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Il Piano di rilancio UE della Commissione

Sentito due volte il discorso della Presidente della Commissione europea (CE) al Parlamento europeo in diretta il 27-05-2020 e subito dopo registrato ho trovato tante belle parole anche commoventi e due cifre importanti 500 miliardi di trasferimenti a fondo perduto e 250 di prestiti. Concordo con quanti valutano il “piano” una svolta storica – in realtà fatta dalla Merkel nel discorso al Parlamento tedesco la mattina dello stesso giorno in cui nel pomeriggio si doveva tener il Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo in seguito anche all’accordo raggiunto con il Presidente Macron.  Il discorso della UVDL è stato una succinta presentazione di un piano che ancora non c’è per due probabili motivi: 1) perché ancora non c’è accordo con i governi dei Paesi membri (PM); è nota l’opposizione dei 4 paesi nordici c.d. frugali (Austria, Olanda, Danimarca e Svezia), alias, egoisti che non vogliono trasferimenti a fondo perduto; 2) perché il piano Le è stato commissionato dal Consiglio europeo e probabilmente per motivi vari UVDL vuole o deve presentare la prima bozza a quella che da alcuni osservatori viene definita la Cupola delle istituzioni europee. A fronte dei rischi crescenti di disgregazione, la Merkel ha passato il Rubicone e, come avevo previsto e sostenuto, la Germania paese leader dell’Europa integrata non poteva e non doveva rinunciare al suo ruolo storico in Europa.

A scanso di equivoci anche io ritengo che si tratta di una scolta storica ma nel suo discorso al PE UVDL non ha dato alcun dettaglio tecnico del piano che ha approntato per il Consiglio europeo a partire su come si realizzerà l’aggancio al QFP ancora non approvato, allo strumento esistente o da creare che emetterà gli eurobond; alle condizionalità collegate sia ai trasferimenti a fondo perduto che ai prestiti; ai tempi di questi ultimi; alla leva che potrà essere realizzata per finanziare gli ambiziosi obiettivi che l’UE in quanto tale intende perseguire: Green New Deal, digitalizzazione dell’economia, lotta alle diseguaglianze, convergenza tra le regioni periferiche e quelle centrali, ecc..

Non ultimo se è vera l’ipotesi che i dettagli tecnici del piano saranno svelati al momento della presentazione del piano al Consiglio europeo, io starei attento a parlare di piano o risultato acquisito dopo la presentazione dello stesso al PE. Come in casi precedenti potrebbe verificarsi un compromesso al ribasso verosimilmente riguardante il fondo dei trasferimenti a fondo perduto che potrebbe essere dimezzato. Al riguardo va tenuta presente una recente dichiarazione della Cancelliera Merkel secondo cui la trattativa con alcuni PM sarà lunga e difficile. E qui rileva la questione dei tempi. Quali che siano le dimensioni dei fondi, l’UE deve procurarsi fondi e metterli a disposizione in tempi brevi. Aspettare la Primavera prossima sarebbe esiziale perché intervenire in ritardo aggreverebbe e prolungherebbe la crisi non solo economica ma anche sociale.

Alcune forze politiche e tra di essi anche il Movimento federalista europeo punta ancora su quello che potrebbe proporre la Conferenza per il futuro dell’Europa dopo che è stata respinta la proposta di Macron di una nuova Convenzione per aprire il cantiere della riforma dei Trattati. Vale la pena ricordare che sull’argomento esiste il Libro bianco sul futuro dell’Europa preparato dalla Commissione Juncker nel 2017 in occasione del 60° anniversario dei Trattati di Roma. È vero che nei mesi scorsi è intervenuta la crisi Covid-19 che ha sconvolto ogni scenario sanitario ed economico precedente ma i problemi istituzionali europei  sono sempre gli stessi ed abbastanza approfonditi. La Commissione nel 2017 ha disegnato 5 scenari: 1) avanti così (business as usual); 2) solo il mercato unico; 3) chi vuole di più fa di più;  4) fare meno in modo più efficiente; 5) fare molto di più insieme. Per un federalista lo scenario ottimo (first best) sarebbe il 5° ma sappiamo che esso non è condiviso all’unanimità. È d’uopo ripiegare sul terzo scenario (second best) “chi vuole di più fa di più” e nei tempi più stretti possibili. La geometria variabile è consentita dai Trattati e la impone la situazione drammatica e auspicabilmente non tagica della recessione mondiale. Abbiamo già circa 40 milioni di disoccupati negli USA e forse altrettanti nella UE dove per via dei forti ammortizzatori sociali i tempi saranno più lunghi.

Il 29 u.s. in TV hanno citato una intervista a Daniel Cohn Bendit il quale ha proposto di “accomodare fuori” i 4 Paesi nordici che non vogliono aumentare i trasferimenti a fondo perduto. Personalmente non arrivo a tanto, credo che detti PM non vogliano uscire dall’Unione come ha fatto il Regno Unito ma non si può consentire loro o al Gruppo di Visegrad di bloccare o ritardare il processo decisionale e di maggiore integrazione dell’UE. Bisogna sospendere la regola dell’unanimità e/o utilizzare le c.d. passerelle (art. 48 par. 7 del TUE) che consentono le più appropriate maggioranze qualificate. Anche questo è un modo per superare il grave deficit democratico che caratterizza l’attuale funzionamento dell’UE.

Il problema tecnico di politica economica e finanziaria è quello di coordinamento di appropriate politiche fiscali con la politica monetaria espansiva che sta conducendo tempestivamente la BCE. Ma sappiamo che da sola la politica monetaria non basta. Il pacchetto di proposte che la Commissione sta mettendo a punto se adeguatamente finanziato potrebbe consentire il coordinamento che è mancato nella crisi del 2009 e che ha prodotto la seconda recessione europea del 2012. Il lungo dibattito economico che si è svolto in quest’ultimo decennio ha ben chiarito gli errori commessi a livello UE e dei PM.  Le misure proposte vanno nella direzione giusta. Si tratta di passare dalle parole ai fatti nella massima urgenza.

https://www.project-syndicate.org/commentary/france-germany-covid19-recovery-fund-eu-by-lucrezia-reichlin-2020-05

https://formiche.net/2020/05/ue-crisi-antonio-parenti-commission-italia/

sulle passerelle vedi Astrid, Le nuove istituzioni europee. Commento al Trattato di Lisbona, a cura di Franco Bassanini e Giulia Tiberi, nuova edizione riveduta e aggiornata, il mulino, 2010; in particolare il cap. 13° di Luigi Carbone, Luigi Cozzolino, Luigi Gianniti e Cesare Pinelli; pp.266 e segg.

Appunti per un dibattito più serio sul MES

Il MES (meccanismo per la stabilità dell’Eurozona, alias, fondo salva Stati) nasce nel 2010 come evoluzione della EFSF (strumento per la stabilità finanziaria europea) per offrire assistenza finanziaria sulla base di un emendamento all’art. 136 del TFUE (Trattato sul funzionamento dell’Unione europea). Questo dice che i Paesi membri PM dell’Eurozona “possono attivare il meccanismo se indispensabile per la salvaguardia della stabilità dell’eurozona nel suo insieme e che la necessaria assistenza finanziaria richiesta sarà assoggettata a precisa condizionalità”.

Chiariamo subito che la missione fondamentale del MES è garantire la stabilità finanziaria dell’area euro nel suo insieme e che stabilizzazione finanziaria non significa quella del ciclo economico che resta compito delle politiche economiche dei Paesi Membri (PM). La dotazione iniziale di risorse da prestare ai PM che lo richiedano fu fissata in 500 miliardi ed è stata incrementata successivamente.

L’art. 12 prevede le condizionalità che il MES può collegare alle due principali linee di credito attivabili su richiesta di un PM in difficoltà: a)  le PCCL (Precautionary Conditioned Credit Line), che comportano una condizionalità attenuata; e linee di credito rafforzate, ECCL (Enhanced Conditions Credit Line), dove la condizionalità è relativamente maggiore ma sempre concordata nel Memorandum d’intesa.

L’art. 13 prevede i termini della condizionalità che sono concordati all’interno di un Memorandum di intesa tra il paese richiedente assistenza e il MES anche attraverso le c.d. Clausole di azione collettiva a suo tempo fissate dall’Eurogruppo il 28-11-2010. La procedura di richiesta di assistenza da parte degli PM scatta dopo che si sia accertata l’esistenza di un rischio per la stabilità dell’area euro o di uno o più PM. È prevista anche la possibilità di partecipazione del Fondo monetario internazionale FMI in ragione della sua storica esperienza in materia.

L’art. 14 prevede la precautionary financial assistance, ossia, l’assistenza finanziaria precauzionale tesa a prevenire le crisi che, se non affrontate tempestivamente, di norma, portano alla perdita dell’accesso ai mercati finanziari come è successo alla Grecia. Il programma di assistenza preventiva viene elaborato dal Consiglio e dal Direttore del MES sulla base di un Report preparato dalla Commissione europea. Dopo un primo utilizzo delle risorse (prestito oppure il ricavo di un acquisto di titoli del DP (debito pubblico) emessi dal PM richiedente nel mercato primario) il MES d’intesa con la Commissione europea e con la BCE decidono se la linea di credito aperta è sufficiente per continuare oppure se occorre attivare altri strumenti di assistenza finanziaria. Credo che anche da questa sintesi dell’art 14 emerge chiaramente come l’alternativa proposta da alcuni critici del MES (BCE si MES no) è mal posta e infondata. La BCE è comunque coinvolta. Il MES interviene con operazioni analoghe che fa la BCE. Ma c’è di più, senza un intervento preliminare del MES, la BCE non potrebbe attivare le Outright Monetary Transactions OMT che prevedono acquisti illimitati di titoli del debito pubblico di PM in difficoltà nonostante i primi interventi del MES.   È coinvolta soprattutto la Commissione che è organo di governo che deve prevenire i rischi di crisi sistemiche della stabilità dell’Eurozona innescati da uno o più PM per motivi diversi, cause simmetriche e asimmetriche.  Rebus sic stantibus, il rifiuto di avvalersi degli strumenti di assistenza del MES sarebbe un suicidio.

L’Art. 15 prevede l’utilizzo di linee di credito attivabili dal MES per la ricapitalizzazione di istituzioni finanziarie dei PM. Questi prestiti vengono concessi seguendo la stessa procedura riassunta nell’art. 14: Memorandum d’intesa tra MES e PM richiedenti a seguito di un Report della Commissione europea.

L’art. 16 è rubricato come prestiti (diretti) del MES ed è probabilmente l’articolo che i suoi contestatori hanno in mente quando attaccano questa istituzione. Non lo dicono perché molti di loro non hanno letto il Trattato e parlano per sentito dire. Ai sensi dell’art. 16 il MES offre i suoi prestiti in cambio di programmi di aggiustamenti macro-economici concordati nel Memorandum d’intesa definito anche questo sulla base di un Report della Commissione europea che, di noma, propone le famigerate riforme strutturali. È questa la odiata condizionalità che esponenti dell’opposizione non vogliono trascurando che squilibri macroeconomici nei conti pubblici, nella bilancia dei pagamenti, prima o poi, creano rischi di instabilità non solo per il paese che li ha causati o subiti ma anche per l’area euro nel suo insieme. Trascurando che nella Commissione e nello stesso Board del MES e della BCE ogni PM ha i suoi rappresentanti e che nel MES l’Italia, come la Francia e la Germania, ha potere di veto in ragione dell’entità della sua quota di partecipazione e del suo voto per i casi di particolare urgenza. Trascurando che in una istituzione sovranazionale e anche in uno Stato federale vero e proprio uno Stato federato non ottiene aiuti ad libitum senza alcuna condizionalità. Non pochi Italiani credono nelle favole e nella Fata Misericordiosa che li deve assistere comunque a prescindere da ogni valutazione di merito di credito. E’ noto che non pochi italiani sono creduloni e, per questo motivo, politici disinvolti dell’opposizione e anche del M5S hanno gioco facile a continuare ad ingannare i loro stessi elettori.  Chiusa la parentesi, ribadisco che questa appena descritta è la missione fondamentale del MES: assistenza finanziaria ai PM dell’Eurozona aprendo linee di   credito, acquistando titoli del debito pubblico emessi dai PM in difficoltà che ne fanno richiesta, offrendo direttamente prestiti ai sensi dell’art. 16 citato. Da ultimo il MES è stato autorizzato ad aprire una linea di credito per le spese sanitarie dirette ed indirette provocate dal Covid-19 ma per carità non solo l’opposizione ma neanche il governo vuole avvalersi di essa. 

