Il socialismo italiano come partito della democrazia.

Paolo Bagnoli, Il partito della democrazia. Per una riflessione critico-storica sul Partito socialista italiano, Biblion Edizioni, Milano, Aprile 2018.

La scomparsa del PSI, secondo opinioni diverse,sarebbe dovuta alla deriva e/o alla sua mutazione genetica, agli scandali, al fallimento e/o alla rinuncia alla grande riforma e/o sua riduzione a problema di sistema elettorale, all’implosione della DC e del PSI, da un lato, e all’esplosione della crisi della finanza pubblica, della lira, al governo Amato, a quello tecnico di Ciampi, dall’altro lato. Io aggiungo l’attacco allo Stato da parte della mafia; l’attentato e le stragi attorno all’uccisione di Falcone e Borsellino maggio e luglio 1992, la strage di Via dei Georgofili a Firenze maggio 1993 che evidenziano una crisi profonda non solo dei partiti ma anche dello Stato. La mia idea è che la risposta alla crisi viene erroneamente semplificata in termini di richiesta di sistemi elettorali di tipo maggioritario come se la questione potesse essere risolta solo con la stabilità delle scadenti classi dirigenti, di volta in volta, scelte ai vari livelli di governo – vedi vicende del referendum del 1991 sulle leggi elettorali. Arriva quindi la legge elettorale n.81/1993 per l’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle Province e dei relativi consigli; secondo me, essa aveva un senso solo per i comuni piccoli ma non per quelli grossi e, meno che mai, per le grandi città; e, come se non bastasse, negli anni ’90, si abrogano i controlli preventivi sui livelli sub-centrali di governo che, a giudizio di quelle dirigenze, insieme alle frequenti crisi, erano alla base del basso livello di governabilità nei Comuni, nelle Province e nelle Regioni. Si trattò di risposta sbagliata perché se rispetto ad una classe dirigente – non di rado incapace e corrotta – rispondi con l’abrogazione dei controlli in vista di un nuovo assetto dei medesimi da instaurare con l’attuazione del federalismo esecutivo (amministrativo) che cosa ti puoi aspettare?

Nei primi anni ’90, un po’ per virtù un po’ per necessità, avviene anche una ridefinizione del ruolo dei sindacati prima con il governo Amato poi con quello tecnico di Ciampi. Governo e sindacati firmano nel 1993 un protocollo importante in cui finalmente i secondi accettano la politica dei redditi ma non si impegnano a chiedere l’attuazione della seconda parte sul controllo degli investimenti e poi “subiscono”, a loro dire, la riforma previdenziale Dini. Si prende atto finalmente che c’era un problema grave non solo del debito del Tesoro ma anche degli Enti previdenziali- come evidenziava l’alto livello dello spread a fine anni ’80 e primi anni ’90. 

Tra il 1989 e il 1993 dopo il crollo del Muro di Berlino, avviene l’implosione dell’Unione sovietica, l’emersione della Cina come grande potenza commerciale; ed ovviamente la fine della Guerra fredda. Sul piano interno implode il sistema dei partiti che aveva governato, in un modo o nell’altro, nei 20-30 anni precedenti; nello stesso periodo, si aggiunge l’attacco efferato della mafia allo Stato; mentre dilaga la corruzione.

Anche se Berlusconi e la Lega governarono solo per l’Estate-Autunno 1994, il potere mediatico del primo porta avanti la sua campagna di delegittimazione della magistratura e dello Stato elevando a sistema l’intreccio tra affari e politica e il conflitto di interessi.

L’implosione dell’URSS sancisce secondo politologi occidentali il fallimento dei sistemi di pianificazione economica rigida di stampo sovietico; spiana la strada al trionfo pieno del neoliberismo proteso a ridimensionare il perimetro dello Stato.

Il governo D’Alema porta a compimento la politica di smantellamento del sistema delle partecipazioni statali e di privatizzazioni dopo che nel 1991 si era adottata la piena libertà dei movimenti di capitale; e pochi anni dopo si era fermata all’interno della Unione la politica di armonizzazione fiscale e si dava via libera alla concorrenza fiscale.

Si pone fine alla concertazione con i sindacati o almeno con alcuni di essi; i sindacati confederali tornano a muoversi separatamente dopo la mega manifestazione (2-3 milioni di partecipanti, secondo notizie di stampa) della CGIL al Circo Massimo (23-03-2002) in cui Cofferati si dichiarava contrario ad ogni modifica allo Statuto dei lavoratori. Questo avveniva solo 4 giorni dopo l’uccisione di Marco Biagi, giuslavorista che teorizzava la moltiplicazione dei contratti per cogliere le nuove fattispecie.

