Il difficile bilanciamento tra la funzione rieducativa e afflittiva della pena.

Nel recente dibattito sul c.d. ergastolo ostativo non ho sentito molte citazioni di Cesare Beccaria (e/o Pietro Verri, Dei delitti e delle pene, 1764) che ha rivoluzionato l’approccio al diritto penale. In pieno illuminismo, il primo o entrambi diedero un contributo decisivo all’innovazione ed ebbero un successo straordinario in Europa e in America.

Seguendo il combinato disposto degli art. 13 comma 4 e 27 comma 3 della nostra Costituzione “è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà” e “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Le pene devono essere finalizzate non alla vendetta della società nei confronti dei condannati bensì alla loro rieducazione e, possibilmente, al loro reinserimento nella società. Se così ha ragione la CEDU a sostenere che la norma sull’ergastolo ostativo è incostituzionale.

E per determinare l’utilità di una pena Beccaria aggiunge: “perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti, dettata dalle leggi”.

Ma oggi in Italia, davanti ad un apparato amministrativo poco efficiente, davanti allo scarso coordinamento delle forze di polizia militari e civili che dovrebbero combattere più decisamente le organizzazioni criminali e la corruzione a cui spesso fanno ricorso, il governo-legislatore che cosa fa? Alza le sanzioni civili e penali nell’illusione che il loro altissimo livello edittale sia equivalente ad una più alta deterrenza. È un’operazione senza costo apparente ma, in questo modo, il governo-legislatore contraddice un principio fondamentale secondo cui le pene devono essere ragionevoli ma sistematicamente applicate – magari in flagranza di reato e/o a seguito di processi svolti in tempi ragionevoli. In Italia, in tutti i settori a partire dal codice della strada, si pratica una escalation folle delle sanzioni, una continua modifica dei codici di procedura, una prassi di amnistie, condoni, rottamazioni delle cartelle in perfetta contraddizione con i principi, che fanno strame della giustizia ed hanno un profondo effetto diseducativo.

E tuttavia dietro le spalle dei giudici nei tribunali campeggia sempre la scritta: “La legge è eguale per tutti”. Se così anche la legislazione che prevede riduzioni di pene o regimi alternativi alle carceri per i delitti meno gravi e per quanti seriamente si ravvedono deve valere per tutti. E d’uopo ricordare che la normativa del c.d. ergastolo ostativo non si applica solo ai mafiosi ma anche agli stupratori di gruppo, ai sequestratori di persone a scopo di estorsione se procurano la morte del sequestrato, al reato di genocidio, ai criminali di guerra particolarmente efferati, ecc..

A parte la sentenza della CEDU (Corte europea dei diritti dell’uomo) che a giugno aveva condannato  l’Italia e ora ha respinto il ricorso  proprio sull’ergastolo ostativo, quanti sostengono che per via dell’iniziazione i mafiosi son impossibilitati a ravvedersi e, quindi, non suscettibili di serio ravvedimento sono in contraddizione con se stessi, se prima hanno accettato il patteggiamento con i pentiti. Ricordo il periodo quando c’erano circa 1.500 pentiti e molti sostenevano che essi non erano attendibili, che si inventavano le denunce che facevano, eppure per un periodo non breve hanno aiutato non poco ad assestare un duro colpo alle organizzazioni criminali in Italia.

Ma poi la persistente campagna di delegittimazione della stessa magistratura e dei pentiti portata avanti da alcune forze politiche poi arrivate al governo ha ridimenzionato se non proprio azzerato il fenomeno dei pentiti.

Brusca che si è macchiato di orrendi delitti ma secondo i magistrati di sorveglianza ha contribuito ad evitare altri delitti e si è ravveduto. Ha avuto molti permessi per uscire dal carcere e gli stessi magistrati lo ritengono affidabile.

Non ultima c’è la sentenza della Suprema Corte di Cassazione che ha respinto il ricorso degli avvocati di Brusca avverso l’ordinanza del Tribunale di sorveglianza di Roma che ha negato gli arresti domiciliari al suddetto nonostante il parere favorevole della Procura della direzione nazionale antimafia.  

Secondo me, la posizione della Suprema Corte di Cassazione non era facile perché doveva muoversi tra due sentenze della Corte costituzionale la n. 274/1974 E LA 135 che hanno dichiarato la legittimità degli art. 4 bis comma 4 e dell’art. 58 dell’ordinamento penitenziario e altre come ad esempio la 189/2010 e la 149 /2018 che chiamano in causa le valutazioni dei magistrati di sorveglianza sui vari percorsi di sorveglianza sui percorsi di ravvedimento compiuti dai condannati. Sappiamo che alcuni magistrati li ammettono ed altri li escludono in linea di principio per alcune fattispecie di reati che suscitano un forte allarme sociale. Di certo il ricorso a criteri che prendono in considerazione valutazioni sui singoli percorsi pongono difficili trade off tra la funzione rieducativa e quella afflittiva della pena. In fatto, solo i magistrati che seguono detti percorsi aiutati da psicanalisti, direttori degli istituti penitenziari, assistenti sociali ed altri esperti possono decidere. E tuttavia le norme generali sulle pene e le deroghe previste    dai vari regimi agevolativi devono mirare anche alla ricerca dell’obbiettivo della individualizzazione o personalizzazione della pena.

 Nel caso specifico i magistrati sono divisi anche sulla validità delle norme vigenti. Alcuni sostengono che il carcere ostativo è un importante strumento della lotta alla mafia ma l’argomento prova troppo. In detta lotta, i magistrati hanno pagato un prezzo di sangue molto elevato e, quindi, le loro osservazioni vanno considerate con la massima attenzione. È umanamente comprensibile anche l’indignazione dei familiari delle vittime. Ma il giudice terzo sa che la lotta alle organizzazioni criminali, che in Italia crescono di numero e mantengono un controllo pervasivo sul territorio ed una influenza sulla politica che non trova riscontri pari in altri paesi, è questione molto complessa che abbisogna di una molteplicità di strumenti e, oserei dire, che nessuno strumento da solo è decisivo.   La giurisprudenza è divisa ma ora c’è una valutazione qualificata di un giudice sovranazionale come la CEDU che mette in discussione la costituzionalità della norma generale. Inevitabilmente la parola torna alla nostra Corte costituzionale.     

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La disintermediazione dei corpi intermedi attacca la democrazia

Il mostro effimero. Democrazia, economia e corpi intermedi, a cura di Franco Bassanini, Floriana Cerniglia, Filippo Pizzolato, Alberto Quadrio Curzio, Luciano Vandelli, il Mulino, 2019.  A proposito di mostri mi è capitato di recensire: Il mostro mite. Perché il mondo non va a sinistra di Raffaele Simone, Garzanti Libri 2008 e il libro di Nello Barile, Il populismo soft e la svolta neototalitaria, Apogeo, 2009. Poi qualcuno ha parlato di mostro burocratico riferendosi agli Uffici amministrativi di Bruxelles – tesi del tutto infondata che non vale la pena di commentare.

Raffaele Simone è docente di linguistica con una vasta produzione saggistica prevalentemente in materia di filosofia della politica che lo fanno individuare anche come politologo. Nello Barile insegna sociologia della comunicazione politica, quindi, anche lui in qualche modo un politologo.

I saggi contenuti nel libro collettaneo che ora leggiamo sono opera di studiosi di diritto costituzionale, pubblico e amministrativo. L’approccio prevalente è quello giuridico-istituzionale a parte il caso di Franco Bassanini che ha anche un’ampia conoscenza in materia economico-finanziaria con lunga esperienza operativa di governo e di direzione aziendale e quello di Quadrio Curzio professore emerito di economia politica e Presidente emerito dell’Accademia dei Lincei.   Dico subito che rispetto ad altre analoghe pubblicazioni, questa in esame si caratterizza per un’analisi approfondita della riforma del Titolo V Cost. del 2001 che intendeva ristrutturare l’assetto istituzionale dell’Italia in applicazione del principio di sussidiarietà orizzontale e verticale e, quindi, passando dall’assetto regionale previsto dai padri costituenti del 1947 verso un assetto più spinto di carattere federale – raccogliendo anche le pressioni messe in atto dalla Lega Nord sin dalla nascita di questa forza politica.  La riforma del Titolo V Cost mirava e mira “all’attuazione del modello costituzionale di una democrazia liberale, pluralista, personalista e comunitaria” articolando appropriatamente il principio di sussidiarietà nella sua duplice dimensione. Dove le due dimensioni sono interdipendenti e si giustificano pienamente non solo in relazione alla dimensione geografica dello Stato ma anche in relazione alle diversità regionali ivi presenti.