Come previsto dall’art. 21 del Trattato, il MES si procura la liquidità per svolgere la sua missione emettendo titoli da piazzare nei mercati finanziari, indebitandosi con banche, con istituzioni finanziarie o “con altre persone o istituzioni” – sì proprio così. Detto in altre parole, a ben riflettere il ruolo del MES è quello di un Ufficio del Tesoro e/o del debito pubblico che fa quello che attualmente non possono fare la Commissione europea e la BCE. Se questo è vero, è del tutto infondata la demonizzazione che del MES si è fatta in Italia. Di certo, porta lo stigma del caso Grecia ma pochi sanno o ricordano che a prescrivere quelle operazioni non era il solo MES. Dietro e sopra di esso c’era la Troika formata da delegati della BCE, FMI e CE. E sappiamo ancora chi c’era dietro e sopra la stessa Troika: il Consiglio europeo e l’Eurogruppo.  E se l’Italia non avesse voluto il massacro della Grecia avrebbe potuto porre il veto. Ma non l’ha fatto.

Venendo brevemente alle questioni urgenti sul tavolo: come trovare le ingenti risorse per finanziare il rilancio della crescita che, in questa fase, si collega alla riconversione ecologica e alla digitalizzazione dell’economia, ai fabbisogni straordinari di finanziamento degli ammortizzatori sociali, allo sviluppo sostenibile, in sintesi, ai cosiddetti Recovery Bond ed ora anche ad un aggiuntivo e/o collaterale strumento di trasferimenti a fondo perduto, collegati al  QFP (Quadro finanziario poliennale)  non ancora approvato è stato posto e sollevato anche dalla Presidente della CE Ursula Von Der Leyen la questione di soluzioni ponte nel suo recente discorso davanti al PE. Se si dovesse prendere sul serio la proposta di una soluzione ponte non vedo altra soluzione “tempestiva” che l’utilizzo del MES che, nel giro di qualche mese, potrebbe essere autorizzato ad aprire nuove linee di credito previa emissione dei famigerati eurobond. Ogni altra soluzione rischia di slittare alla Primavera 2021 se non oltre.    

Ancora non sappiamo cosa significhi esattamente l’aggancio del Recovery Fund al QFP (non un vero bilancio come a disposizione di ogni governo di un paese centralizzato o decentralizzato). Secondo me, non significa granché o meglio può significare che il servizio del debito pubblico emesso dal Fondo sarà finanziato con i contributi dei PM al QFP – ancora non approvato. La cosa non cambia radicalmente rispetto al modo in cui viene finanziato il MES. Agganciare l’emissione di eurobond alla contestuale costituzione di una capacità fiscale all’interno del bilancio come alcuni propongono è proposta  fumosa per due motivi principali: 1) richiede tempi lunghi per raggiungere un accordo tra i PM pur in presenza di elaborate proposte di diversa consistenza e provenienza; 2) perché data l’entità delle risorse necessarie per la grande trasformazione e per uscire dalla recessione servono alcune migliaia di miliardi di euro e non vedo tributi propri che possano finanziare un tale livello di spesa pubblica. Ragionevolmente possono finanziare il servizio del nuovo debito pubblico da emettere. Ma data la natura delle spese da fare (a media e lunga produttività) è scelta obbligata ed equa ricorrere alla emissione di debito pubblico. 

Ho spiegato in miei interventi precedenti   che per come è finanziato il QFP non c’è solidarietà se non in termini minimi in relazioni ai fondi strutturali, regionali e in generale di coesione. Infatti, il QFP è costruito con il metodo dei saldi netti: ognuno contribuisce in base al PIL; poi cerca di riprendersi il massimo possibile riducendo la contribuzione netta. anche questa è concorrenza fiscale al ribasso.

L’altro modello, in una necessitata fase transitoria, è e resta quello del MES questo costruito sulla base del modello BCE; qual è allora la differenza? Agganciando il Recovery Fund al QFP avremmo un modello generale analogo a quello della BCE per interventi su shock simmetrici e asimmetrici; il MES resterebbe uno strumento speciale complementare e integrativo per correggere o combattere shock asimmetrici riguardanti uno o più PM con squilibri particolari sui conti pubblici, sul debito, nella sanità pubblica, ecc.

In Italia il MES è stato demonizzato dallo stesso governo Conte per via del dissenso interno alla stessa maggioranza di governo che ripetutamente ha dichiarato che non si avvarrà dei finanziamenti che potrebbe ricevere per le spese sanitarie dirette e indirette che ha dovuto effettuare a causa del Covid-19. Raffinati giuristi mettono in evidenza che la Commissione e la BCE sono istituzioni europee previste dai Trattati e quindi di diritto comunitario mentre il MES è una istituzione creata con un Trattato intergovernativo e quindi di diritto internazionale. Come economista osservo che gli obiettivi di politica economica perseguiti sono gli stessi anche il MES è istituzione europea in ragione della missione che gli è stata affidata.  E questa può riassumersi nel coordinamento delle politiche economiche e finanziarie che la Commissione non riesce a conseguire nonostante le norme del Patto di stabilità e crescita, del semestre europeo, del MES e quelle del Fiscal Compact di cui, a suo tempo, si è detto e scritto di peggio rispetto al MES.

Nella teoria della politica economica si sono sempre contrapposte due visioni di condotta pratica della stessa: regole o discrezionalità. I paesi egemoni dell’UE che non si fidano degli altri né di loro stessi hanno scelto di sviluppare le regolamentazioni più particolareggiate ma si scontrano con quelli che prendono sottogamba dette regole. Secondo studi e ricerche del FMI le regole elaborate direttamente nei Trattati e negli annessi regolamenti, direttive e raccomandazioni sono state sempre ampiamente violate e/o ignorate. Nel frattempo per via della globalizzazione e della piena libertà dei movimenti di capitale si sono sviluppate le società di rating che guidano gli investitori internazionali e valutano le prospettive di crescita dei vari paesi del mondo. In altre parole, si è sviluppata una certa funzione di monitoraggio (secondo alcuni di disciplina) dei mercati che, in qualche caso, essa è stata utilizzata a fini di lucro. Nella UE, alcuni governi egemoni hanno ammonito i PM poco propensi al rispetto delle regole concordate minacciando di lasciarli in preda a detta “disciplina dei mercati” ma neanche questa ha funzionato secondo le aspettative. La mia valutazione è che non è possibile elaborare regole scritte casistiche che prevedano tutti gli eventi futuri. Pochi avevano previsto l’arrivo della crisi dei mutui subprime e il suo diffondersi a livello mondiale nel 2008. Nessuno ha previsto l’arrivo del Covid-19.  Il senno di poi ci conferma che l’UE ha affrontato male e tardi la prima crisi. Adesso sta rispondendo meglio e più rapidamente alla Pandemia e alla recessione ma resta il fatto che l’assetto istituzionale e gli strumenti a disposizione sono inadeguati. Non abbiamo l’Unione bancaria, meno che mai un mercato unico dei capitali, non abbiamo un vero e proprio governo al centro in grado di svolgere una politica economica ad un tempo unitaria e debitamente articolata a livello continentale. Abbiamo un Parlamento europeo senza il potere sovrano di istituire tributi propri. Abbiamo al vertice un Consiglio europeo giano bifronte più attento agli interessi nazionali che a quelli europei. Va sostituito con un Senato federale eletto direttamente dai cittadini europei.  Anche i nuovi strumenti che sono stati proposti recentemente che segnano una significativa svolta nella direzione giusta restano insufficienti rispetto alla dimensione e complessità dei problemi da affrontare. PQM è urgente abbandonare la prevista Conferenza e riaprire il cantiere delle riforme istituzionali per passare ad un assetto di stampo più genuinamente federale. L’unica istituzione che può aprire una tale fase costituente è il Parlamento europeo. Ma sarà in grado di farlo?         

Proposte USA e UE per affrontare la crisi. Carlo Giannone

Il dibattito sulle conseguenze del Covid-19 è ampio e oggetto precipuo delle argomentazioni degli studiosi di svariate discipline, molteplici essendo infatti i prevedibili effetti sull’intero pianeta. Per cercare di riassumere, limitatamente a quelli economico e sociali, le posizioni in campo, è utile un sommario confronto tra le principali posizioni espresse nei più recenti commenti sull’argomento su entrambe le sponde dell’Atlantico, ossia restringendo l’obiettivo al mondo occidentale. Negli USA, si può accennare – fermi restando i ruoli decisionali delle autorità monetarie, e soprattutto quello del Presidente – a quanto espresso in sintesi da alcuni dei più autorevoli economisti.

Per Dani Rodrik: il mutamento l’innovazione tecnologica non segue un’unica direzione ma può essere indirizzata a beneficio della società. La risposta convenzionale consiste in più e migliore qualità dell’istruzione e della ricerca scientifica. Molto dipende dagli incentivi. In realtà, nuove tecnologie, inclusa quelle nella sanità, attraverso un nuovo e intrusivo modello di globalizzazione concentrato sulle aree di forte cooperazione, e si rivela tuttavia spesso non sostenibile. Occorrono, dunque, diversi modelli di sviluppo.

Nel giudizio di Barry Eichengreen, la crisi è stata trattata come temporanea, con una moratoria sul pagamento degli interessi e promesse di crediti commerciali di breve durata, sovente inadeguata alle situazioni di singoli paesi. Egli cita il precedente del 1982 e del c.d. Baker plan, che non funzionò. Stavolta i governi del G20 hanno risposto in fretta, prevedendo una moratoria dei pagamenti per i paesi a basso reddito, il triplo di quanto avvenne nei primi mesi del 2008. La realtà di oggi andrebbe gestita dal FMI, quale istituzione dell’ONU nel richiedere l’utilizzo del Capitolo VII della Carta per evitare l’azione di investitori opportunisti (speculatori).

Secondo Ken Rogoff, lo shock globale è più rapido e severo di quello del 2008 e forse della stessa ‘Grande Depressione’, poiché in pratica ogni componente della domanda aggregata, consumi, spesa in c/capitale per investimenti, ed esportazioni, appare in caduta libera. Anche immaginando che le banche centrali taglino i tassi d’interesse fino a raggiungere un valore di -3%, o meno, numerosi paese necessiterebbero di moratorie: un dollaro debole, unitamente a una più forte crescita globale aiuterebbe, specialmente nei grandi mercati emergenti e, sebbene non risolutivo, potrebbe consentire una ripartenza. Ad oggi, oltre 90 paesi hanno fatto richiesta al FMI e alla Banca Mondiale e il WTO prevede un declino nel 2020 nel commercio mondiale dell’ordine del 13-32%. Le più recenti evidenze empiriche confortano questa tesi, in quanto i tassi negativi opererebbero in modo simile all’ordinaria politica monetaria, favorendo l’aumento della domanda aggregata e dell’occupazione, pur richiedendo la moratoria del debito per le aree in ritardo di sviluppo, e in generale tutti gli altri , ad esclusione dei “paesi contraddistinti dalla tripla AAA”.

Inoltre, lo stesso Rogoff e Carmen Reinhart affermano che consentire il prolungarsi della depressione sia molto rischioso, ricordando che il punto più basso nella crisi di metà anni ’80 ammontava, i sviluppo, in generale tutti, ad esclusione dei “paesi contraddistinti dalla tripla AAA”  a circa il 18% del PIL mondiale per i paesi in ritardo, misurato in dollari; nel 2020, tocca il 41% (del 60% in PPP). Il parere di Nouriel Roubini, attento conoscitore della materia e delle vicende europee, oltre che noto per aver anticipato la precedente crisi economico finanziaria con riferimento polemico all’assenza di un supposto ‘cigno nero’, è che i mercati sono ribassati del 35% e persino le società finanziarie mainstream (Goldman Sachs, JP Morgan and Morgan Stanley) prevedono una caduta del PIL USA  di un valore del 6% nel I , e del  24%-30% nel II trimestre dell’anno e disoccupazione eccedente il 20 %, come mai in passato. Quantunque la maggioranza dei commentatori anticipi una crisi a V,  la COVID-19 è assai differente, in quanto la contrazione non rassomiglia né alla V e nemmeno ad una U o alla  L (crisi, seguita da stagnazione). Essa è piuttosto simile ad una I,  una linea verticale, in entrambi i mercati finanziari e l’economia reale; solo i governi centrali (federali) hanno dotazioni sufficienti ad impedire il collasso. I disavanzi vanno monetizzati (Quantitative Easing) in toto, non con debiti governativi standard, i cui saggi   d’interesse monterebbero bruscamente in maniera considerevole.  I sostenitori delle azioni da tempo avanzate dagli economisti di sinistra della ‘Modern Monetary Theory School’, comprendenti anche helicopter drops, sono divenuti in gran parte accettabili, ma condizionate a tre fattori di rischio: incontenibili pandemie, politiche economiche con strumenti  insufficienti , e  cigni (bianchi) geopolitici, cui si può aggiungere l’offerta di petrolio, che possono avere la meglio. La forse insanabile rivalità USA- Cina presenta tutte le caratteristiche di una ” Trappola di Tucidide”, bene esemplificata nella disputa nel primato tecnologico delle telecomunicazioni (TLC). Per concludere questa breve e certo non esaustiva serie di argomenti elaborati da autorevoli studiosi e, in tutta evidenza, ampiamente legati a immaginare gli interventi necessari nel medio lungo periodo per l’intera economia mondiale, J. Stiglitz sostiene come, nei sistemi economici più avanzati (‘democratici’) la compassione potrebbe di per sé motivare un forte sostegno a un ritorno a una risposta  multilaterale alla crisi in atto. Tuttavia, l’azione a livello globale è altresì una questione di interesse egoistico, laddove la pandemia resta una minaccia dovunque.

