Le 4-5 nuove imposte sulle quali Piketty costruirebbe il fisco europeo.

La teoria secondo cui i fallimenti dello Stato sono più gravi di quelli del mercato viene in fatto confermata dal Crollo del muro di Berlino 1989 e dall’implosione dell’Unione sovietica 1990-91 costretta ad un forte aumento della spesa per gli armamenti per rispondere a quella messa in atto da Reagan negli USA (scudo spaziale, ecc.). Piketty osserva che, in qualche modo, la Guerra fredda e, successivamente, la coesistenza pacifica ma competitiva aveva stimolato i partiti socialdemocratici a tenere in più alta considerazione i diritti sociali delle classi lavoratrici. In fondo, i c.d. trenta gloriosi (1945-75) coincidono con lo sviluppo dei sistemi welfaristi nei principali paesi dell’Europa occidentale e negli stessi paesi del blocco sovietico.  Con il crollo di quest’ultimo sistema (1990-91), i partiti socialdemocratici si convincono che la redistribuzione della ricchezza non è più la priorità o che essa poteva farsi agendo, in via principale, dal lato della spesa pubblica – in questa direzione fiancheggiati dal FMI e dalla Banca Mondiale.

L’ideologia (teoria e pratica) del mercato unico e della piena libertà dei movimenti dei capitali, delle merci, delle persone e dei servizi, l’abbandono in Europa della politica dell’armonizzazione a favore di quella della concorrenza fiscale proprio allo scopo di ridurre il ruolo dello Stato nell’economia e nella società portano ad un forte aumento delle diseguaglianze dei redditi e dei patrimoni. Ai processi di massicce privatizzazioni dei patrimoni si collegano anche fenomeni molto gravi di corruzione sia ad Est che ad Ovest ma questo è solo un effetto collaterale.

Questo profondo cambiamento strutturale anche ad Occidente produce un ribaltamento nel sostegno elettorale dei partiti socialdemocratici europei. Analizzando il voto a favore delle sinistre Piketty osserva che gli elettori meno istruiti hanno smesso di votare per i partiti di sinistra. Nascono nuove categorie sociali: la sinistra intellettuale benestante e la destra mercantile. Nascono partiti c.d. social nativisti, da un lato, ad Est a causa della “pesante delusione post-comunista e anti-universalista che genera una forte deriva identitaria”, dall’altro lato, ad Ovest per via di una organizzazione economica mondiale del tutto inadeguata a gestire politiche economiche coordinate in grado di assicurare lo sviluppo sostenibile e il contenimento delle diseguaglianze crescenti. In Italia e nei paesi mediterranei l’immigrazione alimenta il social nativismo.  

A partire dagli anni 1980-90, i Trattati europei hanno codificato la concorrenza economica e fiscale tra gli Stati, da un lato, adottando una legislazione molto restrittiva sui c.d. aiuti di Stato, dall’altro, legittimando la presenza dei paradisi fiscali anche all’interno dell’eurozona. Le nuove tecnologie informatiche sono state messe al servizio dei ricchi. Volgendo lo sguardo al di là dell’Atlantico le riforme fiscali di Reagan (1986) e quella di Trump (2017)dimostrano, secondo Piketty, che i due Presidenti citati sono portatori di una ideologia mercantile nativista.

PQM Piketty rigetta l’utilizzo della categoria populismo perché i conflitti osservati in varie regioni del mondo ed in Europa sono molto complessi e multidimensionali e, come tali, non possono essere catturati dalle semplificazioni populistiche di destra e/o di sinistra. Non aiuta gran che né ad approfondire e comprendere i vari problemi né ad elaborare risposte adeguate.

La strada che Piketty suggerisce di percorrere è quella social federalista – costruendo anche un’Autorità fiscale internazionale – che dovrebbe recuperare le regole della democrazia maggioritaria a livello sovranazionale e ne detterebbe di nuove per combattere la concorrenza fiscale, l’evasione, l’elusione, il profit shifting. In via preliminare, Piketty si libera di una subordinata alla sua via social federalista: quella c.d. social localistica. Lui la definisce una trappola perché non autosufficiente in un mondo caratterizzato da forti interdipendenze economiche e finanziarie e può funzionare solo se inserita in un quadro più ampio social federalista, ossia, omogeneo. Infatti è chiaro che il vantaggio comparato dell’assetto federalista è quello di moltiplicare le sedi di partecipazione con cittadini sufficientemente attiviche si mobilitano per  far funzionare meglio il meccanismo della rappresentanza, alias, il rapporto agente-principale per cui gli agenti sotto la spinta di un maggiore controllo sociale terrebbero in maggior conto le  preferenze dei cittadini, e i loro bisogni pubblici dovrebbero risultare soddisfatti ai vari livelli di governo in maniera più efficiente ed efficace.

