Niente di nuovo sul fronte della lotta all’evasione.

Negli anni 70 del secolo scorso, al culmine della potenza negoziale del sindacato, non mancavano le difficoltà sulla strada dell’approvazione e dell’attuazione delle riforme di struttura. Ricordo bene lo slogan “lotta dura senza paura per le riforme di struttura”. E una di esse fu la riforma fiscale del 1971 che adeguava il nostro sistema tributario a quello degli altri paesi europei. poi l’attuazione avvenne in due fasi prima con le imposte indirette e poi con quelle dirette 1974. Tante speranze di maggiore giustizia tributaria collegate all’attuazione della riforma andarono deluse e appena cinque anni dopo Antonio Pedone pubblicava un aureo volumetto che denunciava la suddivisione degli italiani tra “Evasori e tartassati. I nodi della politica tributaria italiana”, il Mulino, Bologna, 1979.  40 anni dopo non si può dire che la situazione sia sensibilmente migliorata: l’evasione stimata si aggira sui 7-8 punti di PIL.

Allora la spiegazione fu che l’enorme aumento del numero dei contribuenti aveva sommerso la vecchia struttura amministrativa del ministero delle finanze. Da allora sono state fatte oltre a molte riforme riguardanti le imposte e l’accertamento (gli istituti sostanziali e procedurali) anche le strutture amministrative passando dalle direzioni generali, ai dipartimenti ed infine alle agenzie ma nella sostanza la situazione non è cambiata in termini di capacita di controllo, di rispetto del principio di eguaglianza e di contributo alle spese pubbliche secondo le previsioni degli artt. 3, 23 e 53 della Costituzione.

Mi occupo solo del discorso sull’evasione davanti a tre segretari generali delle tre grandi confederazioni CGIL, CISL, UIL: Landini, Furlan e Barbagallo in occasione di un Seminario in ricordo di Federico Caffè.

La destra: l’evasione fiscale si combatte solo con la riduzione delle tasse. Vorrei aiutare la destra ricordandole l’aneddoto di Lady Godiva la quale attorno all’anno mille amava il popolo di Coventry, abborriva vederlo tartassato dal suo consorte e lo spinse a ridurre le tasse. Vari esponenti della destra ripetono come pappagalli: per ridurre l’evasione bisogna prima ridurre le tasse senza mai dire quali servizi pubblici tagliare e, meno che mai, come cercare di ridurre il debito pubblico. No alle tasse e no alle manette agli evasori senza se e senza ma, anche perché con la riduzione delle tasse, ipso facto, l’economia riprende a crescere. È la tipica impostazione neoliberista secondo cui ridotto al minimo l’intervento pubblico nell’economia questa spontaneamente raggiunge la piena occupazione e una distribuzione del reddito socialmente accettabile. 

Critico anche la sinistra perché utilizza l’approccio puntuale invece di quello globale. Di volta in volta, il problema è la ricevuta fiscale, il registratore di cassa, gli Indici Presuntivi di Reddito, gli Studi di settore, la bolla di accompagnamento delle merci viaggianti, il redditometro, lo spesometro, la fatturazione elettronica, e ora l’utilizzo della carta di credito, la tracciabilità di ogni operazione messa in atto dal cittadino-contribuente, ecc.

Ma il problema è complesso e l’approccio puntuale non basta se non funzionano tutti gli altri strumenti. E soprattutto se non si fanno verifiche esterne e accertamenti in grado di resistere in sede contenziosa. Si possono registrare tutte le operazioni ma poi qualcuno deve controllare che esse siano completamente appostate nel bilancio e nelle dichiarazioni dei redditi. E al riguardo viene fuori un problema di cui nessuno parla: mancano 6-7 mila persone sono andate in pensione e non sono state sostituite. L’Agenzia delle Entrate (AdE) ha un personale strutturalmente carente nel numero e nelle qualifiche e non solo per la sentenza della Corte Costituzionale che ne ha decimato i dirigenti nominati con procedure in difformità all’art. 97 della Costituzione.