Da ultimo il maggiore ostacolo al raggiungimento di tale obiettivo secondo Bassanini “è l’affermarsi, dietro il paravento di una rivendicazione della sovranità del popolo e del primato della politica, della pratica della disintermediazione politica: di un modello giacobino di democrazia immediata, centralizzata e plebiscitaria vagamente ispirato al pensiero di Rousseau, e basato sul rapporto diretto tra il leader e i suoi seguaci, dunque sulla concezione del popolo sovrano come un insieme atomistico di individui, sulla delegittimazione dei corpi intermedi e sul ridimensionamento del loro ruolo, sulla compressione delle autonomie territoriali, sul rifiuto dei limiti costituzionali, e sulla rivendicazione della prevalenza della politica sulla libertà del mercato e sull’autonomia delle autorità preposte alla sua regolazione (e perciò, ovviamente ‘non elette’ dal popolo. È il vero nemico, se non l’antitesi, del principio di sussidiarietà. È la nuova incarnazione del ‘mostro effimero’ (una ‘costituzione repubblicana nella testa e ultramonarchica in tutte le altre parti’ come la definì a suo tempo Alexis de Tocqueville nel suo classico La democrazia in America.

Io mi limito ad esplicitare la disintermediazione come il portato diretto del neoliberismo che arriva al potere in Inghilterra con la Thatcher nel 1979 e che, in parte significativa, viene fatto proprio o subito dalla sinistra europea a partire dalla metà degli anni 1980. Semplificando, gli assunti fondamentali del pensiero neoliberista elaborati dalla Scuola di Chicago sono due: l’individuo è il migliore giudice di sé stesso; l’individuo è razionale (anche se privo delle conoscenze che servono per prendere decisioni razionali); l’individuo razionale massimizza il proprio interesse; l’individuo è, quindi, egoista e per nulla o poco solidale; l’individuo altruista è visto come una eccezione alla regola. Il secondo assunto fondamentale è che i fallimenti dello Stato sono più gravi di quelli del mercato; l’individuo è soggetto di aspettative razionali mentre Keynes e i post keynesiani assumerebbero che esso sia stupido e che i governi con le loro manovre di politica economica possono influenzare a volontà i comportamenti di famiglie e imprese; se così il perimetro dell’intervento pubblico nell’economia deve essere ridotto allo stretto necessario (lo Stato minimo o gendarme di Robert Nozick); i mercati sono efficienti e sono in grado di rimuovere gli ostacoli che si frappongono al loro migliore funzionamento. 

Secondo Milton Friedman il governo non doveva in alcun modo sottoporre la politica monetaria a manovre anticicliche; doveva limitarsi a fissare un tasso di crescita dell’offerta di liquidità a cui l’economia reale si sarebbe gradualmente adattata senza provocare spinte inflazionistiche. Da qui la richiesta di trasformare le Banche centrali in Autorità amministrative indipendenti dotandole di forte autonomia operativa.    Portato alle estreme conseguenze, l’approccio neoliberista delegittima lo Stato e, se così, inevitabilmente, porta alla delegittimazione dei corpi intermedi tra lo Stato e i cittadini-elettori. 

Se i corpi intermedi (tra cui sono compresi i livelli sub-centrali di governo, partiti, sindacati, ecc.) non servono, si crea il terreno fertile per l’affermazione del leaderismo e della personalizzazione della politica. È interessante capire in casi specifici se è il neoliberismo che produce il populismo o viceversa ma molti politologi sembrano concordare che neoliberismo, populismo e sovranismo sono nemici giurati della democrazia. Senza partiti strutturati, i candidati alle cariche pubbliche vengono scelti da oligarchie centralistiche che hanno facile gioco a imporre la propria volontà al di là della volontà degli elettori i quali, senza i corpi intermedi, contano poco o nulla. Gli stessi parlamentari vengono scelti dalle oligarchie di cui sopra e il ruolo delle Camere rappresentative viene continuamente eroso. E allora eccoti i discorsi farisaici, ipocriti sulla crisi della rappresentanza e la rappresentatività. Se questo si ripete ai livelli sub-centrali di governo ecco che prevalgono le tendenze centralizzatrici. Nel caso italiano, 8 anni per arrivare alla legge Calderoli e poi – anche per via della grande crisi finanziaria ed economica – arriva lo stop alla sua attuazione.     

Nei vari saggi ci sono analisi ma anche proposte scritte da docenti e ricercatori con una certa formazione anche economica che si occupano del degrado della democrazia italiana alla luce di quella che loro chiamano disintermediazione dei corpi intermedi.

La prima parte contiene i saggi di Francesco Bilancia, Paolo Costa e Filippo Pizzolato. Si analizza il rapporto tra democrazia e globalismo economico. Se, in un modello di economia chiusa, tale rapporto poteva apparire più conciliante e anche convergente, oggi per via della globalizzazione dei mercati la situazione è cambiata e suddetto rapporto è sottoposto a forti tensioni perché, in assenza di un vero governo mondiale o di una governance efficace, la globalizzazione non è bene regolamentata e la finanza rapace procede a briglie sciolte.

Il saggio di Costa riprende le analisi di Colin Crouch sulla post-democrazia ed evidenzia la crisi dei corpi intermedi come frutto delle pressioni della politica populista che un po’ li considera come strutture corporative pre-rivoluzione francese. È evidente invece che nella nostra costituzione regionalista essi conservano un ruolo non secondario e che una qualsiasi coalizione politica avrebbe maggiore possibilità di incidere e fare avanzare l’interesse generale se supportata da una coalizione sociale – come aveva proposto alcuni anni fa Maurizio Landini.    

PQM mi sembra un po’ debole la tesi di Pizzolato secondo cui la disintermediazione politica dei corpi intermedi non porta necessariamente alla scomparsa della partecipazione che oggi, nel nuovo contesto, si esplicherebbe in termini di un nuovo civismo più individualizzato e de-ideologizzato che si muoverebbe secondo la sussidiarietà non solo orizzontale ma anche verticale. Certo nella UE ci sono anche le consultazioni popolari organizzate saltuariamente ma tutti sanno la fine che fanno come del resto gli stessi pareri dei suoi due massimi organi consultivi a livello federale: il Comitato delle Regioni e quello delle parti sociali. Foglie di fico rispetto al macroscopico deficit democratico dell’Unione europea. 

La seconda parte i comprende contributi di Barbara Boschetti e Nicoletta Marzona che si occupano del paradigma della stabilità su cui erano costruiti i vecchi ordinamenti giuridici. Oggi, a fronte di società e sistemi economici molto più dinamici in fase di grande trasformazione, propongono un rovesciamento tra norma e prassi che pone non pochi problemi alla visione c.d. dell’orologio tipica della cultura giuridica romano-germanica.

Camilla Buzzacchi si occupa della responsabilità sociale dell’impresa e si chiede se si possa ravvisare per l’impresa socialmente responsabile un ruolo sussidiario secondo il precetto costituzionale della funzione sociale (art. 42 comma 2). Questa mi sembra una lettura della sussidiarietà orizzontale diversa se non opposta a quella che ne fa la letteratura internazionale sul federalismo secondo cui l’operatore pubblico non deve interferire con quanto il privato fa in maniera efficiente ed efficace- fermo restando che il privato di norma produce beni privati.

