Bisogna attuare il federalismo fiscale non l’autonomia differenziata.


Ieri 11 luglio l’ennesimo vertice della maggioranza non ha raggiunto l’accordo su come procedere sull’attuazione del contratto di governo sul trasferimento di quasi tutte le attuali competenze concorrenti di cui all’art. 117 Cost. alle tre Regioni a statuto ordinario che ne hanno fatto richiesta anche sulla base di alcuni referendum locali.  
Non è un caso che la ministra per gli affari regionali Stefani in un seminario di approfondimento presso il CNEL abbia continuato a parlare di autonomia differenziata e di non meglio precisate divergenze tra gli esponenti della Lega e del M5S, quando invece nella sostanza si tratta di avanzare in maniera surrettizia sulla strada di un federalismo fiscale male inteso e/o di secessione dei ricchi come sostiene Gianfranco Viesti. La Lega di Bossi per diversi lustri ha portato avanti – per fortuna solo a parole – il federalismo competitivo che spinto alle estreme conseguenze può portare alla secessione vera e propria. La Lega di Salvini ha saggiamente abbandonato almeno formalmente l’obiettivo secessionista, si è trasformata in un partito nazionale massimizzando il suo consenso, ma i governatori regionali della Lega portano avanti un disegno stravolgente di redistribuzione delle competenze tra Stato e RSO anche se con un tono minimalista, parlando di autonomia differenziata, citando l’art. 5 Cost., valorizzando attraverso le c.d. Intese  il ruolo del governo centrale, dall’altro, quello delle regioni.
E’ bene precisare che nel discorso sull’autonoma differenziata si assume la narrazione prevalente in questi ultimi tre ultimi lustri secondo cui la riforma del 2001 è stata frettolosa e sbagliata e che le competenze concorrenti hanno determinato un forte contenzioso costituzionale. Secondo me, questa narrazione è in grossa parte falsa: 1) perché la riforma del 2001 è stata fatta con il consenso di tutte le regioni e di gran parte dell’opposizione; ha dei punti deboli ma il suo impianto complessivo è valido e coerente tanto è vero che nessuno ha chiesto un referendum abrogativo; aspetta ancora la sua piena attuazione;  2) analizzando i ricorsi alla Corte costituzionale per conflitti di attribuzione si vede che è stato il legislatore centrale ad innescarli nella maggior parte dei casi perché ha continuato a legiferare non tenendo conto della nuova distribuzione delle competenze. Le regioni che premono per l’autonomia argomentano sulla base di due argomenti principali: a) i referendum propositivi locali svolti quando non si conoscevano i termini esatti della domanda; b) la ricerca dell’efficienza assumendo che le loro strutture sono più efficienti di quelle statali e, quindi, farebbero risparmiare risorse.  
I due argomenti hanno qualche pregio ma non possono essere assunti come decisivi perché, nel primo caso, secondo me, non si può sconvolgere l’assetto del governo multilivello solo sulla base di alcuni referendum locali senza il coinvolgimento del Parlamento e di tutte le altre regioni a statuto ordinario e speciale. In generale, non c’è dubbio che un assetto federale rispetto ad uno centralizzato possa e debba perseguire una differenziazione delle competenze del resto già previsto dalla Costituzione con la distinzione tra RSO e RSS e, addirittura, con la emanazione per regio decreto dello statuto speciale della Regione Sicilia (15-05-1946) prima della proclamazione della Repubblica (18-06-1946) e dell’entrata entrata in vigore della Costituzione (1 gennaio 1948).    Nel merito, per procedere ad una redistribuzione condivisa delle competenze non basta assumere che le regioni richiedenti siano più efficienti. C’è del vero ma si tratta comunque di condizione necessaria ma non sufficiente. Tutti i processi di federalizzazione e/o di decentralizzazione vengono motivati dalla ricerca di maggiore efficienza allocativa, ossia, di migliore rispetto delle preferenze e dei bisogni dei cittadini-contribuenti, di rispetto dell’eguaglianza dei cittadini e, non ultimo, di maggiore responsabilizzazione (accountability) dei politici eletti. La questione va affrontata alla luce della teoria dei beni pubblici, ossia, a partire dall’analisi della natura del bene e/o servizio pubblico di cui parliamo. I giuristi di norma ragionano in prima approssimazione sulla base del principio di attribuzione: la Costituzione, la legge in generale ha attribuito una certa competenza ad un dato livello di governo e tant’è. Gli economisti – semplificando –  guardano ai benefici individuali e sociali, alle economie e diseconomie esterne che la produzione di certi beni pubblici comporta e alla loro diffusione sul territorio. E qui arrivano le complicazioni perché benefici ed economie esterne in molti casi non si fermano ai confini delle giurisdizioni amministrative e, di converso, all’interno di ciascuna giurisdizione, non sempre beneficiano tutti i residenti allo stesso modo. Per questi motivi bisogna prevedere dei meccanismi correttivi e compensativi già previsti nell’art. 119 Cost. In questi termini l’attuale dibattito è deviante perché devia dalla strada principale che è quella dell’attuazione della riforma del 2001 e della legge Calderoli del 2009. È strano che la Lega se ne dimentichi.   