sistema banco centrico per via dell’assenza di un solido mercato dei capitali. Negli anni più caldi della crisi le banche avevano nell’attivo oltre 400 miliardi di titoli del Tesoro e nel passivo oltre 350 miliardi di sofferenze bancarie – ora sotto i 100 miliardi. Secondo Eichengreen e Wyploz (2016) il legame tra Tesoro e banche determina un “diabolic loop” per cui un attacco speculativo contro il debito sovrano farebbe saltare le banche e, viceversa, una crisi delle banche che hanno al loro attivo molti titoli del proprio paese innescherebbe una crisi del debito sovrano. Visco scrive che il problema è il livello del debito pubblico e non quello del debito detenuto dalle banche. Secondo me, il governatore sottovaluta il problema perché come dice lui stesso è chiaro che con una riduzione del PIL del 10% e degli investimenti del 30% e la disoccupazione a due cifre, se i tassi di interesse tornano ad aumentare chi sottoscrive i titoli italiani è costretto ad assicurarsi e questo può porre al Tesoro problemi di collocamento dei titoli e anche alle banche in termini di svalutazione di quelli già in loro possesso. Collegando questo problema al completamento dell’Unione bancaria diamo un argomento in più alla Germania e ai sostenitori della sua linea di opposizione a qualsiasi mutualizzazione del debito dei paesi membri se prima non c’è una sostanziale riduzione del rischio connesso agli alti livelli del debito pubblico di alcuni Paesi Membri tra cui l’Italia. A parte il nonsense della contrapposizione tra risk reduction e risk sharing, perché non serve l’alternativa netta, ossia, una preliminare forte riduzione del rischio non richiederebbe alcuna suddivisione del rischio, è chiaro che il contrasto su questo terreno e sul bail-in blocca il processo di completamento dell’Unione economica e monetaria. È vero che dopo la crisi l’UEM si è dotata di strumenti più incisivi anche per prevenire le crisi finanziaria ma a fronte di una nuova probabile crisi dell’economia reale la governance economica della UE resta ancora in parte a corto di strumenti importanti per affrontarla specialmente nelle regioni periferiche. A fronte della necessità di una grande trasformazione dell’economia reale comunque in corso, è alto il rischio che nel futuro non lontano agli anni difficili di Visco succedano anche anni peggiori di quelli subiti dalla stragrande maggioranza dei cittadini europei. E di questi problemi come della riforma dei Trattati non si discute fin qui nella campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento Europeo.

Eichengreen, B. & Wyplosz, C. Intereconomics (2016) 51: 24. https://doi.org/10.1007/s10272-016-0569-z

Beniamino A. Piccone, L’Italia: Molti capitali, pochi capitalisti. Prefazione di Francesco Giavazzi, il Sole 24 Ore, marzo 2019;

Le idee di Rodrik per un’economia mondiale assennata.

Dani Rodrik, Dirla tutta sul mercato globale. Idee per un’economia mondiale assennata, Einaudi, 2019

La tesi principale del libro è che gli Stati nazionali hanno ancora un ruolo da giocare specialmente in termini di giustizia sociale, riduzione delle diseguaglianze e protezione dei diritti dei lavoratori. Devo dire che prima di leggere il lavoro di Rodrik ero convinto del contrario specialmente con riguardo alla posizione dei paesi membri dell’Unione europea. Dopo attenta meditazione sulle sue argomentazioni, tendo a convergere con la sua posizione. Il motivo è presto detto: intanto la globalizzazione degli ultimi decenni non è stata ben governata e la finanza rapace ha fatto il bello e il cattivo tempo. La globalizzazione implica una verticalizzazione del processo decisionale che per funzionare bene comporterebbe una riforma delle istituzioni sovranazionali. In assenza di detta riforma non si può contare su di esse per garantire a livello globale il rispetto dei diritti fondamentali, un livello essenziale di giustizia sociale, la libertà di movimento dei cittadini in cerca non solo delle libertà che sono loro negate nei paesi dove sono nati ma anche il diritto a migliorare il loro benessere emigrando.

Si tratta quindi di una soluzione di second best che non va condannata come tale ma di prendere atto che allo stato non è disponibile quella di first best. E chi sa quanto tempo bisogna ancora attendere prima di riuscire a costruirla. Come sappiamo, a livello sovranazionale, non ci sono parlamenti regolarmente eletti. E se ci sono come nell’Unione europea, ciò non significa che hanno l’ultima parola in materia di politiche sociali e redistributive. Ci sono tecnocrazie nominate da alcuni governi che non esprimono necessariamente gli interessi delle fasce più deboli dei paesi membri.  Per le istituzioni sovranazionali si parla di governance e non di organismi pienamente democratici. Nel massimo organo decisionale delle Nazioni Unite il potere è concentrato nel Consiglio di sicurezza composto da cinque membri permanenti e da dieci temporanei. I primi sono designati dalle potenze che hanno vinto la seconda guerra mondiale ed hanno potere di veto sulle azioni da intraprendere. Gli altri sono eletti dall’assemblea generale e restano in carica due anni. I membri dell’assemblea dell’ONU sono rappresentanti degli Stati e non dei popoli.

Per inciso, una breve considerazione sull’Unione europea. Un caso speciale di integrazione economica e monetaria costruita sulla base di due approcci: quello funzionale comunitario e quello intergovernativo. L’obiettivo è quello di diventare una Unione politica. Ha un parlamento regolarmente eletto ma i suoi poteri sono limitati rispetto a quelli di una grande democrazia liberale. La Commissione ha il monopolio dell’iniziativa legislativa ed è, allo stesso tempo, massimo organo esecutivo – in radicale contrasto con il principio della separazione dei poteri.  Di conseguenza la sua struttura istituzionale, come uscita dai Trattati di Lisbona, dopo la bocciatura del Trattato costituzionale, evidenzia un grosso deficit democratico al quale non si riesce a porre rimedio.  L’UE è riuscita ad assicurare ai Paesi membri un lungo periodo di pace ma non riesce a giocare un ruolo primario negli affari internazionali, nel governo della globalizzazione, nelle politiche sociali e redistributive per non parlare delle politiche di stabilizzazione a senso unico.

Come si è ingarbugliata la situazione con l’accelerazione della globalizzazione? Questa è avvenuta sotto l’egemonia della governance neoliberista, ossia, della politica tesa a delimitare l’intervento dello Stato, sull’assunto non dimostrato che i mercati siano perfettamente efficienti ed in grado di risolvere tutti i problemi che incontrano.  Intanto bisogna ricordare: 1) il crollo nell’agosto 1971 del sistema di Bretton Woods a cambi fissi e, nell’impossibilità di raggiungere un nuovo accordo tra i principali paesi del mondo, l’adozione del sistema a cambi flessibili; 2) nel 1976 il premio Nobel per l’economia veniva conferito a Milton Friedman, esponente apicale della Scuola di Chicago, un anno dopo la fine dei c.d. trenta gloriosi (1945-75) che segnano l’affermarsi del welfare State nei Paesi europei e l’inizio dei 40-45 anni vergognosi di egemonia neoliberista in Europa oltre che in America. Le idee neoliberiste trovano attuazione in Inghilterra e negli Stati Uniti rispettivamente con l’ascesa al potere di Margareth Thatcher e Ronald Reagan.  3) Prima ancora, già a partire dalla metà degli anni sessanta, in Europa era nato il c.d. mercato degli eurodollari creato principalmente dai paesi mediorientali produttori  di  petrolio, che è venuto crescendo in maniera incontrollata specie dopo i due shock petroliferi del 1973 e 1979. Il forte aumento non solo del prezzo del petrolio ma anche di altre materie prime ha posto serie difficoltà di stabilizzazione monetaria e finanziaria in molti paesi del mondo. Ricordo che gli Accordi di Bretton Woods prevedevano controlli sui movimenti di capitale in fatto mai implementati in modo efficace. Ma dopo il crollo del 1971, negli anni settanta e ottanta del secolo scorso, la situazione non consente controlli di sorta. La risposta europea del 1992 è quella sbagliata. Nel 1992 l’UE in coerenza con la libertà di stabilimento delle imprese formalizza la piena libertà dei movimenti di capitali che l’Italia mette in atto in anticipo nel 1991. 

