Storie di ordinaria follia burocratica anche nel privato: il caso Aruba

Il ritornello neoliberista è che il pubblico è inefficiente mentre il privato è efficiente. Da anni pago un modesto canone ad Aruba per avere una casella PEC che utilizzo poche volte all’anno. Da ultimo ho avuto bisogno di scrivere una lettera certificata. Provo ad accedere alla mia casella e il sistema mi consiglia di modificare la PSW perché usurata, non del tutto sicura. Procedo al cambiamento, il sistema mi da l’OK ma quando provo ad accedere alla casella per scrivere la mia lettera il sistema mi risponde: identità e password errate. Il sistema mi invita a ritornare sulla procedura di cambio della PSW. Lo faccio ripetutamente anche in giorni diversi ma l’esito è sempre negativo: accesso negato perché identità e password sono errate. Il sistema mi consente di colloquiare in chat con un robot che si limita a rinviarti alla procedura di cambio della PSW. Analogo risultato se scrivi allo Staff Aruba ti inviano la stringa per seguire la stessa procedura. Il sito web di Aruba prevede in maniera mendace la possibilità di parlare con un operatore.  Ci provo diverse volte ma non riesco a parlare con alcuna persona fisica. Ti risponde una voce registrata che ti rinvia sempre alla procedura di cambio della password. Avanzo una ipotesi che mi è capitata in altri siti italiani: il continuo cambio della password dal sistema (nel caso il “cretino veloce” ) come un tentativo di entrare illegalmente nella casella e molti server fanno scattare una procedura di blocco dell’accesso. Non è possibile verificare tale ipotesi con Aruba perché nessuno ti risponde. In compenso Aruba mi invia il resoconto giornaliero del mio utilizzo della casella bloccata.  Questa è la efficienza di certe strutture private di cui fornirò altri esempi ancora più gravi. Credo che se Aruba continuerà solo con la comunicazione automatica con i suoi clienti prima o poi ne perderà una buona parte.

Rivitalizzare l’Unione europea e l’Italia

Luigi Paganetto, Rivitalizzare un’Europa (e un’Italia) anemica, Eurilink University Press, novembre 2020. Seguendo l’impostazione dell’Autore elenchiamo alcuni problemi globali: 1) competizione con la Cina ormai definita come la “fabbrica del Mondo”; 2) debolezza dell’UE su crescita economica, demografia, produttività e ruolo marginale nello scacchiere mondiale; 3) rischi di guerre commerciali; 4) rischi di guerre commerciali e focolai di terrorismo, insurrezioni e guerre vere e proprie in alcuni continenti; 5) diseguaglianze crescenti    all’interno dei paesi ricchi e di quelli in via di sviluppo; 6) ambiente e climate change; 7) governance  politica ed economica mondiale del tutto inadeguata ad affrontare i vari problemi, ecc.

 In qualche modo e per alcuni aspetti, detti problemi si ritrovano nella UE: ambiente, bassa produttività e bassa crescita, conversione verde, clima, demografia, digitalizzazione, disuguaglianze, innovazione, squilibri territoriali, necessità di riformare il welfare, ecc. Ovviamente l’UE si ritrova anche in una fase di incertezza da almeno 20 anni perché non si decide se restare ancora in mezzo al guado oppure andare avanti ed approfondire il processo di integrazione spingendo la governance verso un vero e proprio assetto federale. La Pandemia sta mettendo in evidenza i limiti dell’attuale assetto e giustamente Paganetto evidenzia che oltre il virus l’altro nemico da battere è l’incertezza.  

Citando il Rapporto della Commissione europea Ageing Report (2018) Paganetto (18) mette in evidenza i dati impressionanti del declino demografico dell’UE e dell’Italia: riduzione della fertilità, aumento degli anziani e, quindi, aumento della spesa previdenziale – spesa per le pensioni in Italia al 15,6% del PIL rispetto all’11,3% media UE –  e di quella sanitaria ridotta negli anni antecedenti la Pandemia e ora in forte aumento senza fare ricorso alla facility stabilita all’interno del Fondo Salva Stati (ESM). E tutto questo mentre aumenta il tasso di dipendenza, ossia, il numero degli anziani inattivi oltre 65 anni e gli occupati nella fascia di età tra i 15-64 anni.

Fin qui si è privilegiata la spesa pensionistica a scapito di quella per la istruzione e la sanità ma ora quest’ultima deve aumentare non poco e questo pone un problema serio per la spesa da destinare all’istruzione e alla formazione permanente in un paese che ha una disoccupazione giovanile pari al 29,6% a livello nazionale e al 36% nel Mezzogiorno. L’evidenza statistica a livello globale dimostra che i Paesi con popolazione più giovane riescono ad aumentare la produttività totale dei fattori più velocemente di quelli con popolazione vecchia. È quello che capita all’Italia che si colloca all’ultimo posto tra i paesi europei per aumento della produttività negli ultimi 15 anni (19).   

Il cap. 2 ripercorre le problematiche che si sono determinate nei primi 20 anni dell’euro con osservazioni e commenti sempre statistical evidence based. L’era dell’euro si inserisce nel più ampio periodo di 35-40 anni del neoliberismo imperante a Bruxelles dove prevale molta ideologia, sfiducia reciproca tra i Paesi membri (d’ora in poi PM) e da qui il ricorso a regole fiscali automatiche ed eccesso di fiducia nell’efficienza del mercato unico nonostante che Tommaso Padoa Schioppa, Ivo Maes e lo stesso  Robert Mundell, teorico dell’ottima area valutaria, ci avessero avvertito che l’eurozona non era e non è tuttora un’area ottimale e che mercato unico, moneta unica e piena libertà dei movimenti di capitale non potevano funzionare senza robusti meccanismi allocativi e di stabilizzazione rispetto a shock simmetrici e asimmetrici e, a maggior ragione, se si vuole promuovere sul serio la convergenza  delle regioni periferiche dell’Est e del Sud con quelle del Centro-Nord.  Non solo ma dopo Maastricht si abbandona la politica di armonizzazione fiscale e si dà il via libera alla concorrenza fiscale con l’obiettivo dichiarato di contenere il continuo aumento della spesa per il welfare – a giudizio dei neoliberisti non sostenibile.

Quanto alle politiche industriali abbiamo visto che i timidi tentativi di rilanciarle da parte della Commissione europea degli ultimi 30 anni sono caduti tutti nel vuoto. Ma la politica della concorrenza, con connessa rigida disciplina degli aiuti di Stato, assegnava alle imprese più forti responsabilità   di definire e gestire le appropriate politiche industriali che, in particolare, non erano alla portata delle piccole e medie imprese come quelle italiane. Paganetto (81) accenna ad un trade-off tra concorrenza e politica industriale che, in realtà, non è un bilanciamento ma dà una priorità alla concorrenza.   Un’ autorevole conferma politica di questa mancato bilanciamento viene da un recente Rapporto dell’Assemblea nazionale francese che conferma l’assenza di una politica industriale erroneamente sostituita con la politica della concorrenza: “uno squilibrio normativo codificato nei Trattati”. E sappiamo che quando imprese forti e quelle deboli concorrono su un mercato di dimensioni continentali con diversi squilibri territoriali, deficit infrastrutturali, distanze dai mercati centrali, disuguaglianze di produttività, di investimenti pubblici e privati è chiaro che sono le prime che vincono la gara. Non senza trascurare i livelli di istruzione terziaria e nella spesa per la formazione permanente. Rispetto ad una media UE del 40% l’Italia registra un 27,8% davanti alla Romania con il 24,6%.   

Le crisi economiche e finanziarie richiedevano un maggiore ruolo espansivo dell’operatore pubblico che non c’è stato perché non solo si sono ridotti gli investimenti pubblici ma le politiche di austerità che, nei paesi ad alto debito hanno tagliato la domanda aggregata, hanno impedito a molte imprese di avvalersi dei bassi tassi di interesse che pure l’euro aveva prodotto, per fare nuovi investimenti in nuova capacità produttiva essendo che non utilizzavano a pieno quella esistente.  Si spiega così anche la mancata convergenza tra le regioni centrali e quelle periferiche.

Con il suo bel libro ricco di grafici colorati e tabelle, Paganetto dà un quadro complessivo dei problemi, delle possibili soluzioni e degli strumenti – attualmente del tutto inadeguati – per perseguire i complessi obiettivi di sviluppo sostenibile, di conversione verde, di digitalizzazione dell’economia e della società, di maggiore benessere non solo per i cittadini europei ma anche per quelli del resto del mondo consapevole che la globalizzazione c’è e resterà a lungo specialmente se si riuscirà a governarla meglio di quanto si è fatto finora.    

C’è un grosso problema di dimensione del bilancio e di governo dell’economia a livello europeo. Non si può avere sovranità assoluta o autonomia strategica a livello UE e dei suoi PM. Si può condividere la sovranità sapendo che il ruolo dell’UE non può essere solo di supporto (per lo più morale), integrazione e coordinamento. Il supporto e il coordinamento non funzionano più. Il primo perché il supporto presuppone che i governi siano veramente sovrani in materia di politica economica e finanziaria e ciò non è più vero da quando con la moneta unica e il Patto di stabilità e crescita – reso progressivamente sempre più rigido – si è rovesciato il ruolo della politica monetaria rispetto a quello della politica fiscale. Prima in uno Stato unitario aveva l’iniziativa la politica fiscale e la politica monetaria doveva essere accomodante. Oggi nell’assetto incongruo dell’UE la fa da padrona la politica monetaria.   Le politiche fiscali dovrebbero essere coordinate con la politica monetaria ma sappiamo che il coordinamento delle politiche fiscali non funziona e abbiamo visto che, negli anni delle politiche dell’austerità, nei paesi mediterranei gli effetti espansivi della politica monetaria venivano neutralizzati dagli effetti restrittivi delle politiche fiscali imposte dalla Troika – BCE, Commissione UE e FMI – ai paesi che dovevano consolidare i conti pubblici e difendere la sostenibilità del loro debito pubblico magari sotto attacco dalla speculazione internazionale. Per altro verso, paesi come la Germania con i conti pubblici in ordine ma con grossi surplus commerciali nella bilancia dei pagamenti non li correggevano violando anche essi le regole del PSC.   Da qui le Proposte prima dei quattro e poi dei cinque Presidenti (PE, BCE, CE, Commissione, Eurogruppo) e più recentemente del Fiscal Board di andare avanti non solo con il completamento dell’Unione economica e monetaria ma con l’Union fiscale e, soprattutto, con quella politica.

Paganetto ripercorre tutte queste tappe (stazioni della via crucis) dell’UE e del loro fallimento. Gli incontri franco-tedeschi di Meseberg, di Aquisgrana, l’idea di un bilancio separato dell’Eurozona, il lancio del Pilastro sociale. Quest’ultimo è, allo stato, un progetto utopico, un Manifesto di buone intenzioni in una UE che in alcuni PM vede sistemi avanzati di welfare e in altri poco sviluppati per via delle condizioni generali delle loro economie in transizione. Implementare il Pilastro sociale in questi PM implicherebbe massicci trasferimenti di aiuti che i PM ricchi non intendono mettere in atto.