Sull’altro versante, quello europeo, il dibattito è non sorprendentemente circoscritto nei confini geografici e istituzionali rispetto a quanto riportato nel più grande e potente paese federale, il cui orizzonte appare solitamente universale (in misura magari ridotta rispetto al passato) concerne in sostanza gli strumenti messi a disposizione, dal MES temporaneamente sospeso, che riguarda i paesi molto indebitati come il nostro e certo memori della vicenda greca, a quelli nuovi ancora ‘in fieri’ e da scoprire, come il Recovery fund,  State supported short time work,  meglio noto come SURE (alla lettera, sicuro), ad altri in cantiere e/o da definire in maggior dettaglio. La Commissione ha appena presentato una proposta, che sarà oggetto di discussione, circa un Recovery Plan  e un riferimento al bilancio dell’ormai imminente settennio. Si possono avanzare alcune riserve rispetto alla eccessiva durata della road map e soprattutto sui margini ridotti per predisporre un documento importante, ancora da definire.  E’ nota soltanto, infatti, la volontà di farvi rientrare numerose  forme di facilitazioni  (note con acronimi, qui trascurati: SGP/SA, PPEF, CRII)  per adesso elencate senza specificazioni sul piano distributivo, per un totale complessivo di 500 miliardi di euro. Si tratta di una leva di una certa consistenza, ma di cui occorre stimare l’impatto. Nel prossimo Quadro Finanziario Pluriennale (QFP)  restano da quantificare molti punti essenziali, anche se l’indicazione di passaggi intermedi implica qualche elemento di fiducia nel metodo stabilito per un cauto avvio, pur nell’urgenza dei tempi. In particolare, sembra di interesse la scelta di finanziamento mediante l’uso di strumenti temporanei sulla scorta dell’art. 122.1 e ritenuti in grado di ottenere dai mercati  fino a più di 300 md. di euro. Il che dovrebbe avvenire, negli scarsi sei mesi e mezzo da oggi all’inizio del 2021, in pratica congiuntamente al QFP, denominato anche “prospettive finanziarie” che serve a regolare i futuri bilanci annuali rivolti a sostenere programmi dell’Unione. Non va trascurato  di notare, poi, che quest’ultimo è stabilito in un regolamento del Consiglio adottato all’unanimità, con il consenso del Parlamento. Intanto, sarà forse opportuno provvedere ad esaminare in maggior dettaglio le opportunità, tuttora non indagate a sufficienza, offerte dal MES. Esistono infine, nel sottofondo, numerosi altri spinosi temi tra cui primeggiano quelli istituzionali, quali il deficit democratico e il ruolo ora subalterno del Parlamento europeo, l’eccesso di decisioni alla unanimità, sino alla riforma dei Trattati. Inoltre, e non certo inferiori nella valenza, vanno considerate tanto l’assenza sempre osteggiata di trasferimenti perequativi tra i membri quanto l’ostinazione sulle regole che fanno da ostacolo insormontabile alla considerazione della stabilità non in mero senso finanziario, piuttosto che incidere nell’economia reale. Nella quasi totalità della stampa europea, non solo italiana, la tragedia della pandemia è sovente vissuta come di natura temporanea, vale a dire con grave sottovalutazione, discutendo di strumenti atti a superarla. In Francia e in una Inghilterra (autoesclusasi dall’Unione) la situazione varia tra la richiesta di monetizzare la crisi e l’Analisi Costi-Benefici (ABC) di un’integrazione non piena ed ancora lontana. È notizia di ieri, infine, la proposta franco tedesca di trasferimenti straordinari a fondo perduto per 500 md. ai paesi membri: un ulteriore significativo passo verso più solidarietà. 

L’odore eversivo della decisione dei Giudici di Karlsruhe.

Oggetto del ricorso davanti alla Corte di Karlsruhe è il PSPP (public sector purchase program) della BCE che, a giudizio dei ricorrenti, – per lo più economisti e cittadini di destra facenti capo alla AFD di cui il prof. di economia Bernd Lucke è stato fondatore e che poi si è ritirato non condividendo il crescente estremismo della sua creatura – violerebbe in diversi aspetti la Costituzione tedesca. Il PSPP è parte di un più ampio programma EAPP (expanded asset prurchase program) mirato a tenere il tasso di inflazione al di sotto ma vicino al 2%. Sulla base di detto programma sono stati effettuati acquisti di titoli del debito per 2.557,800 miliardi di euro. I ricorrenti sostengono che con tale misura è stato violato anche l’art. 123 del TFUE che vieta il finanziamento monetario dei bilanci pubblici dei paesi membri.

Già in premessa i giudici di Karlsruhe si mettono chiaramente in contrasto con la decisione della Corte di giustizia europea del 2018 che ha avallato la legittimità del Quantitative Easing a suo tempo attuato da Mario Draghi a partire dal gennaio 2015 sulla base dell’art. 5 del TUE (Trattato sull’Unione europea). Sostengono che la BCE è andata ultra vires nella misura e nella durata dell’operazione per cui se loro accettassero di non fare alcun serio scrutinio (review) dell’operazione, essi accetterebbero una modifica dei Trattati ed un allargamento illegittimo delle competenze dell’Unione. I giudici di Karlsruhe criticano esplicitamente quelli della Corte di giustizia europea perché si sono autoimposti un self restraint nel non valutare attentamente quello che ha fatto la BCE non per avere intrapreso un’operazione assolutamente vietata ma perché è andata oltre quello che era necessario per raggiungere l’obiettivo: la stabilità dei prezzi e quindi dell’euro.

Dico subito che a me sembra un’affermazione apodittica perché non c’è e non può esserci alcun controfattuale e perché erroneamente pensano che la politica monetaria possa essere dosata in quantità strettamente necessarie. In altri termini, non hanno idea dei leads and lags delle politiche monetarie e che l’efficacia di certe misure può essere verificata ex post perché intervengono fattori imprevisti ed imprevedibili.  

Assurdo, second me, che una Corte Costituzionale di un PM possa emettere una tale sentenza e, ancor peggio, che possa dare ordini a una istituzione sovranazionale come sostengono alcuni osservatori incompetenti. Anche i giudici di Karlsruhe hanno una visione non appropriata di come si può gestire la politica monetaria dell’Unione. Non si può prevedere tutto nello Statuto della BCE e meno che mai nei Trattati internazionali. Hanno la visione casistica del tutto previsto dalla legge. Non gli passa minimamente per la testa di cercare un precedente anche nella storia di altre Banche centrali.

I giudici di Karlsruhe criticano quelli europei del Lussemburgo perché si sarebbero autoimposti un self-restraint nel non valutare attentamente quello che ha fatto la BCE. Ribadiscono che questa è andata ultra vires, alias, non che l’operazione fosse del tutto illegittima ma è andata oltre quello che – a loro dire – era (strettamente) necessario per raggiungere il suo obiettivo. A me sembra anche questa sia un’affermazione apodittica perché non c’è controfattuale e, quindi, lascia il tempo che trova.

Per suddetti motivi i giudici di Karlsruhe non si ritengono vincolati dalla decisione dei giudici del Lussemburgo del dicembre 2018 (C-493/17 HeinrichWeiss). Ribadiscono che questi ultimi non hanno considerato tutti gli effetti redistributivi diretti e indiretti del QE del 2015-17 ed esplicitano il discorso sull’ampiezza dell’operazione attuata nel tempo. Ragionano come gli antichi farmacisti o l’avveniristica medicina di precisione che confezionavano e confezionerà medicine ad personam – anche se in un passaggio successivo – contradicendosi- devono ammettere che l’obiettivo dell’inflazione prefissato dalla BCE non è stato raggiunto. In particolare, sostengono che la BCE avrebbe potuto conseguire esiti migliori se avesse regolato le sue operazioni secondo le previsioni degli artt. 12 e segg. del Trattato del MES.

Gli effetti negativi del QE di Draghi secondo i giudici di Karlsruhe si sarebbero esplicati virtualmente su tutti i cittadini ma in particolare, elencano: possessori di azioni, affittuari e proprietari di beni reali, risparmiatori, titolari di polizze di assicurazione, ecc.. Per altro verso, ha consentito la sopravvivenza di imprese inefficienti grazie ai bassi tassi di interesse e, non ultimo, detta politica monetaria avrebbe compromesso la stessa autonomia e indipendenza della BCE perché le pressioni politiche dei PM non le consentirebbe di porre fine al QE. Vedremo più avanti come il giudizio non si limita al QE di Draghi ma a tutti i QE anche quello attualmente in atto. La sintesi della sentenza utilizzata nella Conferenza stampa  non dice nulla in merito alla nuova operazione Pandemic Emergency Purchase Program avviata quest’anno in risposta alla pandemia perché, come noto, l’argomento non poteva essere utilizzato nel ricorso presentato molto prima dell’arrivo della epidemia in Italia.

Nel parag. III i giudici di Karlsruhe dicono che, al momento, non sono in grado di giudicare se il governo federale tedesco e la Bundesbank abbiamo fatto abbastanza per mettere fine al QE di Draghi.

 Nel parag. IV tornano a criticare i giudici del Lussemburgo perché non avrebbero sottoposto a serio scrutinio il rispetto delle salvaguardie che erano state formulate nel giudizio Gauweiler. In fatto, le hanno ignorate ed affermano che la valutazione se il QE è andata in contrasto con l’art. 123 del TFUE deve essere fatta sulla base di criteri diversi: 1) adeguatezza del volume degli acquisti; 2) ampiezza dell’informazione offerta da parte dell’Eurosystem; 3) rispetto del limite del 33% di asset internazionali ISIN; 4) acquisti secondo la capital Key; 5) acquisti di bond che abbiano una soglia minima di sicurezza; 6) acquisti da ridurre o da fermare se non più necessari per raggiungere il target dell’inflazione. Si tratta ovviamente di indicazioni e/o domande alle quali deve rispondere il rapporto richiesto alla BCE attraverso la Bundesbank e su cui tornerò più avanti.

Nel paragrafo successivo, i giudici di Karlsruhe ammettono che non è accertabile se il PSPP violi l’art. 79 della Costituzione tedesca e/o le competenze e responsabilità della Bundesbank perché sembrano consapevoli che si tratta di una questione di misura menzionando i duemila miliardi dell’operazione e il risk sharing tra la BCE e le banche centrali dei PM dell’Eurosistema. Tuttavia chiamano in causa la responsabilità di bilancio della Bundesbank.   Evocano inoltre le responsabilità del governo federale e della Bundesbank collegate al processo di integrazione europea ed affermano che dette istituzioni hanno il dovere di agire contro il PSPP nella sua attuale versione. Non è un ordine ma poco ci manca se si tengono presenti le analisi che i giudici di Karlsruhe svolgono nelle seguenti tre considerazioni finali.

VI/1-2 In presenza di manifesto e strutturale esercizio di competenze non proprie, gli organi costituzionali (tedeschi) devono mettere in atto misure e passi per il rispetto delle competenze previste nell’agenda di integrazione europea. Nello specifico, questo significa che il governo federale e la Bundesbank devono chiedere che la BCE faccia un accertamento del rispetto del principio di proporzionalità per il PSPP iniziato il 1° gennaio 2019 e il suo rilancio deciso l’1-11-2019 invitando il governo federale e la Bundesbank a monitorare continuamente le decisioni dell’Eurosystem per assicurarsi che la BCE rispetti i limiti del suo mandato.

