Il difficile bilanciamento tra crescita economica e sviluppo democratico in Cina

Daniel A. Bell, Il modello Cina. Meritocrazia politica e limiti della democrazia, Prefazione di Sebastiano Maffettone, Traduzione di Gabriella Tonoli, Luiss University Press, (edizione originale della Princeton University The China Model: Political Meritocracy and the Limits of Democracy, 2015).

Oggetto del libro è riflettere in modo sistematico sul binomio democrazia e meritocrazia.

Ci sono voluti decenni per selezionare un sistema amministrativo equo ed efficiente che scelga dirigenti politici e funzionari pubblici con qualità superiori alla media.  È interessante notare subito che in Cina la stabilità del sistema economico viene valutata in senso negativo in Italia e in Europa in senso positivo. Si può avanzare l’ipotesi che in Cina prevalga la cultura della crescita economica mentre in Italia e nella UE prevalga la cultura giuridica che privilegia la stabilità e/o la cristallizzazione del sistema – probabilmente come reazione agli sconvolgimenti politici conseguenti alla fine della Guerra Fredda e alle fibrillazioni dei sistemi politici conseguenti al riemergere di forze politiche di stampo populista e sovranista.

Secondo Bell, la Cina è una cultura che impara mentre – aggiungo io – quella occidentale, negli ultimi secoli, crede di sapere tutto e di essere sempre al centro del mondo. Bell la definisce “compiacenza autocelebrativa”. I cinesi concepiscono la democrazia più in termini sostanziali che procedurali come invece fanno gli europei, in altre parole, apprezzano la democrazia per le conseguenze positive che essa comporta più che per la bontà delle regole procedurali. Una differenza di non poco conto perché spesso procedure sommarie comportano conseguenze negative.

I paesi occidentali sono democrazie elettorali che Bell confronta con il modello cinese meritocratico. Per entrare subito nel merito Bell ricorda  le quattro tirannidi della democrazia elettorale: 1) quella della maggioranza; 2) quella della minoranza come risulta lampante nel caso in cui si prescrive l’unanimità ma anche in molti altri casi in cui potenti gruppi minoritari riescono a condizionare il processo decisionale a loro favore; 3) la tirannide degli aventi diritto al voto che decidono per tutti per le generazioni future, per gli stranieri, ecc.; 4) la tirannide di individualisti competitivi che tendono a polarizzare il dibattito a danno di chi con il dialogo cerca di proporre soluzioni più armoniose delle varie posizioni e/o interessi.

Sono tre i principali capisaldi del modello cinese: democrazia elettorale in basso; sperimentazione nel mezzo; meritocrazia in alto.  Nelle democrazie elettorali innestate su società poco coese si crea una situazione nella quale discutiamo di tutto ma non siamo mai d’accordo su nulla. In ogni caso il principio “a una persona, un voto” è diventato un dogma. E tuttavia è necessario che ci sia un’alternativa. Secondo me, se non possiamo revocare il suffragio universale, forse possiamo agire sul versante di una rigorosa selezione dei candidati, degli elegibili: possono votare tutti ma si possono porre delle ragionevoli restrizioni alle candidature, magari lasciando fuori gli outsider quelli che non si sono mai occupati di politica e/o gli aspiranti dittatori dichiarati. Tema quest’ultimo ovviamente molto delicato che va a cozzare contro la libertà di pensiero. Ma il diritto al voto non può identificarsi meccanicamente con l’elettorato passivo che richiede competenza, esperienza operativa, credibilità, qualità morali, ecc. La domanda è: perché in politica chiunque (rectius i più ricchi ed i più ambiziosi) possono liberamente candidarsi quando nel settore privato ciò non è possibile? Io non posso liberamente candidarmi a dirigere una società di assicurazione, una banca, o un’impresa privata qualsiasi. E questo problema si pone sia in un sistema politico monopartitico come quello cinese ma anche e – a maggior ragione – in contesti pluripartitici competitivi. C’è evidentemente un problema di competenze da valutare e di fiducia da assegnare da parte degli azionisti. Ma il rapporto di agenzia è più difficile da attuare in un contesto allargato come quello delle elezioni nazionali e ad esempio delle elezioni dirette del Presidente degli Stati Uniti d’America. E non basta auspicare che anche gli elettori dovrebbero fare la loro parte per scegliere governanti saggi perché gioca contro l’ignoranza degli affari politici che Bell pensa di risolvere con una istruzione obbligatoria di 12-13 anni. Sappiamo che Somin non ritiene sufficiente una misura del genere perché non c’è dubbio che nell’ultimo secolo in molti paesi c’è stato un forte aumento dell’istruzione di base ma non ha prodotto gli specifici risultati auspicati perché ci sono elettori che benché meglio istruiti non hanno tempo o voglia di occuparsi di politica e ci sono gli ignoranti razionali quelli che non sapendo come valorizzare anche nelle relazioni sociali una faticosa o costosa formazione rinunciano a studiare gli affari politici. Questi ultimi sono i c.d. ignoranti razionali.  Sappiamo che in Occidente storicamente e in particolare dopo la rivoluzione americana e francese le risposte sono state quelle delle due Camere una alta ed una bassa. La prima composta di persone maggiormente adulte e qualificate in parte eletti e in parte nominate sulla base di meriti acquisiti; la seconda scelta sulla base di elezioni più o meno libere o distorte da sistemi elettorali più o meno coerenti con il principio democratico. 

