I trianumeretti che non convincono nessuno

C’è una possibile analogia che mi viene in mente e che voglio condividere. Il 13 gennaio 2012 avviene il naufragio della Costa Concordia all’Isola del Giglio per imperizia del Comandante Schettino. Precedentemente il Presidente Monti aveva varato la terza manovra correttiva dei conti 2011 eufemisticamente definita Salva Italia da trenta miliardi che affonderà l’economia in una seconda lunga recessione (PIL: -2,8 nel 2012 e -1,7 nel 2013).
Il 14 agosto 2018 crolla il Ponte Morandi di Genova. A fine settembre invece di pubblicare il testo della Nota di aggiornamento del DEF (documento di economia e finanza) che pone le basi della legge di bilancio 2019 il governo Conte tira fuori 3-4 numeretti della c.d. manovra del popolo con la quale si pensa di mantenere la promessa di attuare il reddito di cittadinanza, di concedere sgravi fiscali per le famiglie e le imprese, di modificare la legge Fornero, il tutto alzando il deficit strutturale al 2,4% del PIL per i prossimi tre anni e con ipotetici recuperi di gettito da evasione fiscale, dal condono (pace fiscale) e da tagli alla spesa (spending review).
Ora non bisogna essere economisti o analisti finanziari per capire che aumenti della spesa corrente non possono essere finanziati in deficit o con entrate straordinarie c.d. una tantum. Per altro verso, il Governo sostiene che la manovra punta alla crescita parlando di un ipotetico piano di investimenti di cui non si vede alcun numero. Non sono contrario all’idea che un governo che ha promesso il reddito di cittadinanza cerchi di mantenere la promessa ma c’è solo un modo serio che consente di mantenere detta promessa: aumentare le imposte ordinarie sui ricchi per aiutare i poveri. In questo modo, il governo rispetterebbe anche l’obiettivo a medio termine del pareggio strutturale previsto nel Patto di stabilità e crescita sottoscritto nel novembre 2011 che è -0,5% del PIL– differenziato per paesi membri anche per la velocità di avvicinamento – e non il 3% di Maastricht 1992. Ma il Governo fa di peggio: non solo non cerca una seria politica redistributiva ma addirittura con la presunta Flat Tax vuole fare un sostanzioso regalo ai più ricchi i quali secondo tutte le statistiche negli ultimi anni hanno avuto modo di aumentare la loro ricchezza e, quindi, vanno premiati.
Ora anche gli analisti finanziari si sono resi conto di questa incongruenza e temono il peggio. Infatti non solo l’economia italiana ma anche quella mondiale sono in fase di rallentamento. Alcuni addirittura guardando al lungo ciclo espansivo dell’economia americana e alla guerra dei dazi temono una fase recessiva. Questo metterebbe a rischio la tenuta dell’economia italiana e la possibilità di avviare un piano di riduzione del debito pubblico con accordi reiteratamente sottoscritti con gli altri paesi membri dell’Unione europea.
Fin qui abbiamo assistito a comportamenti irresponsabili di esponenti apicali della maggioranza che fanno la voce grossa con i presunti “burocrati di Roma e di Bruxelles” senza rendersi conto che comportandosi in questo modo non solo perdono ogni credibilità ma addirittura mettono a repentaglio l’esistenza dello loro stesso governo e il benessere anche dei loro elettori. Non si rendono conto che scatenando la speculazione internazionale contro il debito pubblico italiano si trascinano dietro le banche italiane che hanno nei loro portafogli circa 370 miliardi di titoli emessi dal governo italiano con conseguenti danni per le famiglie e per le imprese. Lo abbiamo visto nei giorni scorsi in borsa: non solo è aumentato lo spread (oggi ha toccato quota 300) ma è il settore bancario quello che ha sofferto di più. Non si rendono conto che c’è un legame diabolico tra crisi del debito pubblico e banche, tra debito pubblico ed euro e che la ipotetica uscita dalla moneta unica nel mentre lascerebbe l’Italia nel mezzo di una tempesta perfetta creerebbe dei seri e gravissimi problemi anche agli altri paesi membri dell’Unione che legittimamente si preoccupano anche della stabilità della moneta comune. Tornando brevemente alla analogia 2012 e 2018 sarebbe bene che qualcuno ricordasse al governo che anche nell’Estate 2012 non solo l’Italia ma anche l’euro erano sotto attacco speculativo. Oggi in prospettiva anche se Mario Draghi è ancora al suo posto, non mi pare che ci siano le condizioni perché possa reiterare le misure straordinarie allora adottate.
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