VI/3 i giudici di Karlsruhe “ordinano”, ammoniscono organi costituzionali, autorità amministrative, Tribunali  a non applicare, non eseguire e non attuare atti ultra vires. Concedono un periodo di tre mesi per il coordinamento con l’Eurosystem. Dopo la Bundesbank potrà non partecipare all’attuazione ed esecuzione delle decisioni della BCE a meno che nel frattempo questa dimostri in maniera “comprehensible and substantiated” che il PSPP rispetta la proporzionalità. Se no, la Bundesbank deve vendere i titoli nel frattempo acquistati. Se non è una minaccia di una improbabile secessione, poco ci manca. Ma resta basata sul nulla perché non c’è controfattuale per valutare attentamente la proporzionalità e non è competenza dei giudici costituzionali decidere della secessione. Giustamente Martin Sandbu nel Financial Times del 6 maggio u.s. ha definito questa decisione “una bomba sotto l’ordinamento dell’Unione europea”. Forse il commentatore inglese esagera ma se il Governo federale e la Bundesbank dovessero prendere sul serio i loro giudici costituzionali sarebbero guai per tutti e per il progetto europeo.  Da parte sua,  la Presidente della BCE Lagarde  ha dichiarato oggi 7 maggio che andrà avanti indisturbata – posizione che condivido pienamente.

Prima di esprimere alcune mie osservazioni e considerazioni finali voglio dichiarare che io sono stato e resto favorevole al c.d scrutinio giudiziario delle leggi dello Stato vuoi centralizzato o federale. Ma, in questo caso, i giudici di Karlsruhe probabilmente non si rendono conto che le autorità di politica economica all’interno delle quali riconduco le autorità di politica monetaria, oltre le leggi formali, e le procedure di bilancio devono rispettare le leggi economiche non scritte – o elaborate solo nei migliori manuali universitari di analisi e politica economica –  e che nelle Costituzioni, nei Trattati internazionali e/o intergovernativi non si può prevedere l’imprevedibile per cui, non di rado, dette autorità devono assumersi delle responsabilità che non trovano riscontro esplicito nelle leggi e negli statuti delle istituzioni che governano. Forse i giudici di Karlsruhe non si rendono conto che le ricette di politica economica, monetaria, finanziaria, in ultima analisi, dipendono in quantità variabili dai comportamenti variabili e non del tutto prevedibili degli operatori (famiglie, imprese, amministrazioni pubbliche) non solo nazionali e/o comunitari ma anche internazionali.

Ai Giudici di Karlsruhe sembra sfuggire che il PSPP e/o QE sono strumenti macroeconomici come lo sono gli obiettivi che perseguono con l’immissione di liquidità nel sistema, mantenendo l’inflazione al disotto di una certa soglia, senza compromettere il tasso di cambio dell’euro, cercando di sostenere la domanda aggregata, il tasso di crescita, a livello dell’economia dell’eurozona, ecc. In questi termini, non regge la loro affermazione secondo cui la BCE avrebbe potuto conseguire esiti migliori seguendo le procedure di assistenza finanziaria a Stati che rischiano di perdere l’accesso ai mercati finanziari sulla base di un Memorandum di intesa con il quale le parti contraenti concordano le misure specifiche di aggiustamento macroeconomico che il singolo stato deve assumere. Non è elegante, ma vale la pena ricordare le conseguenze disastrose che le prescrizioni che il MES anteriforma impose alla Grecia che aveva perso l’accesso ai mercati finanziari: il rifiuto di un taglio del debito pubblico e la perdita di un quarto del PIL pur di proteggere i bilanci delle banche francesi, inglesi e tedesche. Se questo è vero, è chiaro che la proporzionalità e/o adeguatezza di strumenti macroeconomici come la politica monetaria espansiva va verificata in itinere ed ex post non solo sul volume e la durata ma anche sulla efficacia immediata e nel tempo.

Inoltre, vale la pena ricordare, in tutta sintesi, che con l’annuncio del luglio 2012, Draghi salvò l’euro e la stabilità valutaria dell’eurozona ma non la crescita armonica dell’economia europea. Con la sua credibilità e determinazione convinse gli speculatori che non era il caso di attaccare il debito pubblico di alcuni PM ingigantito dai salvataggi delle banche. Allora non era arrivato il QE ma c’erano le stringenti regole del PSC 2011 con annessi e connessi regolamenti e c’era il Fiscal Compact. Se l’obiettivo allora fosse stato il sostegno della crescita e dei livelli occupazionali la politica monetaria da sola non avrebbe potuto conseguirli e, infatti, non li ha conseguiti neanche dopo l’arrivo del QE del 2015. Questo per dire ai giudici di Karlsruhe che la valutazione della proporzionalità in materia di politica economica e monetaria non è così semplice da conseguire e non bastano i criteri da loro prescritti. Ma non basta e non è un paradosso. Posso sostenere che se l’ossessione della Germania prima e dopo l’introduzione della moneta comune è stata sempre la stabilità dei prezzi e dell’euro questi obiettivi sono stati ampiamente conseguiti dalla BCE e dal PSC del 2011. Se l’inflazione è stata bel al disotto del mitico 2%, gli effetti negativi sui risparmiatori discendono dai tassi di interesse negativi o prossimi allo zero del Bund tedesco che è diventato il termine di riferimento nella Yardstick competion tra i titoli del debito pubblico dei PM dell’eurozona. Ma i tedeschi non possono volere il massimo di stabilità finanziaria dell’euro e allo stesso tempo lamentarsi se i loro tassi di interesse scendono attorno allo zero perché molti risparmiatori di altri PM comprano i titoli del loro debito pubblico. Bisogna pure ricordare loro che, in tutti questi anni, hanno accumulato ingenti avanzi nella loro bilancia commerciale – così violando anche loro le regole fiscali europee. Quando si usano strumenti macroeconomici per obiettivi macro ci sono sempre degli effetti collaterali non desiderabili e i giudici di Karlsruhe farebbero bene a considerare quelli prodotti dalle politiche di austerità imposte ai PM periferici la cui convergenza con le regioni centrali si allontana vieppiù all’orizzonte minando la sostenibilità del progetto europeo così come ora gestito. Certo i giudici di Karlsruhe possono sempre nascondersi dietro al fatto che loro hanno risposto alle domande che non conosciamo dei ricorrenti ma una simile risposta sarebbe opportunistica e non nasconde l’odore eversivo delle loro intimazioni alla Corte di giustizia europea, al governo federale e al Parlamento tedesco che ritengono di valorizzare.

Ancora sul deficit di solidarietà nella UE.

Anche per via della crisi sanitaria si invoca a proposito e a sproposito la solidarietà; si stigmatizza che gli altri Paesi membri (PM) della ricca Europa hanno fatto poco o niente per aiutare l’Italia colpita per prima dalla Covid-19. A mio giudizio, questo ritornello sta diventando stucchevole e noioso perché trascura un fatto fondamentale: senza un bilancio vero e proprio, con entrate tributarie ispirate al criterio della progressività e senza programmi di spesa mirati alla perequazione dei redditi personali non ci può essere solidarietà vero e proprio a meno che non stiamo parlando di piccole forniture di mascherine, ventilatori, personale medico, medicinali ed altri materiali tecnici mancanti in un PM e disponibili in un altro.

Per spiegare perché, a livello centrale, non abbiamo un vero e proprio bilancio degno di uno Stato tradizionale o di una vera Unione di Stati, vale la pena ripercorrere per sommi capi le fasi del processo di integrazione europea. Un successo di portata storica ma che resta incompleto e contraddittorio. Sono stati creati interessi economici comuni prima con il Mercato comune e poi con il mercato unico. Si è incrementata in maniera consistente la interdipendenza economica tra i diversi PM sicché un paese come l’Inghilterra che ha deciso di lasciare l’Unione vuole restare in un regime di libero scambio con l’UE. 

Fin dall’inizio del mercato comune ci si era resi conto che, prima o poi, per facilitare gli scambi, sarebbe stata necessaria una moneta comune ma negli anni sessanta vigeva il sistema dei cambi fissi e la questione fu rinviata perché non urgente. Con il crollo del sistema di Bretton Woods (agosto 1971), la questione diventa di estrema attualità. Si parte con il c.d. serpente monetario (ampio margine di oscillazione sotto e sopra la parità) e quindi il sistema monetario europeo (con possibilità di uscita temporanea dal sistema) e, quindi, l’euro e la Banca Centrale europea – con un processo che è durato ben trenta anni. Una moneta unica implica una politica monetaria unica e perciò si è centralizzata la politica monetaria ma il Trattato di Maastricht ha lasciato formalmente nella competenza dei PM la politica economica e finanziaria ma in fatto “imbrigliata” con i famigerati parametri sul deficit, debito, inflazione poi meticolosamente regolamentati nel Patto di stabilità e crescita del 1997 concentrandosi sulla stabilità dei prezzi e poco o niente sulla crescita. Dopo la crisi finanziaria ed economica del 2008-09 si è di nuovo riformato il PSC nel 2011 con norme ancora più stringenti. Con il Fiscal Compact si è imposto ai PM di scrivere in Costituzione le nuove norme sul pareggio di bilancio a quelli che non ce l’avevano per niente o ce l’avevano in forma di principio generale (e generico). Nel Fiscal Compact si è previsto anche il coordinamento delle politiche economiche e il semestre europeo, ossia, si è intervenuti in materia di procedure di bilancio per cui in Primavera i PM dell’eurozona presentano il Documento di economia e finanza e il Piano nazionale delle riforme. Quindi aspettano le osservazioni della Commissione europea. A giugno-luglio fanno l’assestamento di bilancio; a settembre approntano la Nota di aggiornamento congiunturale al DEF e a ottobre la bozza della legge di bilancio su cui si esprime di nuovo la Commissione europea lasciando poi poco di più di un mese per elaborare il testo da sottoporre alla discussione e approvazione da parte del Parlamento (composto di due Camere) del testo finale – quasi sempre approvato con un maxiemendamento elaborato nottetempo sul quale il governo pone la fiducia. Riferendomi al nostro Paese, la combinazione delle regole europee, i comportamenti non conformi del governo e la desistenza del Parlamento ha reso sempre più stretto il sentiero della democrazia di bilancio. Se questo è vero, dire che l’Italia e con questa altri paesi conservino sovranista fiscale è un eufemismo se non pura ipocrisia. Ma così vanno le cose nella UE. I PMEZ sotto sorveglianza non possono emettere debito pubblico senza il consenso del Meccanismo di stabilità (MES) e della Commissione europea. Questa, a sua volta, non può emettere eurobond e non ha un bilancio con entrate ed uscite da manovrare in chiave anticongiunturale e/o per sostenere la crescita, la conversione ecologica, la digitalizzazione dell’economia e della società, in sintesi, lo sviluppo sostenibile.

Negli ultimi 10-12 anni, a seguito della crisi del 2008, si sta discutendo della necessità di dare alla Commissione europea di mettere eurobond. Secondo me, è possibile farlo vuoi ai sensi dell’art. 122 e del 311 del TFUE. Il primo prevede assistenza ai PM in difficoltà “in caso di calamità naturali e di circostanze eccezionali”; il secondo in via ordinaria, “per conseguire i suoi obiettivi e portare a compimento le sue politiche”. Oggi più che mai ci sono entrambe le esigenze: a) crisi sanitaria e drammatica recessione mondiale; e b) conversione ecologica e digitalizzazione dell’economia e della società che richiede formazione permanente.

Ora si può discutere e mi chiedo se emettere titoli del debito da parte di una istituzione europea sia un fatto di solidarietà oppure è una questione di preminente interesse comune in una situazione di fatto di forte interdipendenza e/o integrazione tra le economie dei PM? Nelle emissioni comuni di eurobond prevale la solidarietà o l’interesse comune e/o la reciprocità? Non è una questione di lana caprina.  Se sono un imprenditore1 e sono fornitore dell’imprenditore2 e ho un merito di credito basso e la banca per aumentarmi il fido mi chiede la malleveria dell’imprenditore2 , è interesse di quest’ultimo aiutarmi oppure deve fare un semplice atto di altruismo? A parte il fatto che parlare di altruismo si addice meglio alle persone fisiche più che alle imprese e/o alle istituzioni pubbliche, mi sembra che, nell’uno e nell’altro caso, quale che sia la scelta dell’imprenditore2, c’è una condizione necessaria ma non sufficiente: la fiducia. Se l’imprenditore2 non si fida dell’imprenditore1 il primo non darà la malleveria. Mutatis mutandis questo vale anche per le istituzioni pubbliche che devono avere autorevolezza, reputazione e credibilità per ottenere la fiducia di altre istituzioni e delle società di rating. È questo il problema politico a livello europeo. A torto e a ragione i PM del Nord non si fidano di quelli del Sud Europa; entrambi non si fidano del gruppo di Visegrad e viceversa. E per questi motivi non si riesce a superare il voto all’unanimità nelle questioni fiscali paralizzando il processo decisionale e danneggiando tutti chi più o meno.  PQM fin qui hanno rifiutato di mutualizzare non solo il debito pregresso ma anche quello odierno e futuro necessario per contrastare la grande recessione in arrivo.