Un bilancio separato dell’eurozona potrebbe aiutare ad attuare a livello centrale due significative funzioni del bilancio comune: quella di stabilizzazione del ciclo economico e l’altra allocativa di sostegno alla crescita economica delle regioni meno sviluppate. Il che richiede ovviamente un bilancio comune molto più consistente di quello attuale – per cominciare almeno nell’ordine del 5% del PIL. Al riguardo Paganetto (95) cita il dato dei fondi di coesione – 351,8 miliardi pari a 1/3 del bilancio UE, pari allo 0,3% del PIL UE a 28. Anche considerando il Recovery Fund l’attuale bilancio non supera il 2% del PIL che si confronta con bilanci pubblici nei paesi federali veri e propri nell’ordine del 20-25% del PIL. Consapevole della gravità di questi problemi la Commissione aveva risposto – rispondendo anche al FMI 2014 – con un piano che prende il nome del suo presidente pro-tempore Juncker. Veniva creato un Fondo europeo di investimenti strategici (122), rectius, un fondo di garanzia di 21 miliardi – di cui sei provenienti dalla BEI e 15 miliardi che la Commissione stornava da altri programmi a cui si collegava un effetto leva (pari a 15) molto elevato secondo il parere di esperti. Peraltro questo Fondo – precisa Paganetto- non aveva basi legali ben definite come quelle di un vero e proprio Trattato intergovernativo alla base del Fondo Salva Stati. Come si legge in un recente documento della Commissione, Il Piano Juncker ha mobilitato 500 miliardi nel periodo 2015-20 e ne potrebbe mobilitare altri 376 nel periodo 2021-27 se collegato con un preciso indirizzo di politica industriale (223). Non è un fallimento ma un successo limitato del tutto insufficiente per rilanciare una crescita sostenuta e sostenibile in grado di rilanciare la convergenza. 

Con questi dati e queste decisioni, non si può dire che la Commissione che non ha fatto niente ma le decisioni assunte non cambiano significativamente il quadro di insieme.  E’ chiaro che non si può parlare di vera coesione sociale a livello europeo e, per questi motivi – checché se ne dica- senza un consistente bilancio comune l’UE resta un’anatra zoppa perché tuttora non c’è un vero governo democratico dell’economia che risponda al PE e non al Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo dei PM. Si va avanti, non di rado, con accordi intergovernativi e approccio puntuale, ossia, si isola un problema, si costituisce un fondo con limitate risorse e si stabilisce un’autorità che lo amministra autonomamente o in collaborazione con la Commissione ma con regole molto restrittive come nel caso del Fondo Salva Stati.        

 Paganetto conferma l’inadeguatezza della governance economica mondiale (G-7, G-8, G-20) e di quella europea. Con riguardo a quest’ultima osserva che nonostante la moltiplicazione degli strumenti successivamente alla crisi 2008-09 (Nuovo PSC, Fiscal Compact, Six Pack, Two pack, Europlus, MES,) il governo dell’economia europea nel suo insieme resta lontano dalla sufficienza perché fondata sull’idea del pilota automatico, sulla eccessiva fiducia nel mercato e il frequente ricorso ai Trattati intergovernativi.

Ciò posto, Paganetto (149) ci ricorda ancora che i paesi emergenti sono cresciuti più velocemente dei Paesi ricchi. Cresce l’interdipendenza economica tra i diversi continenti come dimostrano le c.d. catene internazionali del valore. 2/3 del commercio mondiale passa attraverso dette catene. Aumenta anche l’integrazione finanziaria. C’è una competizione molto forte tra Cina e Stati Uniti per la leadership nel campo tecnologico. Se questo, da un lato, evita una guerra armata, dall’altro, alimenta quella commerciale per cui non si può parlare solo di guerra dei dazi. 

Rispetto a questi fenomeni l’UE non sembra giocare un ruolo di rilievo per via della bassa produttività e dei bassi investimenti che rendono difficile una sua iniziativa nella competizione globale. Si è creato una certa tripartizione nella UE -27. C’è la Germania e altri paesi che gestiscono un enorme surplus commerciale in violazione delle regole comunitarie; ci sono i Paesi dell’Est europeo che crescono in parallelo con quelli emergenti grazie anche ai sussidi dell’UE oltre che ai cospicui investimenti diretti della Germania mentre i paesi del Mediterraneo con produttività più bassa della media europea vedono crescere i divari con le regioni centrali. Da qui non solo l’opzione ma anche la necessità per l’Italia di promuovere ed attivare la strategia mediterranea.  

Nella premessa al cap. 5 (183) Paganetto ricorda di nuovo i problemi della UE: ambiente, clima, crisi demografica, welfare, cambiamento tecnologico e digitalizzazione, bassa produttività e conseguente basso tasso di crescita, ecc. e dedica l’ultimo paragrafo del libro (231-32)   a quello che dovrebbe fare l’Italia. Dovrebbe programmare lo sviluppo sostenibile, verde e digitale della propria economia. Paganetto cita il fatto che dopo aver speso i fondi del Piano Marshall l’Italia elaborò il Piano Vanoni (1955). Come noto, questo non era un vero e proprio Piano ma uno Schema, le linee guida di un progetto di sviluppo decennale dell’occupazione e del reddito che, formalmente introduceva il metodo della programmazione nel governo dell’economia. Oggi servirebbe almeno uno Schema trentennale di sviluppo in parallelo all’arco temporale di rimborso dei prestiti comuni che la Commissione emetterà per finanziare NGEU.

Il libro di Paganetto esamina molti altri problemi di quanti ne ho affrontato io sommariamente in questa recensione. Il libro costituisce un vero vademecum per esaminare i principali problemi dell’economia globale e di quella europea. Chiunque si interessa dell’UE e del suo futuro farebbe bene a leggerlo e tenerlo a portata di mano.

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l testo del Rapport d’information della Commission des affaires européennes dell’Assemblea nazionale francese – Rapport d’information sur l’avenir de la politique industrielle européenne, 25 marzo 2021 (alla pagina: http://www.astrid-online.it/static/upload/protected/assn/assnat_rapport-information_politique-industrielle-europeenne.pdf)

Arrivano al governo i primi nodi fiscali da sciogliere.

Con pervicacia degna di miglior causa l’ineffabile Matteo Salvini chiede la pace fiscale – rectius un condono – per milioni di contribuenti. La pace presuppone una guerra e/o una lotta tra due contendenti. In Italia non c’è una guerra del Fisco nei confronti dei contribuenti che non fanno il loro dovere. Se guerra c’è, è quella dei cittadini che resistono e non contribuiscono al finanziamento della spesa pubblica come prevedono gli art. 3 e 53 della Costituzione.

L’attuale Agenzia delle Entrate (di seguito Ade), negli ultimi decenni, non sta svolgendo alcuna seria lotta agli evasori e, a maggiore ragione, nell’ultimo anno di Pandemia, perché impegnata in altri compiti come la gestione dei contributi a fondo perduto e nella strategia di migliorare l’adempimento volontario dei contribuenti più riottosi.

Ad essere chiari la prospettata cancellazione automatica – se così passerà nel decreto di oggi – di 61,5 milioni di cartelle esattoriali relative a debiti d’imposta maturati tra il 2000 e il 2015 sino ad un valore di 5 mila euro comprensivo di imposte dovute, sanzioni e interessi per un valore complessivo di 70 dei 1.000 miliardi in magazzino sarebbe a mio giudizio, la presa d’atto dello sfascio del vecchio sistema della riscossione e ora anche dell’Ade che ora ha assorbito anche la riscossione attorno alla cui creazione si erano alimentate tante illusorie speranze. In ogni caso non vedo quali positivi effetti economici reali una tale misura possa avere una tale misura se non in termini psicologici.  Mi cancellano un vecchio debito che forse non avrei mai pagato, mi sento un po’ meglio: lieve riduzione della sofferenza per chi aveva difficoltà a pagarlo o inutile regalo per chi poteva pagarlo.

Non mi sfugge che, a causa della crisi economica collegata alla crisi sanitaria, ci sono soggetti di imposta che oggettivamente non sono in grado di pagare le imposte dovute ma questa condizione dovrebbe essere preventivamente accertata dall’Ade. In analogia con quanto si fa con altri cittadini che chiedono assistenza e ai quali viene richiesto di presentare l’ISEE.

Se questo è vero, allora eventuali misure di rinvio e/o cancellazione di milioni di cartelle esattoriali dovrebbero tener conto non solo della effettiva condizione patrimoniale dei soggetti che ne fanno domanda ma anche dell’indice di affidabilità fiscale dei soggetti di imposta. Certo questo comporta altro lavoro straordinario per l’Ade che si aggiunge a quello ordinario di accertamento delle imposte più recenti. Dubito che questa sia in grado di farlo con l’attuale carenza di personale e di volontà politica. Diciamola tutta: detta carenza di capacità operativa è una scelta politica e, in Italia, la gestione politicizzata dell’accertamento è ai massimi livelli.

Fare un condono in realtà comporta una doppia riduzione delle entrate del bilancio dell’operatore pubblico a tutti i livelli di governo: una parte per via del condono ed un’altra per via della riduzione dell’attività di accertamento delle nuove imposte.

Proporre di tagliare le entrate senza tagliare, preventivamente o contemporaneamente, la spesa pubblica è da irresponsabili in una fase in cui la Pandemia ci impone di spendere di più per i servizi sanitari, la scuola, l’Università, la ricerca, l’innovazione, i trasporti pubblici locali, ecc. Vedi il caso degli Stati Uniti con una economia in forte ripresa, il Presidente Biden si accinge a proporre un aumento delle imposte sui profitti delle società dal 21 al 28% e sui redditi di lavoro superiori ai 400 mila dollari con ritorno all’aliquota del 39,5%.

In Italia con una economia ancora in fase recessiva alcuni pensano addirittura di utilizzare parte dei fondi del PNRR per coprire temporaneamente la riduzione delle imposte – cosa non permessa dalle norme relative all’utilizzo di detti fondi.   Se in un modo o nell’altro si dovesse procedere in questa direzione, è chiaro che aumenterebbe ulteriormente il deficit pubblico. E senza un’adeguata riforma del Patto di stabilità e crescita (temporaneamente sospeso) ci esporremmo a probabili attacchi speculativi sul nostro grande debito pubblico. Lo ripeto: tagliare le entrate dei bilanci pubblici senza un recupero vero dell’evasione fiscale è una proposta irresponsabile, demagogica, populista. Una proposta diseducativa che nei termini proposti da Salvini (un tetto meramente quantitativo alle cartelle esattoriali emesse) non contribuisce a implementare la giustizia tributaria che resta parte essenziale della giustizia sociale. Probabilmente è solo uno dei prezzi che il governo Draghi deve pagare per avere la Lega nella sua compagine. 

Possibile rinascimento di Roma

Francesco Delzio, Liberare Roma. Come ricostruire il “Sogno” della Città Eterna, Rubbettino, 2021.

Dal 2008 al 2016 il PIL di Roma ha avuto una contrazione del 15% rispetto al 9% a livello nazionale. Secondo l’Istat che considera un periodo più lungo (15 anni) il PIL della Capitale si è ridotto del 7,4 rispetto all’anno iniziale 2002. Il calo, in prima approssimazione, è dovuto alla flessione della produzione industriale e alla bassa produttività di un settore terziario tradizionale. Delzio parla di 12 anni di coma. A me sembra chiaro che il declino di Roma si inserisce in quello dell’Italia ed in particolare del suo Meridione.

Quello che impressiona di più è il divario tra il tenore di vita delle periferie e quello dei residenti del Centro storico, i Parioli e il Salario. Il c.d. social divide è uguale alle differenze nell’indice di sviluppo umano elaborato da una Commissione ONU per misurare il divario tra i Paesi ricchi e quelli di in via di sviluppo.

