Note sulla società signorile di massa in Italia

Luca Ricolfi, La società signorile di massa, La nave di Teseo, 2019

Ricolfi definisce la società signorile di massa: “una società opulenta in cui l’economia non cresce più e i cittadini che accedono al surplus senza lavorare sono più numerosi dei cittadini che lavorano” e godono di consumi opulenti. La transizione verso la società opulenta – secondo Ricolfi – è avvenuta tra gli anni 80 e i primi 2000. Detta società si fonda su tre pilastri:

 1) enorme ricchezza reale e finanziaria; il mancato contenimento della crescita del debito pubblico che si è verificata negli anni ’80 ha contribuito ad alimentare la ricchezza finanziaria delle famiglie; successivamente l’adesione all’euro e la riduzione dei tassi di interesse ha consentito a molte famiglie di accedere a mutui a basso costo consentendo ad alcune l’acquisto di case e ad altre il raddoppio del loro patrimonio immobiliare;

 2) la distruzione della scuola e dell’Università; distruzione è termine a mio giudizio alquanto esagerato utilizzato da Ricolfi che la imputa: a) all’introduzione della scuola media unica (1962); b) alla liberalizzazione degli accessi all’Università e alle varie Facoltà (1969); c) al già dilagante donmilanismo (1967); d) agli effetti deleteri dell’abbassamento degli standard dei percorsi di studio. Anche a me sembra innegabile un certo declino ma non è questa la sede appropriata per approfondirne le cause.   

3) la presenza di una infrastruttura paraschiavistica e di tipo schiavistico vero e proprio (pp. 47-48) che non riguarda solo gli immigrati ma anche i lavoratori italiani poco qualificati, stagionali e di soggetti costretti a lavorare in nero o in condizioni di totale illegalità anche per via del reclutamento fatto dai caporali (71-72). La circostanza è stata confermata dalla ministra Catalfo in occasione della presentazione del Rapporto sul mercato del lavoro[1].

Nel mercato del lavoro Ricolfi individua sette segmenti di cui il primo si riferisce a: lavoratori stagionali per lo più africani ma anche italiani per la raccolta dei pomodori, delle olive, degli agrumi, e di varie specie di frutti e ortaggi. Il secondo riguarda la prostituzione femminile per lo più straniera controllata da organizzazioni criminali più o meno strutturate. Il terzo è costituito per lo più da donne che prestano servizi alle famiglie. Risultano censite dall’INPS solo 865.000 persone, ma secondo la Fondazione Leone Moressa il settore occuperebbe circa due milioni di persone. Il quarto segmento sarebbe costituito da “dipendenti in nero, addetti a mansioni pesanti, usuranti o sgradevoli, sottopagati, licenziabili in ogni momento”.  In concreto, si tratterebbe di braccianti diversi da quelli del segmento 1, di lavoratori dell’edilizia spesso privi di contratto, di addetti alle consegne di elettrodomestici, mobili e beni pesanti. Il totale dei lavoratori occupati in questi quattro segmenti è stimato attorno ai 3 milioni di persone. Ci sono quindi posizioni lavorative border line dove non c’è un “classico rapporto di signoria” ma si “configurano ugualmente condizioni di fragilità e subordinazione estreme”. Quindi Ricolfi individua un quinto segmento: spacciatori e/o tossicodipendenti al servizio delle organizzazioni criminali che controllano la distribuzione di droghe di vario tipo e qualità. Il sesto segmento è quello dei lavoratori impiegati nella c.d. GIG economy (lavoretti con guadagni insignificanti garantiti), gestiti da un algoritmo o con contratti-capestro, pagati a cottimo a seconda del numero delle consegne e della distanza e senza tutele. Il settimo segmento è costituito da lavoratori impegnati servizi esternalizzati da enti pubblici e privati in particolare pulizia di uffici e treni, sorveglianza e portierato, trasporti, istruzione, sanità e assistenza.  Servizi affidati a imprese sociali e a cooperative del c.d. terzo settore che – in spregio di una nobile tradizione – non di rado – praticano bieco sfruttamento. Anche nel c.d. terzo settore ci sono luci e ombre[2].        

Vediamo ora quali sono i consumi opulenti degli italiani “signori”: quelli che mangiano spesso fuori e spendono 83 miliardi (dato relativo al 2017): 18 milioni in fitness che frequentano palestre, spa, centri benessere, ecc.; 55 milioni di italiani connessi con smartphone; quelli che abusano di bevande alcoliche e praticano il binge drinking (assunzione smodata di alcol); quelli (circa 16 milioni di soggetti non sempre benestanti) che spendono 107 in giochi d’azzardo pari all’incirca alla spesa sanitaria nazionale; quelli che hanno doppie e triple case; ecc.. vedi tabella di sintesi a pag. 126. In buona sostanza, Ricolfi conferma la tesi di Geminello Alvi (2006)[3] secondo cui la Repubblica è fondata non sul lavoro ma più realisticamente sulle rendite più o meno parassitarie anche se è un po’ azzardato considerare tali tutte le pensioni di vecchiaia ed anzianità. Ricolfi spiega il più alto numero (25%) di NEET in Europa anche con la tesi dei giovani “bamboccioni” che si trovano bene a casa e non fanno alcuno sforzo per uscirne e trovarsi un lavoro che consenta loro una vita autonoma.  Da un lato può essere visto come un segno di prosperità, dall’altro, di sottosviluppo culturale. Se è fondata la tesi della società signorile di massa che per l’appunto interessa il 52% degli italiani in età lavorativa, è naturale che tra di essi ci siano anche i NEET alcuni almeno in parte per necessità altri per comodità e/o per usufruire di posizioni di rendita; queste ci sono nella società e, quindi, anche nelle famiglie benestanti, quelle con reddito medio di 46 mila euro ed un patrimonio medio di 390 mila euro. Con questi dati, l’Italia demograficamente in declino (con più anziani e meno giovani) si colloca al 4° posto per patrimonio su 14 paesi membri dell’Unione europea.  