Passando agli altri attori delle relazioni industriali, Elena di Carpegna Brivio si occupa del sindacato dei lavoratori e lo vede come garante dell’equità intergenerazionale. Una tesi che a me sembra alquanto azzardata specialmente in un paese a bassa coesione sociale, dove non c’è una teoria della giustizia sociale largamente condivisa, dove la disoccupazione non solo giovanile è stata ed è tra le più alte dell’UE.

Analoga valutazione mi viene in mente per il saggio di Andrea Michieli il quale osserva un sistema di relazioni industriali squilibrato e vede nella contrattazione aziendale il suo principale rimedio. In realtà, è vero che i sindacati italiani privilegiano la contrattazione nazionale come strumento fondamentale per perseguire l’eguaglianza tra i lavoratori dipendenti ma bisogna anche tener conto della struttura del nostro sistema produttivo caratterizzando da circa 5 milioni di PMI un numero abnorme di lavoratori autonomi (di necessità) dove è difficile pensare di diffondere in maniera adeguata la contrattazione aziendale. Negli ultimi tempi, ho criticato il sindacato per non essersi impegnato sulla contrattazione di secondo livello, cioè, intermedia stimolando le Regioni ad elaborare piani di sviluppo regionale che era la loro missione al momento dell’attuazione di quelle a statuto ordinario. Nello stesso periodo veniva meno la programmazione economica nazionale e le Regioni divenivano stazioni di mediazione politica.

La terza parte comprende importanti saggi di Franco Bassanini, Anna Maria Poggi e Luciano Vandelli. Del primo mi sono occupato nella prima parte di questa recensione e, quindi, passo subito a quello della Poggi che si occupa prevalentemente del livello intermedio più importante e maggiormente responsabile dell’attuazione della sussidiarietà verticale. Anche qui si trascurano due fattori importanti: da un lato la struttura del livello locale: 100 città importanti, mille comuni di dimensione media e 7.000 comuni di dimensioni piccole; dall’altro lato, il fallimento delle RSO che, in oltre 40 anni,  non hanno mai cercato di svolgere la loro missione originaria di programmazione dello sviluppo e che hanno poco esercitato la sussidiarietà verticale anche per le resistenze dell’ineffabile partito dei sindaci che, quasi unanimemente, ha fantasticato di federalismo municipalista – inesistente anche nei paesi genuinamente federalisti. Ha ragione la Poggi a sostenere che la sussidiarietà è un concetto ambiguo ma mi lascia interdetto che “la sussidiarietà c.d. orizzontale” possa essere letta come “una sostituzione ‘strutturale’ di soggetti ‘privati’ a soggetti amministrativi (statali, regionali o locali in taluni settori nella cura di interessi generali)” ; la Poggi ha ragione a sostenere che la dimensione locale è la sede naturale di attuazione della sussidiarietà orizzontale ma stento a vedere questa ultima come presupposto teorico di quella verticale.  Come economista non vedo alcun riferimento alla teoria dei beni pubblici locali (C. Tiebout, 1956) anche se Lei scrive di cura di interessi generali. Qui entrano in gioco gli approcci diversi tra economisti e giuristi, alias, i discorsi dei giuristi e degli economisti non si incrociano. Invece sarebbe opportuno un maggiore scambio perché, secondo me, al di là delle distinzioni tra funzioni proprie, conferite, attribuite, delegate e quant’altro potrebbe essere utile analizzare innanzitutto la natura del bene pubblico (del servizio pubblico da produrre direttamente o da fornire da parte di privati) sotto l’aspetto, come dire, economico funzionale per poi farne discendere ripartizioni degli oneri di finanziamento (cost sharing agreements).

Ragionando in termini pratici, i 7 mila comuni polvere, vuoi per la dimensione che per la scarsità delle risorse, non possono svolgere da soli certe funzioni (ad es. di protezione dell’ambiente, non possono garantire certi diritti sociali ed economici e, pertanto, devono potere fare ricorso alla sussidiarietà verticale. Non ultimo, in un mondo globalizzato il rapporto tra i diversi livelli di governo è biunivoco: la sussidiarietà verticale è cogente per tutti; è connaturale ai processi di integrazione economica e politica che sono in atto nei diversi continenti; è coerente con le c.d. catene internazionali del valore.

Forse non ci si rende conto che ragionando in termini “sostituzione strutturale” e di affidamento di funzioni pubbliche a soggetti esterni al sistema delle autonomie – nel nostro Paese quasi sempre senza uno straccio di analisi costi e benefici – implicitamente si assume che i fallimenti dell’operatore pubblico sono sempre più gravi di quelli del mercato; si assume che il settore dei servizi privati funzioni sempre meglio quando sappiamo che esso è caratterizzato da diffusa inefficienza e bassa produttività. Pensare che affidare servizi pubblici locali di interesse generale (riscossione delle imposte, trasporti pubblici locali, rimozione dei rifiuti solidi urbani, assistenza a cittadini non autosufficienti, ecc.)  a soggetti esterni privati rispettando i criteri di efficienza, efficacia, economicità, imparzialità e trasparenza, secondo me, è semplicemente illusorio. Per certi servizi è essenziale la costruzione di ambiti territoriali ottimali ma ora questi sembrano passati di moda.  Per non parlare delle Aree (rectius: città) metropolitane, delle Province e delle luci ed ombre che caratterizzano il c.d. terzo settore su cui rinvio al saggio di Giovanni Moro, Contro il non profit, Editori Laterza, Roma-Bari, 2014.

Il terzo e ultimo saggio della parte III è del compianto e molto stimato Luciano Vandelli scomparso recentemente. Questi evoca il modello Bruxelles sulla base dell’art. 11 del TFUE (rectius: 11 art. del Tit. X) che sono l’opposto della “partecipazione relegata in atti episodici ai confini dei processi decisionali” pure sbandierata dai populisti. Aggiungo io che la cultura e la pratica della disintermediazione politica ha contaminato anche il nostro centro-sinistra se la riforma costituzionale del governo aveva previsto persino l’abrogazione del CNEL ancora oggi la sede più alta della partecipazione delle forze sociali organizzate.

Anche dalla lettura dei diversi contributi risulta confermata che la disintermediazione dei corpi intermedi costituisce un duro attacco alla democrazia liberale.

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Abrogare le clausole di salvaguardia

Le clausole di salvaguardia IVA incluse nelle leggi di bilancio sono diventate uno psicodramma e, a mio modesto parere, è l’ora di abolirle. Come lo ha spiegato Giulio Tremonti in un suo intervento su il Sole 24 Ore del 21 agosto scorso, in risposta ad un precedente articolo sullo stesso giornale, “nella formulazione iniziale (agosto-settembre 2008) l’adempimento alla clausola-imposizione era assolutamente programmatico e generico e comunque subordinato all’ipotesi del non raggiungimento di altri e vasti obiettivi di bilancio. Alla larga nel testo si ipotizzava infatti nel caso denegato di un insufficiente raggiungimento di questi obiettivi una “possibile rimodulazione delle tax expenditures o delle aliquote delle imposte indirette incluse le accise o l’Iva”. Tremonti era ministro delle finanze sia nel 2008 che nel 2011. Lui formalmente non avrebbe utilizzato le clausole di salvaguardia ma per tre anni era riuscito a mettere i conti pubblici in sicurezza anticipando la manovra di bilancio a giugno-luglio – per l’appunto senza utilizzare dette clausole – ma sappiamo bene che la sua vecchia linea di politica tributaria è stata sempre quella di spostare il carico tributario dalle imposte dirette a quelle indirette perché le prime producono sacrificio inevitabile, le seconde no perché consentono ad alcuni di rinunciare al consumo e, quindi, di non rimanerne incisi. Probabilmente per questo motivo Tremonti non ha contestato la proposta e scrive di “clausola-imposizione” perché evidentemente il problema vero è quello della credibilità e reputazione dei passati governi italiani che hanno sempre promesso a Bruxelles di ridurre il debito, e poi lo hanno fatto crescere e, quindi, si impegnavano a porvi rimedio negli anni successivi magari passando il cerino acceso ai successori.