In Cina ormai da alcuni millenni è prevalsa l’idea confuciana di armonia: “intrattenere relazioni sociali armoniose in famiglia, nella società, nel mondo e con la natura” e anche gli Imperatori praticavano regole meritocratiche per la selezione dei funzionari pubblici e/o le persone a cui assegnare importanti ruoli politici. Ciò posto, Bell ribadisce che lo scopo minimo della sua analisi è innanzitutto quella di desacralizzare l’ideale del binomio “una persona un voto” che la maggior parte dei costituzionalisti e politologi moderni identificano come l’essenza della democrazia elettorale.

Nel secondo capitolo Bell si occupa del problema della selezione dei buoni leader, ricorda che solo in inglese si pubblicano centinaia di libri ogni anno ma il problema non è facile da risolvere.  Il leader dovrebbe essere umile e condurre uno stile di vita modesto. In genere si tende ad assimilare il leader politico ai leader di impresa. E’ vero che alcuni politologi parlano di imprenditore politico ma sono due campi molto diversi. Nel caso dell’impresa che opera in un mercato competitivo gli obiettivi d’impresa semplificati consistono nel creare valore per gli azionisti, per il politico che opera nel c.d.  mercato politico il compito è molto più complicato perché lui non deve tener conto soltanto delle preferenze dei suoi elettori ma che di quelle degli altri elettori, di quelli che non votano degli stranieri residenti e delle generazioni future. Non bastano al politico le tre qualità individuate da Max Weber citato da Bell: 1) passione con cui dedicarsi alla causa; 2) responsabilità – co come si dice oggi l’accountability – del suo agire; 3) la fredda capacità di valutazione corretta di cose e persone. Serve l’arte del compromesso; servono competenze in materia di economia, scienza, psicologia sociale e relazioni internazionali.

Non che il modello cinese abbia risolto del tutto questi problemi. In maniera erudita Bell cita Mencio (filosofo confuciano vissuto tra il 372-289 A.C. circa) secondo cui “il vero monarca arriva ogni 500 anni” e aggiungeva che, alla sua epoca, non se n’era visto uno da 700 anni. In ogni caso, ribadisce che secondo la tradizione confuciana il politico dovrebbe avere 5 qualità: 1) autocoscienza, 2) capacità di autocontrollo; 3) motivazione, 4) empatia, e 5) abilità sociali.  Ma non bastano le sole qualità personali dei leader, servono intelligenza emotiva e il ricorso a squadre, a gruppi dirigenti non solo di uomini ma anche di donne che tendono ad essere più empatiche e meno propense ad assumere decisioni altamente rischiose.  Ma di nuovo le decisioni politiche vanno valutate in relazione ai risultati ottenuti. E riferendosi all’indice di riduzione della povertà in Cina i risultati sono veramente eccezionali. In circa trent’anni sono stati portati fuori dalla povertà circa 600 milioni di persone. Bell definisce questo il miglior risultato nella storia dell’umanità.

È ovvio che nelle democrazie contemporanee contano non solo le qualità dei leader ma anche quelle dei cittadini. Ma se gli elettori sono i migliori giudici di sé stessi, razionali e/o attenti solo ai propri interessi – come i neoliberisti cercano di far credere loro – gli esiti delle elezioni e i risultati delle politiche pubbliche non saranno tra quelli più desiderabili. Ne discende che il compito della leadership è anche quello di convincere i cittadini ad operare per il bene comune. A questo riguardo Bell ricorda che nella tradizione confuciana l’abilità oratoria non è tenuta in grande considerazione: “l’enfasi è posta sull’azione più che sulle parole, l’astuzia verbale viene vista come impedimento al coltivare la propria morale perché: 1) una lingua sciolta divorzia la mente dal cuore, 2) un discorso adulatorio mina la sincerità, 3) un discorso tronfio manca di umiltà”. Non è tutto oro quello che luccica.