I forti cambiamenti nella società, nell’economia e nella politica, il trionfo del neoliberismo ripropongono con forza il problema dei rapporti tra partiti e democrazia.

Partiamo dalle costanti storiche: lo sviluppo democratico a livello locale tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo viene fermato dalla I guerra mondiale e dall’avvento del fascismo. Come osserva Paolo Bagnoli nella sua Monografia anche la rivoluzione democratica proposta dal Partito d’azione alla fine della II Guerra mondiale viene fermata dall’ingresso nell’Alleanza Atlantica e da quella che Calamandrei, sul piano interno, ha chiamato la desistenza e, per circa 40 anni, dalla Guerra Fredda che non consentiva l’alternanza al governo delle principali forze politiche per via della presenza del PCI – il più forte partito comunista dell’Occidente europeo.  

Pesa molto sullo sviluppo della democrazia italiana non solo il vincolo esterno ma anche la divisione interna tra le forze politiche di sinistra specialmente dopo la scissione di Livorno del 21 gennaio 1921. Il problema dell’Italia è sempre stato quello di farsi nazione oltre che organizzazione statuale – peraltro sempre scarsamente efficiente. Trasformare la massa in soggetto politico coeso e consapevole; in qualche modo, il problema è ancora oggi quello di sempre: “fare gli italiani” – come aveva già avvertito Massimo D’Azeglio all’indomani dell’unità territoriale – di sentirsi comunità, di condividere  un nucleo essenziale di valori fondamentali come quello della democrazia, uguaglianza e giustizia sociale; in questi termini, la storia e la cultura socialista  sono portatori di un patrimonio ideale che non va disperso ma anzi valorizzato come è stato fatto in gran parte nell’elaborazione della Carta costituzionale del 1948 che resta in parte non secondaria ancora un programma da attuare – ora in armonia con il quadro europeo che si è venuto costruendo lentamente negli ultimi 70 anni. Nonostante che la solidarietà sia inserita all’art. 2 della Costituzione, l’Italia rimane un paese a livello molto basso di coesione sociale.

Ma seguiamo Bagnoli che parte dalle fondamenta trovandole nel programma minimo socialista di Turati 1895. In realtà questo trova le sue radici nel Congresso della SPD di Erfurt Ottobre 1891 che, in fatto, aveva elaborato due programmi: uno massimalista attestato sulla rivoluzione marxista di Karl Kaustsky e il secondo appunto programma minimo riformista moderato (in 15 punti) come elaborato da Eduard Bernstein sulla linea di Ferdinand Lassalle, uomo politico e filosofo tedesco che aveva partecipato ai moti del 1848 e successivamente contribuì allo studio dell’economia e dell’organizzazione del movimento operaio tedesco. Qui mi basta ricordare: il suffragio universale; la libertà d’espressione e di associazione; la riduzione dell’orario di lavoro a otto ore; l’assistenza sanitaria; la scuola pubblica gratuita; la parità uomo-donna; la sostituzione delle imposte indirette con quelle dirette, leggi a favore dei lavoratori, ecc. 

Le sue linee ispiratrici sono: gradualità e connessione (che oggi definiremmo approccio globale), riformismo e programmazione; in sintesi, fermezza delle idealità e concretezza programmatica per attuare l’uguaglianza.

Bagnoli spiega perché il PSI è partito della democrazia. In sintesi perché è un partito socialista e delle libertà.

La più plastica rappresentazione dell’evoluzione del problema della democrazia è quella dei quadri dipinti da Pelizza da Volpedo il quale nel 1895 dipinge gli Ambasciatori della fame; nel 1898 la Fiumana e nel 1901 il Quarto Stato. Nel 1907 Pelizza purtroppo si suicida.

Nel 1922 la democrazia veniva suicidata dalla Monarchia e dal Partito nazional fascista.

Rispetto a 100-120 anni fa sono cambiate: la società, l’economia del Paese, la condizione dei lavoratori, la classe dirigente ma restano molti problemi con la partecipazione, con l’ignoranza degli affari politici –oggi vieppiù complicati– che, oggi come ieri, portano al potere movimenti senza storia e senza cultura.

In qualche modo vedo un’analogia con gli eventi degli ultimi 30-35 anni. In Europa, a fronte dell’avanzata del neoliberismo e del populismo anche di centro-sinistra, la sinistra europea non ha saputo rinnovarsi sul serio e proporre alternative intelligenti alle ricette semplificatrici neoliberiste, al leaderismo e alla personalizzazione della politica che, alla fine, ha provocato la scomparsa dei partiti strutturati del passato.