Nel 2008 anche i paesi avanzati si accorgono di essere vittime della globalizzazione finanziaria ma solo nel 2012 il FMI, che fino ad allora aveva contribuito a determinare il c.d. Washington Consensus, cambia posizione e chiede di stabilire nuovi controlli sui movimenti di capitale. Come osserva Rodrik con la piena libertà dei movimenti si facilita l’indebitamento, si aumentano più facilmente i consumi che gli investimenti; aumenta la instabilità finanziaria perché molti capitali si muovono liberamente nel mercato globale non necessariamente per promuovere lo sviluppo equo e sostenibile ma anche per cogliere occasioni di profitto a breve termine.  Prevale la veduta corta (shortism). 

Ma ci sono anche due conseguenze principali della globalizzazione: la prima è la concorrenza economica tra le economie avanzate e quelle in via di sviluppo. Detta concorrenza ha dei vantaggi e degli svantaggi. Favorisce i consumatori dei paesi ricchi ma danneggia i lavoratori nei limiti in cui le imprese che producono gli stessi beni importati a prezzi più bassi sono costrette a chiudere e licenziare i loro dipendenti. La seconda conseguenza è la concorrenza fiscale. In un contesto di piena libertà dei movimenti di capitale, molti paesi per attirare investimenti dall’estero abbassano le tasse sui profitti delle imprese e il che va scapito anche della possibilità di finanziare l’attuazione dei diritti sociali ed economici. Anzi è proprio questo l’obiettivo dei neoliberisti: ridurre la spesa per i welfare e l’attuazione dei diritti sociali che è aumentata a loro giudizio, a livelli insostenibili.  

Come sappiamo, due approcci sostengono la teoria del commercio internazionale: il libero scambio basato sui costi e vantaggi comparati a maggiore beneficio di tutti e il mercantilismo, ossia, il controllo da parte del governo del commercio estero per accumulare saldi commerciali positivi e massimizzare la ricchezza dei paesi più efficienti. Schematizzando: I liberisti sostengono i consumatori; i mercantilisti i produttori. Secondo Rodrik, “i liberisti e i mercantilisti possono convivere a livello globale ma la felice coesistenza è finita”.  Ricorda che tuttora il FMI considera il controllo sui liberi movimenti di capitale come “estrema ratio” anche se esso resta una premessa necessaria per la stabilità finanziaria. Anche a questo riguardo Rodrik ricorda la rilevanza dei fattori interni ai singoli paesi (approcci diversi alla regolamentazione) soprattutto per far capire che non tutti i guai vengono dalla globalizzazione. In particolare nei PVS mancano le premesse e i presupposti interni che possono assicurare la stabilità finanziaria interna. In alcuni PVS –come in Italia – ad esempio, non manca il risparmio ma il problema è che i risparmiatori non di rado preferiscono investirli in paesi maggiormente stabili.  

La situazione è complicata dal fatto che molti paesi che agiscono sulla scena mondiale si trovano in fasi di sviluppo differenziate a seconda che affrontino problemi di prima industrializzazione oppure di passaggio da fasi di industrializzazione a quella di economie terziarizzate e/o di servizi avanzati e di istituzioni politiche in grado di gestire questi passaggi.    Secondo Rodrik, in generale – anche in termini politici – puntare sui servizi non paga. Anche in Italia, ad esempio, il settore è molto frammentato e in gran parte arretrato sia nel settore privato che in quello pubblico; pesa ancora il dualismo geografico Nord-Sud, dimensionale (grandi e PM imprese); e non ultimo, quello tra zone urbane e quelle rurali. La crescita più rapida di alcuni PVS è dovuta a processi di prima industrializzazione che consentono di trasformare velocemente contadini in operai mentre passare da servizi arretrati ed inefficienti a servizi ad alta produttività richiede personale altamente qualificato, con vasta gamma di competenze, e capacità istituzionali diversificate e, quindi, formazione permanente.  Esemplare secondo Rodrik il caso indiano.  

Ci sono anche gli squilibri fondamentali nelle bilance commerciali dei diversi paesi. Più vicino a noi c’è il caso Germania che accumula grossi surplus commerciali sacrificando e non espandendo la domanda interna che beneficerebbe anche gli altri Paesi membri. Paradossalmente e per motivi diversi, anche l’Italia gestisce una bilancia commerciale attiva per alcuni punti di PIL perché la stagnazione dell’economia e della domanda interna non attiva una corrispondente domanda di beni importati.

A proposito del caso Cina, che Rodrik riprende diverse volte, a me sembra interessante il confronto tra Cina e Russia: due dittature che hanno seguito percorsi diversi nella transizione da economie a pianificazione rigida ad economie di mercato o sedicenti tali. È interessante la verifica della tesi di alcuni teorici dello sviluppo secondo cui ci sarebbe un rapporto diretto tra liberalizzazione dell’economia e della politica e, quindi, della democrazia. La Russia ha messo in atto una transizione caotica e disordinata disperdendo il più grande patrimonio pubblico della storia. La Cina è riuscita ad assicurare una transizione ordinata a scapito della liberalizzazione politica.  In occasione del quarantennale (1978-2018) delle riforme economiche avviate Deng Xiaoping,  è stato sottolineato come l’economia cinese sia cresciuta, come noto, a tassi sostenuti ma “credere che la democrazia sia lo stadio ultimo e in qualche modo naturale dello sviluppo è stato un errore”. Al contrario Xi Jinping tenta di convincere i suoi concittadini della logica opposta: è perché la Cina non è una democrazia che l’economia ha potuto svilupparsi così in fretta e ha consentito alla stragrande maggioranza dei cinesi di uscire dalla povertà. Ma si contano tuttora circa mezzo miliardo di poveri. Si tratta di uno scambio equo? Spetta ai cinesi dirlo ma non solo a loro perché come sappiamo il mondo non può assistere indifferente alla compressione dei diritti fondamentali civili e sociali ovunque ciò si verifichi.

Tornando ai liberi movimenti di capitale che spesso destabilizzano la situazione di molti paesi, servirebbe un nuovo sistema di controlli ma perché questi possano essere efficaci dovrebbero essere pervasivi e onnicomprensivi piuttosto che chirurgici e selettivi. Ma c’è un’altra complicazione da considerare: diversi paesi adottano sistemi diversi di controllo più o meno complicati e più o meno efficaci e siamo in una fase dell’economia mondiale che rende più difficile un approccio cooperativo. USA e UE hanno problemi di bassa crescita. Non hanno più la forza di dettare le regole. Trump non apprezza il multilateralismo e ripiega sugli accordi bilaterali. La Cina e l’India hanno enormi difficoltà di ricollocazione della manodopera dalle zone rurali a quelle urbane, continuano a crescere ma anche loro enfatizzano problemi di sovranità nazionale.