Ora se il governo che verrà avrà la credibilità e la reputazione di cui gode in questa fase il Presidente incaricato Conte e se si vuole veramente la discontinuità di cui parla il vertice del Partito democratico, questo è il terreno su cui provare a sperimentarla.  Le clausole di salvaguardia sono state introdotte con ordinarie leggi italiane e con le stesse possono essere abrogate. E abbiamo un precedente importante. In vista della scadenza quinquennale del Fiscal Compact tutti in Italia temevano tempeste tropicali e trombe d’aria di ogni tipo. Poi non è successo niente. Per guidare i comportamenti dei governanti in materia di finanza pubblica ci sono le norme ordinarie di bilancio. Se queste venissero rispettate in partenza non ci sarebbe bisogno di norme di emergenza e/o di garanzia. E poi ci sono tutte le regole del c.d. semestre europeo che mirano al coordinamento delle politiche economiche e finanziarie, in primis, dei paesi membri dell’eurozona. Basterebbe ragionare pacatamente e seriamente con la Commissione europea in via preventiva.    

Le clausole di salvaguardia italiane ed europee hanno interessanti precedenti negli USA con le amministrazioni Reagan e Trump: tagli automatici alla spesa pubblica e sospensione del pagamento degli stipendi. Alla fine non sono state applicate dagli stessi Presidenti che le avevano proposte. In termini mitologici e di leggenda le clausole di salvaguardia mi ricordano Ulisse e le sirene. Per funzionare hanno bisogno di gente fortemente determinata e coerente. Ulisse avrebbe sempre potuto ordinare ai suoi uomini di scioglierlo ma nella leggenda non lo ha fatto. I nostri politici non hanno la tempra di Ulisse né quella di Vittorio Alfieri. Al contrario, si “divertono” ad abrogare leggi senza aver verificato attentamente se quelle esistenti sono state coerentemente applicate e se si perché non hanno funzionato secondo la volontà del precedente legislatore. Molti sedicenti legislatori italiani pensano che vecchi e nuovi problemi si affrontano scrivendo nuove leggi. E così i governi producono continuamente “nuove” leggi e, non di rado, non si preoccupano più di tanto della loro corretta applicazione. In materia di leggi di bilancio, è ormai prassi consolidata che si iscrivano gettiti sopravvalutati delle imposte, dei condoni e dei recuperi dell’evasione con la conseguenza dell’aumento prima del deficit e poi del debito. Basterebbe essere più rigorosi e prudenti nelle previsioni a partire da quello sulla crescita del PIL per evitare detto risultato.

Nel ringraziare il Presidente della Repubblica Mattarella per avergli conferito l’incarico di formare il nuovo governo, il Presidente incaricato Conte ha detto che servono due cose: coraggio e determinazione. Anche per approntare la legge di bilancio 2020 – aggiungo io. Lui sa benissimo di essere fortunato e di godere al momento la massima fiducia da parte del Presidente dell’Unione Tusk, del Presidente del Parlamento europeo Sassoli, della Cancelliera Merkel, della Presidente della Commissione Ursula Von Der Leyen. C’è una prospettiva non campata in aria che la stessa Germania a fronte del rallentamento dell’economia sia pronta a sposare una politica fiscale espansiva a livello europeo e che questa sia “accomodata” da una politica monetaria dello stesso segno. Bene, coraggio e determinazione in questo campo significa abrogare le clausole di salvaguardia, prevedere limitati aumenti della spesa corrente, applicazione della regola d’oro per investimenti direttamente produttivi per almeno 50 miliardi all’anno per un decennio, come si prevede per la stessa Germania, eventualmente controllabili dalla stessa Commissione. Se sono rose fioriranno.

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Analogie e divergenze tra Italia e Germania.

A fronte del rallentamento dell’economia tedesca nel secondo trimestre (-0,1), prima di Ferragosto, i maggiori esponenti del governo tedesco assunsero l’atteggiamento keep cool rimani calmo; non c’è bisogno di provvedimenti straordinari per tenere l’economia tedesca sui binari della crescita. Dopo pochi giorni, secondo rivelazioni dello Spiegel – vedi corrispondenza da Francoforte di Isabella Bufacchi Il Sole 24 Ore del 17 agosto – la Cancelliera Merkel e il ministro delle finanze Scholz sarebbero disposti a passare all’azione sempre che il terzo e quarto trimestre confermino l’entrata in recessione tecnica dell’economia tedesca.    Secondo gli economisti di Citigroup (gruppo di consulenti finanziari che studiano i mercati globali) “la Germania rischia di diventare un’altra volta il malato d’Europa” – aggiungo io: non da solo ma in buona compagnia dell’Italia la cui economia, come noto, è fortemente interdipendente da quella tedesca. Ricordo che l’interscambio commerciale tra Italia e Germania ammonta a oltre 126 miliardi di euro.

Nonostante che permanga l’ossessione tedesca di non aumentare il debito pubblico, la Bufacchi scrive di rinuncia del ministro delle finanze all’obiettivo di ridurlo al disotto della fatidica soglia del 60% prevista dal Trattato di Maastricht. Riferisce che il ministro SPD del lavoro Heil sta approntando incentivi per le imprese in difficoltà e una riduzione dell’orario di lavoro per i lavoratori a tempo pieno che, come noto, in occasione della I e II recessione (2009 e 2012) ha funzionato bene evitando massicci licenziamenti.

 Ma la vera novità è quella relativa ad una stima dei fabbisogni di risorse finanziarie necessarie per colmare i deficit infrastrutturali ai diversi livelli di governo locale, statale (Laender) federale riguardanti strade, scuole, edilizia pubblica e popolare, impianti idrici, trasporti, digitalizzazione dell’economia, banda larga, intelligenza artificiale, istruzione e formazione permanente, ricerca e sviluppo, ecc.. Si stima il fabbisogno in 450-500 miliardi di euro in un decennio, in media 45-50 miliardi all’anno, somma tra il 2-3% del PIL tedesco ritenuta adeguata per imprimere una spinta idonea a far riprendere la crescita tedesca.

È interessante riflettere su queste proposte perché l’economia italiana si trova in una situazione analoga e, per certi versi, notevolmente peggiore (vedi bassa produttività del sistema produttivo nel suo insieme, deficit infrastrutturali e situazione dell’istruzione ai vari livelli). Le analogie e le differenze evocano una impostazione espansiva delle politiche economiche non solo in Germania e in Italia ma anche a livello generale europeo. E’ chiaro che se la Commissione europea riconoscesse tale esigenza di coordinamento, l’Italia avrebbe maggiori probabilità di far passare anche la sua politica anticiclica. Di questi problemi economici e finanziari non sento una forte eco nel dibattito asfittico sulle proposte di politica economica che dovrebbero essere alla base della legge finanziaria 2020 e/o addirittura di un eventuale accordo di legislatura tra i 5S e il PD. I “grandi” leader politici italiani preferiscono discutere di riduzione del numero dei parlamentari, di flat tax, di tassa c.d. piatta che tale non è, e di riduzione generalizzata delle tasse ovviamente senza mai menzionare i servizi pubblici da tagliare e, quindi, ingannando gli elettori.

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Diario della crisi 190813

Dopo l’annuncio della crisi di governo prima da parte di Salvini e immediatamente dopo del Presidente Conte, si scatena la fantasia di giornalisti e osservatori vari circa la sua possibile soluzione: elezioni subito come richieste dal leader della Lega con grande sfacciataggine e arroganza; governi di scopo, governi istituzionali, governi tecnici; governi con compiti limitati: approvazione della legge finanziaria 2020 evitando l’aumento dell’IVA – proposta approvata da quasi tutti; approvazione della riduzione del numero dei parlamentari – su cui mi sono espresso precedentemente; ecc..  Quasi tutti chiedono elezioni anticipate dopo appena 16 mesi dalle elezioni, ma interviene saggiamente Grillo in maniera secca e determinata opponendosi a tali ipotesi. Ovviamente non decide neanche lui ma come Lord protettore del M5S il suo parere ha un grande significato politico. Lo raccoglie subito il Senatore Renzi che lo condiziona all’approvazione della legge finanziaria e possibilmente a una nuova riforma del sistema elettorale.