Personalmente non condivido l’attribuzione all’UE di uno status simile a quello di una organizzazione internazionale (1010-11). A me sembra più appropriato vedere l’attuale assetto istituzionale dell’UE più vicino al modello confederale che a quello federale a cui fa pensare il termine Unione. In ogni caso, si tratta di questione che va accertata non solo in termini di diritto formale (quello dei Trattati) ma anche in fatto. Abbiamo un mercato unico e una moneta unica meticolosamente regolamentati. Abbiamo le politiche economiche e fiscali formalmente decentrate ma anche queste fortemente regolamentate dal Patto di stabilità e crescita, come riformato nel 2011, dal Six-Pack, dal Two-Pack e dal Fiscal Compact, rectius, Trattato sulla stabilità, coordinamento e sulla governance, noto anche come Patto di bilancio. Se poi, in fatto, non si riesce a fare un effettivo ed armonico coordinamento delle politiche economiche questo non dipende dalle norme ma dall’assetto istituzionale di vertice (il Consiglio dei Capi di Stato e di governo) che politicamente non riesce ad assicurare unità di intenti.  Non ultimo tenendo presente che coordinamento non significa ricetta unica di politica economica e finanziaria.    

Questi cambiamenti strutturali nell’assetto politico istituzionale della UE aiutano a capire meglio il contesto politico-sociale su cui inserire il discorso sulla capacità fiscale da attribuire alle istituzioni centrali dell’Unione, alle modifiche da apportare ai Trattati esistenti, alle modifiche organizzative da operare nelle strutture operative necessarie a supporto e complemento di quelle dei singoli paesi membri. Non ultimo, alle previe azioni da condurre a livello internazionale ed interno per superare i vincoli stringenti che, fin qui, non hanno consentito di rendere operative le Direttive approvate e di ignorare ben 26 modifiche legislative in materia fiscale proposte dalla Commissione.

Come ho riportato nella prima recensione, per Piketty, il sistema tributario giusto per una società giusta si dovrebbe basare su tre imposte progressive: a) l’imposta progressiva sulla proprietà; b) sulle successioni; e c) quella generale sul reddito. Le prime due dovrebbero produrre un gettito pari al 5% del PIL che verrebbe utilizzato per finanziare la dotazione universale di capitale destinata ai giovani che compiono 25 anni. L’imposta progressiva sul reddito inclusiva dei contributi sociali e della carbon tax “coprirebbe” il 45% del PIL e finanzierebbe   tutte le altre spese pubbliche relative al reddito di base e al welfare. Piketty precisa che nel sistema tributario che propone non ci sono imposte indirette tranne quelle mirate a correggere esternalità negative come la citata carbon tax.

La proposta per il fisco europeo prevede di attribuire ad una Assemblea parlamentare – di cui ci occuperemo dopo – il potere di adottare 4 imposte comunitarie – e in via subordinata una 5a:

1) l’Imposta sugli utili delle società con aliquota del 15%;

2) una imposta rectius sovrimposta europea sugli alti redditi delle persone fisiche con due aliquote: 10% e 20% rispettivamente oltre i 200 e i 400 mila euro;

 3) una imposta comunitaria sui grandi patrimoni con due aliquote: 1% e 2% per patrimoni netti superiori a 1 e 5 milioni di euro;

4) imposta sulle emissioni di CO2 di 30 euro per tonnellata da rivalutare annualmente;

5) un’ulteriore imposta solo ipotizzata sulle successioni con due aliquote 10 e 20% per quote ereditate superiori a 1-2 milioni di euro.

Prospetta delle aliquote e delle cifre relative a redditi e patrimoni esemplificative per spiegare meglio la portata delle sue proposte. Le suddette aliquote si aggiungerebbero a quelle di competenza nazionale: un esempio, la sovrimposta comunitaria sugli utili societari del 15% potrebbe appoggiarsi sopra un’aliquota media a livello nazionale del 22%.

Con riguardo alla dotazione universale di capitale scrive che i giovani che in Europa, negli USA e in Cina compiono 25 anni, ogni anno, sono circa l’1,5% della popolazione adulta (in Francia circa 750-800 mila giovani su una popolazione adulta di circa 50 milioni). La dote universale verrebbe calcolata al 60% della ricchezza media per adulto, pari al 3-3,5 di reddito nazionale medio per adulto; quindi la dotazione di capitale si aggirerebbe sui 120 mila euro. Dice Piketty: “sarebbe come se tutti ricevessero una eredità”. Niente di nuovo sotto il sole, cita analoghe proposte del francese Condorcet, dell’inglese Thomas Paine – poi trapiantato in America- e altri.