Nella graduatoria elaborata dalla Cresme, su 273 grandi agglomerati urbani europei Roma si classifica al 168mo posto. Al riguardo Delzio ci ricorda che le città globali tendono ad essere isole di crescita accelerata e che l’80% del PIL mondiale si produce nelle aree urbane.

Roma viene definita città vecchia, stanca, non innovativa. Mancano sedi di partecipazione. Eppure ci sono 15 Municipi, la rinata Provincia, la Città metropolitana. Sembra totalmente fallito il processo di decentramento. L’amministrazione capitolina aspetta una digitalizzazione funzionante. La Capitale, con le sue principali aziende municipali conta 50 mila dipendenti di cui ben 7 mila assistono familiari disabili ex legge n. 104/1992 che prevede tre giorni di permesso retribuito al mese. Delzio precisa che la percentuale di Roma “non é lontanamente confrontabile con quella che si registra in altre grandi città italiane” (p.27).

A Roma esiste una “emergenza giovani” un tema – afferma Delzio – che nessuno sembra voler denunciare, figuriamoci affrontare” (p.37). Nella fascia giovanile 15-24 anni la disoccupazione si colloca al 35%. I NEET sono molto numerosi: circa 130 mila nella classe tra 18 e 35 anni che non studiano, non lavorano non fanno formazione. Nell’ultimo decennio il loro numero è aumentato del 57% che si confronta con un incremento a livello nazionale del 20,3%.

Roma registra bassa occupazione di giovani laureati. Il cliché di Roma arretrata – secondo Delzio – è in parte smentito dalla presenza di molte start up che la colloca al 2° posto dopo Milano ma ho letto altrove che la mediana di dette imprese evidenzia un solo componente. La spesa pro-capite per investimenti si ragguaglia a 167 euro che si confronta con i 1.500 di Firenze e ii 1.600 euro di Milano.

L’AMA presenta un deficit di gestione molto alto perché non riesce a riscuotere molte delle sue bollette però aumenta le tariffe della Tari del 4% scaricandole su chi paga alla stessa stregua di quanto fanno le imprese del mercato libero dell’energia con gli oneri di sistema che sono le imposte ambientali non pagate per le forniture di gas ed energia elettrica.

Il vantaggio comparato di Roma resta il turismo con la voglia di visitare la Città eterna che interessa ogni anno decine di milioni di persone ma il turismo, da solo, non basta. Vedi Attilio Celant e Giorgio Alleva i quali sostengono che, per un motivo o per un altro, l’attentato alle due Torri (2001) la crisi finanziaria ed economica (2008-09) da venti anni il turismo mondiale è in crisi. Da ultimo è intervenuta la Pandemia. Se questa non ha assestato un colpo finale, è chiaro che i prossimi anni post Covid-19 non si prospettano del tutto favorevoli.     

Nel capitoletto della II parte La chance globale: la Capitale delle Bellezza” Delzio   sintetizza: “Roma non si definisce, non si programma, non si proietta. Non costruisce futuro ma si fa raccontare solo per il suo glorioso passato” – remoto aggiungo io. Roma è l’emblema della rendita immobiliare e di posizione. A p. 43 scrive di “simpatico parassitismo dei romani”.

Riprendo dalla quarta di copertina, Roma è prigioniera: a) della cattiva politica e della pessima amministrazione; b) dello stesso ruolo di Capitale senza lo status e i finanziamenti delle altre capitali europee; c) dell’inerzia della sua classe dirigente politica, sociale e culturale; d) di un sistema di rendite unico a livello globale che stordisce e rassicura i romani, ne raffredda gli animal spirits e blocca gli ascensori sociali. Tutto vero. Quale la proposta di Delzio manager di vertice in grandi aziende? La Carica dei 100 manager. È quello che ho sempre sostenuto anche se io mi riferivo e mi riferisco soprattutto al ceto politico. Serve una squadra che crei sinergie, una squadra capace di superare la resistenza di una burocrazia auto-referenziale che – come sostiene Delzio – si rifugia nel puro “gestionismo” e senso civico smarrito (p.19). Ma come si fa a creare squadre se non si modifica la legge per l’elezione diretta del sindaco che consegna tutti i poteri in mano del primo cittadino, se questi sceglie di sua iniziativa i componenti della giunta e se il Consiglio comunale non conta niente o quasi perché anche i suoi componenti sono nominati e se dovessero votare contro il Sindaco questi ha il potere di mandarli tutti a casa. Premetto che detta legge non è appropriata per la guida di grandi città. Può andare bene per comuni di piccola e media grandezza e ne abbiamo circa 7 mila. Ricordo il caso del Sindaco Marino costretto alle dimissioni dopo che il capo del Partito democratico romano Orfini aveva portato i consiglieri comunali PD da un notaio a firmare un atto che li impegnava, se necessario, a votare contro il sindaco in carica.  Delzio non si occupa della legge elettorale e confronta Roma per lo più con Milano. Ma i contesti sono del tutto diversi. Milano si confronta bene con altre città europee. Roma uscirebbe meglio dal confronto con alcune città del Medio Oriente e del Nord Africa.  Ben venga quindi la squadra dei 100 manager ma da sola non basta serve anche la modifica della legge elettorale che di certo ha assicurato stabilità ma non governabilità. Serve l’impegno e l’iniziativa politica della società civile, degli intellettuali, dei sindacati, della cittadinanza attiva, ecc.

Visto che ho citato Marino, non mi sembra inopportuno riprendere la sua osservazione secondo cui “tra gli aspiranti sindaco di Roma serve determinazione e l’umiltà di discutere con i cittadini i progetti che si vogliono portare avanti”. Di progetti per Roma l’ex sindaco ne individua cinque: trasporti locali, trattamento dei rifiuti, cultura, sicurezza e archeologia. L’indicazione di Marino è importante anche perché su Roma non mancano studi ed analisi interessanti di varia fonte.  Ma non ho visto né il Comune né la Regione organizzare un dibattito pubblico su di essi.  

Sui trasporti Marino denuncia lo squilibrio nella distribuzione del fondo nazionale trasporti che passa attraverso le Regioni. Nel 2014 la Regione Lazio ha destinato a Roma 140 milioni mentre la Regione Lombardia ha dato a Milano il doppio. Roma ha un territorio di 1.280 kmq., Milano 703. Certo nel Lazio la struttura del potere è cambiata. Non è più il Sindaco di Roma che comanda anche alla Regione ma giustamente l’opposto. Ma detta distribuzione dei fondi appare poco giustificata non solo in rapporto alla superficie. Chiunque conosce le due città  sa che i trasporti pubblici locali funzionano meglio a Milano.    

Nel momento in cui sembra prendere quota l’attività dei “partiti” e degli schieramenti politici per trovare un candidato la lettura del libro di Francesco Delzio è obbligata. Un libro pieno di dati interessanti e con osservazioni intelligenti che può aiutare il lettore a scegliere meglio tra i prossimi candidati a Sindaco di Roma.   

Alcune indicazioni bibliografiche:

Camilli A. Relazione del Presidente di Unindustria per il quadriennio 2020-2024, 30 settembre 2020;

Attilio Celant e Giorgio Allleva, “Turismo e sviluppo”, nel volume organizzato e promosso dal Master in Economia e Management del Turismo della Facoltà di economia, Sapienza Università di Roma: L’Italia. Il declino economico e la forza del turismo, Fattori di vulnerabilità e potenziale competitivo di un settore strategico, a cura di Attilio Celant e Maria Antonella Ferri, Marchesi, 2009;

Cresme, Roma 2040: per una nuova civitas, giugno 2019;

De Masi D., Roma 2030. Il destino della Capitale nel prossimo futuro, Einaudi, 2019;

 Federmanager, Università la Sapienza, Le prospettive di Roma Capitale alla luce delle tendenze in atto, gennaio 2020;

Lelo K., Monni S., Tomassi F., Le mappe della disuguaglianza, Donzelli, 2019;

Unindustria, The European House Ambrosetti, Roma futura 2030-2050: Masterplan, luglio 2018.

Il discorso programmatico del Presidente Draghi.

Il Primo pensiero di Draghi va all’unità nazionale per combattere, con ogni mezzo, la pandemia e salvaguardare le vite dei nostri concittadini. Quindi esprime solidarietà a tutti quelli che soffrono o piangono qualche familiare a causa della pandemia.

Precisa che il Governo avvierà subito le riforme attese mentre affronta le emergenze non ci saranno i tradizionali due tempi: prima risolviamo i problemi più urgenti e poi le riforme.

Ringrazia il Presidente Mattarella per la fiducia che gli ha dimostrato affidandogli il compito di guidare il governo e il suo predecessore Conte che ha dovuto affrontare una situazione senza precedenti. Spiega perché il suo governo – secondo le indicazioni del Presidente della Repubblica – è diverso da quello precedente e non ha e non vuole avere alcuna coloritura politica particolare. Per via della emergenza sanitaria, sociale ed economica, questo è il governo del Paese. Questo è lo spirito repubblicano che lo caratterizza.

Draghi tiene a precisare che non è d’accordo con quanti sostengono che questo governo segue il fallimento della politica. Passaggio del discorso naturale, giustificato. Nel momento in cui il condominio brucia, nei momenti difficili del Paese, viene prima l’interesse comune dei cittadini tutti consapevoli della responsabilità a cui vengono chiamati. Non ti metti a discutere delle ragioni per cui era venuta meno la maggioranza di centro-sinistra e se non ce ne era un’altra pronta di centro-destra dopo che il Presidente della Repubblica aveva escluso la possibilità di andare alle elezioni anticipate – ammesso e non concesso che queste potessero dare luogo ad una maggioranza coesa in grado di continuare un dialogo costruttivo con le istituzioni europee. Il dovere della leale collaborazione, senza rinunciare alle proprie identità, è fondato sull’amore per il nostro Paese.  

Segue logicamente il passaggio sulla irreversibilità della moneta comune – una risposta dovuta a Matteo Salvini che, il giorno prima, aveva sostenuto l’opposto – dell’ancoraggio al processo di integrazione europea che deve portare ad un bilancio comune che, oltre all’indebitamento comune, abbia anche le necessarie risorse proprie. Afferma che gli Stati nazionali e/o i paesi membri dell’Unione restano riferimento importante per i cittadini ma ribadisce che il nostro Paese resta fermamente ancorato alla scelta atlantica, all’UE e all’ONU in coerenza con le scelte ormai storiche che risalgono alla fine della seconda guerra mondiale quando gli Stati Uniti non solo furono decisivi nella sconfitta delle potenze dell’Asse e, generosamente con il Piano Marshall, poi contribuirono al finanziamento della ricostruzione dell’economia europea e non solo.

Un discorso di respiro storico e di alto profilo morale. In questi ultimi termini, si è posto una domanda che, non di rado, mi pongo anche io nel mio piccolo. Si chiede se la nostra generazione ha fatto quello che i nostri genitori e nonni hanno fatto per noi – ovviamente al di là dei lutti e dei danni economici che sta producendo la pandemia. La mia personale risposta, per quello che vale, è: non abbiamo fatto abbastanza.

Draghi passa ad elencare gli obiettivi strategici da perseguire: “la produzione di energia da fonti rinnovabili, l’inquinamento dell’aria e delle acque, la rete ferroviaria veloce, le reti di distribuzione dell’energia per i veicoli a propulsione elettrica, la produzione e distribuzione di idrogeno, la digitalizzazione, la banda larga e le reti di comunicazione 5G”. Si tratta di obiettivi che implicano tempi di attuazione di medio e lungo termine.  Consapevole dei tempi diversi del suo governo, Draghi afferma che, anche per i governi brevi, conta la qualità delle decisioni che vengono assunte.