 Il G20 e la WTO (Organizzazione mondiale del commercio) non sembrano consapevoli di questo radicale cambiamento e della necessità di governarlo. Abbiamo detto dell’approccio del FMI ma a fronte della concorrenza fiscale e degli squilibri fondamentali nelle bilance dei pagamenti servirebbe una Tax Authority come teorizzata da Vito Tanzi e una più decisa attività di coordinamento da parte del FMI.  Sul ruolo di questa istituzione vedi articolo di Barry Eichengreen su il Sole-24 Ore del 30-08-2009 dove riassume le quattro missioni che il FMI dovrebbe perseguire per assicurare crescita sostenibile nella stabilità:

 1) assistere i paesi che per motivi interni entrano in crisi finanziaria;

2) svolgere la funzione di riserva globale utile in particolare ai paesi poveri;

3) assicurare una supervisione macro prudenziale facendo previsioni e lanciando allarmi sui rischi per la stabilità finanziaria globale;

4) mettere in guardia i paesi ricchi dai rischi connessi alle loro politiche nazionali.

Il ruolo guida di supervisore macro prudenziale, di nuovo ed in generale, non è ben visto dai paesi membri restii a cedere sovranità ad un ente multilaterale.

Nel cap. X Rodrik riprende i sette criteri che aveva elaborato nel suo libro La Globalizzazione intelligente del 2011: 1) i mercati devono essere profondamente integrati in sistemi di governance democratica in modo da consentire non solo misure di stabilizzazione finanziaria ma anche sistemi fiscali redistributivi, reti di sicurezza e programmi di previdenza sociale;

2) l’organizzazione della governance democratica”. Mi sembra difficile organizzare una governance democratica se i suoi componenti gli Stati-nazione non sono democratici;

 3) “non esiste ‘una sola via’ per la prosperità”;

 4) “i paesi hanno il diritto di proteggere le proprie regolamentazioni e istituzioni”

5) I paesi non hanno il diritto di imporre ad altri le proprie istituzioni;

6) lo scopo degli accordi economici internazionali è di stabilire norme sui traffici per gestire l’interazione fra istituzioni nazionali;

7) nell’ordine economico internazionale i paesi non democratici non possono contare sugli stessi diritti e privilegi di cui godono le democrazie.

A parte la contraddizione insita nell’accostamento di termini alternativi, una governance democratica mi sembra altamente improbabile ai livelli sovranazionali di cui ci stiamo occupando – del resto confermata dal punto settimo. Infatti è chiaro che beni pubblici globali come la stabilità finanziaria, il commercio internazionale equo, divieto e/o assenza di dumping sociale, riduzione degli squilibri fondamentali e riduzione delle diseguaglianze non possono essere forniti se non c’è un alto grado di cooperazione a livello mondiale. E lo scenario prevedibile non sembra gran che incoraggiante se uno pensa all’abbassamento del livello di cooperazione a livello nazionale per effetto delle politiche populiste e sovraniste che, contrariamente alla propaganda politica, abbassano il livello di coesione sociale.

Più che negli ultimi due capitoli dove Rodrik propone il ripensamento delle sinistre e lo Stato innovatore, il commercio internazionale equo e il ripensamento della democrazia, il cuore del problema e la risposta fondamentale quanto difficile sta alle pp. 230-32 dove Egli propone che i cittadini pensino in maniera globale: “più ognuno di noi penserà a se stesso come un individuo di mentalità cosmopolita e manifesterà al proprio governo preferenze improntate ad essa, meno avremo bisogno di rincorrere la chimera di una governance globale”. È utopia? Si ma necessaria. E non mancano esperienze concrete che elenca nelle pagine citate e altri segnali per cui lo schema potrebbe funzionare. Ne cito uno solo: siamo in una fase di grande trasformazione economica planetaria a cui partecipano non solo le grandi multinazionali ma anche piccole e medie imprese che sempre più numerose si inseriscono nelle c.d. “catene mondiali del valore”. Cresce la interdipendenza economica non solo tra i paesi che scelgono volontariamente processi di crescente integrazione ma anche tra quelli che pensano di rimanere autonomi. Questo processo ha funzionato in Europa e potrebbe funzionare anche a livello globale.    

@enzorus2020

Le idee di Rodrik per un’economia mondiale assennata.

Dani Rodrik, Dirla tutta sul mercato globale. Idee per un’economia mondiale assennata, Einaudi, 2019

La tesi principale del libro è che gli Stati nazionali hanno ancora un ruolo da giocare specialmente in termini di giustizia sociale, riduzione delle diseguaglianze e protezione dei diritti dei lavoratori. Devo dire che prima di leggere il lavoro di Rodrik ero convinto del contrario specialmente con riguardo alla posizione dei paesi membri dell’Unione europea. Dopo attenta meditazione sulle sue argomentazioni, tendo a convergere con la sua posizione. Il motivo è presto detto: intanto la globalizzazione degli ultimi decenni non è stata ben governata e la finanza rapace ha fatto il bello e il cattivo tempo. La globalizzazione implica una verticalizzazione del processo decisionale che per funzionare bene comporterebbe una riforma delle istituzioni sovranazionali. In assenza di detta riforma non si può contare su di esse per garantire a livello globale il rispetto dei diritti fondamentali, un livello essenziale di giustizia sociale, la libertà di movimento dei cittadini in cerca non solo delle libertà che sono loro negate nei paesi dove sono nati ma anche il diritto a migliorare il loro benessere emigrando.

Si tratta quindi di una soluzione di second best che non va condannata come tale ma di prendere atto che allo stato non è disponibile quella di first best. E chi sa quanto tempo bisogna ancora attendere prima di riuscire a costruirla. Come sappiamo, a livello sovranazionale, non ci sono parlamenti regolarmente eletti. E se ci sono come nell’Unione europea, ciò non significa che hanno l’ultima parola in materia di politiche sociali e redistributive. Ci sono tecnocrazie nominate da alcuni governi che non esprimono necessariamente gli interessi delle fasce più deboli dei paesi membri.  Per le istituzioni sovranazionali si parla di governance e non di organismi pienamente democratici. Nel massimo organo decisionale delle Nazioni Unite il potere è concentrato nel Consiglio di sicurezza composto da cinque membri permanenti e da dieci temporanei. I primi sono designati dalle potenze che hanno vinto la seconda guerra mondiale ed hanno potere di veto sulle azioni da intraprendere. Gli altri sono eletti dall’assemblea generale e restano in carica due anni. I membri dell’assemblea dell’ONU sono rappresentanti degli Stati e non dei popoli.

