Per costruire meglio l’identità europea.

In Italia i protagonisti dello sgangherato dibattito sul regionalismo differenziato non utilizzano le indicazioni della teoria dei beni pubblici per argomentare o valutare quali funzioni assegnare alle regioni e/o allo Stato. Vogliono modificare l’art. 117 cost. spostando le competenze concorrenti quasi tutte in testa alle regioni. Un’operazione che viene da alcune regioni del Nord-Est, dalla Lombardia e dall’Emilia Romagna. Un’operazione che dai meridionalisti viene valutata come secessione dei ricchi. Tranne qualche sporadica presa di posizione le regioni meridionali tacciono come se il problema non le riguardasse. Istruzione e sanità sono beni pubblici nazionali e come tali sono di competenza dello Stato.Istruzione e sanità sono strettamente collegate: “mens sana in corpore sano” dicevano gli antichi romani. A mio avviso, sbagliarono i Padri costituenti ad assegnare la sanità alle regioni ma avevano un alibi: non si era ancora ben sviluppata la teoria economica dei beni pubblici che arriva con Paul Samuelson nel 1954. Qualche anno fa Chiamparino presidente della Regione Piemonte, concordemente, ha ipotizzato l’idea di togliere la sanità alle regioni non solo per via di episodi gravi di corruzione nella gestione delle risorse assegnate dallo Stato ma soprattutto perché trattandosi di un bene pubblico nazionale è ovvio che il principale responsabile della programmazione e del finanziamento debba essere lo Stato.

Analogo è il discorso sulla scuola. Alcuni hanno ricordato il dibattito alla Costituente sulla quale vedi l’impegno profuso da Concetto Marchesi e Aldo Moro; vedi infine gli art. 33 e 34 Cost. sulla necessità di creare una scuola nazionale e di “garantire ai capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, il diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi”. Ora da qui a passare alla scuola regionalizzata ci passa tanta strada che condurrebbe comunque nella direzione sbagliata. Perché la scuola di ogni ordine e grado non solo cerca di formare l’identità nazionale ma è anche lo strumento fondamentale per attuare l’eguaglianza di opportunità dei cittadini. Quindi in pratica il discorso si sposta su quello che lo Stato e le regioni fanno, da un lato, per fare rispettare l’obbligo scolastico e, dall’altro, per mettere a disposizione degli studenti meritevoli e bisognosi le risorse necessarie ad attuare sul serio il diritto allo studio. 
La scuola forma l’identità dei cittadini e riempie di contenuti l’istituto giuridico della cittadinanza. Noi europei abbiamo la doppia cittadinanza istituita con il Trattato di Maastricht art. 8 poi trasfuso nel Trattato di Lisbona.
Quella italiana è assunta come data – anche se non dimostrata nella c.d. costituzione materiale. Quella europea è ancora una nebulosa. Il fatto che nel passaporto c’è scritto Unione Europea e nella patente c’è la microscopica bandierina a 12 stelle è solo un fronzolo, al meglio, un simbolo. Per darle contenuti pregnanti occorre costruire una solida identità europea che innanzitutto rifletta i valori comuni della cultura, della letteratura, della democrazia, dell’etica pubblica, della storia comune nel bene e nel male.

Il problema, oggi e in prospettiva, non è la scuola nazionale che bene o male esiste in tutti i Paesi membri.Oggi  occorre costruire la scuola e l’università europee. Nel dibattito del 15 maggio scorso al Parlamento europeo tra i candidati alla Presidenza della Commissione che sarà formata dopo le elezione solo Frans Timmermans ha accennato al problema della scuola dicendo che il programma Erasmus va generalizzato. Non so se il candidato del PSE ha un programma più ampio ma mi sono riproposto questo problema quando il governo Renzi lanciò negli anni scorsi il suo “programma della buona scuola” poi rivelatosi solo uno slogan accattivante.Da allora mi sono convinto che la buona scuola doveva essere una scuola europea. Negli ultimi anni ho partecipato a molte manifestazioni dei giovani federalisti europei e a quella del 25 aprile a Porta San Paolo (a Roma) dove ho notato una forte partecipazione di giovani – cosa del tutto eccezionale negli ultimi anni. Ho pensato all’effetto positivo dal nostro punto di vista della becera propaganda di Salvini con riguardo sia alla politica interna che a quella europea. Ho assistito a diverse manifestazioni elettorali e nessuno dei candidati ha prospettato programmi specifici per i giovani. Al riguardo viene subito in mente il programma Erasmus ed il processo di Bologna a suo tempo lanciato da Antonio Ruberti pro-tempore  Rettore della Sapienza. Ho navigato un paio di ore sul sito Europa e ho trovato che c’è Europa Youth Portal, Eures and Poles emploi, ed altre finestre interessanti; ho visto che ci sono diversi Rapporti della Commissione e tante belle idee, ma per ora scarsi risultati concreti e/o poco percepiti perché riguardano pochi soggetti.