È strategica la seguente frase del suo discorso: “Selezioneremo progetti e iniziative coerenti con gli obiettivi strategici del Programma, prestando grande attenzione alla loro fattibilità nell’arco dei sei anni del programma. Assicureremo inoltre che l’impulso occupazionale del Programma sia sufficientemente elevato in ciascuno dei sei anni, compreso il 2021”.

Finalmente si comincia a parlare di progetti da selezionare e valutare da parte di tecnici in grado di determinare la bontà di essi utilizzando l’analisi costi-benefici degli investimenti, l’impatto economico e ambientale degli stessi.

Finalmente si parla di impulso occupazionale del PNRR dopo aver declinato i problemi del basso tasso di partecipazione al mercato del lavoro dei giovani e in particolare delle donne specialmente nel Mezzogiorno (18 punti rispetto alla media europea di 10).   Come sa bene Draghi nel 2014 la Commissione ha calcolato il tasso di disoccupazione strutturale per i paesi membri. Per l’Italia, le stime dalla Commissione sono molto vicine al dato della disoccupazione rilevata, con un parametro strutturale al 10,9 nell’anno considerato a fronte di un dato pre-crisi del 7,8 nel 2006. Meno drammatiche, ma sempre molto preoccupanti, le stime OCSE, che per il 2014 vedono la disoccupazione strutturale pari al 9,9 in Italia.  Per i dati relativi ad altri paesi europei vedi il Rapporto CER 2014. Stime analoghe dell’Ufficio studi della BCE la collocavano attorno all’11%.  Gli ultimi dati provvisori dell’Istat danno la disoccupazione al 9% e quella giovanile al 29,7% – cifre che sembrano destinate ad aumentare. I dati correnti quindi coincidono più o meno con quelli strutturali. Ora pensare che l’impulso occupazionale del PNRR di 210 miliardi suddiviso in sei anni e, quindi, pari a 35 miliardi all’anno, possa affrontare seriamente il problema della disoccupazione strutturale, francamente, a me sembra illusorio e ingannevole. Credo che Draghi ne sia consapevole.  

PQM, meno ancora, condivido l’ottimismo e le illusioni che molti politici stanno creando attorno all’idea che con il PNRR si possa non solo affrontare l’emergenza ma addirittura si possa avviare la rinascita dell’economia italiana e, addirittura, di quella europea. Il confronto con gli Stati Uniti mi porta a dire che, pur apprezzando la svolta storica voluta dalla Cancelliera Merkel, le risorse prese a prestito sono del tutto inadeguate per un’economia delle dimensioni europee e con divari molto più accentuati tra regioni centrali e quelle periferiche. Sommando le spese già sostenute dall’amministrazione Trump (circa 3 mila miliardi di dollari) e ora quelle programmate dal Presidente Biden (oltre 2 mila miliardi) arriviamo a 5 mila miliardi di dollari pari a 4.116 miliardi di euro. I 750 miliardi dell’Unione sono pari a poco più del 18% di quanto, in maggior parte, già speso e ora programmato dal governo americano con una aggravante che i fondi europei arrivano con grande ritardo. Devo dire che per valutare attentamente l’adeguatezza delle risorse stanziate bisognerebbe avere fatto delle stime attendibili circa i fabbisogni e gli investimenti necessari per soddisfarli – non ultimo per cominciare a ridurre i divari territoriali. Questo richiederebbe una seria attività di programmazione economica non solo a livello italiano ma anche europeo. Purtroppo al momento non abbiamo disponibili dette stime nonostante che siano spesso evocate.

Correttamente il PNRR è solo una tappa a medio termine di una strategia a più lungo periodo se si vuole ragionare sul serio sulla conversione ecologica, lo sviluppo sostenibile, la digitalizzazione dell’economia e della società, uscire dalla stagnazione in cui si trascina l’Italia ormai da più di un quarto di secolo.  Al riguardo non mi convince del tutto Draghi quando afferma che “Il ruolo dello Stato e il perimetro dei suoi interventi dovranno essere valutati con attenzione. Compito dello Stato è utilizzare le leve della spesa per ricerca e sviluppo, dell’istruzione e della formazione, della regolamentazione, dell’incentivazione e della tassazione. In base a tale visione strategica, il Programma nazionale di Ripresa e Resilienza indicherà obiettivi per il prossimo decennio e più a lungo termine, con una tappa intermedia per l’anno finale del Next Generation EU, il 2026. Non basterà elencare progetti che si vogliono completare nei prossimi anni.  Dovremo dire dove vogliamo arrivare nel 2026 e a cosa puntiamo per il 2030 e il 2050, anno in cui l’Unione Europea intende arrivare a zero emissioni nette di CO2 e gas clima-alteranti”. Probabilmente la prima proposizione è un amo lanciato ai neoliberisti nostrani che teorizzano comunque un ruolo ridotto dello Stato ma se i problemi sono quelli elencati sopra negli obiettivi strategici, e difficile pensare che, in un paese con 5 milioni di piccole e medie imprese e con i settori dei servizi privati e pubblici per lo più inefficienti,  il ruolo dello Stato possa essere ristretto alla regolamentazione e all’incentivazione delle attività private con esclusione degli interventi diretti.

 Benissimo ma se prendiamo il discorso della scuola, della formazione permanente e del basso attività delle donne emerge un problema che non solo nei discorsi dei politici di destra viene sottaciuto. Se vogliamo assicurare alle donne parità di accesso al mercato del lavoro e parità salariale supposto che le imprese e lo Stato imprenditore riescano a creare i necessari nuovi posti lavoro, occorre pensare alla scuola primaria e secondaria a tempo pieno e coordinare gli orari di lavoro con quelli delle scuole per cui i genitori prima accompagnano i figli a scuola e poi vanno a lavoro. Quando finiscono di lavorare tornano a riprendere i figli minori dalla scuola.  Come da tempo avviene nel Paesi membri del centro e nord Europa.

L’ultima mia osservazione è di apprezzamento per il coinvolgimento delle parti sociali e delle regioni già avviato nelle consultazioni preliminari. Nella replica al Senato Draghi ha detto chiaramente che “il loro coinvolgimento è non solo importante ma essenziale. Certe cose non si fanno se non sono decise insieme alle Regioni”. Tenuto conto che gran parte dei progetti sono di loro competenza e tutti ricadranno sui loro territori è chiaro che in generale la co-decisione è d’obbligo. Si tratterà di vedere se i progetti propri delle regioni e degli enti locali saranno preliminarmente valutati sul piano tecnico-economico a livello nazionale e come la prenderebbero le Regioni e gli EELL se alcuni dei loro progetti fossero bocciati.

              @enzorus2020

Le caratteristiche inquietanti di Silicon Valley.

La Valle oscura, Adelphi Edizioni 2020,  è un memoriale piuttosto inquietante di Anna Wiener, una giovane donna newyorkese che ha lavorato in un’impresa editoriale e che, di sua iniziativa, si trasferisce in California per andare a lavorare nella favolosa Silicon Valley, seguendo la solita moda in vigore già negli anni ’70 del secolo scorso nota come California dream – creata dalla protesta giovanile di quegli anni contro la Guerra del Vietnam, dalla ricerca di modelli di vita alternativa (a quella imposta dal consumismo opulento) da parte dei ragazzi dei fiori, del movimento degli yippies (un pseudo movimento politico giovanile di impronta pacifista, con venature anarchiche, internazionalista e a un tempo comunitario, e dal fiorire della letteratura anti-capitalistica.

Si potrebbe dire che quel movimento contrastava Ronald Reagan prima come Governatore della California dal 1967 al 1975 e, successivamente 1981-89, Presidente degli Stati Uniti d’America. Ma ne è uscito battuto e forse, non casualmente, il nuovo capitalismo della sorveglianza trova le sue radici più profonde a Silicon Valley.  

C’è una prima parte del libro che descrive l’esperienza di Anna Wiener come quella della persona innocente (ingenua) che stenta a capire il contesto in cui sta lavorando ma probabilmente finge di essere tale trattandosi di persona che ha lavorato in una industria editoriale i cui componenti normalmente tengono gli occhi aperti sulla società in cui vivono per registrarne i fenomeni nuovi che vi si manifestano. Ma Lei non cita nessuno che prima di lei ha lavorato in ruoli diversi nella Silicon Valley o gli scritti di autori che hanno osservato e studiato il fenomeno, il venture capital, la finanza rapace patrimonio non solo di New York ma anche della California.   Qui avviene qualcosa di simile alla storica corsa all’oro della seconda parte del 19mo secolo con pochi protagonisti che si arricchiscono e i molti che riescono a guadagnarsi appena da vivere. Solo che questa volta l’oro non è la materia prima da scavare nelle miniere o da setacciare dall’acqua dei fiumi. Ora si tratta di raccogliere tutti i dati comportamentali – il surplus comportamentale della Shoshana Zuboff, mai citata, autrice di un altro libro di successo: Il capitalismo della sorveglianza. Sono i big dati che rilevano i social Networks come Google, Facebook, Microsoft, Amazon e via di seguito. I big data raccolti ed analizzati da algoritmi appositamente costruiti che profilano i comportamenti delle persone ed elaborano modelli predittivi che, letteralmente, sbaragliano le vecchie indagini di mercato sulle preferenze dei consumatori, e vengono venduti alle imprese di produzione e distribuzione. Naturalmente non si limitano a questo. Utilizzando i like, gli emoji, la lettura delle mail, la registrazione delle telefonate, degli spostamenti, dell’appartenenza a gruppi politici e non. Filmano città e campagne, strade e monumenti, tutto quello che vedono. L’aspirapolvere Roumba, elementare esempio dell’internet delle cose, elabora la mappa degli appartamenti in cui lavora e, se c’è un computer o un cellulare acceso, la invia a Google.

Dai big data si individuano non solo le preferenze per i consumi privati ma anche per i beni pubblici, le preferenze politiche, sessuali, e in generale, tutti i comportamenti. Le tradizionali indagini di mercato – anche di quello politico – rilevano di volta in volta quelle che sono le risposte e le preferenze espresse in seguito a specifiche domande proposte dai computer. A pag. 59 Wiener parla di “modalità di Dio” implicitamente una citazione del concetto dello “sguardo di Dio” come elaborato della Zuboff.  lo ripeto mai citata perché nel libro non ci sono citazioni di libri, saggi o articoli di giornale; non ci sono neanche i titoli dei numerosi capitoli sulla fauna umana che anima la Valle Oscura – raggruppati in tre parti: Incentivi, crescita, epilogo.

A p. 118 la Wiener afferma che gli ingegneri e/o esperti di computer science – spesso neanche laureati – che definiscono gli algoritmi, i codici, che progettano robot si comportano o si riducono a robot essi stessi. Si interessano solo alle macchine che stanno costruendo e niente altro. La cultura umanistica non li interessa con disappunto della Wiener. Tutt’al più vogliono capire i principi fondamentali del management aziendale e la finanza del venture capital.  La Wiener sembra non capire perché i giovani rampanti delle start up non amano i libri e la cultura umanistica che Lei occasionalmente proponeva loro. Sono individui razionali secondo il vincente paradigma neoliberista. E sono razionali quelli che massimizzano il proprio interesse, non temono il giudizio degli altri perché loro credono di essere i migliori giudici di sé stessi. È l’essenza del credo neoliberista e la California è il primo Stato della Federazione a recepire la rivoluzione di Milton Friedman, premio Nobel per l’economia, e della sua scuola di Chicago.         