Per inciso, una breve considerazione sull’Unione europea. Un caso speciale di integrazione economica e monetaria costruita sulla base di due approcci: quello funzionale comunitario e quello intergovernativo. L’obiettivo è quello di diventare una Unione politica. Ha un parlamento regolarmente eletto ma i suoi poteri sono limitati rispetto a quelli di una grande democrazia liberale. La Commissione ha il monopolio dell’iniziativa legislativa ed è, allo stesso tempo, massimo organo esecutivo – in radicale contrasto con il principio della separazione dei poteri.  Di conseguenza la sua struttura istituzionale, come uscita dai Trattati di Lisbona, dopo la bocciatura del Trattato costituzionale, evidenzia un grosso deficit democratico al quale non si riesce a porre rimedio.  L’UE è riuscita ad assicurare ai Paesi membri un lungo periodo di pace ma non riesce a giocare un ruolo primario negli affari internazionali, nel governo della globalizzazione, nelle politiche sociali e redistributive per non parlare delle politiche di stabilizzazione a senso unico.

Come si è ingarbugliata la situazione con l’accelerazione della globalizzazione? Questa è avvenuta sotto l’egemonia della governance neoliberista, ossia, della politica tesa a delimitare l’intervento dello Stato, sull’assunto non dimostrato che i mercati siano perfettamente efficienti ed in grado di risolvere tutti i problemi che incontrano.  Intanto bisogna ricordare: 1) il crollo nell’agosto 1971 del sistema di Bretton Woods a cambi fissi e, nell’impossibilità di raggiungere un nuovo accordo tra i principali paesi del mondo, l’adozione del sistema a cambi flessibili; 2) nel 1976 il premio Nobel per l’economia veniva conferito a Milton Friedman, esponente apicale della Scuola di Chicago, un anno dopo la fine dei c.d. trenta gloriosi (1945-75) che segnano l’affermarsi del welfare State nei Paesi europei e l’inizio dei 40-45 anni vergognosi di egemonia neoliberista in Europa oltre che in America. Le idee neoliberiste trovano attuazione in Inghilterra e negli Stati Uniti rispettivamente con l’ascesa al potere di Margareth Thatcher e Ronald Reagan.  3) Prima ancora, già a partire dalla metà degli anni sessanta, in Europa era nato il c.d. mercato degli eurodollari creato principalmente dai paesi mediorientali produttori  di  petrolio, che è venuto crescendo in maniera incontrollata specie dopo i due shock petroliferi del 1973 e 1979. Il forte aumento non solo del prezzo del petrolio ma anche di altre materie prime ha posto serie difficoltà di stabilizzazione monetaria e finanziaria in molti paesi del mondo. Ricordo che gli Accordi di Bretton Woods prevedevano controlli sui movimenti di capitale in fatto mai implementati in modo efficace. Ma dopo il crollo del 1971, negli anni settanta e ottanta del secolo scorso, la situazione non consente controlli di sorta. La risposta europea del 1992 è quella sbagliata. Nel 1992 l’UE in coerenza con la libertà di stabilimento delle imprese formalizza la piena libertà dei movimenti di capitali che l’Italia mette in atto in anticipo nel 1991. 

Nel 2008 anche i paesi avanzati si accorgono di essere vittime della globalizzazione finanziaria ma solo nel 2012 il FMI, che fino ad allora aveva contribuito a determinare il c.d. Washington Consensus, cambia posizione e chiede di stabilire nuovi controlli sui movimenti di capitale. Come osserva Rodrik con la piena libertà dei movimenti si facilita l’indebitamento, si aumentano più facilmente i consumi che gli investimenti; aumenta la instabilità finanziaria perché molti capitali si muovono liberamente nel mercato globale non necessariamente per promuovere lo sviluppo equo e sostenibile ma anche per cogliere occasioni di profitto a breve termine.  Prevale la veduta corta (shortism). 

Ma ci sono anche due conseguenze principali della globalizzazione: la prima è la concorrenza economica tra le economie avanzate e quelle in via di sviluppo. Detta concorrenza ha dei vantaggi e degli svantaggi. Favorisce i consumatori dei paesi ricchi ma danneggia i lavoratori nei limiti in cui le imprese che producono gli stessi beni importati a prezzi più bassi sono costrette a chiudere e licenziare i loro dipendenti. La seconda conseguenza è la concorrenza fiscale. In un contesto di piena libertà dei movimenti di capitale, molti paesi per attirare investimenti dall’estero abbassano le tasse sui profitti delle imprese e il che va scapito anche della possibilità di finanziare l’attuazione dei diritti sociali ed economici. Anzi è proprio questo l’obiettivo dei neoliberisti: ridurre la spesa per i welfare e l’attuazione dei diritti sociali che è aumentata a loro giudizio, a livelli insostenibili.  

Come sappiamo, due approcci sostengono la teoria del commercio internazionale: il libero scambio basato sui costi e vantaggi comparati a maggiore beneficio di tutti e il mercantilismo, ossia, il controllo da parte del governo del commercio estero per accumulare saldi commerciali positivi e massimizzare la ricchezza dei paesi più efficienti. Schematizzando: I liberisti sostengono i consumatori; i mercantilisti i produttori. Secondo Rodrik, “i liberisti e i mercantilisti possono convivere a livello globale ma la felice coesistenza è finita”.  Ricorda che tuttora il FMI considera il controllo sui liberi movimenti di capitale come “estrema ratio” anche se esso resta una premessa necessaria per la stabilità finanziaria. Anche a questo riguardo Rodrik ricorda la rilevanza dei fattori interni ai singoli paesi (approcci diversi alla regolamentazione) soprattutto per far capire che non tutti i guai vengono dalla globalizzazione. In particolare nei PVS mancano le premesse e i presupposti interni che possono assicurare la stabilità finanziaria interna. In alcuni PVS –come in Italia – ad esempio, non manca il risparmio ma il problema è che i risparmiatori non di rado preferiscono investirli in paesi maggiormente stabili.  

La situazione è complicata dal fatto che molti paesi che agiscono sulla scena mondiale si trovano in fasi di sviluppo differenziate a seconda che affrontino problemi di prima industrializzazione oppure di passaggio da fasi di industrializzazione a quella di economie terziarizzate e/o di servizi avanzati e di istituzioni politiche in grado di gestire questi passaggi.    Secondo Rodrik, in generale – anche in termini politici – puntare sui servizi non paga. Anche in Italia, ad esempio, il settore è molto frammentato e in gran parte arretrato sia nel settore privato che in quello pubblico; pesa ancora il dualismo geografico Nord-Sud, dimensionale (grandi e PM imprese); e non ultimo, quello tra zone urbane e quelle rurali. La crescita più rapida di alcuni PVS è dovuta a processi di prima industrializzazione che consentono di trasformare velocemente contadini in operai mentre passare da servizi arretrati ed inefficienti a servizi ad alta produttività richiede personale altamente qualificato, con vasta gamma di competenze, e capacità istituzionali diversificate e, quindi, formazione permanente.  Esemplare secondo Rodrik il caso indiano.  

Ci sono anche gli squilibri fondamentali nelle bilance commerciali dei diversi paesi. Più vicino a noi c’è il caso Germania che accumula grossi surplus commerciali sacrificando e non espandendo la domanda interna che beneficerebbe anche gli altri Paesi membri. Paradossalmente e per motivi diversi, anche l’Italia gestisce una bilancia commerciale attiva per alcuni punti di PIL perché la stagnazione dell’economia e della domanda interna non attiva una corrispondente domanda di beni importati.