L’altro ieri grande sorpresa: inversione a U del PD di Zingaretti: no allo scioglimento delle Camere purché ci si metta d’accordo con i 5S su un programma di legislatura ampio e condiviso. Secondo me, è da apprezzare il ravvedimento del PD ma chiedere un programma siffatto è come chiedere la luna nel pozzo tali e tante sono le differenze programmatiche tra i due partiti. E per superarle serve molto tempo e tanta buona volontà. Voglio sperare che quella di Zingaretti non sia solo una proposta tattica o addirittura provocatoria. Ricordo che in Germania qualche tempo fa i partiti che sostengono la Merkel e la SPD dopo le elezioni di settembre impiegarono circa tre mesi per raggiungere un accordo sotto Natale.

Noi non abbiamo tutto questo tempo e sarebbe un successo enorme se si riuscisse a lasciare fuori dal governo l’On. Salvini neutralizzando la sua smodata ambizione, proporre un italiano colto e preparato per la Commissione europea, varare la legge finanziaria per il 2020, cercare alleanze con altri Paesi membri dell’Unione e dell’eurozona per riformare il Regolamento di Dublino sulla distribuzione dei migranti e per la riforma del Patto di stabilità e crescita. Con l’economia tedesca in forte rallentamento e con il fatto che i 5S hanno votato anche loro per la nuova Presidente della Commissione europea Ursula von Der Layen aumenterebbero le probabilità di arrivare ad una manovra maggiormente espansiva che aumenterebbe la sostenibilità del nostro debito pubblico. A tale scopo bisogna spiegare ai 5S che oggi le priorità assolute sono la crescita del PIL e dell’occupazione, la stabilità finanziaria e l’isolamento della Lega che accarezza l’idea dell’uscita dall’eurozona se non proprio dall’Unione europea. Bisogna spiegare al PD di Zingaretti che con l’alternativa “tutto o niente” non si va da nessuna parte. La politica è l’arte del possibile e questa si fonda su ragionevoli compromessi. Mentre un nuovo governo M5S, PD e altre formazioni che hanno a cuore la democrazia costituzionale in questa Italia lavorano a risolvere i problemi più urgenti, si possono organizzare gruppi di lavoro, conferenze programmatiche possibilmente congiunte delle forze che sostengono il governo per smussare i punti più contrastanti dei diversi programmi delle diverse parti politiche con onorevoli compromessi operati in nome del bene comune. La teoria dei giochi e l’esperienza insegnano che la strategia di un giocatore non può non tener conto della strategia dell’altro e/o degli altri. Qualcosa che Salvini, preso dal delirio di onnipotenza, probabilmente non ha capito.    

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Il voto anticipato non è scelta obbligata.

Tutti all’unisono chiedono elezioni anticipate tranne Grillo e Renzi. Delle due l’una: o Salvini è un pericolo pubblico e allora bisogna impedirgli di ottenere un’altra investitura pubblica che aumenterebbe enormemente la sua tracotanza e il suo delirio di onnipotenza oppure è un sincero e affidabile democratico di cui ci si può fidare, capace di autocontrollo. Io propendo per la prima ipotesi e la sua recente richiesta di “pieni poteri” conferma che il leader della Lega sia un aspirante dittatore. In ogni caso, anche nella sciagurata ipotesi che si andasse all’elezioni non credo proprio che la quota di consenso popolare che gli assegnano i sondaggi si traduca in seggi parlamentari.

Quello che mi sorprende è il fatto che a chiedere elezioni anticipate sono da un lato Forza Italia e dall’altro il Partito democratico due partiti senza un programma chiaro e in grosse difficoltà organizzative. Il primo con la scissione in corso quella del governatore della Liguria e il secondo con una scissione strisciante quella di Renzi – fin qui minacciata. Se è vero che detti partiti non sono pronti per andare alle elezioni, se è vero che la RAI è controllata dalla Lega, verrebbe di dire: si accomodino pure. Il probabile esito potrebbe essere una coalizione di Centro-destra tra Salvini e la Meloni con l’appoggio esterno di Casa Pound come sostiene The Economist.

Ieri fortunatamente è arrivata una proposta diversa quella dell’ex Presidente del Senato definita come lodo Grasso. Una proposta molto astuta che suggerisce alle attuali opposizioni ad uscire dall’Aula e lasciare sola la Lega a votare contro il governo di cui il suo leader è ancora vice-presidente del Consiglio dei ministri. Una situazione paradossale difficile da spiegare agli osservatori europei e non, che ancora una volta la dice lunga sull’affidabilità dei politici italiani: un partito di governo che vota la sfiducia a sé stesso. Che lo faccia pure. Si coprirà di ridicolo e confermerà la sua irresponsabilità.

Lo scioglimento anticipato delle Camere è avvenuto già cinque volte ma mai a così breve distanza dall’inizio della legislatura: solo 14-15 mesi. Giustamente è stato sottolineato che lo scioglimento delle Camere è competenza del Presidente della Repubblica sentiti i Presidenti delle Camere, i segretari dei partiti accompagnati dai Presidenti dei gruppi parlamentari. Concludendo, il punto che voglio sottolineare è che lo scioglimento delle Camere consegue alla constatazione da parte del Presidente Mattarella dell’impossibilità di formare un nuovo governo. E il primo tentativo di formarlo, secondo prassi costituzionale, spetterebbe al Capo del M5S.       

La riduzione del numero dei parlamentari va accantonata.

La riduzione del numero dei parlamentari, proposta dal M5S è una riforma vecchia che guarda al passato e non al futuro come dovrebbe. Visto che siamo inseriti e vogliamo restare nell’Unione Europea possiamo abrogare il Senato e, al limite, il Presidente della Repubblica. Devo precisare che da circa un quarto di secolo siamo coinvolti in un processo di trasformazione del nostro sistema istituzionale in senso federale, e la proposta è stata sempre quella di un Senato federale. Da circa 10 anni detto processo è bloccato per via della grande crisi economica e finanziaria che, anche negli Stati federali, di norma, impone un maggior ruolo del governo federale e quindi un processo di centralizzazione. Anche nella riforma Renzi c’era una chiara svolta centralista perché non avendo avuto il coraggio di mettersi contro la classe politica regionale e dei sindaci che è ben più numerosa e radicata di quella centrale attuale, in nome del superamento del bicameralismo paritario, aveva proposto qualcosa che non era un vero senato federale né un senato delle regioni ma un papocchio o una camera di serie B non eletta direttamente dai cittadini.

Vengo al mio punto centrale. Se l’Unione Europea, in fatto, è già uno stato federale in fieri e non può essere diversamente visto che abbiamo una moneta unica, una politica economica finanziaria centralizzata, e si sta avviando il discorso di una difesa comune come reazione alle prese di posizione del neo-presidente USA; se le costituzioni sono costruite per il futuro, bisognerebbe tener conto che nei sistemi federali veri e propri (Australia, Canada, USA, Svizzera) non ci sono seconde camere né presidenti della repubblica a livello sub-centrale. In un assetto istituzionale di stampo federale com’è quello europeo – in parte ancora da portare a compimento – la collocazione appropriata del Senato sarebbe al centro al posto dell’attuale Consiglio europeo che io considero il cancro delle istituzioni europee. Se si tiene conto di questi vincoli, la soluzione migliore sarebbe l’abrogazione totale del Senato e possibilmente una riduzione limitata del numero dei deputati. Dico limitata perché in Italia prevale la prassi secondo cui i problemi del paese si risolvono approvando una nuova legge e nel nostro paese si legifera cercando di prevedere tutte le fattispecie possibili. Missione impossibile in una società molto dinamica, nell’era della digitalizzazione e della globalizzazione.