Leggendo le dense pagine (38-39-40) che parlano di socialismo liberale, di liberalismo come filosofia della libertà, di collocazione del socialismo nel “solco di una integrale vocazione democratica” ossia “di una democrazia che è fattore di sviluppo della democrazia medesima…in relazione alle condizioni sociali che devono essere regolate dal principio di giustizia….tramite le lotte e la costituzione di soggetti – partito, sindacato, movimento cooperativo – che mirino a conquiste strutturali progressive che nell’allargamento delle libertà, solidifichino la democrazia stessa in un contesto di giustizia sociale…..” e ancora le pagine 

43-44-45 dove Bagnoli riprende le critiche di Carlo Rosselli a Turati vedo i segni del parallelismo con la più recente analisi di Axel Honneth – succeduto a Habermas alla direzione della Scuola di Francoforte. Il filosofo Honneth, Socialismo. Un sogno necessario, Feltrinelli, 2016, spiega le ragioni del fallimento storico della rivoluzione francese ed in particolare della libertà intesa come libertà individuale come l’hanno interpretato i pensatori e partiti liberali del novecento. Honneth contrappone l’idea della libertà sociale, piena e consapevole delle masse diseredate senza la quale non c’è vera democrazia. È qui la differenza sostanziale tra un sistema liberaldemocratico ed uno socialdemocratico perché la democrazia più avanzata o è sociale o non è compiuta.

La riprova di questa affermazione, secondo me, trova conferma nella frase di p. 45-46 dove Bagnoli sintetizza il pensiero di Rosselli: “libero progresso di riforma e trasformazione sociale che, liberando su tutti i piani il popolo nella giustizia e nella democrazia, non si siede, in qualche modo, su di esso, ma afferma la moralità di una ideologia – ossia di una visione del mondo – altrettanto libera e giusta”.

Lo ripeto, a me sembra di vedere un notevole parallelismo tra la elaborazione dottrinaria della SPD e quella del PSI eppure le due forze politiche non hanno mai cercato una convergenza operativa, secondo me, per via della presenza dell’ala massimalista al loro interno che supereranno a fine anni ’50 del secolo scorso la prima con il Congresso di Godesberg 1959 e il secondo con la scissione dei c.d. carristi del gennaio 1964.

Oggi incombe la crisi dei partiti socialisti europei: in Germania la SPD non gode di ottima salute; in Francia il partito socialista attraversa una profonda crisi    e in Italia c’è rimasto un isolato portabandiera.

I partiti socialisti della UE sono condannati alle larghe intese con partiti centristi e/o di centro-destra e, quindi, hanno e avranno difficoltà a portare avanti programmi con contenuti significativamente socialisti; quindi logoramento e arretramento elettorale.

I partiti socialisti, chi più e chi meno, si sono lasciati ammaliare e poi travolgere dal neoliberismo a partire dalla metà degli anni ’80; hanno accolto il paradigma secondo cui tutto si riconduce al singolo individuo razionale in quanto economicisticamente massimizza il proprio interesse ed è il migliore giudice di se stesso; un tale individuo non ha bisogno di mediazioni né dei partiti né di altri corpi intermedi……

Mentre il socialismo teorizza e pratica o meglio dovrebbe praticare il “progressivo allargamento delle libertà attuato nella libertà quale processo di liberazione dell’umanità”. 

A pag. 56 Bagnoli torna su una impostazione uguale o simile a quella di Honneth ma rispettando l’approccio storiografico la intesta a Bernstein: “diritti e doveri degli uomini verso la società e di questa verso di loro”.

Nelle ultime pagine della sua bella monografia Bagnoli passa alle proposte: costruire un blocco sociale per una società governata dal principio di giustizia (sociale)ossia una esigenza etica che risponde appunto, a quella generale di società nel suo insieme…… rifondare una politica democratica nella sua irrinunciabile base etica.

In questi termini è chiaro che la monografia di Bagnoli non è solo storia del PSI, della democrazia in Italia ma anche della democrazia in Europa e nel mondo. Qual è il problema da risolvere?

L’ostacolo difficile da superare è che gli attuali partiti non hanno e non condividono una teoria della giustizia sociale, lottano per il potere in un contesto globale caratterizzato dalla doppia concorrenza economica e fiscale con paradisi fiscali fuori e dentro l’UE dove l’economia e, soprattutto, la finanza rapace dettano le regole e la politica gioca un ruolo subalterno. In un contesto locale (Italia) in cui ci sono: corruzione e illegalità diffuse, forte presenza della criminalità organizzata, Stato criminogeno (Giulio Tremonti, Laterza, 1997), familismo amorale, la partita è ardua se non impossibile. Se questa è la situazione, è difficile intravvedere una comunità di valori, di sentimenti, di solidarietà in un contesto allargato in cui prevalgono gli interessi egoistici individuali. I socialisti utopisti avevano presenti e teorizzavano comunità e spazi più limitati anche se propugnavano un credo internazionalista.