A proposito del caso Cina, che Rodrik riprende diverse volte, a me sembra interessante il confronto tra Cina e Russia: due dittature che hanno seguito percorsi diversi nella transizione da economie a pianificazione rigida ad economie di mercato o sedicenti tali. È interessante la verifica della tesi di alcuni teorici dello sviluppo secondo cui ci sarebbe un rapporto diretto tra liberalizzazione dell’economia e della politica e, quindi, della democrazia. La Russia ha messo in atto una transizione caotica e disordinata disperdendo il più grande patrimonio pubblico della storia. La Cina è riuscita ad assicurare una transizione ordinata a scapito della liberalizzazione politica.  In occasione del quarantennale (1978-2018) delle riforme economiche avviate Deng Xiaoping,  è stato sottolineato come l’economia cinese sia cresciuta, come noto, a tassi sostenuti ma “credere che la democrazia sia lo stadio ultimo e in qualche modo naturale dello sviluppo è stato un errore”. Al contrario Xi Jinping tenta di convincere i suoi concittadini della logica opposta: è perché la Cina non è una democrazia che l’economia ha potuto svilupparsi così in fretta e ha consentito alla stragrande maggioranza dei cinesi di uscire dalla povertà. Ma si contano tuttora circa mezzo milioni di poveri. Si tratta di uno scambio equo? Spetta ai cinesi dirlo ma non solo a loro perché come sappiamo il mondo non può assistere indifferente alla compressione dei diritti fondamentali civili e sociali ovunque ciò si veirifichi.

Tornando ai liberi movimenti di capitale che spesso destabilizzano la situazione di molti paesi, servirebbe un nuovo sistema di controlli ma perché questi possano essere efficaci dovrebbero essere pervasivi e onnicomprensivi piuttosto che chirurgici e selettivi. Ma c’è un’altra complicazione da considerare: diversi paesi adottano sistemi diversi di controllo più o meno complicati e più o meno efficaci e siamo in una fase dell’economia mondiale che rende più difficile un approccio cooperativo. USA e UE hanno problemi di bassa crescita. Non hanno più la forza di dettare le regole. Trump non apprezza il multilateralismo e ripiega sugli accordi bilaterali. La Cina e l’India hanno enormi difficoltà di ricollocazione della manodopera dalle zone rurali a quelle urbane, continuano a crescere ma anche loro enfatizzano problemi di sovranità nazionale.

 Il G20 e la WTO (Organizzazione mondiale del commercio) non sembrano consapevoli di questo radicale cambiamento e della necessità di governarlo. Abbiamo detto dell’approccio del FMI ma a fronte della concorrenza fiscale e degli squilibri fondamentali nelle bilance dei pagamenti servirebbe una Tax Authority come teorizzata da Vito Tanzi e una più decisa attività di coordinamento da parte del FMI.  Sul ruolo di questa istituzione vedi articolo di Barry Eichengreen su il Sole-24 Ore del 30-08-2009 dove riassume le quattro missioni che il FMI dovrebbe perseguire per assicurare crescita sostenibile nella stabilità:

 1) assistere i paesi che per motivi interni entrano in crisi finanziaria;

2) svolgere la funzione di riserva globale utile in particolare ai paesi poveri;

3) assicurare una supervisione macro prudenziale facendo previsioni e lanciando allarmi sui rischi per la stabilità finanziaria globale;

4) mettere in guardia i paesi ricchi dai rischi connessi alle loro politiche nazionali.

Il ruolo guida di supervisore macro prudenziale, di nuovo ed in generale, non è ben visto dai paesi membri restii a cedere sovranità ad un ente multilaterale.

Nel cap. X Rodrik riprende i sette criteri che aveva elaborato nel suo libro La Globalizzazione intelligente del 2011: 1) i mercati devono essere profondamente integrati in sistemi di governance democratica in modo da consentire non solo misure di stabilizzazione finanziaria ma anche sistemi fiscali redistributivi, reti di sicurezza e programmi di previdenza sociale;

2) l’organizzazione della governance democratica”. Mi sembra difficile organizzare una governance democratica se i suoi componenti gli Stati-nazione non sono democratici;

 3) “non esiste ‘una sola via’ per la prosperità”;

 4) “i paesi hanno il diritto di proteggere le proprie regolamentazioni e istituzioni”

5) I paesi non hanno il diritto di imporre ad altri le proprie istituzioni;

6) lo scopo degli accordi economici internazionali è di stabilire norme sui traffici per gestire l’interazione fra istituzioni nazionali;

7) nell’ordine economico internazionale i paesi non democratici non possono contare sugli stessi diritti e privilegi di cui godono le democrazie.

A parte la contraddizione insita nell’accostamento di termini alternativi, una governance democratica mi sembra altamente improbabile ai livelli sovranazionali di cui ci stiamo occupando – del resto confermata dal punto settimo. Infatti è chiaro che beni pubblici globali come la stabilità finanziaria, il commercio internazionale equo, divieto e/o assenza di dumping sociale, riduzione degli squilibri fondamentali e riduzione delle diseguaglianze non possono essere forniti se non c’è un alto grado di cooperazione a livello mondiale. E lo scenario prevedibile non sembra gran che incoraggiante se uno pensa all’abbassamento del livello di cooperazione a livello nazionale per effetto delle politiche populiste e sovraniste che, contrariamente alla propaganda politica, abbassano il livello di coesione sociale.

Più che negli ultimi due capitoli dove Rodrik propone il ripensamento delle sinistre e lo Stato innovatore, il commercio internazionale equo e il ripensamento della democrazia, il cuore del problema e la risposta fondamentale quanto difficile sta alle pp. 230-32 dove Egli propone che i cittadini pensino in maniera globale: “più ognuno di noi penserà a se stesso come un individuo di mentalità cosmopolita e manifesterà al proprio governo preferenze improntate ad essa, meno avremo bisogno di rincorrere la chimera di una governance globale”. È utopia? Si ma necessaria. E non mancano esperienze concrete che elenca nelle pagine citate e altri segnali per cui lo schema potrebbe funzionare. Ne cito uno solo: siamo in una fase di grande trasformazione economica planetaria a cui partecipano non solo le grandi multinazionali ma anche piccole e medie imprese che sempre più numerose si inseriscono nelle c.d. “catene mondiali del valore”. Cresce la interdipendenza economica non solo tra i paesi che scelgono volontariamente processi di crescente integrazione ma anche tra quelli che pensano di rimanere autonomi. Questo processo ha funzionato in Europa e potrebbe funzionare anche a livello globale.    

@enzorus2020

De Valoribus Disputandum Est

Laura Pennacchi, De Valoribus Disputandum Est. Sui valori dopo il neoliberismo. Mimesis Edizioni, 2018.

Il libro è una formidabile rassegna della filosofia morale, dell’etica, dell’economia, della sociologia, della psicanalisi, della teoria della giustizia sociale degli ultimi secoli non senza trascurare quella dei Greci e dei Romani. In considerazione degli effetti devastanti prodotti dal neoliberismo negli ultimi quaranta anni in termini di scissione tra mezzi e fini, di razionalità strumentale in un contesto di accelerazione del processo di globalizzazione quello di Laura Pennacchi è un importante tentativo di ricostruire una teoria dei valori. Un contesto che ha messo in discussione la possibilità di conciliare globalizzazione non governata, sovranità nazionale e democrazia secondo il noto trilemma di Dani Rodrik.