Se questa analisi ha un qualche fondamento, un paese tra i più ricchi del mondo e dell’Europa che insiste a chiedere solidarietà all’Europa, rectius, agli altri PM contributori al bilancio europeo rectius al QFP  – come ad esempio la Germania e la Francia – rischia di fare la figura dell’accattone. Se c’è un problema di solidarietà è quello tra i ricchi paesi dell’Eurozona e quelli meno fortunati dell’Est europeo e del Sud-mediterraneo ma questo – irresponsabilmente – non è un problema all’odg dell’Unione. Un’ultima osservazione a seguito delle decisioni interlocutorie del Consiglio europeo del 23 u.s.  riguarda la richiesta secondo cui metà delle risorse prese a prestito dai mercati dovrebbe essere erogata a fondo perduto. Ma se detti fondi sono presi in prestito e se il QFP è alimentato dai contributi dei PM sembra buon senso aspettarsi che i fruitori paghino gli interessi- godendosi il solo vantaggio della riduzione degli interessi più bassi ai quali verrebbero piazzati gli eurobond. I trasferimenti a fondo perduto sarebbero più appropriati per i PM più poveri dell’Unione non per quelli più ricchi. Anche in questa richiesta vedo un altro esplicito tentativo di accattonaggio.    Anche perché al momento – incassata la disponibilità ad emettere eurobond – non sappiamo se il fondo per i recovery bond, sia pure agganciato al QFP, sarà costruito sulla base del modello MES oppure di quello di un vero e proprio modello di governo federale dotato di risorse proprie come tributi propri e autonomo potere di indebitamento per attuare le proprie politiche e perseguire i propri obiettivi. Purtroppo anche il raddoppio delle risorse del QFP proposto dalla Presidente della Commissione europea Ursula Von Der Leyen  – semmai accettato dal Consiglio europeo – non andrebbe nella direzione di un governo federale. Non c’è governo federale nel mondo che abbia un bilancio così risibile rispetto al fabbisogno.  Reputo che nell’attuale situazione è probabile che le regole sottostanti il QFP non verranno cambiate e se così i PM che usufruiranno delle risorse prese a prestito dovranno giustamente aumentare il loro contributi al finanziamento di detto Quadro. PQM ritengo che non ci sia via di uscita da questa empasse se non si pone mano hic et nunc alla riforma dei Trattati. Se abusando una frase fatta “la crisi può creare un’opportunità” io vedo un solo organo che potrebbe o dovrebbe prendere una tale iniziativa ed è il Parlamento europeo l’unico organo eletto direttamente dai cittadini europei. No taxation without representation fu lo slogan delle colonie americane. Noi europei abbiamo la rappresentanza di anime più o meno belle ma senza tassazione, senza un vero e proprio bilancio. E senza di questo – lo ripeto – è stucchevole e noioso parlare di solidarietà.     

@enzorus2020

Un’idea per fare arrivare presto gli aiuti alle famiglie e alle imprese.

Il compito di distribuire i bonus dei 600 euro alle partite IVA è stato affidato all’INPS. Quello di assicurare liquidità alle imprese in difficoltà è stato affidato alle banche com’era inevitabile atteso che in questo caso il governo si limita a garantire in diversa misura e a mezzo di enti diversi i crediti concessi dalle banche. l’Agenzia delle entrate (AdE) non c’entra niente né con i Bonus né con la distribuzione della liquidità. Specialmente con riguardo a questa seconda attività si prevedono fenomeni di corruzione e/o di distorsione anche di stampo mafioso, ma qual è il problema se ci sono le garanzie dello Stato? possono manifestarsi non pochi comportamenti di azzardo morale. Da ultimo con riguardo ai ritardi che si stanno verificando sia per istruire le pratiche da parte delle banche sia per chiedere la garanzia al Fondo Garanzia e alla SACE, guadagna terreno l’ipotesi che il governo debba assicurare  trasferimenti alle imprese anche a fondo perduto. Ma anche per questo strumento le velocità di attuazione dei provvedimenti è fondamentale allora non basta dire bisogna semplificare le procedure o prendersela genericamente con la burocrazia. Semplificare le procedure è necessario ma non sufficiente. Bisogna rivolgersi anche direttamente agli enti che più degli altri hanno i dati a loro diretta disposizione, cioè, all’AdE. Un esempio banale è che se la condizione per chiedere certi benefici serve dimostrare la riduzione del fatturato, questo dato lo deve certificare l’amministrazione finanziaria; se serve anche alle banche qualche straccio di certificazione circa l’affidabilità dell’operatore, di nuovo, possono essere utilizzati alcuni dati a disposizione dell’AdE.

 Al riguardo ricordo che, negli anni scorsi, i vecchi studi di settore che all’interno di gruppi omogenei (cluster) aiutavano gli uffici finanziari a stimare i volumi d’affari prodotti e indirettamente i redditi imponibili, da alcuni anni, sono stati trasformati in indici di affidabilità fiscale, alias, di onesto adempimento dei doveri tributari. Secondo me, si tratta di un dato (una pagella) molto sensibile che andrebbe utilizzata e messa alla prova in una situazione drammatica come quella attuale. Ma nessuno ne parla.

 Secondo me, anche attraverso questi indici e gli altri dati fiscali ben più rilevanti, che INPS e banche non hanno, l’AdE avrebbe potuto svolgere meglio e più velocemente un lavoro di monitoraggio preventivo e/o contestuale sia nella distribuzione dei bonus, della liquidità e, ora, dell’eventuale trasferimento a fondo perduto. Peraltro l’AdE e la sua rete periferica di uffici finanziari collegati attraverso l’Anagrafe tributaria dispongono di un sistema informativo molto più grande ed efficiente che avrebbe potuto evitare i fenomeni di congestione che si sono verificati con l’INPS e con le banche.

Inspiegabilmente l’AdE è stata lasciata fuori da questi procedimenti come è stata lasciata fuori dalla lotta alla corruzione affidata all’ANAC solo in chiave di prevenzione.  In Italia abbiamo unificato nel ministero dell’economia e delle finanze la gestione della spese e delle entrate pubbliche ma i due comparti hanno sistemi informativi diversi. Recentemente in tema di contenzioso tributario è stata avanzata da parte della Corte dei Conti la proposta di avocare a sé il contenzioso tributario. Sono subito intervenuti grandi esperti e legislatori per respingere la proposta definendola non ortodossa come se controllo delle entrate e delle spese pubbliche non fossero i due lati inestricabili e sinergici dello stesso fenomeno finanziario pubblico. A molti digiuni di conoscenze economiche e finanziarie sfugge la sequenza fondamentale che caratterizza l’economia pubblica: bisogni pubblici, spese pubbliche per soddisfarli e strumenti vari per finanziare dette spese.

Non casualmente in questi giorni sono intervenuti anche diversi magistrati che temono anche interferenze mafiose nella gestione di detti fondi destinati ad alleviare i disagi economici conseguenti alla crisi sanitaria – per adesso.  Tra questi anche il Procuratore generale della Corte dei Conti della Regione Valle d’Aosta Massimiliano Abelli il quale afferma: “È possibile, se non probabile, che in questa peculiare situazione parte della liquidità che lo Stato immetterà nel sistema economico italiano finisca anche a chi non si è distinto in positivo, in passato, nel rapporto con i doveri fiscali cui tutti siamo tenuti. È possibile, se non probabile, cioè, che la ragion pratica finisca per (impossibilità materiale di fare in poco tempo diversamente) prevalere sulla ragione etica. Come potrà il Paese riuscire a digerire un boccone così amaro, anzi amarissimo?”. Ecco il mio punto: l’AdE in fatto ha tutti gli strumenti per evitare questa possibilità o non si verifiche o sia contenuta in limiti tollerabili ma non mi risulta che il governo l’abbia preso in seria considerazione.   Come al solito, in Italia si preferisce che la mano destra non sappia quello che fa la mano sinistra.

@enzorus2020

Ottimismo di maniera sull’accordo raggiunto dall’Eurogruppo

 

A me sembra infondato l’ottimismo delle autorità europee ed italiane per il compromesso raggiunto il 9 aprile all’interno dell’Eurogruppo dopo i continui rinvii e le sedute notturne e diurne. Vediamo in sintesi i risultati che eufemisticamente sono stati presentati come quattro pilastri.

In realtà abbiamo:

  1. un utilizzo limitato del MES. Ogni PM dell’eurozona potrà farvi ricorso solo per ricevere finanziamenti per coprire le spese straordinarie (dirette e indirette) provocate dalla crisi sanitaria nei limiti della percentuale con cui partecipa al capitale del fondo: l’Italia potrebbe richiedere prestiti per 36 miliardi.

Non si applicherebbe la condizionalità prevista per l’assistenza finanziaria ai fini del superamento di crisi asimmetriche che abbiano determinato la perdita dell’accesso ai mercati e/o la dubbia sostenibilità del suo debito pubblico.

 Con riguardo a questo primo pilastro bisogna considerare che la BCE ha il programma PEPP (pandemia emergence purchasing program). Naturalmente c’è un collegamento tra i due meccanismi per cui se i bond speciali emessi dal MES non fossero comperati da investitori istituzionali essi verrebbero comperati dalla BCE nell’ambito del programma generale di acquisti di titoli del debito pubblici e privati, coperti o scoperti di garanzia.

Conviene ricordare che in situazioni normali lo scopo di questi acquisti da parte della BCE è quello di calmierare i tassi di interesse ma, come sappiamo, questi in questa fase storica sono già bassi attorno allo zero per via della politica monetaria c.d. quantitative easing e, quindi, gli effetti di questi programmi sono marginali se non del tutto inefficaci.

Non ultimo va ricordato che nella tattica negoziale imposta al governo Conte dal M5S il MEF Gualtieri – secondo una pseudo intervista ricostruita da Federico Fubini su Corriere della Sera dell’11-04-2020 avrebbe motivato il rifiuto di accettare i bond emessi dal MES avrebbe detto: “ma quei crediti più facili del MES valgono meno di un quinto del fabbisogno di quest’anno dei grandi paesi europei”. Secondo me, questa incongrua valutazione è importante perché ci dice che più o meno il fabbisogno italiano di quest’anno salirebbe a 180 miliardi.

  • il secondo pilastro è il programma SURE che sarà dotato di 100 miliardi di € per il sostegno finanziario delle casse nazionali di integrazione guadagni venuti meno per via dell’aumento della disoccupazione. Anche qui si tratta di un prestito non di indennità europea complementare e/o a sostegno dei disoccupati dei PM come alcuni comunicatori tendono ad accreditare. 100 miliardi sembrano tanti ma sono pochi se uno pensa ad alcune previsioni sulla portata della recessione che si svilupperà a livello mondiale e, quindi, con ripercussioni pesanti sulle economie aperte. È probabile che i PM della UE che hanno sistemi sviluppati di assistenza ai disoccupati non chiederanno prestiti al SURE ma questo dipenderà dall’entità della disoccupazione. Alcuni parlano di 3-400 milioni di persone a livello mondiale che si confrontano con i 100 milioni in più di disoccupati provocati dalla crisi del 2008-09-   

 Noto l’ipocrisia della governance europea che non fa niente o poco  per promuovere la massima occupazione in tutti i PM ma ora viene fuori dicendoti: se non hai fondi sufficienti già stanziati nel bilancio di quest’anno, graziosamente, ti concedo un prestito per alleviare il disagio dei disoccupati.

3) il terzo pilastro consiste nell’aumento del fondo di garanzia per le obbligazioni della Banca europea degli investimenti a favore di imprese che chiedono prestiti alla Banca di cui si calcola un effetto leva relativamente alto. Ma se la recessione sarà delle dimensioni stimate dai centri studi e dalle società di rating detto aumento sarà probabilmente insufficiente. Ma il fondo potrà essere aumentato e bisogna ammettere che questo resta il pilastro relativamente più solido per finanziare l’economia.