Oggi, invece, il discorso della mondializzazione è accettato supinamente ed acriticamente dai leader delle grandi potenze e se reagiscono lo fanno solo per trarne profitto. Qui occorre distinguere i problemi della globalizzazione che guida un processo mai visto di integrazione economica a livello planetario e quello della finanziarizzazione che riducono i governi dei Paesi piccoli e medi a comparse e/o agenti della finanza rapace di Wall Street. Ma non tutto è perduto se è vero come è vero che negli Stati Uniti si parla di socialismo e in Inghilterra Corbin sta promuovendo la rinascita del Partito laburista Vedi rispettivamente intervista di Alessandra Lorini a Eric Foner e intervento di Jonathan White e Lea Ypi.  

Il processo della globalizzazione, se governato bene, porta alla moltiplicazione delle interdipendenze economiche che sono l’antidoto alle guerre come dimostra la straordinaria esperienza dell’Unione Europea.

La seconda va governata ancora più rigorosamente e determinatamente anche nella fase applicativa.

Qui di nuovo abbiamo tre ordini di problemi:

  1. L’assetto istituzionale internazionale è del tutto inadeguato a governare sul serio suddetti fenomeni;
  2. I G7, G8, G20 ed altri organismi formali ed informali che “fingono di governare il mondo” non funzionano nell’interesse generale dei popoli.
  3. Prevalgono in fatto regole neoliberiste che lasciano troppo spazio libero ai mercati nell’assunto non dimostrato che questi siano perfettamente efficienti;

Concorrenza e paradisi fiscali, guerre commerciali, neoliberismo, populismi e sovranismi di destra sono all’attacco della democrazia che arretra nel mondo. 

La dimensione sociale, il rispetto e l’attuazione dei diritti fondamentali arretrano dappertutto anche nelle democrazie c.d. avanzate travolti dalle logiche del potere e dalle esigenze della politica economica nazionale ed internazionale. Quindi non è solo questione di scarsa solidarietà o fraternitè – un’altra componente del trittico della Rivoluzione francese. Se a livello dell’ONU due terzi dei paesi membri sono dittature più o meno soft, se il processo decisionale del Consiglio di sicurezza prevede il potere di veto, alias, la dittatura della minoranza, se le regole del mercato sono quelle viste sopra, è chiaro che a livello internazionale allargato la solidarietà non funziona come del resto non funziona all’interno di paesi medi e piccoli a bassa coesione sociale. Se il soggetto, vero o presunto, è l’homo economicus che massimizza il proprio interesse individuale, egli è egoista e l’egoismo è intrinsecamente in contrasto con la solidarietà. Come dice Honneth, l’individuo rappresentativo oggi al meglio si comporta come “l’uno con l’altro” ma non secondo il modello solidale “l’uno per l’altro”.

In buona sostanza, è questione di interesse comune, di reciprocità, di cooperazione, di valore aggiunto comune a livello globale che non viene riconosciuto e percepito correttamente dalle classi dirigenti e nemmeno dagli stessi cittadini-elettori.

C’è un ingente problema del lavoro e del suo futuro, della robotizzazione, dell’intelligenza artificiale, di nuove regole distributive, ecc.

Ci sono riflessioni di scienziati sociali, studiosi e organizzazioni internazionali, think thank, ecc..

Ci sono state le occupazioni di Zuccotti Park a NYC del movimento “siamo il 99%” ma l’argomento non entra nell’agenda politica dei Paesi grandi né di quelli piccoli e medi. L’inerzia giova ai governanti in carica. E l’inerzia aumenta se il cittadino viene ridotto a mero consumatore seduto davanti alla TV, al Tablet, al cellulare, frastornato dalla pubblicità ingannevole, dalle fake news che spesso non riconosce come tali. Non deve pensare autonomamente e/o criticamente, deve solo soddisfare i suoi bisogni materiali più immediati di consumatore o bere la cicuta.

L’economia e soprattutto la finanza esercitano la loro egemonia sulla politica. Ma è compito dei politici avveduti e della cittadinanza attiva contrastarla.

Nel passato è stato fatto e si può fare di nuovo.

Enzorus2020@gmail.com

A che serve il nuovo Trattato franco-tedesco?