Come sappiamo nel 2012 il governo Monti ha messo dentro la banca dei rapporti finanziari tutti i lavoratori dipendenti e i pensionati (32-33 milioni di soggetti) come se fossero tutti sospetti evasori e, quindi, ampliando enormemente i soggetti da controllare. Prima che detta banca dati cominciasse a funzionare la Direttrice dell’AdE Rossella Orlandi – poi retrocessa a direttrice regionale dell’Emilia Romagna – affermava propagandisticamente che l’Agenzia era in grado di controllare il saldo bancario giornaliero di ogni singolo contribuente. La banca dei rapporti finanziari ha cominciato a funzionare da alcuni anni ma da allora, paradossalmente, le indagini finanziarie dell’AdE e quelle della Guardia di finanza si sono ridotte le prime a lumicino e le seconde a poche migliaia (vedi Relazione della Corte dei Conti 2017).   Recentemente Ernesto Maria Ruffini, giubilato dal governo giallo verde appena arrivato al potere, ha scritto che ci sono 669 milioni di dossier emersi dalla banca dai rapporti finanziari. E un numero esagerato? Non lo so ma fin qui nessuno ha smentito l’ex direttore dell’ADE – lo ripeto mandato a casa dal governo giallo-verde. È stato sostituito con un Generale della Guardia di finanza che di per sé è garanzia di affidabilità e competenza ma questi ha subito dichiarato che si concentrerà sui grandi evasori. Senonché anche questa affermazione mi lascia alquanto perplesso perché la gente comune identifica i grandi evasori con le grandi imprese ma è ben noto che queste eludono e non evadono. E combattere l’elusione è ancora più difficile che contrastare l’evasione “minore” e sappiamo che questa è sport nazionale che contribuisce massicciamente a formare i 110 miliardi all’anno delle stime correnti.

Ma per vincere una guerra non basta un bravo generale. Ci vuole un esercito abbastanza numeroso e bene addestrato.  Il problema è trovare gli esperti in grado di esaminare suddetti fascicoli. E anche per esperienza diretta Vi assicuro che si tratta di compito molto complesso che richiede tempi lunghi. Non basta assicurare la tracciabilità delle operazioni, poi bisogna controllarle una per una in sede di motivazione dell’accertamento. Basta riflettere sull’esperienza degli studi di settore che hanno richiesto un paio di decenni per definirli e dopo altri due decenni di sperimentazione sono stati accantonati, rectius, trasformati in pagelle di buona condotta fiscale. Il motivo fondamentale?  la giurisprudenza ostile anche della Suprema Corte di Cassazione secondo cui non si possono motivare gli accertamenti ricorrendo alle medie statistiche – in realtà regressioni.  Così in un paese di diffusa evasione fiscale!  Le imprese possono continuare a presentare bilanci falsi ma gli accertamenti devono essere analitici su base documentale e perfettamente motivati.

Non ultimo, l’Italia eccelle per la politicizzazione della politica dell’accertamento. Non è così in altri paesi avanzati. In Italia il direttore dell’ADE diventa subito un personaggio pubblico che rilascia interviste e, a turno, rasserena o minaccia gli evasori.  Negli USA e nel Regno Unito pochi sanno chi sono i Direttori dell’Internal Revenue Service e del corrispondente ufficio britannico. Non intervengono continuamente nel dibattito pubblico e interloquiscono solo con le Commissioni parlamentari di settore. Nelle democrazie avanzate, i sistemi tributari funzionano meglio perché c’è alla base l’adesione spontanea dei cittadini-contribuenti. In Italia violare le regole fiscali conviene anche per via della dissennata politica dei condoni e delle rottamazioni ricorrenti. Va tenuto presente che condoni e rottamazioni varie assorbono buona parte della capacità operativa degli Uffici a scapito dei controlli ordinari.

In Italia non c’è una nozione di giustizia sociale condivisa e, meno che mai, un’idea precisa di giustizia tributaria. I legali citano gli art. 3, 23 e 53 della Costituzione. Ma pochi sanno che guardare solo al lato del prelievo non basta per fare vera giustizia fiscale.

Enzorus2020@gmail.com

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