Partendo dall’assunto della Scuola di Chicago secondo cui i fallimenti dello Stato sono più gravi di quelli del mercato e, quindi, dalla endemica ostilità del neoliberismo nei confronti dell’operatore pubblico, ci si aspetterebbe che l’individuo fosse seriamente valorizzato al massino, invece, il soggetto viene ridotto a homo economicus. Un uomo razionale che massimizza il proprio interesse e, quindi, egoista, migliore giudice di sé stesso che non ha bisogno delle mediazioni di chicchessia. Dagli economisti il soggetto è assunto come individuo rappresentativo che semplifica e fa funzionare i modelli ora computabili di equilibrio economico generale. Apparentemente in contrasto con questo assunto, le forze politiche populiste e sovraniste assumono il popolo come soggetto del loro modello teorico. Sennonché, mentre l’individuo rappresentativo ha qualche risconto concreto con gli individui reali operanti nell’economia e nella società, il popolo rappresentativo è mera realtà virtuale sulla quale appaiono efficaci le semplificazioni ingannevoli ed illusorie propalate dai politici populisti e sovranisti. Esempio chiaro di tale mistificazione il caso recente del nostro governo giallo-verde che accredita la recente legge di bilancio per l’anno 2019 come manovra del popolo costringendo il Parlamento ad approvarla senza che i parlamentari – neanche quelli della maggioranza – avessero la disponibilità del suo testo definitivo.

I motivi della crescita dei movimenti populisti e sovranisti, non solo in Italia ma anche nel mondo, sono diversi e complicati: “Il leaderismo e il personalismo come carica selvatica e divisiva, il ridimensionamento dei corpi intermedi quali i sindacati, lo svuotamento dei partiti come strutture educative….. l’annebbiamento di principi valoriali e di tessuti normativi di matrice universalistica…. Una concezione elementare e famelica dell’esistenza che ricorre alla paura (pp. 24-25).

E fu la paura del comunismo che durante e dopo il biennio rosso (1919-20) determinò l’ascesa del fascismo in Italia. Oggi il comunismo è in quiescenza ma la paura viene alimentata sistematicamente dai governi populisti e sovranisti con una valanga di fake news che identificano il nemico, di volta in volta, nel diverso, nello straniero, nell’immigrato oltre che nel terrorismo internazionale. La Pennacchi cita Timoty Snyder il quale non esita a definire la post verità come prefascismo e l’Italia in materia, purtroppo, vanta un tragico precedente.  Le fake news, contrapponendo a fatti oggettivi emozioni e sentimenti, sono piuttosto efficaci sugli elettori hobbit che ignorano le complessità e le sottigliezze della comunicazione politica in un mondo globalizzato. Il neoliberismo vi contribuisce in termini sostanziali giocando sull’assunto che i fallimenti dello Stato – come detto – sono più di quelli del mercato e, quindi, delegittimano l’operatore pubblico a cui, di conseguenza, vanno sottratti i mezzi per finanziare i suoi interventi diretti e indiretti. I fautori del neoliberismo non si rendono conto che se non puoi fidarti dal privato il quale, per ipotesi, persegue solo il proprio interesse e se non puoi fidarti dell’operatore pubblico il quale spreca risorse con i suoi interventi diretti e commette gravi errori anche nella sua attività di regolazione, si crea un sistema che mina la fiducia reciproca tra i cittadini e lo spirito di cooperazione sempre necessario per creare una comunità e farla funzionare al meglio. Il tutto produce un annebbiamento dei valori che per la verità non è un fatto recente e che alcuni filosofi come Green e Honneth fanno risalire al fallimento del trittico della rivoluzione francese: libertà, uguaglianza e fraternità. Dopo il Congresso di Vienna (1815), da parte dei partiti liberali la libertà è stata propalata come libertà individuale (in pratica, dell’individuo più forte), l’uguaglianza in termini formali se nell’ottocento si votava solo per censo e le donne vengono ammesse al voto nel corso del novecento; e la solidarietà resta merce rara specialmente in contesti di area vasta.

Certo è un fatto non revocabile in dubbio che dopo la seconda guerra mondiale abbiamo avuto l’affermazione del welfare state frutto del c.d. compromesso socialdemocratico per cui, in cambio di diritti civili e sociali, le masse lavoratrici accettavano la legittimità del sistema capitalistico e il riconoscimento della proprietà privata come diritto fondamentale alla cui elaborazione aveva contribuito il costituzionalismo moderno. Ma dopo i trenta gloriosi di Tony Judd sono subentrati i quaranta vergognosi dell’egemonia neoliberista frutto anche della cesura dal liberalismo progressista. Basti ricordare che Beveridge autore de Memorandum e poi del Piano per i servizi sociali alla base del welfare britannico era un liberale.

A fronte dell’eclissi valoriale prodotta dal neoliberismo Laura Pennacchi – d’ora in poi LP -propone un’etica relazionale fondata sulla premessa di interdipendenza. Ed è chiaro che come c’è per le persone così tale legame c’è per le comunità, per i popoli in una fase storica di consolidamento dell’economia globalizzata. Sennonché non si consolida solo l’interdipendenza delle economie reali dei vari paesi del mondo ma anche il ruolo egemonico della finanza come dimostrano i dati che LP riporta sulla dinamica della capitalizzazione di borsa rispetto al PIL mondiale. Si evidenzia il primato della finanza rispetto all’economia reale e di questa rispetto alla politica. Il discorso sui valori sociali viene sostituito con quello dei valori di borsa. La politica rinuncia anche alla gestione diretta della fase applicativa della regolazione, l’affida alle autorità amministrative indipendenti che non è in grado di controllare e che, non di rado, vengono “catturate” dai soggetti che dovrebbero controllare. 

LP rigetta la tesi secondo cui il neoliberismo sia impulso alla razionalità ribaltandolo in impulso alla irrazionalità confermando il classico paradigma di Amartya Sen dello “sciocco razionale” come è la scissione tra mezzi e fini, l’eclissi del discorso sui fini, il dogma tatcheriano TINA (there is no alternative). In realtà, le scelte sia per i beni privati che per quelli pubblici devono tener conto non solo dei vincoli di bilancio ma anche delle strategie degli altri attori. “la riflessione etica ha bisogno di una dimensione di spiegazione sociale”. Citando A. Atkinson “le persone sono motivate da differenti visioni degli obiettivi della società”. Economia e mercati non sono sfere “libere” da norme e valori”. Tornando al trittico della rivoluzione francese, Axel Honneth afferma che non basta la libertà individuale, serve la libertà sociale. LP segue la critica del capitalismo come “forma di vita” secondo l’impostazione di Rahel Jaeggi, allieva di Honneth. A fronte della crisi del modello di cultura occidentale, non è una risposta appropriata quella di “rientrare in casa, e rifugiarsi nel ‘privato’” (Rorty). Servono tre tipi di crisi sociale: a) quella funzionale relativa all’instabilità del capitalismo; b) quella morale sotto il profilo della giustizia sociale per combattere le diseguaglianze; c) quella etica sotto il profilo della vita buona. Secondo LP, serve la phronesis aristotelica, non solo l’abilità nello scegliere i mezzi, ma capacità di elaborare i diversi significati dei nostri comportamenti in situazioni distinte”. Completa il discorso con la citazione di Guido Calogero: “è l’etica che fonda la logica”.