Tranne un accenno a pag. 98 e 143 nella prima parte di oltre 200 pagine non approfondisce il discorso sulla sorveglianza. Descrive in forma maniacale la vita ordinaria nella start up di analisi dei dati in cui lavora per circa tre anni per poi passare ad un’altra start up open source. Lei si occupa delle relazioni con i clienti. Scrive della predominanza di giovani uomini che elaborano gli algoritmi che godono di stipendi elevati e di generose opzioni sulle azioni della società. Scrive della scarsa considerazione in cui vengono tenute le donne e delle varie forme larvate o meno di molestie sessuali. Descrive tutte le feste aziendali dentro e fuori i locali dell’azienda, i vestiti indossati, le felpe con il marchio aziendale, i cibi e le bibite consumati, le strade che percorrono, i bar che frequentano, le case in condominio, gli appartamenti condivisi anche con uomini, i week end al lago Tahoe, il car sharing, le biciclette utilizzate, il degrado di certi quartieri di S. Francisco.    

Forse avrebbe capito meglio quello che era già successo prima che vi arrivasse Lei se si fosse informata meglio. Sempre in maniera anonima, la Wiener cita il caso Snowden dell’Estate 2013, scoppiato poco dopo il suo arrivo a Silicon Valley, il quale ha rivelato le attività di sorveglianza di massa della National Security Agency con il massiccio utilizzo dei big data prodotti e messi a disposizione da Google e dagli altri social networks.

Non cita quanto era successo dopo l’11 settembre 2001 giorno dell’attacco alle due Torri a New York  e al Pentagono a Washington quando il governo USA scopre che le imprese high tech della Silicon Valley avevano una massa di informazioni ben superiore a quelle a disposizione delle agenzie di sicurezza nazionale per cui queste ultime organizzano delle robuste sinergie con  le imprese high tech – sinergie ovviamente favorite dalla convenienza reciproca e anche da affinità elettive, di volta in volta, adattate ai Presidenti vincenti. Quello che era già avvenuto è che la sorveglianza di massa dei cittadini era passata dalle imprese high tech della Valle Oscura – che la svolgevano in primo luogo a scopo di lucro – alle agenzie di sicurezza di un grande paese formalmente democratico.  È evidente che dette tecnologie di controllo sociale e politico in democrazie deboli consolidano il potere dei governanti e possono condurre a veri e propri regimi totalitari. Vedi al riguardo le riforme costituzionali in Cina, Russia, Turchia, ecc. che estendono ad libitum il mandato presidenziale.   

Che dire di un’autrice come Anna Wiener e dello straordinario successo del suo Memoir? Ella appartiene a quel novero di scrittori che probabilmente non leggono quello che è stato scritto prima da autori che hanno trattato la stessa materia in modo approfondito e con cognizione di causa. Un fenomeno colto bene da Giovanni Sartori sul Corriere Cultura del 5-10-2004. L’eminente politologo attribuisce detto comportamento ai giovani autori che si occupano di teoria della democrazia – e i big data accumulati e utilizzati illegalmente da imprese private e agenzie pubbliche mettono a rischio la democrazia e i diritti alla privacy delle persone – “i nuovi autori più giovani, scrivono sempre più libri senza bibliografie inventati dal loro genio sorgivo. Le loro letture (scarse) risalgono, con poche eccezioni, a venti anni, e più che altro citano coetanei e compagnucci di cordata altrettanto sprovveduti di loro”.   La Wiener non cita neanche i suoi coetanei che, probabilmente, non conosceva, ma rispettando una buona prassi americana ringrazia 68 persone tra cui tre familiari che l’hanno aiutata a scrivere e commercializzare il libro.

Nuova serie della telenovela sulla riforma elettorale. E la riforma della PA?

Un articolo del costituzionalista Enzo Cheli sulla Rivista il Mulino del 9-12-2020 e un editoriale d Paolo Mieli sul Corriere della Sera del 28-12-2020, in qualche modo, rilanciano il dibattito sulla riforma del sistema elettorale. Dopo che il Parlamento ha approvato la riforma della drastica riduzione del numero dei parlamentari, in effetti, è necessario rivedere il sistema elettorale c.d. Rosatellum ed occorre anche ridisegnare i collegi elettorali. Si tratta di regole importanti: collegi ampi espandono il numero dei voti necessari per eleggere un rappresentante ma rendono più problematico il rapporto diretto tra agente e principale se all’ampiezza del collegio corrisponde una maggiore eterogeneità delle preferenze. Il sistema elettorale si traduce in un meccanismo che, in un modo o nell’altro, traduce i voti in rappresentanti.  Dico subito che non si tratta di meccanismi neutrali e semplici. Entrambi possono essere manipolati ad arte per favorire il partito o i partiti di maggioranza e rendere più difficile l’alternanza.

Enzo Cheli che ha studiato a lungo i sistemi elettorali sulla Rivista l Mulino 9-12-2020 afferma che per 45 anni (1948-19939) in Italia si è utilizzato stabilmente “un sistema elettorale di tipo proporzionale puro sia per la Camera che per il Senato che poggiava su un assetto di partiti stabili e bene organizzati”. È vero ma io aggiungo il vincolo esterno imposto dalla Guerra Fredda (1). In generale, è chiaro che se hai un partito egemone che anche con un sistema elettorale proporzionale raccoglie una maggioranza relativa elevata, il sistema funziona anche se non garantisce l’alternanza.

Il secondo periodo (27 anni) di Cheli è quello dell’ultimo trentennio; è quello che vede le riforme elettorali di stampo maggioritario: elezione diretta dei Sindaci, dei presidenti delle province e dei Presidente delle Regioni nonché di tre importanti leggi elettorali per la Camera e per il Senato. La prima del 1993 che porta il nome dell’attuale presidente della Repubblica Mattarella che prevedeva l’assegnazione dei seggi per 2/3 con il metodo proporzionale e per 1/3 con il sistema maggioritario.    La seconda è la legge Calderoli del 2005. La terza è la legge Renzi del 2015 mai sperimentata. La quarta e la legge Rosato del 2017 attualmente in vigore anche se censurata in parte dalla Corte Costituzionale. Secondo Enzo Cheli, il primo periodo sarebbe stato caratterizzato da stabilità, il secondo da forte instabilità. Secondo Paolo Mieli, storico e in parte politologo, le riforme degli anni 90 sarebbero state provvidenziali e per 15 avrebbero assicurato un’alternanza addirittura virtuosa. Sostiene inoltre che il mandato diretto delle urne al Presidente del Consiglio garantirebbe maggiore legittimazione all’esecutivo.

Dagli anni 90 del secolo scorso il leit-motive delle riforme elettorali propalato dalla destra ma anche dal Centro-sinistra seppure con minore enfasi è stato ed è riforme elettorali di stampo maggioritario, abbandono della Repubblica parlamentare e introduzione del Presidenzialismo o quanto meno del semipresidenzialismo alla francese con esplicito rafforzamento del ruolo dell’esecutivo.  È da chiedersi se le continue modifiche del sistema elettorale sono fatte per contribuire a migliorare il funzionamento della democrazia o per altri motivi.

Tra i costituzionalisti di professione e altri esperti si discute se le riforme elettorali costituiscano vere e proprie riforme costituzionali. Il distinguo in Italia viene basato sul tipo di legge che le due riforme richiedono: le riforme costituzionali richiedono le procedure speciali previste di cui all’art. 138 Cost.  mentre le riforme elettorali si mettono in atto con legge ordinaria.  Ma questo criterio formale, secondo me, non racconta tutta la storia perché se con legge ordinaria e con certe modifiche ai regolamenti parlamentari si compromette il gioco istituzionale e si consente al governo, in linea di prassi, di espropriare il Parlamento del potere legislativo si viola in fatto il principio fondamentale della separazione dei poteri dello Stato. Se una delle Camere – sulla carta paritaria – tra Natale e Capodanno è costretta ad approvare la legge di bilancio senza avere il tempo di esaminarla attentamente, in fatto, si è attuato il bicameralismo imperfetto è in maniera spuria il Presidenzialismo. Si può sostenere fondatamente ancora che la forma di Stato è una Repubblica parlamentare come previsto dalla Costituzione del 1948?  Al di là dei principi costituzionali non sono i comportamenti dei governanti che contano?

Una seconda osservazione riguarda l’appropriatezza di un sistema elettorale maggioritario ad una società pluralista al limite della frammentazione dove sono diffusi la faziosità e il particolarismo. Secondo me, detto sistema non funziona in un Paese a bassa coesione sociale specialmente in una fase storica di polarizzazione del dibattito politico, in un sistema politico in cui i partiti populisti si dividono persino sull’appartenenza all’Europa, sull’euro, sull’Alleanza atlantica, sulla preservazione della Repubblica parlamentare e quant’altro. Paolo Mieli parla di virtuosa alternanza realizzata dal sistema maggioritario. E’ vero l’alternanza c’è stata ma chiamarla virtuosa mi sembra del tutto esagerato se penso che le coalizioni che si sono alternate al governo non hanno assicurato continuità in politiche fondamentali come la lotta alle diverse organizzazioni criminali che imperversano nel paese, alla corruzione, alla politica di consolidamento dei conti pubblici, a quella della ricerca e dell’innovazione necessaria per il rilancio della produttività e competitività del sistema, ecc.. Il Governo di centro-destra del 2001 cancella l’imposta sulla prima casa togliendo un cespite fondamentale per l’autonomia tributaria dei Comuni e l’imposta di successione. Il successivo governo di centro-sinistra reintroduce quest’ultima ma con quote esenti eccessive che ne riducono il gettito a 6-700 milioni all’anno come se l’Italia non fosse il quarto paese più ricco d’Europa ed il nono nel mondo. Il governo di centro-sinistra riduce la progressività dell’Irpef fissando l’aliquota marginale al 43% mentre il centro-destra vuole la flat tax e condoni a go go con buona pace della lotta all’evasione fiscale. Lo schieramento di destra vuole lo spostamento del carico fiscale dalle persone alle cose che penalizzerebbe i redditi medio bassi e un sistema tributario che continui ad alimentare le rendite parassitarie come lo spiega bene Luca Ricolfi nel suo ultimo libro sulla società signorile di massa recensito anche in questo blog. Che cosa significa tutto questo? Che l’Italia è un paese a bassa coesione sociale dove non c’è un principio condiviso di giustizia sociale e, di conseguenza, non ci sono politiche importanti condivise come quelle menzionate sopra. In una situazione di forte aumento delle diseguaglianze sociali servirebbe una politica tributaria maggiormente redistributiva ma questa non è priorità del centro-destra né del centro sinistra. E allora ecco l’elettore comune rimane frastornato. Non sa per chi votare – e non a caso gli vengono proposte liste bloccate – o vota per movimenti politici improvvisati come il M5S.

              L’ascesa del M5S e della Lega al governo del Paese e la crisi degli altri partiti liquidi si può dire che abbia migliorato il funzionamento del sistema politico italiano? In Parlamento prevalgono i competenti o gli incompetenti? Si può dire che abbiamo visto un’alternanza virtuosa? Voglio sottolineare di nuovo questa questione dell’alternanza in un contesto di polarizzazione delle posizioni politiche che porta al ribaltamento o sostanziale modifica delle politiche del governo precedente in un contesto in cui i governi di centro-destra hanno fatto di tutto per delegittimare la magistratura e la pubblica amministrazione. La riforma della giustizia si è ridotta alla complicazione dei codici delle procedure civili e penali certo a maggiore garanzia degli imputati e alla proposta di separazione delle carriere dei pubblici ministeri e dei giudici giudicanti finora non ottenuta ma mai ad una valutazione attenta dell’adeguatezza del numero dei giudici e del personale tecnico che li assiste e/o della efficienza della sua organizzazione.