Nel capitolo 3 Bell ci racconta che cosa non funziona in Cina. Pur richiamando che sotto la dinastia Han (206 A.C.- 220 D.C.) in Cina c’era il censorato – un istituto analogo a quello del tribuno del popolo a Roma – oggi scrive Bell non ci sono censori, mancano i corpi intermedi e se così si chiede chi combatte la corruzione, gli stessi corrotti? In Cina c’è una struttura parallela: lo Stato e il Partito comunista su cinque livelli territoriali: centro, provincia, la prefettura, la contea e la città. Non c’è separazione dei poteri. Mancano corpi indipendenti. Nel lontano passato in teoria si applicava la rule of avoidance per evitare il conflitto tra interessi locali e quelli nazionali e/o del bene comune. Quindi l’assenza di contrappesi e/o di controlli da parte di corpi indipendenti è la prima causa del dilagare della corruzione. La second causa dipende dalla transizione al sistema di mercato che naturalmente favorisce la ricerca di rendite di posizione e di approfittare delle opportunità che essa offre anche nel breve termine. Una terza causa viene individuata nei salari eccessivamente bassi dei funzionari pubblici. Bell cita il caso del Presidente Xi Jinping che ufficialmente guadagna solo 19 mila dollari l’anno – un salario del tutto inadeguato. Bell riferisce delle esperienze al riguardo di paesi come Singapore e Corea del Sud anche per gli standard cinesi. Il primo che viene considerato quasi un modello per la Cina ha i funzionari pubblici meglio pagati al mondo: il premier guadagna 3,1 milioni di dollari ed un funzionario a 32 anni guadagna 361 mila dollari all’anno. Cosa che ovviamente la Cina non vuole permettersi. Cita anche il caso della Korea del Sud che tra le altre misure ha adottato quelle di vietare a uomini politici e d’affari di giocare insieme al golf. Bell sembra ottimista sugli esiti della lotta alla corruzione ma è consapevole che anche quando la legge è chiara non sempre è facile farla applicare anche in ragione della dimensione del Paese e delle diversità che esso comprende.

Anche in Cina – come in Europa – i politici hanno problemi con la c.d. ricetta unica che non si addice alle diverse situazioni storiche e culturali. La misura unica come la chiamano i cinesi è motivata “con il sottodimensionamento delle istituzioni governative rispetto alle enormi dimensioni del Paese e la varietà di contesti sociali e dei loro problemi sicché quando si adotta una politica non appropriata per alcune regioni, le conseguenze sono gravi e difficili da correggere”.

La struttura parallela secondo Bell corre il rischio della cristallizzazione come in altri paesi. Per neutralizzare detto rischio formula tre raccomandazioni: a) alle elites inclini all’arroganza di essere più umili e solidali, b) di migliorare i criteri selettivi per ampliare la rappresentanza sociale, c) di differenziare i criteri di merito. Alla fine la legittimità del governo migliora “quando esso è moralmente giustificato agli occhi del popolo”. In fatto, anche attraverso sondaggi svolti con metodologie diverse i cinesi ritengono il loro governo è appropriato. Ovviamente non manca il malcontento ma questo si rivolge soprattutto ai livelli locali. Bell scrive di un apparente paradosso per cui “i cinesi professano fede nel governo democratico pur abbracciando un governo non democratico”. La legittimità del governo aumenta perché risolve i problemi della gente con la crescita economica e la riduzione della povertà ma anche perché migliora la sua capacità di gestire le crisi. Bell aggiunge che per legittimare la meritocrazia può rendersi necessaria la democrazia”.

Nel cap. IV Bell mette a confronto i tre modelli di meritocrazia democratica distinguendo per livelli di governo: 1) democrazia e meritocrazia a livello dell’elettore; 2) democrazia e meritocrazia con sperimentazioni nelle istituzioni politiche intermedie; 3) meritocrazia nel governo centrale con qualche apertura alla democrazia.

Confronta detti modelli con altre proposte storiche come quella di John S. Mill sul voto plurimo recentemente ripresa dal leader di Singapore Lee Kuan Yew; la seconda Camera di Hajeck e le proposte inglesi di riforma della Camera dei Lords; le proposte di Jiang Qing delle tre Camere. Laicamente sostiene che bisogna superare l’assunto secondo cui la “sovranità (assoluta) del popolo (sia) equivalente laico della sovranità di Dio”.  Jiang teorizza tre diverse legittimità: a) quella del cielo, alias, della volontà governante trascendentale e/o del sacro senso di moralità naturale; b) legittimità della terra fra storia e cultura; c) legittimità degli uomini che fa riferimento alla volontà popolare articolata su tre canali: 1) delle persone esemplari (“sacre”); 2) dei rappresentanti della nazione (legittimità culturale); 3) della Camera “bassa” popolare. In questo modello la I camera ha la priorità sulla II e la III. Ma la prima Camera – osserva Bell – fa riferimento a valori trascendentali controversi difficilmente accettabili anche da parte di confuciani che accolgono il confucianesimo come un’etica sociale più che religiosa (200).