Ha proposte emblematiche anche per le aliquote delle imposte sui redditi e sui patrimoni nell’ordine del 60-70% per quelli 10 volte superiori alla media; dell’80-90% per quelli oltre 100 volte superiori alla media. Si tratta di aliquote applicate per diversi decenni nel XX secolo in molti paesi ed, in particolare, negli USA e nel Regno Unito. Oggi, negli USA e in Francia, si applicano imposte sulla proprietà immobiliare nell’ordine dell’1% del valore, ma lasciando fuori la ricchezza finanziaria le prime risultano fortemente regressive sui patrimoni più piccoli.

A p. 1114, Piketty riprende l’analogia tra imposte progressive sui patrimoni netti e riforme agrarie del secondo dopoguerra quando stima in funzione illustrativa aliquote medie nell’ordine del 40-50%. Tenuto conto che a partire dagli anni 80-90 del secolo scorso i grandi patrimoni   sono cresciuti a tassi medi annui tra il 6-8% servirebbero aliquote di imposta del 5-10% per contenere o ridurre la concentrazione della ricchezza nella parte alta della sua distribuzione (1115).

Questi esercizi – ribadisce Piketty – si riferiscono a imposte progressive sui patrimoni, sui redditi e sulle quote ereditarie complessive con basi imponibili onnicomprensive dedotte le passività. In nota, per le imposte di successione, aggiunge che preferisce di evitare la tassazione del c.d. patrimonio globale del de cuius valutando, in caso di necessità, una imposta complementare su tutte le quote ereditate nel ciclo vitale. Riprende nella nota 49 p. 1116 l’esercizio numerico utilizzato sopra. 

Non c’è solo il problema dell’equilibrio dei conti pubblici ma anche quello del debito pregresso, in non pochi paesi, a livelli ritenuti troppo elevati.  Per l’ammortamento e riduzione del debito publico, Piketty non propone una mutualizzazione dei debiti attualmente in essere in testa ai PM dell’Eurozona ma un sistema che può essere utile non solo per l’Europa nel suo insieme ma anche per paesi in contesti diversi e/o a livello internazionale. La sua proposta prende le mosse da quella tedesca discussa nel 2012 sotto il titolo “Fondo europeo di redenzione del debito pubblico”. La differenza più rilevante della proposta del Nostro è che le decisioni sul da fare sono assunte dall’Assemblea parlamentare, in maniera trasparente, via via che i debiti si avvicinano alla scadenza e si deciderebbe quanta parte del debito sarebbe rifinanziato con emissioni di eurobond. Nel sistema proposto sono essenziali i conti separati “in modo che ogni paese membro continui a rimborsare il proprio debito ma a un tasso di interesse uguale per tutti”.

Per ridurre il debito pubblico Piketty ipotizza anche una imposta straordinaria sul patrimonio ma come strumento complementare non principale oppure il congelamento del DP a lungo termine con un tasso di interesse uguale o maggiore di zero come nel caso tedesco 1953 – poi del tutto cancellato nel 1991. Vedi nota 99 p. 1031

Si dice anche ottimista sul progetto dei paesi volenterosi per l’abrogazione dell’unanimità prevista in materia fiscale. E’ stato già fatto per alcuni Trattati intergovernativi che hanno creato strumenti nuovi per fronteggiare situazioni di crisi e, come noto, la Corte di giustizia UE ha avallato e salvaguardato la scelta.

Per potere prevedere dette imposte a livello europeo bisogna trovare le istituzioni legittimate a decidere superando ove quando necessario le regole automatiche previste dal Patto di stabilità e crescita e connesse direttive e regolamenti.