 La Francia e la Germania hanno firmato ieri un nuovo Trattato di cooperazione tra di loro per concordare linee di più stretta intesa sulle questioni di maggiore integrazione europea. Il Trattato di Aquisgrana rinnova quello dell’Eliseo di 56 anni fa. Ma oggi non si capisce che senso abbia un Trattato del genere all’interno di una Unione. O questa parola ha un preciso significato e ce l’ha se uno pensa all’Unione economica e monetaria, alla stretta sorveglianza delle politiche economiche e finanziarie o è una parola vuota. E’ vero che oltre al metodo comunitario negli ultimi decenni è stato utilizzato sempre più frequentemente il metodo intergovernativo ma il ricorso a quest’ultimo è stato motivato dal fatto che i paesi leader non si fidavano della pronta attuazione delle decisioni europee da parte di alcuni paesi. Bisogna pensare che in prospettiva neanche la Francia e la Germania si fidano di loro stesse? Se poi lo scopo fondamentale del Trattato è quello di dare solennità all’impegno di periodiche consultazioni preventive, che bisogno c’è di ricorrere allo strumento del Trattato? Non è che negli Stati Uniti la California e il New Jersey ricorrono ad un Trattato per consultarsi ed esprimere un parere concordato nella Conferenza dei governatori? O forse dobbiamo assumere che nonostante i progressi fatti in chiave di maggiore integrazione europea dobbiamo ritenere che siamo ancora gli Stati Disuniti d’Europa? Neanche in quest’ultimo scenario hanno senso gli insulsi e masochistici attacchi alla Francia da parte dei due Vice-presidenti del Consiglio Di Maio e Salvini.

Pubblico volentieri l’articolo di Livio Zanotti sulle elezioni americane

L’ODIO NON HA VINTO,RESTA L’ESTRANEITÀ

Cos’hanno a che fare quel signore nero, elegante, tempie sbiancate, pronto a replicare con agile sarcasmo alle grevi menzogne dell’avversario che l’insulta in una congestione di derisione e minacce: cosa possono condividere l’ex Presidente Barack Obama, tornato volontario in prima linea nell’infuocata campagna elettorale di mid-term, e il Presidente Donald Trump, che tra un rally di wrestling e l’altro definisce se stesso magico e non gli dispiace che lo chiamino messianico? Le maggioranze contrapposte espresse dalle urne nei due rami del Congresso ne sono la dualistica e irriducibile incarnazione istituzionale.
Quest’opposizione riflette e sintetizza la lotta politica tra le due Americhe e il risultato ne certifica la reciproca estraneità tanto quanto la contiguità (nella notte dello scrutinio un canale TV mandava in onda brani dello storico incontro di boxe vinto da Ray Sugar Robinson contro l’indomito Jack La Motta, toro scatenato…). Stacey Abrams, che ad Atlanta abbiamo visto sperare fino all’alba di diventare la prima donna governatrice di uno stato conservatore come la Georgia, fino allo spoglio dell’ultimo voto, conclude senza arrendersi con un sorriso sfinito sul grande e bellissimo volto nero: ”Continueremo a parlare a tutti, porta a porta…”.
La conquista democratica della camera dei deputati, che significa il controllo dell’attività legislativa, è un risultato decisivo. Tuttavia aveva ragione il New York Times a suggerire fino all’ultimo momento cautela verso l’ottimismo dei sondaggi. I repubblicani hanno vinto tutte le sfide a rischio ballottaggio e rafforzato la maggioranza al Senato. La pervicace ed esagitata demagogia populista di Trump è stata probabilmente risolutiva in più di una situazione. Anche se appare necessario scavare più a fondo per trovare le radici del fanatismo su cui riesce ad attecchire a dispetto della realtà dei fatti.
Un esempio significativo a Tallahassee, lungo una faglia della frattura che divide gli Stati Uniti non tanto tra popolo ed élites quanto trasversalmente tra forti squilibri culturali e socio-economici, frutto di storie diverse. Qui il democratico afro-americano Andrew Gillum ha perduto per un soffio contro Ron Desantis, più volte soccorso personalmente da Trump nelle settimane immediatamente precedenti il voto. Ebbene anche il New Deal roosveltiano vi aveva trovato vita particolarmente difficile. E ancor prima -158 anni fa- la capitale della Florida, da sempre centro degli interessi agricoli regionali, ospitò gli stati secessionisti per deliberare sulla guerra di Secessione.
Non a caso Trump ha scelto la Florida per lanciare la sua fantasiosa crociata contro le poche migliaia di appiedati migranti centramericani, appena apparsi sul territorio messicano e ancora distanti 3mila chilometri dalla frontiera meridionale degli Stati Uniti. Ma lui li ha chiamati “orde d’invasori” e ha ordinato di mandare ad attenderli 15 mila soldati in assetto di combattimento. Un’ altra “magia” della sua campagna elettorale, un altro illusionismo del suo piffero che hanno potuto attrarre pregiudizi e paure di tanti votanti per condurli fino alle urne e votare per il traballante candidato repubblicano.
L’onda lunga della deindustrializzazione avviata da Ronald Reagan a fine anni Settanta del secolo scorso, l’integrazione dei mercati su scala mondiale, l’introduzione crescente e tumultuosa delle nuove tecnologie sono momenti successivi di un processo unico e senza precedenti. Un vero e proprio sconvolgimento dell’universo culturale degli americani, delle loro sicurezze e aspettative. Così come della scala di valori, della qualità della vita interiore dell’intero Occidente. Non solo una sostituzione epocale dei sistemi produttivi, che ne costituiscono nondimeno l’evidente, invasiva materialità essenziale e quotidiana. E’ negli interstizi delle sue contraddizioni sociali e morali che riesce a penetrare il tossico illusionismo di Trump.
Livio Zanotti
Ildiavolononmuoremai.it

