Populisti della peggiore risma o liberi servi?

Il capitolo 11 del programma di governo concordato da Di Maio e Salvini prevede in premessa la sterilizzazione dell’aumento automatico dell’IVA nel caso il deficit superi i limiti concordati con la Commissione europea e il riassetto delle accise. La proposta a prima vista ragionevole perché vaga appare campata in aria se uno considera il fabbisogno di risorse addizionali che emerge, da un lato, dalla proposta del reddito di cittadinanza e, dall’altro, dalla riduzione del gettito che deriverebbe dalla introduzione della presunta flat tax che nelle stime più prudenti farebbe venire meno 50 miliardi di entrate. Se questi calcoli sono corretti è chiaro che il gettito dovrebbe essere recuperato dalle principali imposte indirette (IVA e Accise) secondo una linea strategica a suo tempo enunciata da Giulio Tremonti: dalla tassazione del reddito delle persone fisiche alla tassazione dei consumi delle cose.
Il titolo del capitolo è flat tax e semplificazione. Intanto bisogna precisare che la corretta definizione in inglese è flat rate tax, in italiano, imposta ad aliquota nominale costante e se è costante significa che non cambia, cioè, è unica. Se invece si prevedono due aliquote significa che non siamo più in presenza di una imposta ad aliquota costante. Bisogna inoltre precisare che anche in presenza di quest’ultima, l’aliquota media effettiva varia in relazione alle deduzioni e detrazioni che spettano al singolo contribuente e/o unità impositiva – nel nostro caso il documento propone la tassazione del nucleo familiare. Va ancora precisato inoltre che l’imposta ad aliquota costante (d’ora in poi: IAC) in termini di effettivo prelievo non è una imposta proporzionale perché quello che si versa all’Erario dipende non solo dall’aliquota ma anche dalla definizione della base imponibile e dal gioco delle deduzioni e detrazioni. E’ un’imposta progressiva e, definendo la progressività nei termini più semplici, si ha progressività quando l’aliquota media effettiva aumenta all’aumentare del reddito prodotto. Si dimostra che con aliquota nominale costante nei primi scaglioni di reddito l’aliquota media effettiva aumenta all’aumentare del reddito ma poi, dopo i primi 3-4 scaglioni di reddito (più o meno ampi), anche l’aliquota media effettiva diventa in buona sostanza proporzionale perché l’insieme delle deduzioni, detrazioni ed eventuali trasferimenti integrativi incidono sempre meno. In questi termini, se la IAC prevede la progressività solo per gli scaglioni e/o fasce di reddito più bassi e sostanziale proporzionalità per quelli più alti, una simile imposta in linea di principio si pone in contrasto con l’art. 53 comma 2 della costituzione il quale esplicitamente prevede: “il sistema tributario è informato a criteri di progressività”. Ma non è della questione di costituzionalità della IAC che voglio occuparmi in questa breve nota.
Sto cercando di capire perché due partiti populisti come il Movimento 5 Stelle e la Lega che, al di là dell’ambiguità del termine populista, non sembrano essere espressione immediata dei poteri dominanti e/o delle classi sociali più ricche. Ma proprio per questo motivo appare singolare e non convincente la loro proposta di introdurre una imposta a due aliquote nel nostro sistema tributario e non convincono i motivi che adducono a giustificazione della loro scelta. Infatti a p. 20 del c.d. contratto di governo sostengono che “la finalità è quella di non arrecare alcun svantaggio alle classi a basso reddito, per le quali resta confermato il principio della “no tax area”, nonché in generale di non arrecare alcun trattamento fiscale penalizzante rispetto all’attuale regime fiscale. Una maggiore equità fiscale, dunque, a favore di tutti i contribuenti: famiglie e imprese”. Come se quelli che rientrano nella fascia di esenzione fossero tutti benestanti. Tradotto: le famiglie con i redditi più bassi restano nella situazione attuale, ossia, niente penalizzazioni e vantaggi perché stanno bene come stanno. Molti sono abituati a soffrire e dovranno continuare a soffrire. I proponenti non spiegano come – con dette operazioni – ne risulterebbe nell’insieme una maggiore equità fiscale. Quest’ultima risulta davvero improbabile perché se tagli le imposte dirette sulle persone fisiche e giuridiche e non vuoi tagliare il welfare sarai costretto ad aumentare le imposte indirette come detto sopra. Ma sia che aumenti le imposte indirette sia che riduci il welfare non v’è dubbio la regressività del sistema fiscale. Non senza menzionare che una imposta a due aliquote produrrà inevitabilmente un salto di imposta nel passaggio dalla prima alla seconda e che se volessero evitarlo dovranno introdurre un marchingegno alquanto complicato con buona pace della semplificazione. Non senza menzionare la stranezza dell’accostamento tra il trattamento delle famiglie e quello delle imprese che non può valere per tutte le imprese.
Storicamente la IAC è stata proposta in paesi dove la propensione al risparmio è bassa e, più recentemente, nei paesi dell’Est europeo in transizione dal regime di stampo sovietico a quello liberal democratico di stampo occidentale, ma l’Italia è in fatto un paese ad alta propensione al risparmio e ad alta concentrazione della ricchezza finanziaria oltre che immobiliare. Il problema più grave del sistema tributario italiano resta quello della lotta all’evasione e della perequazione secondo opportuni criteri di giustizia sociale e tributaria. Se poi penso che le altre misure fiscali proposte tendono a disarmare l’Agenzia delle entrate e a legittimare l’evasione fiscale, ritengo che i capi populisti dei due movimenti o non sanno di che cosa parlano o sono dei liberi servi.

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