L’idea di Piketty e dei suoi colleghi che hanno scritto il “Progetto di trattato per la democratizzazione della governance economica della UE” (2017) è quella di costruire una sovranità parlamentare europea a partire dalle sovranità parlamentari nazionali ed affiancarla all’attuale PE che, a loro giudizio, non ha veri e propri poteri impositivi. Propone un’assemblea formata da deputati in parte (80 o 50%) eletti dai Parlamenti nazionali in proporzione alla popolazione adulta avente diritto al voto e in parte (20 o 50%) nominati dal PE. A sostegno di questa proposta richiama anche il Manifesto per la democratizzazione dell’Europa del dicembre 2018 e il lavoro collettivo di AAVV , Changer l’Europe, c’èst possible, Seuil, 2019.  Questa assemblea (anche senza deputati nominati dai Parlamenti nazionali) si sovrapporrebbe al PE soltanto per i PM che accettino di parteciparvi. Piketty preferisce la composizione al 50% ma non condivido la prima motivazione dietro detta preferenza: i parlamenti nazionali sono gli unici detentori del potere impositivo. La seconda motivazione è che, in questo modo, i parlamentari nazionali verrebbero eletti anche sulla base di forti temi europei: “la politica nazionale ne risulterebbe fortemente ‘europeizzata’”. È facile osservare che questo potrebbe essere vero solo se i candidati fossero scelti sul serio sulla base delle loro competenze sulle questioni europee e gli elettori fossero sufficientemente informati e consapevoli delle loro scelte.  Ma ci sono altri aspetti che, secondo me, rendono la proposta di democratizzazione della governance non convincente. Uno molto rilevante è che essa non tocca il ruolo del Consiglio europeo e dell’Eurogruppo: il primo costituisce una specie di cupola di tutte le altre istituzioni; il secondo non ha alcun rapporto fiduciario con la proposta assemblea ma, in fatto, ne condivide la competenza legislativa. Infatti l’art. 7 del Progetto non tocca il Consiglio dei Capi di Stato e di governo e l’Eurogruppo ed io ritengo che finché non si abrogheranno queste due istituzioni e il voto all’unanimità non si imboccherà la strada verso un assetto federale. Al contrario si consolida il modello confederale.  Ai sensi dell’art. 8 del medesimo Progetto che si occupa di convergenza e coordinamento delle politiche economiche e che prevede la Relazione del meccanismo di allerta la Commissione elabora e scrive detta relazione e l’Eurogruppo, espressione dei governi nazionali, decide se va bene o meno. Non senza osservare che la rubrica di detto art. 8 parla di convergenza e coordinamento delle politiche economiche e di bilancio mentre la convergenza dovrebbe riferirsi ai livelli di crescita economica delle diverse regioni che attualmente mantengono cospicui divari quando non li aumentano.  Secondo l’art. 13 del progetto di Trattato, Eurogruppo e l’Assemblea legiferano insieme e, in caso di disaccordo, possono ricorrere ad un Comitato di conciliazione che innescherebbe una procedura lunga sino a 18 settimane di tempo per trovare un accordo.   Anche qui non si rispetta la separazione dei poteri che è necessaria e sufficiente di un sistema democratico. L’art. 16 ridefinisce le risorse proprie con rinvio all’art. 12 che formalmente prevede solo l’imposta sugli utili delle società. L’art. 15 prevede che la proposta di bilancio sia formulata dall’Assemblea, ma poi si dice che il progetto è deliberato dall’Eurogruppo. Se così sono sempre i governi nazionali che decidono il bilancio UE. E questa è logica confederale.  Pure ammettendo che le questioni di bilancio sono complesse e, come tali, non possono essere curate attentamente dai singoli parlamentari, non si capisce perché la elaborazione del progetto di bilancio sia lasciata all’Eurogruppo che formalmente non ha strutture permanenti se non ricorre a quelle della Commissione. Stranamente i proponenti non hanno preso in considerazione il modello USA dove il Presidente ed il Congresso si avvalgono di importanti strutture di supporto che si occupano sistematicamente della elaborazione e valutazione delle politiche di bilancio.

Se negli ultimi decenni in Europa è prevalsa la linea di rafforzamento del ruolo del governo sul terreno legislativo in generale e, in particolare, in materia di leggi di bilancio, con simmetrico indebolimento del ruolo dei Parlamenti nazionali, allora la proposta in esame fatta propria da Piketty non risolverebbe il deficit democratico né a livello nazionale né a livello centrale.

Non c’è governo federale se ci sono solo il Consiglio europeo e l’Eurogruppo e se alla Commissione europea si lasciano compiti meramente istruttori e di studio dei vari problemi oltre a quelli di rappresentanza.  I proponenti del Progetto, a commento dell’art. 1, affermano che hanno voluto costruire un “patto democratico” come contraltare al “patto di bilancio” (Fiscal Compact). Non c’è contraltare se si insiste sulla convergenza delle politiche economiche, alias, ricetta unica di politica economica e finanziaria mentre ad un sistema economico di area vasta con forti squilibri territoriali si addicono politiche economiche e finanziarie differenziate in grado di rispondere adeguatamente a shock simmetrici ed asimmetrici avvalendosi anche di meccanismi di trasferimenti compensativi vari. In realtà, le loro proposte hanno fallito il compito che si erano dati perché c’è governance quando non c’è democrazia e non si può democratizzare la governance europea se non si mette mano alla riforma dei Trattati eliminando del tutto l’attuale modello incerto e confuso che non rispetta la caratteristica fondamentale di un sistema democratico: la classica separazione netta dei poteri.    

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