Jair Bolsonaro è il nuovo presidente del Brasile

Volentieri pubblichiamo il seguente pezzo di Livio Zanotti.

In politica i miracoli non esistono, neppure nell’esuberante terra brasiliana. E solo un miracolo di convinta, attiva solidarietà repubblicana e democratica avrebbe potuto evitare la vittoria dell’estremista di destra Jair Bolsonaro. Troppi e lasciati marcire troppo a lungo i contrasti, le diffidenze, le rivalità, gli inganni tra i dirigenti politici di un centro-sinistra largo, la cui somma dei voti raccolti al primo turno di queste elezioni sarebbe pur stata sufficiente a fermare il successo dell’ex capitano nostalgico di colpi di stato e dittature militari. Ma nessuno, tranne forse il perdente Fernando Haddad, ci ha creduto davvero. Il voto del secondo turno ha certificato la realtà: quasi il 55 per cento a Bolsonaro, quasi il 45 per Haddad.
Eppure il paese non appare più il gigante deitado, il gigante sdraiato della sua poesia patriottica. Gli oltre centodieci milioni di elettori della maggiore potenza economica sudamericana hanno espresso un voto articolato, sebbene maggioritariamente orientato a destra. Il recupero del candidato di centro-sinistra in questo secondo turno è dell’ordine di vari milioni di voti, dunque rilevante anche in termini percentuali. Il partito dei lavoratori (PT) che lo ha espresso resta il primo gruppo parlamentare, anche se ridotto di un 10 per cento. Nella distribuzione dei governi statuali (il Brasile è uno stato federale) la destra non è riuscita a sbaragliare gli avversari. Alcuni stati chiave restano al centro-sinistra.
L’evidente e rilevante successo personale (e dell’intera famiglia: con Jair sono stati eletti in diversi ambiti istituzionali anche i suoi tre figli, tutti maschi e più bellicosi del padre) non spalanca tuttavia a Bolsonaro una presidenza facile. Il nuovo capo dello stato dovrà costruirsi al Congresso una maggioranza capace di sostenere le sue già annunciate iniziative di legge (più armi, meno diritti alle donne e alle minoranze sociali e di genere, meno rispetto dell’ambiente, aumento delle spese scolastiche, etc.), in un sistema abnorme, con 30 partiti abituati nella maggior parte dei casi al più lucroso commercio dei propri voti. E’ nelle permanenti e ineludibili trattative di corridoio che si sono usurati nei decenni trascorsi prestigio e credibilità di più d’un Presidente.
Sconfitti nella corsa al Palazzo del Planalto, al centro-sinistra e al PT che fu del presidente-operaio Lula viene adesso richiesto di mostrare la capacità di rinnovarsi nel ruolo di oppositori, contro un governo dichiaratamente risoluto ad abbattere l’incompiuta democrazia brasiliana, smontandone le garanzie fondamentali. E’ questo il solo terreno, per vasto, impervio e pericoloso che sia, sul quale possono sperare di ricucire la profonda lacerazione, anche e forse innanzitutto culturale, creatasi tra la loro capacità di rappresentanza e gran parte del paese. Non esclusa quella nient’affatto trascurabile che ha continuato a votarli solo seguendo il criterio del meno peggio. Meriti e prestigio del passato non bastano più per aspettarsi credito.
Livio Zanotti
Ildiavolononmuoremai.it

Il Brasile scivola a destra di Livio Zanotti

Per gentile concessione dell’Autore volentieri pubblichiamo:

Adesso il rammarico supera la speranza in quell’abbondante metà del Brasile che ha votato contro Jair Bolsonaro, l’ex militare di estrema destra che domenica scorsa, al primo turno delle elezioni presidenziali, ha raccolto il 46,2 per cento dei voti (oltre 40 milioni) intravvedendo per un momento la maggioranza assoluta e comunque superando al galoppo ogni previsione della vigilia. Con un 29,28 per cento, il suo maggiore contendente, Fernando Haddad, candidato del Partito dei Lavoratori (PT) ed erede dell’ex presidente Lula ormai in carcere, dovrà compiere salti mortali per riunire la maggioranza necessaria a sconfiggerlo nella prevista seconda tornata elettorale, tra due settimane.
Sebbene il suo candidato sia stato largamente distanziato nella corsa al Palacio do Planalto e abbia perduto una mezza dozzina di parlamentari, il Partito dei Lavoratori, il PT di Lula, resta il gruppo più numeroso al Congresso di Brasilia (56 deputati e una cospicua pattuglia di senatori). La sua base ha tenuto. Non tutto è perduto, commentano nel partito socialdemocratico di Fernando Henrique Cardoso, l’ex capo di stato considerato il restauratore della democrazia brasiliana dopo i vent’anni di dittatura militare (1964-1983). I loro deputati sono stati quasi dimezzati dalle urne (da 49 a 29). E in campagna elettorale lo stesso FHC, come lo chiamano, ha bruciato parte del suo prestigio in un atteggiamento attendista che l’elettorato ha considerato ambiguo.
All’esterno delle influenze petiste, egli resta tuttavia l’architetto maggiore d’un accordo capace di riunire attorno ad Haddad l’alleanza necessaria a fermare Bolsonaro. Un’impresa che si presenta comunque a dir poco impervia, per l’enormità del successo ottenuto dall’ex capitano che al sostegno degli interessi più conservatori e a quello di buona parte delle chiese evangeliche è riuscito ad aggiungere una quota importante dell’elettorato popolare meno politicizzato. Ed anche per la frammentazione del sistema partitico (sono ben 30 le diverse formazioni presenti in Parlamento) e la sua eterogeneità, tutt’altro che facile da ridurre fino a compatibilizzarla in un sostegno sufficientemente ampio e convinto ad Haddad.
Richiederà la massima perizia disinnescare risentimenti e diffidenze suscitati dagli scontri di questi ultimi anni ed esasperati ulteriormente dalla campagna elettorale, anche tra le forze democratiche e progressiste. Eppure qualora l’impresa andasse a buon fine, la somma dei loro elettori non è certo che riesca a sconfiggere Bolsonaro. Non mancano pertanto quanti ritengono necessario costringerlo a dibattere pubblicamente le promesse da lui spese a piene mani, fino a renderne evidenti le contraddizioni. Dalla riforma delle pensioni, all’abolizione della tredicesima mensilità per tutti i lavoratori dipendenti pubblici e privati, al rilancio dei consumi e dell’occupazione. Ed erodere così il suo stesso elettorato.
I risultati di questa prima consultazione hanno però evidenziato in una parte rilevantissima degli oltre 200 milioni di brasiliani (tre quarti dei quali con diritto di voto), lacerazioni che sono culturali ancor prima che politiche. Non c’è semplicemente il distacco dai partiti in crisi di credibilità a favore del demagogo vissuto come demiurgo. Ci sono disincanto e disinteresse per valori fondanti di una democrazia partecipata e dei diritti, quali il rifiuto d’ogni violenza, a cominciare da quella delle istituzioni, il rispetto delle minoranze, la solidarietà. Quale che sia l’esito della seconda tornata elettorale, il lavoro di consolidamento e restauro della Repubblica brasiliana risulterà assai lungo e cosparso di pericoli.
Livio Zanotti
Ildiavolononmuoremai.it

Le magie di Di Maio

Risibile l’argomento del M5S secondo cui il reddito di cittadinanza non incoraggerebbe l’azzardo morale (adagiarsi sul divano senza cercare un lavoro). Sarebbe prevista una norma che farebbe perdere il sussidio nel caso in cui il disoccupato e l’inattivo rifiutassero 2-3 offerte di lavoro da parte delle agenzie e/o del ministero del lavoro.
In un contesto in cui tra disoccupati e inattivi (persone che non cercano lavoro perché sanno che non se ne trova) abbiamo 7 milioni di persone senza lavoro nessuno chiarisce come farebbero Di Maio e le agenzie del lavoro a concretizzare dette offerte. Forse Di Maio pensa a qualche magia?