La proposta del M5S è quindi mal concepita anche perché non prevede una clausola ragionevole della sua eventuale entrata in vigore (ad esempio nella legislazione successiva a quella in cui viene approvata). I parlamentari in carica per quanto scarsamente autonomi rispetto ai loro capi al governo, difficilmente accetteranno di suicidarsi. Sappiamo che il M5S alla democrazia rappresentativa preferisce quella diretta.

PS.: per maggiori approfondimenti sulla semplificazione del processo legislativo rinvio a un mio post del novembre 2016.

Bisogna attuare il federalismo fiscale non l’autonomia differenziata.


Ieri 11 luglio l’ennesimo vertice della maggioranza non ha raggiunto l’accordo su come procedere sull’attuazione del contratto di governo sul trasferimento di quasi tutte le attuali competenze concorrenti di cui all’art. 117 Cost. alle tre Regioni a statuto ordinario che ne hanno fatto richiesta anche sulla base di alcuni referendum locali.  
Non è un caso che la ministra per gli affari regionali Stefani in un seminario di approfondimento presso il CNEL abbia continuato a parlare di autonomia differenziata e di non meglio precisate divergenze tra gli esponenti della Lega e del M5S, quando invece nella sostanza si tratta di avanzare in maniera surrettizia sulla strada di un federalismo fiscale male inteso e/o di secessione dei ricchi come sostiene Gianfranco Viesti. La Lega di Bossi per diversi lustri ha portato avanti – per fortuna solo a parole – il federalismo competitivo che spinto alle estreme conseguenze può portare alla secessione vera e propria. La Lega di Salvini ha saggiamente abbandonato almeno formalmente l’obiettivo secessionista, si è trasformata in un partito nazionale massimizzando il suo consenso, ma i governatori regionali della Lega portano avanti un disegno stravolgente di redistribuzione delle competenze tra Stato e RSO anche se con un tono minimalista, parlando di autonomia differenziata, citando l’art. 5 Cost., valorizzando attraverso le c.d. Intese  il ruolo del governo centrale, dall’altro, quello delle regioni.
E’ bene precisare che nel discorso sull’autonoma differenziata si assume la narrazione prevalente in questi ultimi tre ultimi lustri secondo cui la riforma del 2001 è stata frettolosa e sbagliata e che le competenze concorrenti hanno determinato un forte contenzioso costituzionale. Secondo me, questa narrazione è in grossa parte falsa: 1) perché la riforma del 2001 è stata fatta con il consenso di tutte le regioni e di gran parte dell’opposizione; ha dei punti deboli ma il suo impianto complessivo è valido e coerente tanto è vero che nessuno ha chiesto un referendum abrogativo; aspetta ancora la sua piena attuazione;  2) analizzando i ricorsi alla Corte costituzionale per conflitti di attribuzione si vede che è stato il legislatore centrale ad innescarli nella maggior parte dei casi perché ha continuato a legiferare non tenendo conto della nuova distribuzione delle competenze. Le regioni che premono per l’autonomia argomentano sulla base di due argomenti principali: a) i referendum propositivi locali svolti quando non si conoscevano i termini esatti della domanda; b) la ricerca dell’efficienza assumendo che le loro strutture sono più efficienti di quelle statali e, quindi, farebbero risparmiare risorse.  
I due argomenti hanno qualche pregio ma non possono essere assunti come decisivi perché, nel primo caso, secondo me, non si può sconvolgere l’assetto del governo multilivello solo sulla base di alcuni referendum locali senza il coinvolgimento del Parlamento e di tutte le altre regioni a statuto ordinario e speciale. In generale, non c’è dubbio che un assetto federale rispetto ad uno centralizzato possa e debba perseguire una differenziazione delle competenze del resto già previsto dalla Costituzione con la distinzione tra RSO e RSS e, addirittura, con la emanazione per regio decreto dello statuto speciale della Regione Sicilia (15-05-1946) prima della proclamazione della Repubblica (18-06-1946) e dell’entrata entrata in vigore della Costituzione (1 gennaio 1948).    Nel merito, per procedere ad una redistribuzione condivisa delle competenze non basta assumere che le regioni richiedenti siano più efficienti. C’è del vero ma si tratta comunque di condizione necessaria ma non sufficiente. Tutti i processi di federalizzazione e/o di decentralizzazione vengono motivati dalla ricerca di maggiore efficienza allocativa, ossia, di migliore rispetto delle preferenze e dei bisogni dei cittadini-contribuenti, di rispetto dell’eguaglianza dei cittadini e, non ultimo, di maggiore responsabilizzazione (accountability) dei politici eletti. La questione va affrontata alla luce della teoria dei beni pubblici, ossia, a partire dall’analisi della natura del bene e/o servizio pubblico di cui parliamo. I giuristi di norma ragionano in prima approssimazione sulla base del principio di attribuzione: la Costituzione, la legge in generale ha attribuito una certa competenza ad un dato livello di governo e tant’è. Gli economisti – semplificando –  guardano ai benefici individuali e sociali, alle economie e diseconomie esterne che la produzione di certi beni pubblici comporta e alla loro diffusione sul territorio. E qui arrivano le complicazioni perché benefici ed economie esterne in molti casi non si fermano ai confini delle giurisdizioni amministrative e, di converso, all’interno di ciascuna giurisdizione, non sempre beneficiano tutti i residenti allo stesso modo. Per questi motivi bisogna prevedere dei meccanismi correttivi e compensativi già previsti nell’art. 119 Cost. In questi termini l’attuale dibattito è deviante perché devia dalla strada principale che è quella dell’attuazione della riforma del 2001 e della legge Calderoli del 2009. È strano che la Lega se ne dimentichi.   PQM non basta abrogare o ridurre le tanto criticate competenze concorrenti che, secondo me e secondo coloro che hanno confrontato i diversi sistemi federali vigenti nel mondo, sono la soluzione più adatta ad un assetto federale dove, inevitabilmente, è previsto anche il principio di sussidiarietà verticale oltre che orizzontale. Non casualmente la Germania e altri paesi federali hanno le competenze concorrenti. Le competenze concorrenti garantiscono meglio la soddisfazione delle preferenze e dei bisogni dei cittadini che possono chiedere agli Enti locali alle Regioni o allo Stato di provvedere.  Anche qui nel caso in cui si decide che intervengano sia lo Stato che le Regioni perché si tratta di garantire certi servizi essenziali, rilevano poi gli accordi di cost-sharing perché spesso ci sono responsabilità condivise. In secondo luogo, il dibattito segreto all’interno della maggioranza non sembra che tocchi, in nessun modo, il problema dell’ottima dimensione della giurisdizionale che si individua guardando alle economie e diseconomie esterne e che é questione fondamentale se si vuole cercare l’efficienza nella gestione della spesa pubblica. Fin dal 1990, si era detto che le province come giurisdizioni amministrative non rispettavano il criterio e si contrapponeva giustamente l’ambito territoriale ottimale (ATO) o una giurisdizione di area vasta ma, dopo 30 anni, ancora oggi non riusciamo a decidere quanti livelli di governo vogliamo. Nella riforma del 2001 è entrata l’aria vasta sotto la forma discutibile di Città metropolitana; poi vengono abrogate le Province che però vengono resuscitate dal referendum abrogativo della riforma costituzionale di Renzi del 2016. Ora abbiamo le Province sguarnite di personale e di risorse e le Città metropolitane che non si sa cosa fanno. Altri come il prof. Alfonso Celotto si sono chiesti quale assetto istituzionale deve avere la Repubblica.  La mia risposta da federalista europeo è: un assetto federale all’interno di quello nascente e in parte significativa già in essere a livello superiore dell’Unione europea (vedi moneta unica e forte coordinamento delle politiche economiche dei paesi membri anche se male attuato), ossia, un assetto fortemente decentrato in cui le regioni hanno un loro autonomo potere impositivo e di indebitamento. Per una Unione di 500 milioni a 28 ma destinata a crescere per la richiesta di adesione da parte di altri paesi balcanici, l’unico assetto che può garantire l’unità salvaguardando le diversità è quello federale e la sua proiezione interna non può essere un monolitico Stato centralizzato. Non ultimo, nei Trattati europei è previsto il Comitato delle regioni uno dei due massimi organi consultivi della Commissione e del Parlamento europeo e le singole regioni interloquiscono direttamente con alcune istituzioni europee. PQM ritengo ambiguo e deviante il fatto che il governo continui a parlare di autonomia differenziata. Se si trattasse solo di questione amministrativa il problema potrebbe rientrare nell’ambito delle competenze del ministro degli affari interni ma qui c’è la proposta divaricante di finanziare le funzioni trasferite con compartecipazioni ai tributi dello Stato non inferiori alla spesa storica. Mi limito ad alcuni accenni. Bisogna spiegare agli elettori e ai loro rappresentanti che le compartecipazioni sono quote dei tributi erariali che le regioni richiedenti vogliono che restino nel loro territorio. Sono equivalenti sostanzialmente ai trasferimenti che vengono erogati dal lato delle uscite del bilancio dello Stato. Sono trasferimenti sotto mentite spoglie. Anche su questa operazione, in nessun modo, si può escludere il ruolo decisivo del Parlamento che, come noto, storicamente è nato per controllare la spesa dei sovrani assoluti e, oggi, delle maggioranze assolute determinate da sistemi elettorali manipolati alla bisogna. Con John Rawls ritengo che non c’è alcuna garanzia che le leggi approvate a maggioranza contengano soluzioni giuste specialmente se si tratta di leggi di rango costituzionale come quelle che stiamo esaminando. Un’altra precisazione riguarda lo sviluppo delle autonomie ex art. 5 Cost. si tratta di richiesta legittima, una volta attuati prioritariamente e seriamente i livelli essenziali di assistenza dei servizi fondamentali e i livelli essenziali delle prestazioni per gli altri servizi, che assicurano l’eguaglianza a livello nazionale.  Nessuno vuole e può impedire che alcune regioni possano fare di più ma se lo vogliono lo devono finanziare con il gettito di tributi propri.
Una finale battuta sulla scuola. Oggi il problema non è costruire la scuola regionale ma rendere più efficiente quella statale e costruirvi dentro quella europea. Ciò ovviamente non impedisce che si introducano alla bisogna corsi di storia e cultura delle singole regioni – in non pochi casi dichiarate patrimonio dell’umanità. Il problema vero oggi è l’attuazione del diritto allo studio da garantire con adeguate borse di studio per gli studenti meritevoli e bisognosi. Solo così si può sbloccare l’ascensore sociale oggi bloccato non solo per gli effetti recenti della crisi economica ma anche perché né lo Stato né le regioni fanno abbastanza.

