Il discorso programmatico del Presidente Draghi.

Il Primo pensiero di Draghi va all’unità nazionale per combattere, con ogni mezzo, la pandemia e salvaguardare le vite dei nostri concittadini. Quindi esprime solidarietà a tutti quelli che soffrono o piangono qualche familiare a causa della pandemia.

Precisa che il Governo avvierà subito le riforme attese mentre affronta le emergenze non ci saranno i tradizionali due tempi: prima risolviamo i problemi più urgenti e poi le riforme.

Ringrazia il Presidente Mattarella per la fiducia che gli ha dimostrato affidandogli il compito di guidare il governo e il suo predecessore Conte che ha dovuto affrontare una situazione senza precedenti. Spiega perché il suo governo – secondo le indicazioni del Presidente della Repubblica – è diverso da quello precedente e non ha e non vuole avere alcuna coloritura politica particolare. Per via della emergenza sanitaria, sociale ed economica, questo è il governo del Paese. Questo è lo spirito repubblicano che lo caratterizza.

Draghi tiene a precisare che non è d’accordo con quanti sostengono che questo governo segue il fallimento della politica. Passaggio del discorso naturale, giustificato. Nel momento in cui il condominio brucia, nei momenti difficili del Paese, viene prima l’interesse comune dei cittadini tutti consapevoli della responsabilità a cui vengono chiamati. Non ti metti a discutere delle ragioni per cui era venuta meno la maggioranza di centro-sinistra e se non ce ne era un’altra pronta di centro-destra dopo che il Presidente della Repubblica aveva escluso la possibilità di andare alle elezioni anticipate – ammesso e non concesso che queste potessero dare luogo ad una maggioranza coesa in grado di continuare un dialogo costruttivo con le istituzioni europee. Il dovere della leale collaborazione, senza rinunciare alle proprie identità, è fondato sull’amore per il nostro Paese.  

Segue logicamente il passaggio sulla irreversibilità della moneta comune – una risposta dovuta a Matteo Salvini che, il giorno prima, aveva sostenuto l’opposto – dell’ancoraggio al processo di integrazione europea che deve portare ad un bilancio comune che, oltre all’indebitamento comune, abbia anche le necessarie risorse proprie. Afferma che gli Stati nazionali e/o i paesi membri dell’Unione restano riferimento importante per i cittadini ma ribadisce che il nostro Paese resta fermamente ancorato alla scelta atlantica, all’UE e all’ONU in coerenza con le scelte ormai storiche che risalgono alla fine della seconda guerra mondiale quando gli Stati Uniti non solo furono decisivi nella sconfitta delle potenze dell’Asse e, generosamente con il Piano Marshall, poi contribuirono al finanziamento della ricostruzione dell’economia europea e non solo.

Un discorso di respiro storico e di alto profilo morale. In questi ultimi termini, si è posto una domanda che, non di rado, mi pongo anche io nel mio piccolo. Si chiede se la nostra generazione ha fatto quello che i nostri genitori e nonni hanno fatto per noi – ovviamente al di là dei lutti e dei danni economici che sta producendo la pandemia. La mia personale risposta, per quello che vale, è: non abbiamo fatto abbastanza.

Draghi passa ad elencare gli obiettivi strategici da perseguire: “la produzione di energia da fonti rinnovabili, l’inquinamento dell’aria e delle acque, la rete ferroviaria veloce, le reti di distribuzione dell’energia per i veicoli a propulsione elettrica, la produzione e distribuzione di idrogeno, la digitalizzazione, la banda larga e le reti di comunicazione 5G”. Si tratta di obiettivi che implicano tempi di attuazione di medio e lungo termine.  Consapevole dei tempi diversi del suo governo, Draghi afferma che, anche per i governi brevi, conta la qualità delle decisioni che vengono assunte.

È strategica la seguente frase del suo discorso: “Selezioneremo progetti e iniziative coerenti con gli obiettivi strategici del Programma, prestando grande attenzione alla loro fattibilità nell’arco dei sei anni del programma. Assicureremo inoltre che l’impulso occupazionale del Programma sia sufficientemente elevato in ciascuno dei sei anni, compreso il 2021”.

Finalmente si comincia a parlare di progetti da selezionare e valutare da parte di tecnici in grado di determinare la bontà di essi utilizzando l’analisi costi-benefici degli investimenti, l’impatto economico e ambientale degli stessi.

Finalmente si parla di impulso occupazionale del PNRR dopo aver declinato i problemi del basso tasso di partecipazione al mercato del lavoro dei giovani e in particolare delle donne specialmente nel Mezzogiorno (18 punti rispetto alla media europea di 10).   Come sa bene Draghi nel 2014 la Commissione ha calcolato il tasso di disoccupazione strutturale per i paesi membri. Per l’Italia, le stime dalla Commissione sono molto vicine al dato della disoccupazione rilevata, con un parametro strutturale al 10,9 nell’anno considerato a fronte di un dato pre-crisi del 7,8 nel 2006. Meno drammatiche, ma sempre molto preoccupanti, le stime OCSE, che per il 2014 vedono la disoccupazione strutturale pari al 9,9 in Italia.  Per i dati relativi ad altri paesi europei vedi il Rapporto CER 2014. Stime analoghe dell’Ufficio studi della BCE la collocavano attorno all’11%.  Gli ultimi dati provvisori dell’Istat danno la disoccupazione al 9% e quella giovanile al 29,7% – cifre che sembrano destinate ad aumentare. I dati correnti quindi coincidono più o meno con quelli strutturali. Ora pensare che l’impulso occupazionale del PNRR di 210 miliardi suddiviso in sei anni e, quindi, pari a 35 miliardi all’anno, possa affrontare seriamente il problema della disoccupazione strutturale, francamente, a me sembra illusorio e ingannevole. Credo che Draghi ne sia consapevole.  