I diritti come i beni pubblici che li implementano sono valori; non si producono senza cooperazione; non fioriscono nel deserto; sono costruzioni storiche, giuridiche contestuali alla costruzione della sfera pubblica (Luigi Ferrajoli). Come preferenze, sono quindi discutibili come i gusti. Presuppongono il superamento e il rigetto dello schema Hobbesiano del patto leonino, ossia, della rinuncia ai diritti in cambio della protezione, o uso produttivo della paura. C’è un collegamento tra crisi mondiale e crisi dei valori? Secondo me, non c’è nesso diretto e immeditato di causa ed effetto perché in Europa la crisi dei valori risale alla seconda metà degli anni 70 e agli inizi degli anni ’80 con l’arrivo al potere della Signora Thatcher in Inghilterra e di Ronald Reagan negli USA. È collegata al “suicidio” della sinistra che ha fatto propri i paradigmi del neoliberismo, i progetti di riforma costituzionale ridotti a riforma elettorale anche in paesi a bassa coesione sociale e legittimare il decisionismo e/o un uomo solo al comando che gestisce da solo un rapporto di agenzia direttamente con il popolo e deistituzionalizza e spoliticizza anche la società civile. A fronte dell’accentuarsi della concorrenza economica e fiscale indotta alla globalizzazione non governata, il lavoro viene ridotto a merce. Nel contesto europeo e in particolare della zona euro caratterizzata da forti squilibri economici e sociali, la crisi produce due recessioni molto gravi che seminano paura ed incertezza soprattutto circa il futuro delle regioni periferiche. Se a questo si aggiungono gli effetti della digitalizzazione dell’economia e dell’utilizzo della intelligenza artificiale nelle nuove catene internazionali del valore le prospettive del lavoro non sono incoraggianti se non proprio disperate. Servono grandi investimenti pubblici e privati, servono investimenti enormi nel capitale umano. Servono nuove regole fiscali e redistributive del valore aggiunto creato anche dai robot. Serve non la riduzione del perimetro dell’intervento dello Stato ma la sua più adeguata espansione. E qui insiste la contraddizione che, secondo me, non consente una ulteriore espansione dei movimenti populisti e sovranisti e un ulteriore sopravvivenza del neoliberismo specialmente in Europa. Non a caso la tesi di LP è quella che ci sono capitalismi diversi e che essi vanno opportunamente riformati se vogliono sopravvivere e che in Europa occorre mettere in moto un nuovo processo costituente, un vero e proprio governo politico ed economico con i mezzi necessari per perseguire con determinazione politiche di pieno impiego del lavoro e della capacità produtttiva che ridurrebbe il bisogno di assistenza. Saranno i politici europei che usciranno dalle elezioni del maggio prossimo in grado di perseguire questi obiettivi?

@enzorus2020       

La politica commerciale comune e la Cina

Secondo l’art. 3 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE):  “1. L’Unione ha competenza esclusiva nei seguenti settori: a) unione doganale; b) definizione delle regole di concorrenza necessarie al funzionamento del mercato interno; c) politica monetaria per gli Stati membri la cui moneta è l’euro; d) conservazione delle risorse biologiche del mare nel quadro della politica comune della pesca; e) politica commerciale comune. 2. L’Unione ha inoltre competenza esclusiva per la conclusione di accordi internazionali allorché tale conclusione è prevista in un atto legislativo dell’Unione o è necessaria per consentirle di esercitare le sue competenze a livello interno o nella misura in cui può incidere su norme comuni o modificarne la portata”.

Come si evince chiaramente dal combinato disposto del comma 1 lett. e) e del comma 2 dell’art. 3 del TFUE non è revocabile in dubbio che la competenza nello stipulare un accordo commerciale rientra nelle competenze esclusive dell’Unione europea come, in primo luogo, l’Unione doganale. È chiaro che la prima implica l’esistenza e il coordinamento della seconda con la prima. E allora come si giustifica, almeno fin qui, l’acquiescenza della Commissione e del Consiglio all’iniziativa italiana sul Memorandum di intenti.  In parte, si giustifica con la natura stessa del documento che enuncia propositi; in parte con la debolezza dell’Unione in questa fase politica e, non ultimo, con la prassi discutibile per cui quando si registra un dissenso dei Paesi membri (d’ora in poi PM) su come gestire alcune politiche comuni si rinvia la soluzione del problema. Nel frattempo, i PM più forti agiscono autonomamente come hanno fatto in questa materia Francia e Germania. L’esempio emblematico è quello della politica estera. Nonostante che la presenza dell’alto rappresentante, i PM più importanti conducono una politica estera autonoma. Analogamente nella politica commerciale. Francia, Germania, la Grecia, l’Ungheria hanno sottoscritto accordi con la Cina. Quindi niente di nuovo sotto il sole.

In teoria gli accordi commerciali possono essere esaminati da due punti di vista contrastanti: il primo è quello classico dei vantaggi comparati per cui il libero scambio di merci e servizi avvantaggia tutti quando i paesi che vi partecipano sono specializzati in diversi settori di beni scambiabili. L’altro punto di vista è quello mercantilista per cui le esportazioni vanno bene perché conservano posti di lavoro, consentono di accumulare risorse valutarie per pagare le importazioni. Ma se l’accumulazione supera certi limiti come in Germania e in Cina si determinano c.d. squilibri globali per cui la domanda effettiva dei diversi paesi che si scambiano beni e servizi risulta inferiore a quella che consentirebbe un maggiore sviluppo dell’economia internazionale.

Anche il primo schema non funziona bene nel contesto della globalizzazione dove la situazione dei paesi è molto diversificata e, come nella realtà, alcuni di essi non sono particolarmente specializzati in prodotti scambiabili. E non basta, la competitività dei diversi paesi dipende anche dai sistemi sociali (diverso sviluppo dei diritti civili e sociali), dalle caratteristiche dei mercati e dalla gestione libera o guidata della loro politica commerciale. Nel criticare a caldo il memorandum firmato da Di Maio, non casualmente, Salvini ha ricordato che in Cina non c’è un libero mercato. 

Come ci ricorda D. Rodrik nel suo ultimo libro: “Dirla tutta sul mercato globale”, Einaudi, 2019 quando nel 2001 la Cina firmò l’accordo per entrare nella Organizzazione mondiale del Commercio assunse l’impegno di trasformare la sua economia in una di mercato nel giro di 15 anni. Tale promessa non è stata mantenuta. Argentina, Brasile, Cile e Corea del Sud le hanno riconosciuto comunque tale status. Ora segue l’Italia l’ultimo (o primo) paese del G7 in forte declino. Nel memorandum il tema è preso di striscio quando si afferma che: “Le Parti seguiranno principi di mercato, promuoveranno la collaborazione tra capitale pubblico e privato, incoraggeranno gli investimenti e il sostegno finanziario attraverso modelli diversificati”.  Nessuna menzione invece del delicatissimo problema del dumping sociale, alias, del rispetto dei diritti civili e sociali in Cina. Lo ha fatto il Presidente Mattarella nel suo discorso al Quirinale alla presenza di Xi Jinping.