La riforma della pubblica amministrazione è un’altra telenovela senza fine. Da 70 anni si va avanti con provvedimenti puntuali che mai hanno portato ad un serio miglioramento della sua capacità di implementare le leggi confuse ed incerte che tutti i governi hanno fatto approvare nelle diverse legislature. Il discorso su dette leggi sarebbe lungo e complesso. Qui mi basta ricordare che dagli anni ‘80 il discorso sulle riforme amministrative a livello europeo prevedeva il rafforzamento delle capacità amministrative delle regioni tendenzialmente sul modello dei Lander. In Italia il Partito dei sindaci (per lo più irresponsabili) forti della nuova legge sulla loro elezione diretta negli anni ‘90 temeva il un nuovo centralismo di stampo regionale e riusciva a ottenere che tutte le funzioni amministrative con il nuovo art. 118 del Tit. V Cost.  passassero ai Comuni salvo il potere delle regioni di esercitare la sussidiarietà verticale.  Ma 7000/8103 comuni sono piccoli ed hanno scarsa o nulla capacità amministrativa. Resistono alle fusioni pure incentivate e, tuttora, non comunicano tra di loro nonostante ci siano state diverse leggi che ne prevedono la messa in rete. Da 20 anni il paese è il mezzo al guado non sa se andare verso un assetto maggiormente decentrato (federale) con perno sulle regioni – magari anche esse accorpate – oppure verso una ricentralizzazione delle funzioni assegnate alle regioni dall’art. 117 Cost. novellato nel 2001.  Allo stato attuale non è chiaro quali siano le strutture di amministrazione attiva ai vari livelli di governo sub-centrale. E la questione non si risolve con la istituzione di cabine di regia al livello della Presidenza del Consiglio dei ministri. Semmai dette cabine dovrebbero essere collocate a livello dei diversi ministeri e dei competenti assessori regionali per guidare e controllare da vicino le strutture di amministrazione attiva che hanno l’esperienza di gestione di progetti pubblici e privati e sanno cosa funziona e non funziona nella fase attuativa. Questo per dire che in una fase storica in cui andiamo incontro a grandi trasformazioni come la digitalizzazione e la conversione verde dell’economia, lo sviluppo sostenibile abbiamo bisogno di condivisione piena di detti obiettivi che difficilmente può venire da governi instabili e politicamente contrapposti. È chiaro che le politiche appena menzionate e le riforme legislative che ci chiede la Commissione europea in relazione al Recovery Plan non sono politiche attuabili nel breve termine ma richiedono piani a medio e lungo termine da affidare a strutture amministrative stabili e, allo stesso tempo, flessibili. Una volta definiti e scelti i progetti, una loro congrua attuazione può venire solo da strutture di amministrazione attiva altamente professionalizzate e stabili che attuino sul serio quel sacrosanto principio di separazione tra indirizzo politico e gestione amministrativa – previsto nel d.lgs. n. 29/1993 di attuazione della legge n. 421/1992 voluta da Giuliano Amato e Sabino Cassese.  La nostra pubblica amministrazione è vecchia e di formazione prevalentemente giuridica. C’è l’occasione per ammodernarla e attrezzarla per le nuove esigenze con ingegneri, economisti e tecnici vari. Le biblioteche sono piene di studi ed analisi che indicano come farlo ma la nostra classe governante ai vari livelli sembra ignorarne persino l’esistenza.               

  1. vedi Giorgio Galli, Dal bipartitismo imperfetto alla possibile alternativa, universale Paperbacks, il Mulino, Bo, 1975. Il sistema politico italiano era bloccato e quando per necessità – per la fine del primo Centro sinistra, la crescita elettorale del PCI all’elezioni amministrative del 1975 e poi a quelle politiche del 1976, il Presidente della DC  Moro chiede  l’appoggio esterno al governo di solidarietà nazionale, l’operazione fu fortemente osteggiata dal governo USA e in particolare da Henry Kissinger allora segretario di Stato – da sempre contrari alla partecipazione diretta del PCI al governo di un Paese membro della NATO. Quando nel 1979 il PCI chiese apertamente sdetta partecipazione, la richiesta fu prontamente respinta dalla Democrazia Cristiana. La possibile alternativa prospettata da Giorgio Galli non si concretizzò.   

Anatema contro chi propone una imposta patrimoniale personale e progressiva.

La presentazione dell’emendamento Fratoianni-Orfini che propone una imposta patrimoniale ordinario ha scatenato un putiferio che non cessa di calmarsi. Il PD prende le distanze confermando di essere il partito dei laureati, degli intellettuali benpensanti, dei ricchi e delle classi agiate. La destra carica a testa bassa come il toro eccitato dal drappo rosso.  Molti reagiscono sostenendo che, da un lato, ci sono già delle imposte patrimoniali reali e, dall’altro, non è il momento giusto per razionalizzare la tassazione patrimoniale. E se non ora, quando?

Voglio ricordare due precedenti storici molto significativi. Il primo risale ad un secolo fa all’indomani della fine della Prima Guerra mondiale. Nel 1919 viene presentato il Progetto Meda che proponeva un’imposta ordinaria sul patrimonio che doveva accompagnare l’istituzione di un’imposta personale sul reddito delle persone fisiche. Quest’ultima al posto della imposta reale di ricchezza mobile. Nello stesso anno il Gov. Nitti riesce a fare approvare il R.D.L. 24-11-1919, n. 2169 per una imposta straordinaria per la quale si prevede una rateizzazione massima di 20 (poi ridotti a 10) anni e, quindi, in fatto, come se fosse stata una imposta ordinaria. Ricordo inoltre che nel 1923 viene introdotta dal Gov. Mussolini (Mifin A. De Stefani) la imposta complementare e progressiva sul reddito delle persone fisiche anche per integrare la ricchezza mobile con un supplemento di progressività e discriminazione qualitativa dei redditi vedi R.D. 30-12-1923 n. 3062.

Il secondo precedente legislativo risale al 1939 – all’inizio della seconda Guerra Mondiale – e al Ministro delle finanze Thaon De Revel che riesce a far approvare una legge che introduce l’Imposta generale sull’entrata (sugli scambi: IGE) e un’imposta ordinaria sul patrimonio con lo scopo fondamentale – teorizzato dagli economisti classici – di attuare la discriminazione qualitativa dei redditi tra quelli di lavoro e quelli di capitale, d’impresa, ecc..

Paradossalmente quest’ultima imposta incontra critiche e opposizioni in sede di Commissione economica dell’assemblea costituente. Di conseguenza l’imposta patrimoniale ordinaria che, nel frattempo, aveva assunto un ruolo significativo nel sistema tributario italiano viene riscattata – in fatto abrogata – a mezzo dell’imposta straordinaria prevista D.L. 19 marzo 1947 n. 143 con aliquote da svendita.

L’argomento dell’imposta patrimoniale è stato ripreso in sede di Commissione per lo studio della riforma tributaria degli anni 1960 ma esso viene accantonato “a causa delle difficoltà tecniche che avrebbe incontrato e dei gravi inconvenienti che avrebbe provocato”. Vedi V. De Nardo e R. Napolitano, La riforma tributaria, in Tributi aprile 1971: p. 27 che riportano opinioni e pareri precedenti espressi in sede ministeriale e parlamentare. 50 anni dopo lo stesso argomento viene propalato a iosa. Devo dire che con la riforma del 1971 fu introdotta l’imposta locale sui redditi ILOR con lo scopo di sostenere la discriminazione qualitativa dei redditi ma detta imposta fu contestata fortemente anche davanti alla Corte costituzionale e infine abrogata. Fu sostituita dall’IRAP che sta subendo la stessa sorte.

Una breve osservazione sull’argomento secondo cui l’introduzione di una imposta patrimoniale danneggerebbe la classe media. Il governo ha rinviato la riforma dell’Irpef al 2021 e, semmai approvata, per farla entrare in vigore nel 2022. Se il governo avesse veramente a cuore le sorti della classe media avrebbe dovuto procedere con l’abrogazione immediata del salto di imposta di 11 punti nell’aliquota marginale tra il secondo e terzo scaglione e, magari, introdurre qualche altro scaglione in alto con incremento dell’aliquota marginale massima. Altrettanto urgente è l’innalzamento delle soglie esenti dell’imposta di successione che produce gettito risibile (6-700 milioni l’anno) in uno dei Paesi più ricchi dell’Europa e del mondo.  Aumenta il debito pubblico e gli oneri del suo servizio ricadranno pesantemente sulle generazioni future. Scartate improbabili cancellazioni del debito servono imposte che assicurino risorse quanto meno per pagare il servizio del debito ed assicurare ai giovani una dotazione universale di capitale al raggiungimento della maggiore età. A livello internazionale, queste sono le proposte che vengono avanzate da più parti non solo da economisti e organizzazioni internazionali specializzate per combattere le crescenti diseguaglianze. Ma in Italia non se ne può discutere serenamente e consapevolmente.

Vito Tanzi revoca in dubbio che l’economia sia materia scientifica.

Il libro di Vito Tanzi, Advanced Introduction to Public Finance, EE, Elgar Publishing, 2020, è un misto di analisi teorica e di storia del pensiero economico e finanziario e, proprio per questo motiv0, rientra nella serie di Introduzioni avanzate. Grande attenzione viene data alla letteratura sulle procedure decisionali nel settore pubblico e in materia finanziaria proprio perché queste si prestano a creare facili illusioni come ci ha insegnato Amilcare Puviani 1903. La maggior parte dei contribuenti che non ha studiato economia e scienza delle finanze è poco avvertita dei fenomeni di traslazione e incidenza delle imposte e, quindi, non distingue, tra chi, in prima istanza, è percosso dall’imposta e chi ne rimane effettivamente inciso dopo gli aggiustamenti reali che avvengono nel mercato. Tasse anche basse infatti modificano i comportamenti degli operatori economici come le famiglie e le imprese. Naturalmente, evitare ogni carico di imposta è missione impossibile, si tratta di minimizzarli e limitarli a quelli veramente inevitabili (68). Da un lato Tanzi ridimensiona le analisi di equilibrio parziale sull’eccesso di pressione di certe imposte che, come tali, non tengono conto dei benefici che apportano ai contribuenti e alla società e dice che quelli che si occupano di riforme fiscali dovrebbero preoccuparsi di più della fattibilità amministrativa di certe imposte anche nei casi in cui questa è fortemente condizionata dalla quantità e qualità del personale assegnato alle amministrazioni finanziarie. Di conseguenza, Tanzi ridimensiona anche la regola di Ramsey (1927) tassare di più i beni a domanda rigida che è alla base della teoria dell’ottima imposta. Afferma quindi che le questioni di progressività, redistribuzione e di giustizia sociale sono questioni essenzialmente politiche; sono e restano problemi di second best (72).