PQM non basta abrogare o ridurre le tanto criticate competenze concorrenti che, secondo me e secondo coloro che hanno confrontato i diversi sistemi federali vigenti nel mondo, sono la soluzione più adatta ad un assetto federale dove, inevitabilmente, è previsto anche il principio di sussidiarietà verticale oltre che orizzontale. Non casualmente la Germania e altri paesi federali hanno le competenze concorrenti. Le competenze concorrenti garantiscono meglio la soddisfazione delle preferenze e dei bisogni dei cittadini che possono chiedere agli Enti locali alle Regioni o allo Stato di provvedere.  Anche qui nel caso in cui si decide che intervengano sia lo Stato che le Regioni perché si tratta di garantire certi servizi essenziali, rilevano poi gli accordi di cost-sharing perché spesso ci sono responsabilità condivise. In secondo luogo, il dibattito segreto all’interno della maggioranza non sembra che tocchi, in nessun modo, il problema dell’ottima dimensione della giurisdizionale che si individua guardando alle economie e diseconomie esterne e che é questione fondamentale se si vuole cercare l’efficienza nella gestione della spesa pubblica. Fin dal 1990, si era detto che le province come giurisdizioni amministrative non rispettavano il criterio e si contrapponeva giustamente l’ambito territoriale ottimale (ATO) o una giurisdizione di area vasta ma, dopo 30 anni, ancora oggi non riusciamo a decidere quanti livelli di governo vogliamo. Nella riforma del 2001 è entrata l’aria vasta sotto la forma discutibile di Città metropolitana; poi vengono abrogate le Province che però vengono resuscitate dal referendum abrogativo della riforma costituzionale di Renzi del 2016. Ora abbiamo le Province sguarnite di personale e di risorse e le Città metropolitane che non si sa cosa fanno. Altri come il prof. Alfonso Celotto si sono chiesti quale assetto istituzionale deve avere la Repubblica.  La mia risposta da federalista europeo è: un assetto federale all’interno di quello nascente e in parte significativa già in essere a livello superiore dell’Unione europea (vedi moneta unica e forte coordinamento delle politiche economiche dei paesi membri anche se male attuato), ossia, un assetto fortemente decentrato in cui le regioni hanno un loro autonomo potere impositivo e di indebitamento. Per una Unione di 500 milioni a 28 ma destinata a crescere per la richiesta di adesione da parte di altri paesi balcanici, l’unico assetto che può garantire l’unità salvaguardando le diversità è quello federale e la sua proiezione interna non può essere un monolitico Stato centralizzato. Non ultimo, nei Trattati europei è previsto il Comitato delle regioni uno dei due massimi organi consultivi della Commissione e del Parlamento europeo e le singole regioni interloquiscono direttamente con alcune istituzioni europee. PQM ritengo ambiguo e deviante il fatto che il governo continui a parlare di autonomia differenziata. Se si trattasse solo di questione amministrativa il problema potrebbe rientrare nell’ambito delle competenze del ministro degli affari interni ma qui c’è la proposta divaricante di finanziare le funzioni trasferite con compartecipazioni ai tributi dello Stato non inferiori alla spesa storica. Mi limito ad alcuni accenni. Bisogna spiegare agli elettori e ai loro rappresentanti che le compartecipazioni sono quote dei tributi erariali che le regioni richiedenti vogliono che restino nel loro territorio. Sono equivalenti sostanzialmente ai trasferimenti che vengono erogati dal lato delle uscite del bilancio dello Stato. Sono trasferimenti sotto mentite spoglie. Anche su questa operazione, in nessun modo, si può escludere il ruolo decisivo del Parlamento che, come noto, storicamente è nato per controllare la spesa dei sovrani assoluti e, oggi, delle maggioranze assolute determinate da sistemi elettorali manipolati alla bisogna. Con John Rawls ritengo che non c’è alcuna garanzia che le leggi approvate a maggioranza contengano soluzioni giuste specialmente se si tratta di leggi di rango costituzionale come quelle che stiamo esaminando. Un’altra precisazione riguarda lo sviluppo delle autonomie ex art. 5 Cost. si tratta di richiesta legittima, una volta attuati prioritariamente e seriamente i livelli essenziali di assistenza dei servizi fondamentali e i livelli essenziali delle prestazioni per gli altri servizi, che assicurano l’eguaglianza a livello nazionale.  Nessuno vuole e può impedire che alcune regioni possano fare di più ma se lo vogliono lo devono finanziare con il gettito di tributi propri.
Una finale battuta sulla scuola. Oggi il problema non è costruire la scuola regionale ma rendere più efficiente quella statale e costruirvi dentro quella europea. Ciò ovviamente non impedisce che si introducano alla bisogna corsi di storia e cultura delle singole regioni – in non pochi casi dichiarate patrimonio dell’umanità. Il problema vero oggi è l’attuazione del diritto allo studio da garantire con adeguate borse di studio per gli studenti meritevoli e bisognosi. Solo così si può sbloccare l’ascensore sociale oggi bloccato non solo per gli effetti recenti della crisi economica ma anche perché né lo Stato né le regioni fanno abbastanza.

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