PQM, meno ancora, condivido l’ottimismo e le illusioni che molti politici stanno creando attorno all’idea che con il PNRR si possa non solo affrontare l’emergenza ma addirittura si possa avviare la rinascita dell’economia italiana e, addirittura, di quella europea. Il confronto con gli Stati Uniti mi porta a dire che, pur apprezzando la svolta storica voluta dalla Cancelliera Merkel, le risorse prese a prestito sono del tutto inadeguate per un’economia delle dimensioni europee e con divari molto più accentuati tra regioni centrali e quelle periferiche. Sommando le spese già sostenute dall’amministrazione Trump (circa 3 mila miliardi di dollari) e ora quelle programmate dal Presidente Biden (oltre 2 mila miliardi) arriviamo a 5 mila miliardi di dollari pari a 4.116 miliardi di euro. I 750 miliardi dell’Unione sono pari a poco più del 18% di quanto, in maggior parte, già speso e ora programmato dal governo americano con una aggravante che i fondi europei arrivano con grande ritardo. Devo dire che per valutare attentamente l’adeguatezza delle risorse stanziate bisognerebbe avere fatto delle stime attendibili circa i fabbisogni e gli investimenti necessari per soddisfarli – non ultimo per cominciare a ridurre i divari territoriali. Questo richiederebbe una seria attività di programmazione economica non solo a livello italiano ma anche europeo. Purtroppo al momento non abbiamo disponibili dette stime nonostante che siano spesso evocate.

Correttamente il PNRR è solo una tappa a medio termine di una strategia a più lungo periodo se si vuole ragionare sul serio sulla conversione ecologica, lo sviluppo sostenibile, la digitalizzazione dell’economia e della società, uscire dalla stagnazione in cui si trascina l’Italia ormai da più di un quarto di secolo.  Al riguardo non mi convince del tutto Draghi quando afferma che “Il ruolo dello Stato e il perimetro dei suoi interventi dovranno essere valutati con attenzione. Compito dello Stato è utilizzare le leve della spesa per ricerca e sviluppo, dell’istruzione e della formazione, della regolamentazione, dell’incentivazione e della tassazione. In base a tale visione strategica, il Programma nazionale di Ripresa e Resilienza indicherà obiettivi per il prossimo decennio e più a lungo termine, con una tappa intermedia per l’anno finale del Next Generation EU, il 2026. Non basterà elencare progetti che si vogliono completare nei prossimi anni.  Dovremo dire dove vogliamo arrivare nel 2026 e a cosa puntiamo per il 2030 e il 2050, anno in cui l’Unione Europea intende arrivare a zero emissioni nette di CO2 e gas clima-alteranti”. Probabilmente la prima proposizione è un amo lanciato ai neoliberisti nostrani che teorizzano comunque un ruolo ridotto dello Stato ma se i problemi sono quelli elencati sopra negli obiettivi strategici, e difficile pensare che, in un paese con 5 milioni di piccole e medie imprese e con i settori dei servizi privati e pubblici per lo più inefficienti,  il ruolo dello Stato possa essere ristretto alla regolamentazione e all’incentivazione delle attività private con esclusione degli interventi diretti.

 Benissimo ma se prendiamo il discorso della scuola, della formazione permanente e del basso attività delle donne emerge un problema che non solo nei discorsi dei politici di destra viene sottaciuto. Se vogliamo assicurare alle donne parità di accesso al mercato del lavoro e parità salariale supposto che le imprese e lo Stato imprenditore riescano a creare i necessari nuovi posti lavoro, occorre pensare alla scuola primaria e secondaria a tempo pieno e coordinare gli orari di lavoro con quelli delle scuole per cui i genitori prima accompagnano i figli a scuola e poi vanno a lavoro. Quando finiscono di lavorare tornano a riprendere i figli minori dalla scuola.  Come da tempo avviene nel Paesi membri del centro e nord Europa.

L’ultima mia osservazione è di apprezzamento per il coinvolgimento delle parti sociali e delle regioni già avviato nelle consultazioni preliminari. Nella replica al Senato Draghi ha detto chiaramente che “il loro coinvolgimento è non solo importante ma essenziale. Certe cose non si fanno se non sono decise insieme alle Regioni”. Tenuto conto che gran parte dei progetti sono di loro competenza e tutti ricadranno sui loro territori è chiaro che in generale la co-decisione è d’obbligo. Si tratterà di vedere se i progetti propri delle regioni e degli enti locali saranno preliminarmente valutati sul piano tecnico-economico a livello nazionale e come la prenderebbero le Regioni e gli EELL se alcuni dei loro progetti fossero bocciati.

              @enzorus2020

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