Tanzi utilizza quindi alcune statistiche essenziali per descrivere e valutare l’evoluzione della pressione tributaria negli ultimi 150 anni. Nel 1870 nei paesi avanzati la pressione tributaria (PT) si aggirava sotto il 10% del PIL, solo tre paesi registravano un dato più elevato. Si mantenne stabile sino al 1913. E questo in un periodo di forte sviluppo e di accelerazione della globalizzazione. Nel 1920, la PT sale al 14%, nel 1937 al 17%; nel 1960 al 29%.  Per un gruppo di paesi OCSE la PT passa dal 24,9% del 1965 al 31,5% del 1985, al 33% del 2005 (81-82). Controcorrente, alcuni paesi de Centro e Nord Europa mantengono la PT a livelli elevati: la Svezia al 50%  nel 1987; la Danimarca al 48% ancora nel 2005; il Belgio al 44% nel 2013-14; la Francia al 45% nel 2014; la Finlandia al 46% nel 1994; la Norvegia al 44% nel 1986 salvaguardando crescita economica e alti livelli occupazionali e, quindi, smentendo  teorie dominanti (in molti paesi ma non in tutti) sugli effetti negativi delle alte aliquote delle imposte (84). Intanto si era affermato il credo neoliberista e la PT in molti paesi si stabilizza. Per converso, in altri paesi, non si riesce a frenare la crescita della spesa pubblica e, quindi, il conseguente aumento del debito pubblico. Emblematico anche il caso dell’Italia dove nel 1981 si introduce il cosiddetto divorzio tra il Tesoro e la Banca centrale confidando nella disciplina che il mercato avrebbe imposto ai vari governi e invece il debito passerà dal 59,9% del 1981 al 120,9% del 1991 sfidando non solo la disciplina dei mercati ma anche la coerenza interna di governi che facevano leggi di bilancio a parità di pressione tributaria ma non controllavano il versante della spesa.  Allora, in Italia, ministero delle finanze e del tesoro erano distinti e separati. In presenza di governi di coalizione essi venivano assegnati a personalità di partiti diversi non sempre propensi a coordinarsi strettamente anche perché portatori di diverse preferenze circa le regole fiscali da applicare sugli equilibri di bilancio e/o la sostenibilità del debito pubblico.

All’interno di questi dati statistici è chiaro che la struttura dei sistemi fiscali è fortemente condizionata da due fattori di carattere esterno ai singoli paesi: 1) la forte accelerazione della globalizzazione e 2) la tax competition. Entrambi i fattori sono imposti dalla logica neoliberista per cui, da un lato, la creazione di catene di valore a livello internazionale è comunque positiva perché crea opportunità di sviluppo nei PVS, dall’altro, pone dei freni al potere dei sindacati nei paesi sviluppati. Per decenni si è discussa la necessità di regole che impedissero ai paesi meno avanzati di praticare il dumping sociale ma non si è fatto niente. Per altri verso, i paesi più avanzati hanno visto la competizione fiscale come uno strumento che potesse porre un freno più efficace alla crescita della spesa pubblica. Vedi il caso emblematico dell’Unione europea che negli anni 90 abbandona i piani di armonizzazione fiscale e, in pratica, lascia il campo libero alla competizione fiscale consentendo al suo interno l’esistenza di 7-8 paradisi fiscali che aiutano i ricchi e le organizzazioni criminali a nascondere gran parte della loro ricchezza – anche quella di provenienza illegittima.

Tanzi riconosce la necessità di una intensa cooperazione tra gli Stati e le loro amministrazioni finanziarie che ritiene poco probabile anche se non si stanca di riproporre una Tax Authority a livello mondiale (93).  Anche in Italia sono state approvate rigorose leggi sul riciclaggio e contro la evasione fiscale ma non di rado – come succede anche in altri paesi – dette leggi non vengono applicate rigorosamente per via della lentezza delle rogatorie internazionali che esse comportano oppure perché le agenzie fiscali vengono tenute sottodimensionate in termini di personale specializzato in controlli altamente complicati.  Non ultimo, l’Italia soffre di una lunga tradizione di gestione politica dell’accertamento oggi più che mai attuale data la polarizzazione della politica sull’argomento per cui, da un lato, l’opposizione ritiene e fa credere ai più che la riduzione generalizzata  delle imposte sia la ricetta magica per rilanciare  l’economia;  propone condoni di ogni tipo e anche la maggioranza ne esce condizionata per cui è difficile pensare che una gestione lassista dei conti pubblici possa accompagnarsi ad una rigorosa lotta all’evasione fiscale.  Di conseguenza, neanche la maggioranza vuole pagare i costi di impopolarità di una rigorosa lotta all’evasione.

Tornando alle penetranti osservazioni di Tanzi sulle imposte dirette e il rapporto necessario tra ampiezza delle basi imponibili e altezza delle aliquote Egli osserva giustamente che se riduci le basi imponibili inevitabilmente hai bisogno di aliquote più elevate. Se non hai a lato delle imposte sul reddito imposte anche sul patrimonio inevitabilmente devi contare sulla tassazione indiretta dei consumi in particolare delle imposte sul valore aggiunto. Critica il presunto trickle down effect per cui la forte riduzione delle aliquote marginali delle imposte dirette avrebbe portato ad una più alta crescita e, a sua volta, ad una crescita dei salari medi. Non c’è alcuna evidenza empirica per detto effetto e, per altro verso, si discute poco se la riduzione delle alte aliquote ha contribuito all’aumento delle diseguaglianze. Discute criticamente anche la tesi di R. Lucas e L. Summers a favore dell’abolizione delle imposte sulle società dichiarando che non la condivide e cita il caso negativo della riforma fiscale di Trump 2017. Afferma che la riduzione dell’imposta sulle società ha portato solo all’acquisto di azioni di altre società ma non al capital deepening o acquisto di nuovo capitale con il quale è stata giustificata (91).

Più in generale Tanzi osserva che le scelte fiscali dipendono anche dal contesto storico, dal momento congiunturale, dalla politica monetaria accomodante o meno, ecc.. Solo se si osservano attentamente questi diversi fattori si riesce a capire come funziona o non funziona la politica fiscale dei governi di ieri, oggi e domani. Elenca le problematiche che devono essere affrontate quando si analizzano le questioni dell’efficienza e dell’efficacia di un sistema tributario avendo presente che limitarsi ai soli aspetti del prelievo non basta e che bisogna guardare anche all’utilizzo più o meno efficiente ed efficace della spesa pubblica.  Riassume queste problematiche con il termine ecologia dei sistemi tributari per cui questi sono condizionati in vario modo dalla struttura economica, dalla qualità dell’attività governativa, dal comportamento degli elettori e dei contribuenti, dal grado di inflazione che caratterizza un dato paese e dalle diverse fasi della globalizzazione e della concorrenza economica e fiscale.

Ricorda le difficoltà di tassare i patrimoni complessivi. Cita Piketty 2014 e le crescenti diseguaglianze dovute anche alla caduta della quota dei redditi di lavoro dipendente.  Osserva che ove applicate le imposte personali e progressive sui patrimoni hanno dato gettiti limitati in confronto ai casi in cui sono applicate in maniera estesa property taxes, ossia, imposte patrimoniali reali e proporzionali. Tuttavia considera che oggi la proprietà immobiliare è solo una parte dei patrimoni più grossi e, quindi, richiama l’attenzione degli economisti sui trasferimenti inter vivos e le successioni che contribuiscono non poco a consolidare l’esistente ed iniqua distribuzione della ricchezza.

Nel  cap. 9 Tanzi tratta il crescente ricorso alla regolamentazione che è strumento formalmente alternativo in mano all’operatore pubblico ma, in pratica, equivalente alle imposte per gli effetti economici, in quanto può essere utilizzato per ridurre i costi sociali  di certe operazioni o per produrre e/o assicurare rendite ad alcune clientele fiscali. Ovviamente anche la regolamentazione se bene articolata e sottoposta a periodiche revisioni può contribuire al buon governo. Osserva quindi che come le tasse anche le regolamentazioni sono ostracizzate dagli economisti neoliberisti – o libertarian come li definisce lui  – ma siccome neanche i mercati operano sempre in maniera efficiente ed efficace né producono distribuzioni accettabili del reddito e, meno ancora, dei patrimoni il Nostro realisticamente afferma che non è saggio rigettare la regolamentazione in blocco. Si tratta, invece, di vedere come essa può contribuire a costruire un sistema più equo ed efficiente (124).

Nel cap. 10 si occupa di deficit nei conti pubblici e debito pubblico. Ma qui ci limitiamo a riportare la sua opinione secondo cui la versione originale keynesiana non contemplava un ruolo attivo della politica monetaria. Negli sviluppi delle teorie keynesiane e post-keynesiane si è teorizzata la necessità di un coordinamento e/o un ruolo accomodante atteso che politiche monetarie restrittive avrebbero neutralizzato per ipotesi il segno espansivo della politica fiscale. Naturalmente le cose sono cambiate dopo la rivoluzione monetarista che mette in discussione gli assunti principali delle politiche keynesiane e oggi, specialmente nella Unione europea sino a qualche anno fa, non solo si è teorizzato ma anche praticato un ruolo servente della politica fiscale (l’austerità) rispetto alla politica monetaria anche se non mancano le voci di banchieri centrali secondo cui con tassi prossimi a zero da sola la politica monetaria non ce la fa ad assicurare crescita e sviluppo sostenibili. Negli ultimi 50 anni, sulla spinta dei monetaristi si è rafforzata l’autonomia e l’indipendenza delle Banche centrali ma questa operazione provoca inevitabilmente tensioni con le autorità fiscali più decisamente caratterizzate politicamente anche perché, in non pochi casi, gli obiettivi fissati negli Statuti delle banche centrali non coincidono con quelli cangianti delle autorità di politica economica e finanziaria. 

Quindi Tanzi riprende il discorso della forte crescita della spesa pubblica e individua due cause strettamente connesse. L’invecchiamento della popolazione nei paesi più ricchi e la connessa esigenza di trasferimenti pubblici sostitutivi di quelli che prima venivano operati all’interno delle famiglie – ovviamente più facoltose. Da qui la necessità di politiche redistributive più consistenti a favore delle famiglie con redditi medio-bassi. PQM anche Tanzi prevede un ruolo crescente delle imposte patrimoniali per mettere i governi in grado di finanziare i necessari trasferimenti sociali (138).

Nelle conclusioni Tanzi revoca in dubbio che l’economia sia materia scientifica. L’economia è scienza sociale ed appartiene al grande settore delle c.d. humanities. I governi non possono essere condotti da robot che seguono regole chiare e semplici (158). Aggiungo io che governare gli uomini a mezzo dei robot e dell’intelligenza artificiale è possibile se le persone fossero ridotte a robot con gli stessi gusti per i consumi privati, le stesse preferenze   per i beni pubblici e gli stessi prevedibili comportamenti come cercano di farci diventare le imprese del capitalismo della sorveglianza.  Tanzi cita il modello agente-principale che stenta a funzionare bene quanto i compiti assegnati all’agente sono numerosi e molto complessi e i principali non riescono a controllare i loro agenti. Secondo me, perché, come detto sopra, gusti e preferenze sono ancora fortemente differenziati a causa delle forti diseguaglianze. Visto che anche Tanzi cita en passant Google, mi viene di aggiungere che oggi con le nuove tecnologie della digitalizzazione, internet delle cose e l’utilizzo diffuso dell’intelligenza artificiale molte di queste differenze possono essere ridotte. E’ vero che, come dice Tanzi, oggi non basta più teorizzare il mercato di Adamo Smith per il quale bastavano poche e semplici regole per il suo buon funzionamento. Oggi il mercato internazionale è globalizzato e abbisogna di essere governato adeguatamente. I mercati interni delle principali potenze del mondo sono dominati da nuovi poteri oligopolisti che mirano non solo a standardizzare i consumi ma anche a cambiare i comportamenti anche elettorali dei cittadini vedi Shoshana Zuboff, Il capitalismo della sorveglianza, 2019. Oggi questi poteri privati collaborano con i poteri pubblici ed influenzano le elezioni politiche. Nei paesi autoritari le nuove tecnologie consolidano il potere di leader autocratici che possono permettersi di far approvare riforme costituzionali che assicurano loro il potere per diversi decenni se non proprio a vita. In questi termini, l’uso spregiudicato di queste nuove tecnologie mette a rischio anche il funzionamento della democrazia nel mondo. Ma il cittadino comune non lo sa o non n’è pienamente consapevole. Sono gli arcana imperii del XXI secolo.