Non basta dire Europa

Enrico Rossi, Non basta dire Europa, a cura di Antonio Pollio Salimbeni, Prefazione di Frans Timmermans, con un appello di Sting, Castelvecchi, maggio 2019.  Si tratta di un libro intervista scritto in occasione delle elezioni europee. Attraverso domande e risposte, si occupa della sfida populista e sovranista in corso in Europa a cui i socialisti in declino nei maggiori Paesi membri (PM) devono rispondere con fermezza se non vogliono abbandonare il campo. Lo potranno fare se essi riusciranno in parte a rispolverare i vecchi ideali socialisti, in parte, ad elaborare un piano strategico per affrontare i complessi problemi della grande trasformazione dell’economia e della società, della digitalizzazione, dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale, della migliore formazione permanente del lavoro, delle crescenti diseguaglianze che questi fenomeni producono.   Quindi non è un semplice pamphlet elettorale come si scrivevano una volta ma un libro che affronta i problemi strutturali della politica italiana ed europea e, quindi, la sua valenza non è di breve ma di lungo termine sapendo che le riforme strutturali non sono solo quelle che i politici dalla veduta corta ritengono di fare strappando al Parlamento una generica legge delega e diluendo nel tempo la sua attuazione con decreti legislativi che poi non vengono controllati da nessuno nella loro fase attuativa o non vengono emanati per niente. Non si può continuare andare avanti a piccoli passi.

Serve un salto di qualità tanto facile a dirsi quanto difficile a farsi se uno considera la bassa qualità della classe dirigente europea ed in particolare di quella italiana, entrambe caratterizzate dalla veduta corta il cui interesse prevalente è quello di confermarsi al potere. Vuole cogliere ogni opportunità per massimizzare il suo consenso elettorale a prescindere dalle politiche che porta avanti. Utilizza le fake news, ciancica di democrazie diretta, propone referendum su questioni molto complesse di cui essa stessa ignora le conseguenze ultime.  Vedi il caso emblematico della Brexit.

Vorrei subito riprendere un’affermazione del Presidente Rossi quando, a difesa delle cose buone che l’Europa fa, parla di una serie lunga di beni pubblici europei. In realtà, se distinguiamo correttamente tra beni pubblici europei ci accorgiamo che mancano alcuni di quelli classici (la spada, la bilancia) e abbiamo solo una Unione economica e monetaria incompleta.  Abbiamo solo l’euro che indubbiamente nel tempo ha prodotto il bene pubblico della stabilità finanziaria comune ma che non è apprezzata da tutti i PM allo stesso modo e, in nome della quale, in alcuni casi, è stato prescritto e rigorosamente applicato il consolidamento dei conti pubblici come valore in sé. Non abbiamo un appropriato sistema giudiziario europeo che distingua tra reati penali e civili europei e quelli dei PM; non abbiamo una difesa comune. E meno che mai abbiamo a livello centrale i tre pilastri fondamentali del welfare state: sanità, istruzione e previdenza che restano tuttora di competenza dei PM. E del resto come potremmo avere beni pubblici europei con un bilancio striminzito come quello attuale pari all’1,14% del PIL dei PM quando sappiamo che negli Stati federali più snelli il bilancio federale si colloca ben al disopra del 20% del PIL. Quindi parlare di attuazione del pilastro sociale a me sembra alquanto velleitario. In questo senso, è realistica la proposta di Rossi che non è solo sua di alzare il bilancio al 4% il minimo indispensabile per poter fare all’occorrenza qualche manovrina di politica economica per rispondere a shock simmetrici o asimmetrici in PM in crisi.

Con un bilancio dell’1,14%, al di là della volontà politica, non si possono affrontare le tre fratture che secondo Rossi caratterizzano lo stato dell’Unione: 1) il divario Nord-Sud; 2) quello Est-Ovest; 3) le crescenti diseguaglianze economiche e sociali. E’ un fatto che non c’è sufficiente convergenza tra le regioni periferiche del Sud e dell’Est con quelle centrali per via anche delle insufficienti risorse che direttamente o indirettamente sono destinate allo scopo. Né si può ritenere realisticamente che il “problema possa essere risolto con il completamento dell’eurozona con il pilastro sociale” (citazione dal libro di G. Provenzano). Semmai ci fossero le risorse per il primo obiettivo questo comporterebbe che i PM dovrebbero prevedere compensazioni per i lavoratori della zonaeuro che rimangono senza lavoro per via delle imprese che delocalizzano nelle regioni dell’Est dove i salari e la protezione sociale sono più bassi. E ancora non mi sembra adeguata la proposta di porre vincoli sociali alle imprese che delocalizzano nelle regioni periferiche più convenienti perché se vincoli del genere fossero seriamente applicati finirebbero col neutralizzare la libertà di stabilimento delle imprese. Vedi al riguardo la proposta sulle compensazioni di Rodrick, Dirla tutta sul mercato globale, 2019. In fatto, c’è una forte analogia tra quello che avviene all’interno della UE e quello che avviene a livello planetario in termini di concorrenza economica, concorrenza fiscale e dumping sociale.

