La legge sulla riduzione del numero dei parlamentari va bocciata.

La riduzione del numero dei parlamentari, proposta dal M5S, è oggi legge costituzionale approvata da questa maggioranza politica. Tuttavia resta una riforma vecchia che guarda al passato e non al futuro come dovrebbe.

Visto che siamo inseriti e vogliamo restare nell’Unione Europea possiamo abrogare il Senato e, al limite, il Presidente della Repubblica. Devo precisare che, da circa un quarto di secolo, siamo coinvolti in un processo di trasformazione del nostro sistema istituzionale in senso federale, e la proposta è stata sempre quella di un Senato federale. Da circa 10 anni detto processo è bloccato per via della grande crisi economica e finanziaria che, anche negli Stati federali, di norma, impone un maggior ruolo del governo federale e quindi un processo di centralizzazione. Il nuovo Piano di rilancio dell’economia europea proposto dalla Commissione europea va in questa direzione.

Anche nella riforma Renzi c’era una chiara svolta centralista perché, non avendo avuto il coraggio di mettersi contro la classe politica regionale e dei sindaci che è ben più numerosa e radicata di quella centrale attuale, in nome del superamento del bicameralismo paritario, aveva proposto qualcosa che non era un vero senato federale ma un senato con rappresentanti delle regioni e dei comuni. Un vero papocchio o una camera di serie B non eletta direttamente dai cittadini.

Vengo al mio punto centrale. Se l’Unione Europea, in fatto, è già uno stato federale in fieri e non può essere diversamente visto che abbiamo una moneta unica, una politica economica e finanziaria fortemente coordinata e sorvegliata, con consistenti sanzioni in caso di violazione delle regole fiscali, è chiaro che i compiti dei governi sub-centrali sono consistentemente ridotti anche se restano notevoli compiti di coordinamento e, quindi, i compiti legislativi potrebbero essere svolti più speditamente da una sola Camera.

 Se le costituzioni sono costruite per il futuro, bisognerebbe tener conto che nei sistemi federali veri e propri (Australia, Canada, Repubblica federale tedesca, Svizzera, USA) di norma non ci sono seconde camere né presidenti della repubblica a livello sub-centrale. Fanno eccezione gli USA, con riguardo alle prime, per via delle peculiari modalità in cui si è la Convenzione con il Compromesso di Filadelfia nel 1787 e costruito nel tempo lo Stato federale.

In un assetto istituzionale di stampo federale com’è quello europeo – in buona parte ancora da portare a compimento – la collocazione appropriata del Senato sarebbe al centro al posto dell’attuale Consiglio europeo che io considero il cancro delle istituzioni europee. Non si può costruire un vero Stato federale prevendo in capo ad esso i capi di Stato e di governo dei paesi membri che deliberano all’unanimità. E come se il governo di Roma fosse formato dai presidenti delle regioni. Immaginate quale cacofonia!

Se si tiene conto di queste esperienze e del fatto che anche nella Unione europea parte della legislazione primaria è competenza delle istituzioni comunitarie, la soluzione migliore sarebbe l’abrogazione totale del Senato e possibilmente una riduzione limitata del numero dei deputati. Dico limitata perché in Italia prevale la prassi secondo cui i problemi del paese si risolvono approvando una nuova legge e, nel nostro paese, si legifera non per principi generali ma cercando di prevedere tutte le fattispecie possibili. Missione impossibile in una società molto dinamica, nell’era della digitalizzazione e della globalizzazione. Una seconda osservazione riguarda le modalità di selezione dei candidati lasciate nelle mani delle oligarchie centraliste di quelle strutture che una volta si chiamavano partiti che, in molti casi, applicavano criteri selettivi più rigorosi. Oggi per via anche del leaderismo e della personalizzazione della politica molti candidati vengono scelti sulla base della presunta fedeltà al leader. Ne consegue che, non di rado, sono scelte persone senza previa esperienza politica e/o amministrativa ai livelli sub-centrali di governo e, per lo più, incompetenti. Non è un fenomeno solo italiano; caratterizza il funzionamento dei sistemi politici a livello generale tanto da far dire a molti politologi che viviamo nell’era dell’incompetenza. “Uno vale uno” sostengono molti politici populisti. Quindi il vero problema non è la quantità dei componenti delle camere legislative o degli organi amministrativi ma la qualità, la professionalità, la specializzazione tematica e l’esperienza operativa delle persone che vanno ad animare le istituzioni.    

Sappiamo che il M5S alla democrazia rappresentativa preferisce quella diretta che però meglio si addice al livello locale e non al livello centrale e, meno ancora, al livello sovranazionale. A nulla è valso che esponenti parlamentari dei 5S nell’ottobre 2018 parteciparono a Roma ad un convegno organizzato per loro dall’Istituto svizzero proprio per illustrare loro il caso della Svizzera ritenuta da molti politologi di fama come una delle più avanzate democrazie del mondo dove a livello locale si pratica la democrazia diretta.

Oggi la proposta del M5S è legge costituzionale e, come tale, sottoposta al giudizio degli elettori. Non c’è stato molto tempo per riflettere attentamente su tutte le implicazioni negative di detta legge che in prima approssimazione riduce la rappresentanza e la rappresentatività del Parlamento. Già questa semplice considerazione, a mio giudizio, è per me motivo sufficiente per votare NO.

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