 La lettura di questo libro è altamente raccomandabile perché è un distillato di saggezza prodotta da un’ampia conoscenza della letteratura rilevante, dalla storia del pensiero economico e finanziario e da una trentennale esperienza operativa con il FMI in giro per il mondo.

Luci e ombre nelle proposte di riforma fiscale raccolte dal Sole-24 Ore

AAVV, Fisco. Le tasse del futuro. Il cantiere fiscale nelle analisi del Sole 24 Ore, 2020.

Il Direttore del Sole 24 Ore Fabio Tamburini ha aperto le pagine del maggiore quotidiano economico-finanziario a interventi esterni di quattro ex ministri delle finanze (Vincenzo Visco, Franco Gallo, Giulio Tremonti e Giovanni Tria), di alcuni suoi editorialisti (Jean Marie Del Bo, Salvatore Padula, Dino Pesole), di docenti universitari ed esperti in materia fiscale. Tra gli interventi prevalgono, in modo schiacciante, i professori di diritto tributario anche con più di un intervento. Si tratta di iniziativa benemerita che va apprezzata specialmente in un contesto in cui, nei mesi scorsi, si pensava di fare una riforma fiscale ampia senza approfonditi studi preparatori.  

La maggior parte degli interventi vorrebbero una riforma all’insegna della progressività, della semplificazione, della trasparenza, della riduzione della pressione tributaria, riduzione delle agevolazioni fiscali e/o tax expenditures. È evidente come sia molto facile enunciare tali obiettivi ma pochi si rendono conto che alcuni di essi non convergono naturalmente e, non di rado, è molto difficile bilanciarli adeguatamente specialmente se molti tributaristi restano ossessionati dal tributo e non considerano che, in via prioritaria, bisognerebbe partire dai bisogni pubblici da soddisfare, delle spese pubbliche necessarie per soddisfarli e dell’equilibrio dei conti pubblici gestiti sistematicamente in deficit e ora in forte crescita per via dell’acuirsi della crisi sanitaria e della conseguente crisi economica. Nella Nadef 2020 si prevede, per fine anno, un deficit nell’ordine del 10% del PIL all’incirca pari alla riduzione del reddito e non sono pochi, specialmente tra gli oppositori dell’attuale maggioranza, quelli che teorizzano una riduzione della pressione tributaria. Questo ovviamente non esclude che per pensionati e lavoratori dipendenti – le due categorie sociali maggiormente tartassate – si possano prevedere degli sgravi ma non si può ipotizzare una riduzione generalizzata della pressione tributaria, semmai il suo contrario se, in un modo o nell’altro, consapevolmente o meno, non vogliamo che il paese vada incontro ad una grave crisi finanziaria.

Affrontare in maniera organica i trattamenti differenziali, le agevolazioni fiscali o tax expenditure significa mettersi contro tutte le tax clienteles e probabilmente dover battere in ritirata. Servirebbe invece una strategia politica come quella adottata durante la riforma Reagan degli anni ’80 per cui chi proponeva un trattamento differenziale che comportava una minore entrata doveva indicare un’altra fonte equivalente di gettito. Questo in osservanza alla regola secondo cui le riforme fiscali vanno studiate a parità di gettito definendo preventivamente e con precisione gli obiettivi che si intendono perseguire. In teoria, questi sono riassunti in termini di equità ed efficienza ma, in pratica, bisogna andare oltre. In ogni caso occorre necessariamente intervenire sulla riduzione del numero delle agevolazioni (600) se si vogliono recuperare risorse da spendere in modo più efficiente ed equo. Se come sembra questo governo non riuscisse a proporre un approccio selettivo non resta che prenderne atto e procedere con un taglio orizzontale come ha proposto Mauro Marè presidente di apposita Commissione. Nonostante l’accorgimento di cui sopra neanche il legislatore USA del 1986 riuscì a fare tagli selettivi delle tax expenditures e finì coll’adottare la Alternative Minimum Tax. Queste rimanevano nel numero esistente ma il contribuente poteva usufruirne entro i limiti della AMT.  

Tutti, esperti e non, propongono una riforma di ampio respiro come se, in materia di imposte, da un giorno all’altro, si potessero inventare nuovi principi anche costituzionali e criteri operativi nuovi nella gestione amministrativa di un sistema tributario. Per questi motivi, concordo con Salvatore Padula il quale non vede all’orizzonte alcuna riforma radicale del sistema tributario vedi p. XVI. Secondo me, i motivi sono tre: due di carattere sovranazionale e uno interno all’Italia. A livello internazionale, nonostante gli studi e le proposte del FMI e dell’OCSE, il G-20 che ha voce in capitolo fa poco o niente per mettere sotto controllo la concorrenza fiscale al ribasso; lo stesso dicasi al livello dell’Unione Europea dove pure imperversa la concorrenza fiscale promossa e attuata con profitto da 7-8 paradisi fiscali interni. Sintomatico e non casuale il fatto che, dopo le dimissioni del portoghese Mario Centeno, a capo dell’Eurogruppo sia stato eletto un politico irlandese come Paschal Donohe.  È vero che l’Eurogruppo è un organismo informale ma gli esperti di affari europei sanno che, senza il  consenso di questo gruppo, le varie proposte in materia economico-finanziaria non vanno avanti.   Il terzo motivo è la polarizzazione del dibattito interno anche sulla riforma fiscale. Come si fa a far passare una riforma seria se a destra prevale l’approccio neoliberista per cui la ricetta per tutti i mali dell’economia, del consolidamento dei conti pubblici, della riduzione e sostenibilità del debito pubblico deve passare attraverso una riduzione generalizzata delle imposte con una flat tax al 15% e se, a sinistra, tra gli obiettivi della riforma non è prevista una redistribuzione forte in grado di arginare l’espandersi della povertà e la forte crescita delle diseguaglianze. Come si fa a fare una riforma seria se un governo reintroduce la tassazione dell’abitazione principale e subito il governo di colore diversa la abroga?

Se questo è vero, è saggia la decisione del MEF Gualtieri e del governo di chiedere una legge delega per una riforma “complessiva” da attuare in tre anni.  Per il 2021 si interverrebbe solo sull’assegno unico per i figli a carico e per una limitata riduzione del cuneo fiscale per un presunto spazio fiscale di 4,8 miliardi di euro.  La priorità resterebbe l’intervento sull’Irpef da fare nel corso del 2021 e che entrerebbe in vigore nel 2022.  È un errore non dare un segnale immediato, in sede di legge di bilancio 2021 – sull’Irpef eliminando il salto d’imposta (11 punti) tra il secondo e il terzo scaglione – come suggerito da anni dal FMI. Siccome l’aggiustamento comporterebbe una perdita di gettito, secondo me, essa dovrebbe essere compensata con un aumento dell’aliquota marginale superiore (43%), dando così un segnale che si voglia andare verso una maggiore progressività. Come dimostra con i dati Piketty in Europa siamo passati da aliquote marginali massime tra il 70 e l’80% ad una media del 42-43 dove si colloca anche quella italiana. Naturalmente questa situazione non sembra turbare la coscienza di Giulio Tremonti che sembra riproporre di spostare la tassazione “dalle persone alle cose” come se le imposte indirette sulle cose non fossero comunque pagate dalle persone. Ma Tremonti non è isolato perché le ventilate manovre sulle aliquote IVA con innalzamento serio di quelle agevolate vanno proprio nella direzione da lui auspicata di ridurre la progressività. Qui mi piace citare una riflessione di Vito Tanzi che ho letto nel suo recente libro Una introduzione avanzata alla scienza delle finanze: se le basi imponibili sono ristrette servono aliquote elevate; se le basi imponibili sono larghe o onnicomprensive allora possono bastare aliquote basse.

La delega interesserebbe anche l’IRAP ed eventualmente l’IRPEG se passasse l’ipotesi di trasformare la prima in una sorta di addizionale della seconda.

Ancora si parla di riforma della giustizia tributaria dove aleggia ancora in aria la proposta di affidare il contenzioso ai giudici della Corte dei Conti. Appena lanciata nel dibattito la proposta è stata aspramente criticata da accademici, esperti ma nessuno di loro ha colto la sinergia tra controllo della spesa e delle entrate che fanno dei giudici suddetti le persone più qualificate per svolgere detta delicata funzione.     

Quasi del tutto trascurato – salvo alcuni accenni da parte di Dino Pesole, Orsini vicepresidente di Confindustria e altri – il problema dell’amministrazione finanziaria nonostante il problema posto sia stato bene impostato da Enrico De Mita quando afferma che in Italia abbiamo, a monte, un problema di quantità e qualità della legislazione tributaria – ma, a valle, anche di legislazione in generale – e della sua congrua e corretta applicazione. Da questo punto di vista sembra eccentrica o paradossale la posizione dell’ex ministro Giulio Tremonti che qualifica come ottima la struttura della nostra amministrazione finanziaria. Ottima perché non riesce a conseguire alcun significativo risultato in materia di lotta all’evasione? E non solo negli anni più recenti ma negli ultimi 50 anni!

Questi problemi furono rilevati e bene analizzati da Antonio Pedone nel suo brillante e profetico saggio Evasori e tartassati. I nodi della politica tributaria italiana, 1979. Appena 5 anni dopo l’entrata in vigore della grande riforma, individua tutti i problemi del suo mancato funzionamento compresi quelli amministrativi che sull’onda dell’euforia per l’approvazione dei decreti legislativi erano stati rimossi. E così per le riforme successive. 40 anni dopo resiste la dicotomia tra evasori e tartassati.

Non ultimo, sempre in materia di attuazione del sistema tributario, quali che siano i suoi istituti sostanziali, abbiamo un problema con la gestione politicizzata della funzione di accertamento. Purtroppo l’Italia eccelle anche in questo campo. Pochi addetti ai lavori sanno chi sono i capi dell’Internal Revenue Service del governo federale USA e del Board of Inland Revenue nel Regno Unito. In Italia molti direttori dell’Agenzia delle entrate, appena nominati, diventano personaggi pubblici che non si astengono dal fare anche proposte di riforma fiscale vedi sul punto l’intervento di Fabio Ghiselli p. 117. Ma poco o nulla dicono sull’efficienza ed efficacia della struttura che dirigono. Aspettano che lo dica la Corte dei Conti che rimane inascoltata.

Visto che il governo ha deciso di chiedere la delega presumibilmente ampia avremo modo di entrare nel merito di altri problemi di riforma degli istituti sostanziali e della loro gestione che molti colleghi hanno esaminato nei loro contributi pubblicati dal Sole 24 Ore. Voglio sperare che nella delega che il MEF Gualtieri si accinge a chiedere ci siano anche proposte di riordino in materia di tassazione patrimoniale, di imposte di successione, di finanza regionale e locale. A fronte della forte crescita delle diseguaglianze queste sono le proposte che vengono avanzate a livello internazionale e non sono problemi che si possono risolvere con riduzioni più o meno ampie della pressione fiscale.

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