4)   il quarto pilastro sarebbe la promessa di creare un Fondo in qualche modo agganciato al “bilancio”, rectius, Quadro finanziario poliennale (QFP)  dell’Unione da costituire in tempi indeterminati attesa l’impossibilità di farlo subito. Parlando a favore dell’utilizzo del MES il suo presidente Regling ha previsto un’attesa di tre anni. Da qui la mia proposta di ricorrere all’art. 311 del TFUE e di considerare gli eurobond come il metodo standard con cui qualsiasi governo degno di questo nome si procura le risorse per finanziare la crescita e lo sviluppo. Vedi mio post del 31 marzo. Il nodo non risolto in questo decennio passato è stato e resta il mancato coordinamento delle politiche di bilancio sottoposte alle regole restrittive del Patto di Stabilità ora finalmente sospeso.  È paradossale che si voglia solo agganciare il fondo Recovery plan a un QFP non ancora approvato e quandanche approvato potrebbe erogare i fondi a partire dalla Primavera dell’anno prossimo come ha notato Nadia Calvino MEF della Spagna e componente dell’Eurogruppo.

Qualcuno potrebbe obiettarmi che va bene così perché nel QFP potrebbero essere messe  le necessarie risorse aggiuntive ma queste risorse servono qui ed ora come giustamente sostiene il governo italiano.

Qualcuno inoltre ha scritto che parte delle risorse o tutte le risorse dei fondi per le politiche regionali all’interno della generale politica della coesione economica e sociale potrebbero essere stornate nel Recovery Plan. Sarebbe una decisione gravissima; rischierebbe di alimentare la non convergenza tra le regioni periferiche e quelle centrali dell’UE.

Ma il difetto gravissimo del Recovery Plan è anche un altro e cioè che è concepito come temporaneo e straordinario. Mentre la funzione allocativa e/o di finanziamento della crescita e dello sviluppo è ordinaria non straordinaria.  la tesi della temporaneità dello strumento sconta l’ipotesi che si possa uscire dalla recessione europea in tempi brevi. si tratta di un pio desiderio che non tiene conto di due fattori che si alimentano a vicenda. Se sarà recessione o addirittura depressione mondiale i tempi saranno necessariamente lunghi non solo per la sua diffusione ma anche per le risposte che i vari paesi dovranno dare. E analogamente se l’Eurozona non decide velocemente il nuovo soggetto che dovrà emettere i Recovery Bond, tanto più difficile sarà contrastare e/o uscire dalla recessione europea. Anche su questo punto c’è una valutazione di Gualtieri riportata da Fubini nella pseudo intervista citata. Resta invece in gran parte da cucinare il piatto principale: il Recovery Plan, il piano francese per la ripresa con varie integrazioni italiane. “se non c’è quello – aveva detto Gualtieri l’altra notte, riferendosi al comunicato dei ministri dell’Eurogruppo- per me non c’è niente”.

Più che quattro pilastri si tratta del vecchio tavolo a tre esili gambe uscito da Maastricht nel 1992 a cui si pensa di aggiungerne una quarta ma in tempi non previsti e come strumento temporaneo. Esaminati per sommi capi i quattro pilastri è una cosa è sempre più chiara: che si tratta di quattro modalità di prestare fondi ai PM in maggiore difficoltà; che i Recovery Bond di cui si parla non sono una via tortuosa per mutualizzare il debito pregresso che nessuno ha chiesto; che in Europa non ci sono pasti gratis e/o solidarietà; che alcuni governi dei PM non riescono a riconoscere i benefici comuni o il valore aggiunto europeo che una risposta rapida efficace alla crisi generebbe per tutti. Non siamo davanti ad una svolta e non mi aspetto niente di meglio dal Consiglio europeo del 23 aprile p.v.

                @enzorus2020

https://www.bancaditalia.it/compiti/polmon-garanzie/pspp/index.html

https://www.consilium.europa.eu/it/press/press-releases/2020/04/09/remarks-by-mario-centeno-following-the-eurogroup-videoconference-of-9-april-2020/

Gli eurobond come strumento per evitare la disgregazione dell’Unione europea.

In questa delicata fase si sta discutendo in diversi ambienti su come aumentare le risorse a disposizione dell’UE e, in particolare, la sua capacità fiscale intesa in termini di risorse proprie. Mi sembra opportuno fare alcune considerazioni preliminari prima di entrare nel merito di alcuni di questi problemi. Ormai da circa 25 anni siamo in regime di concorrenza fiscale al ribasso e senza regole a livello mondiale ed europeo. Questo regime ha “costretto” alcuni paesi europei ad abbandonare il processo di armonizzazione fiscale senza la quale è difficile pensare ad un sistema di tributi propri da intestare al governo – non alla governance – europeo. Altri paesi governati da neoliberisti hanno richiesto con forza tale sistema perché consentiva ed ha consentito loro di praticare la concorrenza fiscale attirando investimenti dall’estero e da altri Paesi membri (PM) della stessa Unione.

Al riguardo è necessario chiarire che l’art. 311 del TFUE – secondo me volutamente – usa il termine generico “risorse proprie”. Ricordo che di norma i governi si finanziano con imposte generali, imposte speciali, tasse, tariffe, prezzi pubblici, ricavi di vendita di pezzi di patrimonio pubblico, indebitamento. E forse dimentico qualche voce. Ma torno brevemente alla storia dell’armonizzazione fiscale nella UE negli ultimi tre decenni.

Basta ricordare il Rapporto Ruding del 1992 sull’armonizzazione delle aliquote delle imposte sulle imprese all’indomani del Trattato di Maastricht e, 20 (dicesi venti) anni dopo, la proposta della Commissione di una direttiva su una base imponibile consolidata comune (CCCTB) per l’evidente motivo che non basta armonizzare le aliquote poi bisogna mettersi d’accordo sulla definizione del reddito realizzato a cui applicare le aliquote. Ora sono passati altri 8 anni e il tema non è neanche in discussione. Secondo gli addetti ai lavori prevale lo scetticismo sulla possibilità di realizzare detta armonizzazione perché fa comodo ai governi neoliberisti e alle società di capitali di muoversi liberamente tra i vari PM anche per ridurre il loro carico fiscale.  

Sulle risorse proprie ci sono i lavori di un Gruppo di esperti di alto livello che ha prodotto  Rapporto Monti istituito nel 20014 e composto da membri nominati dal Parlamento, dal Consiglio e dalla Commissione. Il rapporto finale è stato pubblicato nel dicembre 2016 e presentato al Parlamento europeo nel gennaio successivo. Il Rapporto  è stato anche oggetto di analisi ed audizioni nelle nostre commissioni parlamentari. A otto anni dalla proposta di Direttiva e a più di tre anni dal Rapporto Monti siamo in una situazione in cui non si riesce ad approvare il quadro finanziario 2021-27 all’interno del quale non c’è accordo su come reintegrare i fondi che vengono meno per l’uscita della Gran Bretagna. Voglio ricordare che nel 2013 il Premier Cameron influì pesantemente sull’approvazione del Quadro finanziario che viene a scadenza quest’anno. Eravamo ancora sotto gli effetti negativi della seconda recessione europea, la Cancelliera Merkel e il Premier Cameron si misero d’accordo per ridurre di 60 miliardi la proposta della Commissione.

Adesso devo introdurre delle considerazioni per dimostrare che alla fin fine anche per le dimensioni risibili del bilancio comunitario questo, comunque alimentato, non ha alcuna seria rilevanza né per soddisfare i bisogni pubblici ordinari né – tanto meno – quelli straordinari che profilano all’orizzonte. Quello che desidero sottolineare ai miei lettori e agli amici federalisti è che siamo passati, per effetto della sopravvenuta e perdurante egemonia neoliberista, da una dominance della politica fiscale di stampo keynesiano ad una dominance monetarista che peraltro ha portato alla trasformazione di molte  banche centrali come la nostra BCE in autorità amministrative indipendenti. Ma con la piena libertà dei movimenti di capitali, con il multilateralismo non coordinato dei cambi flessibili (determinati presuntivamente dai mercati)  siamo passati ad una dominance della finanza rapace di New York ed associati. Le vicende della crisi 2008 dimostrano che neanche le banche centrali riescono a controllare la situazione nell’economia e nella finanza globalizzate. 

Queste premesse mi portano a dire che di certo il problema di dotare la Commissione di risorse proprie più consistenti è comunque sul tavolo ed è urgente anche perché entro l’anno bisogna approvare il Quadro finanziario poliennale 2021-2027 ma, a mio giudizio, non è prioritario se non correttamente inteso. In altre parole, il problema non è solo quello di dotare la Commissione di qualche tributo minore proprio (come una web tax, la carbon tax, Tobin Tax, ecc.) bensì quello di dotarla del potere di indebitamento, alias, di emettere titoli del debito pubblico europeo, alias, eurobond con finalità più ampie di quelle attualmente previste per il MES. Sappiamo che è stata respinta la proposta di avere all’interno della Commissione un vero e proprio ministro delle finanze e non se n’è fatto niente dell’altra proposta riduttiva di un Fondo monetario europeo.

Siamo in una situazione di doppia emergenza globale, sanitaria ed economica, si tratta di riuscire a mobilitare diverse migliaia di miliardi di euro. Vedi ad esempio il piano di tre mila miliardi euro lanciato da Confindustria di intesa con le altre associazioni datoriali europee per finanziare un vasto programma di infrastrutture europee. Scartati i soggetti emittenti di cui sopra, bisogna realisticamente prendere atto che l’unico strumento utilizzabile che abbiamo è il Meccanismo europeo di stabilità MES. Ho discusso questa questione con alcuni miei amici e colleghi economisti che propongono di non firmare la riforma del MES. Con tutta la stima che ho nei loro confronti io penso che si sbagliano. In emergenza io uso qualsiasi strumento ho a disposizione forzando anche le regole della condizionalità peraltro già attenuate rispetto a 6-7 anni fa. Il MES ora può intervenire in via preventiva per evitare e/o ridurre il rischio di default di un paese membro. Non sono un giurista professionale ma mi chiedo e chiedo ai colleghi giuristi emettere eurobond – come può fare attualmente il MES – non è comunque agire in via preventiva a sostegno di alcuni PM a rischio? Che differenza fa se si tratta di un gruppo limitato di PM invece che di uno solo? Agire a sostegno di un gruppo di PM invece che di uno solo non legittima maggiormente l’intervento del MES? E che dire se lo strumento nel caso odierno è a disposizione e a beneficio di tutti per via delle economie esterne che si creano uscendo dalla crisi minimizzando i costi?    Le residue regole di condizionalità possono essere sospese come la regola dell’unanimità in materia fiscale se c’è la volontà politica di farlo, se per ipotesi, invece che l’unanimità, fosse adottata in fatto una larga maggioranza qualificata.  E sappiamo che è stato fatto per le regole del Patto di stabilità e crescita altrettanto iugulatorie e contraddittorie. E’ vero che nelle regole del Patto di stabilità c’è una esplicita clausola di salvaguardia e si è agito in base ad essa ma anche nello statuto della BCE non c’erano esplicitamente menzionate alcune operazioni  di politica monetaria come le LTRO , le OMT poi definite operazioni non convenzionali ma che sono state adottate. La BCE e il MES sono istituzioni europee l’una prevista dal Trattato di Lisbona art. 13 l’altro da un Trattato intergovernativo ma sono strumenti che sono chiamati a perseguire obiettivi di stabilità e crescita.   Si tratta di utilizzare quello che c’è nell’interesse generale e, allo stesso tempo, di proporre la riforma dei Trattati.  Ho già scritto che rinviare la soluzione di questi problemi dopo la Conferenza sul futuro dell’UE rischia di tradursi in una immane perdita di tempo. Anche i Trattati vanno modificati perché con 27 Paesi membri (d’ora in poi PM) c’è sempre qualcuno che non è d’accordo e ci costringe a mandare l’Unione nell’irrilevanza.