Il libro contiene anche una radiografia delle forze reazionarie all’interno della UE. Anche se il loro “assalto” al PE è sostanzialmente fallito, il fenomeno non va sottovalutato. Bisogna continuare a combatterle perché in alcuni PM, a partire dall’Italia, esse sono vive e vegete. Rossi chiarisce bene l’accrocco istituzionale del Trattato di Lisbona per cui la Commissione riassume in sé tutti i tre classici poteri: di iniziativa legislativa, di esecuzione di regolamenti e direttive, di sanzione delle violazioni delle regole europee comprese quelle relative allo Stato di diritto all’interno dei PM. Per respingere le critiche al riguardo dei populisti e sovranisti Rossi cita la bella frase di Draghi letta a Bologna secondo cui “la vera sovranità consiste nel miglior controllo degli eventi per rispondere ai bisogni fondamentali dei cittadini. E oggi nella globalizzazione è impresa molto difficile”.   Come dargli torto! Solo se prevale il buon senso i PM potranno valorizzare la loro residua sovranità conferendola all’Unione.

Il Presidente Conte ridotto alle comunicazioni a mezzo stampa.

Non sono disponibile a rimanere a Palazzo Chigi per vivacchiare. O si va avanti con l’attuazione del contratto oppure mi dimetto – così il Presidente del Consiglio nella Conferenza stampa di ieri. Lo ha detto chiaramente ed è la sintesi che hanno ripreso molti commentatori. Altri hanno apprezzato il coraggio mostrato da Conte ma, a mio parere, il problema rimane il contratto, con i suoi obiettivi non convergenti e definiti in maniera sommaria, sottoscritto in stato di necessità da forze politiche ispirate da principi e sistemi valoriali diversi.  Conte non manca di festeggiare il 1° compleanno del governo giallo-verde che, a suo dire, ha suscitato da un lato entusiasmi e dall’altro, critiche e di cui lui ha svolto la funzione di garante. Ha respinto la critica della mancanza di legittimità democratica (di non essere un politico eletto) appigliandosi all’art. 95 Cost. che definisce il ruolo del Presidente del Consiglio e alla formula del giuramento che impegna tutti i membri del governo a servire gli interessi generali del Paese e in cui trova fondamento la sua legittimazione. Sintetizza i provvedimenti del primo anno come la fase 1 nella quale la priorità è andata all’assistenza dei ceti più deboli, dei cittadini smarriti e sfiduciati, alla lotta alla corruzione, allo scambio polito-mafioso (art. 416 cp), all’attuazione e/o implementazione delle leggi approvate, ad una più incisiva politica di integrazione degli immigrati. Ringrazia i gruppi parlamentari per la collaborazione prestata ed il lavoro svolto. Confessa che ha sottovalutato gli effetti della convivenza del governo con una campagna elettorale permanente – svolta specialmente dal suo Vice-presidente e ministro degli affari interni Salvini.

Nella fase 2, quella che comincerebbe ora, dice che il governo si impegnerà maggiormente sulla semplificazione del sistema legislativo, sul sostegno ai disabili; sulla (ennesima) riforma dei codici di procedura civile e penale; sulla sicurezza; sul decreto sblocca cantieri; su autonomia differenziata senza pregiudicare la questione sociale del Mezzogiorno; su una organica riforma fiscale; sulla giustizia tributaria; sui conflitti dio interesse; sulla manovra di politica economica che deve avere comunque un segno espansivo, sui conti pubblici che devono restare in equilibrio con le attuali regole salvo modifica; e tanti altri bellissimi progetti come quelli per il turismo, la valorizzazione del patrimonio artistico, l’università e la ricerca.

Conte è consapevole che le elezioni europee, da un lato, hanno confermato i partiti del governo giallo-verde ma, dall’altro, hanno prodotto un diverso consenso attorno ad essi. Stigmatizza l’eccesso di verbosità dei leader politici. Auspica un atteggiamento più costruttivo, maggiore impegno e fiducia e, soprattutto, più leale collaborazione che declina con una serie di esempi anche in negativo, in particolare, quello riguardante la indebita pubblicazione della bozza di lettera del MEF Tria alla Commissione europea.   Rispondendo ai giornalisti che gli chiedevano dell’assenza di una data di scadenza per la sua richiesta di chiarimento sulle intenzioni della maggioranza si mostra flessibile nel senso che non è questione di pochi giorni ma neanche di un rinvio sine die.

Molti, come ho detto, hanno apprezzato il coraggio di rispondere a mezzo stampa come hanno fatto sistematicamente i suoi azionisti di maggioranza. Secondo me, il vero problema resta il contratto di governo e i suoi obiettivi non convergenti. Anche la valorizzazione massima delle cose fatte nella prima fase mi sembra eccessiva perché si tratta di cose fatte a metà anche per la deleteria prassi adottata anche dal governo giallo-verde di strappare al Parlamento deleghe ampie da riempire successivamente con decreti legislativi tutti da formulare per non parlare dell’inaudita quanto illegittima prassi dei decreti legge “salvo intese”. Per non parlare di provvedimenti in grossa parte sbagliati come quota 100 e del reddito di cittadinanza.

Per le cose da fare la situazione è altrettanto problematica perché non basta indicare gli argomenti su cui legiferare. Ne commento solo alcuni per non dilungarmi troppo: riforma fiscale organica con annessa riforma della giustizia tributaria; semplificazione legislativa saggiamente senza i famigerati “falò” di Calderoli; prossima manovra di politica economica con o senza rispetto delle regole europee; decreti legge vari che vanno dallo sblocco dei cantieri, alla sicurezza, alla spinosa questione dell’autonomia differenziata. Tutte questioni molto complesse e delicate che richiederebbero la riscrittura seria ed approfondita del contratto di governo che finora non è stata fatta.

Giustamente sulla riforma fiscale Conte ha sposato la tesi del Governatore della B.d’I. Visco ma su questa non ci sono paletti fissi e condivisi neanche all’interno del governo. La riforma fiscale dei primi anni 70 arrivò dopo un decennio di studi ed elaborazioni. Quella di Reagan dei primi anni 80 arrivò dopo un intenso lavoro biennale di una commissione parlamentare bipartisan. Mancano le premesse fondamentali a livello nazionale, europeo ed internazionale con riguardo al mantenimento del principio della progressività, alla definizione della base imponibile, alla tassazione del nucleo familiare, all’ampiezza dei regimi forfettari e a quelli sostitutivi, nonché sulla tassazione dei patrimoni, sulle agevolazioni ed esenzioni, la disciplina della concorrenza fiscale dentro e fuori dell’Europa, ecc.… quello che sappiamo e possiamo dare per certo che Tria è costretto a continuare  con condoni, rottamazioni e fantasiosi recuperi di evasione nella disperata ricerca di coperture ad aumenti della spesa corrente o peggio ancora a fronte di irresponsabili promesse di taglio delle imposte per tutti (evasori compresi).

Anche sui provvedimenti di semplificazione legislative non vedo fondamento né concretezza se non si supera la prassi deleteria del governo presente e di quelli passati, secondo cui i problemi si risolvono riscrivendo leggi deleghe ampie e incerte con conseguente carico di decreti legislativi, regolamenti e circolari amministrative che rendono incomprensibile la nuova disciplina della materia persino agli addetti ai lavori: funzionari pubblici e giudici che sono chiamati ad applicarla. E perciò rimangono disapplicate ed inefficaci.

Sullo sblocca cantieri, si parla di moratoria della legislazione sugli appalti. il Presidente dell’Anac Cantone ha già preavvisato il governo circa i forti rischi di una escalation dei fatti corruttivi di una simile misura in un contesto già infestato da simili fenomeni. L’azzeramento della disciplina ribadito anche oggi è esempio classico di come politici disinvolti intendono la semplificazione: niente leggi né regolamenti.

Con riguardo alle regole del Patto di stabilità e crescita come ritoccato nel 2011 Salvini vanta l’accresciuto appoggio dei suoi elettori e la testa più dura dei burocrati di Bruxelles. A parte il fatto non secondario che il governo giallo-verde non ha precisato come intende modificarle, neanche Conte sembra consapevole che per modificare suddette regole servono in media 2-3 anni di tempo e che il governo italiano è del tutto isolato. L’orizzonte quindi si sposta al 2021-22 se non dopo. Sempreché i due galli nel pollaio riuscissero a contenere la loro verbosità e a studiare i complessi fascicoli delle questioni europee.

@enzorus2020