Il programma Erasmus secondo me non va bene così come funziona adesso, è da riformare, da generalizzare e da imporre soprattutto ai docenti. Infatti ritengo che se i docenti a tutti i livelli non hanno loro stessi una solida formazione e identità europea non si capisce come possano contribuire alla formazione e sviluppo di una identità e cultura genuinamente europee dei giovani. A suo tempo, all’università insieme ad altri colleghi abbiamo lavorato alla attuazione della riforma Berlinguer e alla standardizzazione dei crediti formativi per renderli portabili e riconosciuti nelle altre università europee. Oggi tale operazione non basta più in una congiuntura storica in cui crescono le forze populiste e sovraniste che vorrebbero dividere e ridurre l’Unione ad una Confederazione con compiti molto limitati e poteri conferiti di volta in volta.

Oggi dobbiamo fronteggiare il rischio di una progressiva disgregazione dell’Unione e rafforzare le fondamenta del progetto europeo. Come? Costruendo scuole e università europee. Dobbiamo fare quello che i tedeschi hanno fatto dopo avere elaborato la dura sconfitta che Napoleone inflisse a tutti gli stati preunitari: creare una classe dirigente tedesca prima ancora dell’unità come racconta il grande pedagogista americano John Dewey.

Non rivendico nessuna primazia al riguardo. L’associazione TRELLE da circa 20 anni prospetta il problema ma il suo invito non è stato raccolto.

Personalmente come studente post-graduate ho avuto la fortuna di fare il primo anno al Bologna Center della John Hopkins University. Siamo nel 1964 il Bologna Center era organizzato in questo modo: metà studenti americani e metà europei; lo stesso modulo per i docenti; il lunedì mattina seminario sull’Europa obbligatorio per tutti gli studenti e docenti: relatore era una grande personalità europea e poi discussione aperta sino ad esaurimento delle domande. Per lo più si terminava a lunch time. Una esperienza veramente innovativa e interessante per i tempi. Poi alcuni di noi andarono a Washington per il secondo anno del Master in Studi internazionali avanzati. Secondo me, se l’UE vuole fare sul serio in questa materia dovrebbe imitare questo esempio sia a livello delle scuole secondarie che a livello universitario. Dovrebbe invitare studiosi e ricercatori a standardizzare gli insegnamenti in primo luogo di storia e cultura o civiltà – come dicono i francesi – europea anche contemporanea e prevedere cospicui finanziamenti per attuare il diritto allo studio di giovani meritevoli e bisognosi non solo europei ma anche dei paesi del Nord Africa e del Medio Oriente. 

Da economista vengo alle risorse, l’UE attualmente spende 2,6 miliardi in sette anni. Sono i soliti spiccioli su programmi utopici! Bisogna gradualmente quintuplicare meglio decuplicare gli stanziamenti per incentivare la istituzione di scuole e università secondo il modulo di cui sopra. Ovviamente non si tratta di creare nuove strutture ma di incentivare quelle esistenti a ristrutturarsi secondo un modello europeo condiviso non dai politici governanti ma dal mondo della scuola e dell’Università che nella maggior parte dei paesi europei gode di autonomia, libertà e responsabilità. In Europa abbiamo un enorme problema di rafforzare il capitale sociale e quello umano anche per fronteggiare la grande trasformazione dell’economia e della società che ci impone la globalizzazione, la digitalizzazione, la robotizzazione, l’utilizzo della Intelligenza Artificiale. Su questo terreno l’Italia è molto indietro e servono misure urgenti e straordinarie di breve e medio termine. Quella sopra descritta ovviamente è proposta di medio-lungo termine pensata per altre finalità, per i giovani, per rafforzare l’identità europea ma che darebbe più ampio respiro alle altre. A mio avviso, costituisce lo strumento principale per farlo. Basta volerlo.  

@enzorus2020

Alcune indicazioni bibliografiche:

Dewey John, Democrazia e educazione, la nuova Italia editrice, Firenze, 1949 (edizione originale 1916);

http://www.fondazioneantonioruberti.it/Antonio-Ruberti/Archivio-documenti/Spazio-Europeo-della-Conoscenza/UNIVERSITA-E-RICERCA-APPUNTAMENTO-CON-L-EUROPA

Melchionni Maria G. a cura di, L’identità europea alla fine del XX secolo, presentazione di Giuseppe Vedovato, Biblioteca della Rivista di Studi politici internazionali, Firenze (2001);

Treelle, Università italiana, Università europea? Dati, proposte e questioni aperte, Quaderno n. 3/2003 settembre;

Treelle, Scuola italiana, scuola europea? Dati, confronti e questioni aperte, Quaderno n. 1, maggio 2002;

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