Apparentemente con la firma del Memorandum l’Italia rientra nel grande e criticabile gioco degli accordi commerciali dopo che gli Stati Uniti di Trump hanno scelto la via difficile degli accordi bilaterali. Ma il fatto che, dopo Roma, il Presidente cinese vada a Parigi a parlare con Macron, la Merkel e il Presidente della Commissione Juncker ridimensiona la portata propagandistica dell’accordo firmato a Roma. Credo che Francia e Germania faranno capire meglio a Xi Jinping chi comanda in Europa. L’Italia è del tutto isolata e il governo giallo-verde lo ha fatto di sua iniziativa; Francia e Germania sono i PM che, a torto o a ragione, guidano il carro europeo. Tutti e tre i Paesi gestiscono un deficit commerciale con la Cina ma nel Memorandum non trovo indicazioni su come la situazione potrebbe essere riequilibrata.

Le trattative sul Memorandum sono state condotte in regime di segretezza e, quindi, era difficile fare delle valutazioni circostanziate senza il testo dell’accordo. Nei contenuti il documento non è altro che un documento di buone intenzioni, “salvo intese”, come ormai ci ha abituati il governo giallo-verde. Prima o poi verranno fuori i contenuti e, allora, vedremo cosa succederà.

@enzorus2020

A proposito di bail-in e/o di salvataggi bancari necessitati.

Al ministro Tria non piace il bail-in a suo tempo (2014) “imposto” dalla Germania. Il bail-in è la nuova regola per cui azionisti e titolari di obbligazioni strutturate partecipano pro-quota alle perdite di banche inefficienti e/o in fase di liquidazione amministrativa perché gestite male. Tria ha sostenuto che nel 2014 il Ministro Saccomanni sarebbe stato “ricattato” dal collega tedesco Schauble che minacciava di rivelare lo stato precario del sistema bancario italiano.   Subito dopo temendo reazioni da parte tedesca – Schauble è ora presidente del Camera dei deputati – Tria ha addolcito la sua affermazione. Nei giorni successivi il ministro Saccomanni ha detto che quando lui è arrivato a Bruxelles la decisione era già maturata perché la discussione dell’idea del bail-in era iniziata a partire dal 2011 e, quindi, lui non poteva fermare un processo decisionale che andava avanti da circa tre anni. Sono questi i tempi medi di una decisione complessa a Bruxelles calcolati dall’allora presidente del Parlamento europeo Martin Schulz nel suo libro Il gigante incatenato. Quindi ha ragione Saccomanni: non c’è stato alcun ricatto al ministro pro-tempore.  

In fatto, la norma non è stata applicata, anzi si è fatto il contrario anche perché la stessa Germania ha problemi analoghi con le banche locali. Per capire bene la vicenda bisogna fare due passi indietro e chiarire il contesto che ne ha determinato la necessità. Il primo va alla riforma del 1993 (vedi TU n. 385) che reintroduce il modello della banca universale abrogato con la riforma del 1936. La banca torna a fare tutto e di più. Eroga il credito ordinario, concede mutui, acquista partecipazioni in imprese, fa speculazioni finanziarie azzardate, non cerca di recuperare le sofferenze sui prestiti concessi ad amici e sodali dei dirigenti.  Nella imperante logica neo-liberista le banche sono considerate imprese come le altre. Possono fare tutto quello che vogliono e se sono grandi “non possono fallire” perché ancora peggiori sarebbero i danni per l’economia reale.  In questa linea, il fallimento della banca Lehman Brothers del 15 settembre 2008 alcuni anni dopo veniva considerato come un errore che bisognava evitare.

Dopo la improvvida ed inopportuna affermazione del ministro Tria nella sua audizione davanti alla 6° Commissione finanze e Tesoro del Senato del 27 febbraio scorso si scatena un coro di dichiarazioni e consensi a favore della tesi contraria all’attuazione del bail-in e, quindi, favorevole ai salvataggi bancari senza se e senza ma. In prima linea, si schiera ovviamente il Presidente della Associazione bancaria italiana Antonio Patuelli per ragioni di Ufficio ma quello che sorprende è che anche alcuni esponenti della Banca d’Italia hanno fatto dichiarazioni convergenti. Non si è apertamente pronunciato il Governatore Visco ma sappiamo che anche la storia bancaria del secondo dopoguerra è costellata di crisi di singole banche sempre salvate dalla Banca d’Italia in nome della stabilità del sistema invero inefficiente e arretrato. Come hanno dimostrato degli studi dell’Ente Einaudi a suo tempo coordinati coordinati da Tommaso Padoa Schioppa  il sistema banco-centrico italiano è uno dei più arretrati di Europa e, non di rado, pratica l’usura. Da ultimo si è creato un legame diabolico per cui le banche sottoscrivono titoli dello Stato – ne hanno in portafoglio diverse centinaia di miliardi – e riscuotono cedole relativamente basse, non remunerano i depositi dei risparmiatori, si sono trasformate in agenzie immobiliari, vendono polizze assicurative a tariffe esose, non erogano fidi a imprese con scarsa liquidità.  L’intreccio è diabolico perché una crisi del sistema bancario potrebbe mettere a repentaglio la gestione del debito pubblico attraverso la vendita obbligata dei titoli del debito pubblico nei loro portafogli e, viceversa un attacco speculativo diretto al debito pubblico italiano finirebbe con lo svalutare anche i titoli in possesso delle banche.   A livello internazionale ed europeo, sono state avanzate proposte mirate a sciogliere il legame diabolico ma in Italia dette proposte sono state respinte senza un vero dibattito pubblico.

La mia tesi di base è che sia la riforma del 1993 che tutti i salvataggi fatti successivamente – emblematico il caso del Monte dei Paschi di Siena – sono contrari allo spirito e alla lettera dell’art. 47 comma 1 della Costituzione il quale dice che: “la Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito”. L’indagine parlamentare svolta nella precedente legislatura ha messo in evidenza come nel controllo dell’esercizio del credito delle altre attività delle banche non c’è stato coordinamento adeguato tra Banca d’Italia e la Consob – quest’ultima per la parte relativa all’emissione di titoli da parte delle controllate perché quotate in borsa. Poi c’è la concentrazione in testa all’autorità europea di vigilanza sulle grandi banche c.d. sistemiche. Il discorso sarebbe lungo e complicato ma la sostanza è la tutela del risparmio “in tutte le sue forme”, secondo me, non può essere invocata solo a fronte di gestioni sgangherate di banche locali piccole e medie, di nomine di dirigenti senza le qualifiche necessarie, ecc.. La vera tutela dei risparmiatori si fa in chiave preventiva.  Le funzioni di cui parla il primo comma dell’art. 47 Cost. sono eminentemente pubbliche e le autorità indipendenti chiamate ad esercitarle dovrebbero evitare di farsi catturare dai controllati. Le banche piccole o grandi non sono imprese come le altre e l’idea maturata a livello europeo di coinvolgere la responsabilità di azionisti ed obbligazionisti poco attenti nell’impiego dei propri risparmi ha un suo fondamento logico. Il punto di domanda, la questione che non viene discusso e approfondito è che il fatto che le banche vengano considerate imprese come le altre, secondo me, non fa venire meno la funzione pubblica e di preminente interesse generale che esse svolgono e, quindi, la necessità di una vigilanza rigorosa ai vari livelli e secondo le diverse competenze.   Il governo e la Banca d’Italia sostengono anche programmi di educazione finanziaria – in Italia a livelli troppo bassi. Va bene ma il loro compito principale è quello di rendere più efficienti ed efficaci il sistema dei controlli. Di nuovo, qualche barlume di speranza oggi viene dall’Europa. Politici ed opinione pubblica indipendenti dovrebbero schierarsi a difesa del bail-in.

@enzorus2020