Come noto, la settimana scorsa i leader di nove PM hanno lanciato un appello per proporre l’emissione degli eurobond. In un articolo sul Financial Times Wolfgang Munchau sostiene che in Germania la maggioranza delle forze politiche – socialdemocratici compresi – non è d’accordo e quindi  non crede in un ripensamento in tempi brevi ma lui personalmente ritiene che se i nove PM volessero sul serio gli eurobond dovrebbero comunque emetterli creando un gruppo d’avanguardia all’interno dell’eurozona. Non ritiene che Macron possa arrivare a tanto compromettendo il suo rapporto speciale con la Germania ma pensa che, con o senza la Francia, se i suddetti PM, in un modo o nell’altro, riuscissero ad emettere detti bond difficilmente la BCE potrebbe rifiutarsi di sostenerli ove necessario. Sarebbe un modo come l’altro per adottare lo schema della geometria variabile di cui si discute da diversi decenni. I volenterosi, quelli che se la sentono di andare avanti lo fanno dando la dimostrazione che si possono adottare strumenti più incisivi proprio per salvare l’euro e lo storico ed irrinunciabile processo di integrazione che altri PM stanno mettendo a rischio. Non ultimo,  Munchau, tenuto conto che negli ultimi dieci anni gli investimenti sono calati più o meno in molti PM, concorda che gli eurobond dovrebbero finanziare un vasto programma di investimenti per cercare salvaguardare al meglio i livelli occupazionali e lo sviluppo sostenibile. Se uno pensa che solo negli Stati Uniti si prevede un aumento di 47 milioni di disoccupati, e che nella stessa Germania si prevede una caduta del PIL di cinque punti come per l’Italia, il silenzio  su questi problemi e il rifiuto di assumere misure straordinarie per prepararsi ad affrontarli da parte di alcuni PM sono veramente da irresponsabili.

Quindi sarebbe un errore chiamare i proposti eurobond coronaBond o healthBond. Prima o poi e con tempi diversi dalla Pandemia singoli Paesi usciranno da soli anche perché ne sono stati colpiti in tempi diversi ma per uscire dalla prevista recessione dell’economia mondiale serve non solo la “cooperazione rafforzata” ma una cooperazione rafforzata del tipo di quella che nell’Ultima Guerra mondiale le potenze alleate riuscirono a mettere insieme contro i Paesi del Patto d’acciaio. Se questo è vero, non porta da nessuna parte l’ipotesi “faremo da soli” né, sul terreno strettamente economico, il problema può essere ridotto ad una questione di maggiore liquidità. Questa in parte c’è ma è solo una condizione necessaria e non sufficiente. Servono a livello mondiale massicci interventi diretti dell’operatore pubblico con programmi megalattici di infrastrutture pubbliche. Spesso viene citato il New Deal che il Presidente F. D. Roosevelt mise in atto negli Stati durante la Grande Depressione. Nessuno però ricorda che per uscire da essa ci vollero all’incirca 5-6 anni.  Certo oggi abbiamo strumenti diversi e possiamo fare tesoro di maggiori esperienze nella gestione dei cicli economici e forse i tempi potrebbero essere più brevi, ma appare sempre più chiaro che  il problema non è solo tecnico e/o di sola liquidità ma  schiettamente di assenza di volontà politica.

A parte i paesi della Lega anseatica, io non posso credere che la Germania che pacificamente ha conquistato un ruolo di primo piano in Europa voglia arroccarsi su una posizione che porterebbe a favorire le idee dei sovranisti e populisti di varia denominazione anche dentro casa sua. Deve capire che la politica economica e finanziaria non può essere regolamentata in maniera casistica e in fatto gestita da norme che alcuni esperti autorevoli non ritengono adeguate neanche per le situazioni normali. Figuriamoci per situazioni drammaticamente critiche come quella attuale. Non posso credere che possa continuare ad affidare il compito dell’implementazione di dette regole ai mercati.

@enzorus2020

La grande balla del Sud che vive alle spalle del Nord.

Finalmente una operazione verità sulla politica meridionalista dei governi degli ultimi 20 anni per non andare oltre. L’operazione non è nuova se uno pensa alle analisi della Svimez che annualmente pubblica un ponderoso Rapporto sull’economia del Mezzogiorno e due riviste (una economica ed una giuridica) su tematiche e ricerche più specialistiche. L’operazione non è nuova se uno pensa ai Conti pubblici territoriali che attirano l’attenzione solo degli addetti ai lavori e che vengono sistematicamente ignorati da ministri e parlamentari in un quadro di deterioramento dei conti pubblici da quando siamo passati dalla Relazione generale sulla situazione economica del paese e dal Dpef al generico e superficiale Documento di economia e finanza e al Programma nazionale di riforme – sempre promesse e per lo più non realizzate. Negli ultimi 25 anni è passata la narrazione secondo cui c’era una questione settentrionale che doveva avere la precedenza e che il Sud viveva alle spalle del Nord con la spesa assistenzialista.

Nel suo libro “La grande balla”, la nave di Teseo, 2020,  Roberto Napoletano, utilizzando i dati della Svimez e dei Conti Pubblici Territoriali, della Ragioneria generale dello Stato, dell’Istat, smentisce questa tesi e con interventi continui sul “Quotidiano del Sud – L’altravocedell’Italia” sta portando avanti una battaglia meridionalista ad oltranza che ha già avuto un suo sbocco parlamentare con le audizioni davanti alla Commissione finanze della Camera dei deputati presieduta da Carla Ruocco e da Antonio Misiani. 

Napoletano scrive di 61 miliardi all’anno non erogati alle regioni meridionali negli ultimi dieci anni che avrebbero dovuto andare a coprire i fabbisogni di asili nido, scuole, mense, centri estivi che però non vengono erogati grazie alla mancata attuazione dei fabbisogni e dei costi standard. Parla del deficit infrastrutturale del Mezzogiorno, dell’assenza di treni ad alta velocità tra Salerno e Reggio Calabria e tra Napoli e Bari per non parlare delle ferrovie siciliane. Scrive della mancata attuazione del fondo perequativo di cui all’art. 119 Cost. e della distribuzione regionale della spesa pubblica che non tiene conto della spesa pensionistica e degli interessi pagati sul debito pubblico che avvantaggia le regioni del centro Nord e che, per giunta, non vengono conteggiati nel calcolo del c.d. residuo fiscale. Tenendo conto del parametro demografico al Mezzogiorno spetterebbe il 34% dei nuovi investimenti mentre in fatto ne arrivano molto meno.

Cita i conti pubblici territoriali del 2017 che contengono una serie storica che documenta la sperequazione nella distribuzione della spesa pubblica regionale che tiene conto dei dati di cassa.  Critica il capitalismo relazionale che prevale in Italia dopo la liquidazione di quello statale dell’IRI e di quello delle grandi famiglie. Parla di un “privato”, secondo i neoliberisti, sempre migliore e più efficiente del “pubblico” mentre, ad esempio, i fatti della gestione della rete autostradale in concessione dimostrano esattamente il contrario.   Detto capitalismo predica le regole del mercato ma nei fatti applica le pratiche estrattive della rendita (rent-seeking). Analisi che converge con quella di Luca Ricolfi nel suo ultimo libro sulla Società signorile di massa.

Denuncia un grave problema di classe dirigente locale sia al Nord che al Sud che spiega non solo con la finanziarizzazione dell’economia ma anche con la scomparsa dei partiti strutturati di una volta. Per cui oggi abbiamo una classe politica al Nord predona dei fondi pubblici ma mancante di strategie industriali che ci hanno ridotti a subfornitori della Germania e della Francia. Simmetricamente al Sud vede un’avvilente evaporazione  della classe dirigente meridionale che assiste inerte e rassegnata al declino ineluttabile di quasi tutte le regioni meridionali incapaci di progettazione, incapaci di utilizzare i fondi comunitari e/o di farsi sentire in maniera coordinata all’interno della Conferenza Stato e autonomia locali. 

Questa constatazione lo porta a proporre l’abrogazione delle regioni o il loro ridimensionamento continua. Personalmente non condivido questa ipotesi: in primo luogo, perché 140 anni di Stato centralizzato non hanno dato ottima prova di sé: c’è stata sempre e c’è ancora una questione meridionale e le classi dirigenti locali dovrebbero essere i protagonisti del suo rilancio;  in secondo luogo, perché la costituzione europea, sia pure allo Stato embrionale, è e sarà sempre più una forma di governo decentralizzato e, quindi, l’ipotesi formulata da Napoletano sarebbe in contrasto con l’auspicale pieno sviluppo in senso federale dell’Unione europea che vuole essere una Europa delle regioni;  in terzo luogo, se la crisi, come sostiene Napoletano, è anche crisi dei partiti il problema sta non solo nella scarsa qualità della classe dirigente locale ma in altri fattori tra i quali anche la legge per la elezione diretta del presidente della regione. Detta legge favorisce gli outsiders e i demagoghi; ha ridimensionato il ruolo delle assemblee legislative; consegna importanti regioni nelle mani di un solo uomo come se si trattasse di un piccolo comune. Si invece ad una più attenta redistribuzione delle competenze e al rilancio del ruolo delle regioni in materia di programmazione dello sviluppo se si vuole coprire il vuoto di progettazione e l’incapacità di spendere specialmente nelle regioni meridionali.

 Sul primo versante, l’odierna crisi sanitaria richiama la natura globale del bene salute pubblica.  La sanità elencata tra le materie a competenza concorrente, a mio parere, non è in contrasto con l’art. 32 della Costituzione e con gli artt. 6 e 168 del Trattato di Lisbona che la elenca come materia di competenza concorrente speciale. Il problema sta nell’ultima frase del comma 3 dell’art. 117 Cost. che recita: “Nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei princìpi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato” che sembra assegnare il grosso della iniziativa legislativa alle regioni. In realtà, tale interpretazione è frutto di un malinteso perché è chiaro che se si condivide la tutela piena si condivide anche l’iniziativa legislativa che l’attua e che, in ogni caso, vale il principio di sussidiarietà dall’alto verso il basso e dal basso verso l’alto, come prevede il protocollo n. 25 allegato al Trattato di Lisbona che chiarisce a modo suo la competenza concorrente speciale del più alto livello dell’Unione europea. In altre parole, persino i Paesi membri e le regioni in via sussidiaria agirebbero nei limiti in cui l’Unione non ha agito o ha cessato di agire in materia di salute pubblica. Poteri che in fatto l’Unione non ha esercitato neanche nei limiti di azioni di sostegno, completamento e coordinamento delle politiche sanitarie dei PM di cui all’art. 6 citato.  E come avrebbe potuto e come potrebbe mai farlo con un bilancio attorno all’1% del PIL dei PM e con assegnazioni risibili di risorse al piano sanità. Rinvio al mio post: http://enzorusso.blog/2020/03/04/la-salute-come-bene-pubblico-globale-ed-europeo/

Napoletano critica le regioni che avrebbero ostacolato l’attuazione della quota riservata di investimenti al SUD.          A me sembra che le Regioni a statuto ordinario non hanno mai impedito la destinazione del 40% dei nuovi investimenti al Sud prima perché negli anni del Centro-sinistra le RSO ancora non esistevano ma c’era un’attività di programmazione e lo Stato aveva a disposizione il sistema delle imprese pubbliche e di quelle a partecipazione statale. Quando lentamente nel 1976 si completa l’armamentario degli strumenti a disposizione delle RSO non c’è più la programmazione del governo centrale per via della crisi del Centro-sinistra, del crollo di Bretton Woods (Agosto 1971), del primo shock petrolifero 1973, della crisi mondiale dell’industria dell’acciaio e della cantieristica che porta da un lato alla cancellazione del V centro siderurgico di Gioia Tauro, e a provvedimenti di riconversione e/o ristrutturazione di molti settori industriali. Nel 1976 a fronte dell’accelerazione del processo inflazionistico dovuta al conflitto distributivo non solo interno ma anche internazionale, la priorità diventa la stabilizzazione dei prezzi con buona pace della programmazione della crescita anche delle regioni meridionali.  Nel 1978 veniva istituito il sistema sanitario nazionale e i trasferimenti e/o il gettito di tributi erariali devoluto alle Regioni viene a costituire il 75-80% delle entrate dei loro bilanci. Come ha scritto Giuliano Amato le regioni diventano stazioni di mediazione politica. Se aggiungiamo l’acutizzarsi della strategia terroristica di quelli anni – con il 1977 definito come l’anno della P38 e con il rapimento e assassinio del Presidente Moro nel 1978, e che il terrorismo metteva in discussione la sopravvivenza del sistema democratico il quadro è più o meno completo. Nel frattempo a livello europeo vinceva il neoliberismo e la fede nelle capacità taumaturgiche del mercato a fronte dei fallimenti dello stato. Gli attentati terroristici continuano e l’inflazione arriva a superare il 20 %, l’Italia esce ripetutamente dal Sistema monetario europeo. Negli anni 70 si susseguono tre recessioni nel 1971, 1975 e 1977 e tuttavia il tasso medio di crescita si aggira attorno al 3,7%; poi arriva la lunga recessione dei primi tre anni 80; nel secondo semestre 1983 l’Italia riesce ad agganciare il ciclo internazionale, la nave va ma la crescita annua del decennio scende al 2,5%.