Dopo aver analizzato vizi e virtù dei diversi sistemi e considerato che c’è sempre un divario più o meno ampio tra il modello ideale, quello adottato legislativamente e quello applicato e funzionante in pratica, Bell torna sul modello cinese che definisce come un capitalismo di mercato sotto l’ombrello di uno stato autoritario a partito unico che privilegia la stabilità politica.

Nelle considerazioni finali Bell sottolinea alcune disfunzioni sui tre livelli di governo. Afferma che le sperimentazioni a livello locale ed intermedio sono essenziali per formulare le migliori politiche da portare avanti a livello nazionale. Questo delicato e complesso meccanismo incontra grosse difficoltà di applicazione in contesti federali rigidi dove c’è una distribuzione rigida delle competenze come in Cina non sempre superate e superabili grazie all’esistenza del partito unico e nei sistemi federali avanzati dove ci sono preferenze disomogenee che in regimi democratici avanzati producono un sistema politico pluralistico (con più partiti). Almeno in teoria, secondo me, il problema è risolvibile con un sistema fortemente decentrato, competenze concorrenti ed una bene articolata attività di programmazione dello sviluppo a medio-lungo termine alla Ragnar Frisch che, come noto, prevedeva una continua interazione dal basso verso l’alto e dall’alto verso il basso. In fondo stiamo parlando delle buone pratiche raccomandate dall’OCSE e dall’Unione europea che alcuni Paesi membri non prendono in seria considerazione come invece dovrebbero inserendole in un adeguato contesto di programmazione di medio e lungo termine. Abbiamo citato sopra il miracolo economico che la Cina ha saputo promuovere negli ultimi 30-35 anni. Se ha potuto farlo una parte del merito va al Partito comunista cinese che di certo ha sacrificato libertà individuali e la democrazia. Interessante l’analisi di Bell secondo cui il PCC non è comunista né un partito: la stragrande maggioranza dei cinesi non sa che cos’è il marxismo-leninismo. Negli 80 milioni di aderenti c’è di tutto e di più: funzionari pubblici, imprenditori, intellettuali, componenti scelti per meriti conseguiti nei diversi settori della società cinese. Il partito – continua Bell – punta a rappresentare l’intero paese, potrebbe meglio chiamarsi Unione meritocratica cinese o, meglio ancora, Unione dei meritocratici democratici.

Sopra Bell ha ricordato che il PCC privilegia la stabilità politica. Tutto bene? No a quanto sembra a me. Nel 2018 l’Assemblea nazionale del popolo quasi all’unanimità (2963 voti su 2969) ha modificato la Costituzione eliminando la barriera dei due mandati quinquennali che era stata introdotta da Deng nel 1982. In teoria il Xi Jinping può rimanere Presidente a vita come Mao e va notato che attualmente ricopre anche le cariche di Segretario generale del PCC e di presidente della Commissione militare centrale.

Sul piano locale Pechino (con 21 milioni di abitanti) ha istituito un sistema a punti per promuovere “comportamenti etici” e scoraggiare gli “atti antisociali” come ad esempio attraversare la strada con il semaforo rosso. La municipalità di Pechino ha annunciato che entro il 2021 sarà in grado di fare la prima valutazione dell’affidabilità personale dei suoi residenti.  Poi si parla di una tessera di identità elettronica da utilizzare per consentire o vietare l’accesso a certe zone e/o edifici pubblici.  Tutte le amministrazioni locali stanno lavorando ad un c.d. “progetto di credito sociale” per cui chi si comporta bene avrà luce verde in percorsi di promozione sociale, gli altri saranno registrati in liste nere – così riferisce Guido Santevecchi corrispondente del Corriere della Sera, sulla Lettura del 9-02-2020.  Si tratta di misure adottate a fin di bene oppure al contrario per attuare un controllo sociale pervasivo che non lascia alcun margine per la privacy – parola inesistente nel mandarino secondo sociologi sinologi. E’ Orwell 1984? Si ma molto peggio grazie alle nuove tecnologie informatiche che consentono la profilazione completa anche dei desideri delle persone. Potrebbe essere il trionfo del “Capitalismo della sorveglianza” di Shoshana Zuboff ovviamente non solo in Cina e, probabilmente più avanti proprio nei paesi occidentali. C’è di che preoccuparsi.

Enzorus2020@gmail.com

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