Molti governanti trascurano la vera risposta: spingere l’economia verso la massima occupazione (4-5%) rispetto all’attuale 10,6%. Pochi si rendono conto che se il governo non riesce a fare crescere l’economia tra il 2 e il 3% non si creano posti di lavoro.

La Banca europea degli investimenti si è detta disponibile a finanziare la ricostruzione del Ponte Morandi. Ma questo non è un caso isolato c’è un problema enorme di manutenzione straordinaria delle infrastrutture, delle scuole, di riassetto idrogeologico del territorio. Serve l’attuazione della regola d’oro (golden rule) degli investimenti.

Se questo governo vuole lasciare una traccia importante della sua esistenza, è questo il terreno su cui deve battersi. Creare nuovi posti di lavoro è la risposta vera per rilanciare la domanda interna di consumi e investimenti.

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Le “nuove” illusioni fiscali.

Il governo giallo-verde di Di Maio e Salvini, stando agli annunci, proporrà a Ottobre una riedizione di quello che già c’è: un regime di condono permanente a suo tempo istituito da Giulio Tremonti. La pace fiscale rimodulerebbe il sistema dei ravvedimenti operosi, degli accertamenti con adesione, delle conciliazioni giudiziali, delle rottamazioni delle cartelle esattoriali sempre con grandi sconti su sanzioni e pene pecuniarie e, non ultimo, con saldi massimi per le rottamazioni. La prima osservazione è che detta scelta non innova su niente, percorre le solite vecchie strade; le scelte dell’attuale governo, sedicente del cambiamento, sono in perfetta continuità con quelle del passato; semmai sono tecnicamente peggiori. I nuovi arrivati, in preda a delirio di onnipotenza, non si rendono conto degli effetti devastanti che le loro scelte avranno sulla propensione ad adempiere ai doveri tributari da parte degli italiani ancora liberi di scegliere. La seconda osservazione che viene spontanea riguarda la tecnica di comunicazione per cui non si parla di condoni e amnistie ma di “pace fiscale”: ma c’è stata mai in questo paese una guerra seriamente combattuta nei confronti degli evasori? Non mi risulta e se quando qualche governo l’ha minacciata o ha orchestrato qualche scaramuccia, poi l’ha persa come dimostrano le statistiche pubbliche e private degli ultimi 50 anni: evasione stimata sempre attorno al 7-8% del PIL. Nella logica dell’occupazione dei posti di potere più rilevanti da parte dei vincitori delle elezioni (spoils system ) nei giorni scorsi è arrivata una grande novità: un Generale della Guardia di finanza è stato nominato direttore dell’Agenzia delle entrate. Qualcuno ingenuamente potrebbe pensare che i suddetti esponenti del governo vogliano fare sul serio la guerra agli evasori nostrani. Invece no. Si tratta dell’ennesimo inganno che i governi di questo Paese hanno sempre perpetrato a favore delle classi dominanti e dei rentiers. Se uno prende sul serio il programma del governo come annunciato fin qui: flat rate tax fasulla ora meglio rinominata come riforma dell’Irpef con soli tre scaglioni di reddito di cui due accorpano i precedenti quattro con aliquote medie effettive presumibilmente più basse e uno sopra i 75 mila euro con aliquota ferma al 43%, con eventuale tassazione del nucleo familiare con il sistema francese del quoziente familiare in materia di imposte dirette; ampliamento o quasi raddoppio dei regimi forfettari ai fini dell’imposta sul valore aggiunto; taglio e/o riduzione delle accise (imposte di fabbricazione) su alcuni prodotti in materia di imposte indirette; ma soprattutto, in materia di controlli fiscali : non abrogazione degli studi di settore ma loro trasformazione in indici sintetici di fedeltà fiscale, abrogazione del redditometro, dello spesometro, e di altri consimili strumenti di accertamento sintetico, allora non riesco a vedere come persino un generale posto a capo di uno sparuto esercito in pratica disarmato possa condurre sul serio una guerra all’agguerrita massa di evasori. A qualcuno che ha già fatto notare questa incongruenza un esponente di secondo piano del governo giallo-verde ha precisato che il Generale Antonino Maggiore farà la guerra soprattutto ai grandi evasori. Anche questo è un altro grande inganno perché i grandi evasori sono pochi e molto agguerriti e si avvalgono sistematicamente delle scappatoie che il contesto planetario e quello europeo di concorrenza fiscale offre, mentre in Italia abbiamo 4,3 milioni di piccole e medie imprese e 4,7 milioni di lavoratori autonomi che contribuiscono non poco ai 130 miliardi di evasione stimata.
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