Dieci anni dopo siamo punto e accapo, nell’Estate 1992 la lira esce dal sistema monetario europeo e il governo Amato è costretto a fare una manovra da 90 mila miliardi per stabilizzare il cambio e l’economia. Nel 1996 il governo Prodi deve fare un’altra manovra per entrare nell’euro.   Si continua a parlare di programmazione negoziale proponendo patti territoriali e contratti d’area ma detti istituti non vengono attuati bene come non viene attuata la seconda parte dei protocolli sulla politica dei redditi del 1992 e 1993.   In quest’ultimo anno, si abroga l’Agensud che aveva sostituito la Cassa del Mezzogiorno – dipinta come il vaso di Pandora di tutti i mali – e declinano gli investimenti pubblici e privati anche nel Mezzogiorno. A fronte della crescita del debito pubblico la soluzione accettata come naturale è quella delle privatizzazioni anche perché nel frattempo tutta la sinistra europea fa propri i paradigmi neoliberisti. Nel 1994 vince il centro-destra e Bossi ottiene l’abrogazione dell’intervento straordinario nel Mezzogiorno. Il governo Dini si impegna soprattutto nella riforma delle pensioni mentre il successivo governo Prodi riesce a farci superare l’esame di ingresso nell’Unione economica e monetaria. Con riguardo al Mezzogiorno si opera l’inserimento della legislazione sull’intervento straordinario nelle procedure ordinarie del bilancio dello Stato – operazione che occupa ben quattro anni. Ricordare quello che è successo negli anni 90 è essenziale per capire quello che succederà anche nei primi due decenni del XXI secolo. Negli anni 90 si riformano i sistemi elettorali, per merito dell’On. Bossi leader della Lega Nord, inizia un contrastato processo di riforma dello Stato nella direzione di un assetto federale – ancora non compiuto. Le leggi Bassanini propongono l’anticipazione del federalismo passando per il federalismo amministrativo, ossia, decentramento, delegificazione, semplificazione delle procedure, formazione del personale, telelavoro, riforma della Presidenza del Consiglio dei ministri, Autorità amministrative indipendenti, spoils system, ecc.. Inizia un lento e travagliato processo di risanamento dei conti pubblici che a fronte delle ripetute crisi congiunturali anche di origine esterna, all’inizio e alla fine del decennio, contribuisce a dare un’impronta strutturale alla bassa crescita dell’economia italiana – 1,5% tasso medio annuo del decennio – che si ragguaglia ad un misero 0,23 negli anni 2000 per diventare negativo in questo secondo decennio- ormai un evento ineluttabile anche per via delle conseguenze della crisi del coronavirus.

La mancata attuazione del federalismo lascia anche le Regioni in mezzo al guado e abbarbicate alla gestione della funzione sanitaria, senza vera autonomia finanziaria, senza risorse per gestire al meglio la formazione, le politiche attive del lavoro, senza consapevolezza che una più generale recupero della competitività del sistema Italia passa anche attraverso il rilancio dell’economia meridionale, la ricerca e l’innovazione, una nuova politica industriale, la digitalizzazione e la conversione ecologica dell’economia, in sintesi, lo sviluppo sostenibile.   Oggi l’Italia deve affrontare le sfide poste dal cambiamento tecnologico e da quello demografico – ora nel bel mezzo di una pandemia e di una recessione economica. Si richiede un piano organico di interventi dal lato della domanda e dell’offerta, alias, si richiede una pianificazione strategica quella che una volta chiamavamo PPBS (planning, programming, budgeting system) di cui pochi parlano oggi perché prevale la veduta corta dei politici. Non si pensa né alla pianificazione né alla programmazione di medio termine perché come vediamo ogni anno a fatica si riesce a varare con voto di fiducia su un   maxiemendamento presentato all’ultimo momento la legge di bilancio e le proiezioni triennali del DEF e del PNR restano scritte nella sabbia.

La rapina dei fondi che dovrebbero andare al Sud e che con il criterio della spesa storica vengono dati al Nord è resa operativa per i ritardi nell’attuazione del federalismo. Voglio ricordare che il problema era stato affrontato nella legge delega n. 133/1999 che prevedeva un periodo transitorio di soli tre anni per arrivare ai fabbisogni e costi standard.  Prevedeva anche nuovi sistemi perequativi lasciando fuori da essi il finanziamento della sanità che essendo un bene pubblico nazionale doveva avere una logica diversa. Fu emanato il d. lgs. n. 56/2000 ma anche questo decreto non venne attuato perché i Presidenti delle regioni preferirono negoziare patti della salute annuali. Poi arrivò nel 2001 la riforma del Tit. V.  Ma ci sono voluti altri 8 anni per arrivare alla legge n.42/2009, nel bel mezzo della doppia recessione 2009-2012. Il progetto di riforma avviato da questa legge era incentrato sul coordinamento della finanza pubblica e sul passaggio dalla spesa storica ai fabbisogni determinati secondo i costi standard ma dieci anni dopo siamo ancora ad una Commissione che sta studiando il problema. Le regioni hanno le loro colpe ma la colpa principale, a mio giudizio, resta con i governi centrali e le maggioranze che si sono succedute nel tempo. Inoltre vedo un collegamento con le esperienze di spending review sempre affidate a Commissioni di esperti esterni e non ai dirigenti delle pubbliche amministrazioni. Se si fosse solta la spending review sul serio attraverso un’attività ordinaria e sistematica non solo a livello centrale ma anche sub-centrale e se avessero funzionato sul serio le migliaia di nuclei di valutazione della efficacia delle varie politiche pubbliche avremmo avuto tutti i dati per costruire fabbisogni e costi standard, e livelli essenziali delle prestazioni. Invece no. C’è sì un grosso problema di distribuzione delle risorse – come sottolinea instancabilmente Napoletano – ma c’è anche un problema di capacità di spesa, di valutazione dell’efficienza, economicità e efficacia di detta spesa. Come del resto c’è anche un problema di accertamento delle entrate tributarie in maniera equa ed efficiente. C’è in sintesi un grosso problema di efficienza della pubblica amministrazione a tutti i livelli di governo. Napoletano loda ripetutamente questo governo per avere avviato l’operazione verità sulla questione meridionale e fa bene a farlo. Critica le classi politiche locali del Nord e del Sud ma a fronte della crisi sanitaria e della conseguente e imminente recessione economica di cui Napoletano non si occupa perché aveva chiuso il libro prima, purtroppo, reputo basse le probabilità che questo governo possa trovare l’accordo per la revisione attenta dell’art. 117 Cost. e l’attuazione prioritaria del successivo art. 119 sui meccanismi perequativi necessari e fondamentali nell’attuazione del federalismo.  Un paese non può restare in mezzo al guado per 25 anni.

@enzorus2020

UNA COINCIDENZA INVOLONTARIA DI Livio Zanotti

La pandemia Covid19 ha allineato (senza in null’altro avvicinarli) le politiche sanitarie dei presidenti di Messico e Brasile, i due massimi giganti industriali latinoamericani e maggiori partners commerciali dell’Italia nella regione. Fieri avversari in tutto e per tutto, di fronte alla sfida mortale del coronavirus lo scettico populista di sinistra Andrés Manuel Lopez Obregon e l’ultra religioso evangelico Jair Bolsonaro, estremista di destra, hanno compiuto analoghe valutazioni riduzioniste dei pericoli sanitari che hanno di fronte. Privilegiano le preoccupazioni per i rispettivi sistemi produttivi e conti pubblici, che attraversano gravi difficoltà, rispetto a quelle per la salute dei loro cittadini, in non minor pericolo. Entrambi resistono a dichiarare la quarantena nazionale decisa invece da altri paesi per contenere i contagi, a cominciare dall’Argentina, che immediatamente li segue per abitanti e prodotto interno lordo (PIL).

La spiegazione di questa sorprendente coincidenza cosi come delle decisioni in senso contrario o di quelle intermedie di altri governi si ricava dal contesto generale dell’America Latina, dolorosamente marcato dalle ineguaglianze tra paese e paese, città e campagne, classi sociali e individui. Nella relativa fragilità dei suoi diversificati ma sempre insufficienti livelli di sviluppo, dei sistemi istituzionali, nella scarsa integrazione culturale e sociale dei suoi quasi 700 milioni di abitanti. Come del resto, al netto delle differenze, in altre zone del mondo, non escluse le più tecnologicamente avanzate. Se la maggioranza dei lavoratori dell’Ilva di Taranto preferiscono il rischio del cancro alla certezza della disoccupazione, non può stupire un’analoga tendenza in zone in cui l’economia informale, cioè il lavoro nero, costituisce il 30/40 per cento del totale. Era esattamente così anche nel celebrato Giappone del boom economico di fine secolo scorso.

Diversi, tuttavia, politiche sociali e temperamenti dei due capi di stato. Pur manifestando entrambi tendenze autoritarie, che del resto non mancano certo di precedenti nella storia dei loro paesi, Lopez Obrador giustifica il proprio azzardo nello sperare che il Covid19 non invada il Messico con la medesima virulenza con cui lo ha fatto nella lontana Europa e nei confinanti Stati Uniti, proteggendo in qualche misura i cittadini maggiormente esposti. E lo fa con provvedimenti insufficienti ma coerenti. Bolsonaro esibisce un ottimismo messianico insieme a un’indifferenza per la sorte altrui e il mondo del lavoro subordinato specialmente, che gli provoca critiche di suoi ministri e generali. Ai quali egli ribatte con accuse di tradimento e personalismo. Salvo poi dover rinnegare le affermazioni più incaute (“Si qualcuno morirà… Mi dispiace… Mia madre ha 92 anni, ci potrebbe lasciare…”) e -costretto dal suo stesso partito- fare marcia indietro sull’idea di sospendere dal lavoro senza salario decine di migliaia di operai.

I governatori di due stati-chiave come San Paolo e Rio de Janeiro hanno proclamato la massima emergenza. Devono far fronte a centinaia di infettati conclamati e alle prime decine di morti. Ma sanno che la realtà è infinitamente più grave. Le città capoluogo d’entrambi gli stati sono intersecate da molte decine di favelas che alloggiano precariamente milioni di persone d’ogni età e sono prive di servizi igienici e sanitari affidabili. Non è eccezionale che nelle case manchi anche l’acqua corrente. Potrebbe verificarsi una catastrofe umanitaria senza rimedio. Il socialdemocratico Joao Doria, da Rio, il socialcristiano Wilson Witzel da San Paolo, e altri 27 governatori, alcuni suoi alleati politici, sollecitano Bolsonaro a concordare urgentemente misure adeguate. Lui, preoccupato d’ogni eventuale concorrente, risponde attraverso la CNN che stanno solo “pensando con eccesso di anticipo a prepararsi la loro campagna elettorale”.

Il suo ministro dell’Economia ha intanto ridotto a zero le stime di crescita per l’anno in corso. Ma autorevoli istituzioni private e i mercati finanziari annunciano invece una forte recessione. La Fondazione Getulio Vargas (FGV) afferma che la maggiore economia del subcontinente rischia di retrocedere del 4,4 per cento nel 2020, per scendere ancora nei successivi 3 anni. In anticipo su una vertenza che con ogni probabilità avrà una portata globale, viene avvertito in Brasile e pubblicamente discusso l’insorgere di una esasperata competizione tra salari e profitti. Con una disoccupazione all’11,2 per cento e l’aggravamento della congiuntura determinato dalla pandemia, molte imprese stanno riducendo produzione, orario di lavoro e personale. Compagnie aeree, automobilistiche (Wolkswagen, Mercedes, Ford, GM), petrolchimiche a cominciare dalla stessa Petrobras, sollecitano aiuti dello stato.

Non soltanto, ma certamente in America Latina le legislazioni vigenti non appaiono in grado di soddisfare e neppure contenere le necessità create dalla pandemia. Tanto meno con la necessaria urgenza. I governi legiferano dunque per decreto. Non mancano di giustificazioni. Ma sebbene sotto stress e comunque evitando in generale psicosi cospirative, l’opinione pubblica non tace preoccupazioni e perfino allarmi per l’emarginazione di fatto delle normali procedure democratiche, già insoddisfacenti. Il liberalismo politico, l’economia di mercato e le istituzioni democratiche, che con maggiore o minore sensibilità sociale o anche semplicemente umanitaria hanno alimentato e sostenuto l’egemonia culturale dell’Occidente dal secondo dopo-guerra a oggi, visti dall’estremità latinoamericana appaiono disconnessi e in qualche punto a rischio di vacillare.

Livio Zanotti