Se il “giovin signore” è quello che Ricolfi descrive a p. 161, nessuno gli ha rubato il futuro; è lui che non ci pensa; è lui l’epicureo che, nel suo piccolo, persegue il carpe diem e rimuove il futuro. È lui che non vuole uscire di casa, prende la vita così come viene. E così “scompare l’idea di aspettare, di investire in imprese che comportino un’evoluzione lenta e una fatica”[4]. Prevale la gente dalla veduta corta che quindi non è solo appannaggio dei politici.

Ma le conseguenze di una società signorile di massa, negli ultimi decenni sostenuta dall’imperante ideologia neoliberista in Europa, non si limitano ai consumi opulenti e alla ossessiva cura di sé; Ricolfi  scrive: “in una società altamente individualista, è inevitabile che la cultura civica, intesa come volontà di spendere tempo e risorse per il bene comune, finisca per appassire e, prima o poi, ci si trovi tutti a giocare in proprio  o, per dirla con la celebre analisi di Robert Putnam, a giocare a Bowling da soli”[5]. Oppure c’è lo snaturamento della condivisione che grazie agli smartphone ormai è ridotta allo scambio di foto, di tweet, di like, di fake news, ecc. Si riduce la solidarietà, aumenta il deficit di empatia, si introduce il politicamente corretto, ma nella sostanza si assiste ad un serio declino di cultura civica. Ora se un Paese, una città, una fabbrica, un ufficio è una comunità di interessi e di destino, ma se prevalgono individualismo e la veduta corta, è chiaro che il futuro del Paese viene compromesso. E le cause non sono solo le teorizzazioni della decrescita felice – già presenti negli anni 60 e 70 – né l’eccesso di normazione che avrebbero annullato i benefici del progresso tecnico (p. 208).

Qui l’analisi di Ricolfi mostra un punto di debolezza. È del 1972 il Rapporto sui Limiti dello sviluppo, commissionato nel 1968 da Aurelio Peccei del Club di Roma all’MIT e già allora c’erano le teorizzazioni di Georgescu Roegen, di Illich , di Gorz ed altri. Il tema fu toccato anche da Altiero Spinelli nel suo intervento introduttivo al Convegno di Venezia (aprile 1972) su Industria e società ma allora i sostenitori della decrescita si spingevano a dire che i paesi ricchi non dovevano cercare alti tassi di sviluppo.  Diverso il discorso successivo sulla capacità degli europei di trarre i vantaggi dal progresso tecnico. È bene rendersi conto che questo non opera o non si diffonde spontaneamente e/o autonomamente. Va implementato nelle fabbriche e negli Uffici. Sul tema si è soffermato nell’audizione al Parlamento europeo (11-09-2003) il candidato alla presidenza della Banca centrale europea Jean Claude Trichet rispondendo alla domanda di un componente della Commissione problemi economici e monetari, e dicendo che noi europei abbiamo difficoltà ad applicare le nuove tecnologie specie se prodotte altrove. E le difficoltà sono maggiori in Italia se il sistema produttivo conta circa 6 milioni di imprese, se i servizi pubblici e privati sono inefficienti, se è scarsa la capacità di studiare l’organizzazione scientifica del lavoro e di motivare le persone a dare il meglio di sé nel lavoro e nel tempo libero. Non voglio negare che ci sia un eccesso di normazione in Italia dove negli ultimi decenni è prevalsa l’idea che i problemi si risolvono approvando sempre nuove leggi senza nessuna preventiva analisi delle cause che non hanno consentito a quelle esistenti di esplicare i propri effetti, senza che nessuno si occupi della congrua e coerente applicazione di quelle nuove nel tempo che raramente coincide con quello dei governi che le hanno promosse. Se così, molte  nuove leggi non risolvono alcun problema, creano confusione circa le norme specifiche da applicare e, non di rado, ritardano le decisioni di chi deve decidere a qualsiasi livello di governo. Senza trascurare che, in non pochi casi, l’incertezza sulla normativa da applicare è un buon alibi per non assumere decisioni a volte impopolari.

Per fare un esempio che riguarda la struttura paraschiavistica ben rappresentata da Ricolfi, a me non risulta che ci sia un eccesso di normazione sul caporalato, sull’economia sommersa e sull’evasione contributiva. Il problema è che non si fanno controlli sul rispetto delle leggi e non sorprende che l’economia sommersa si aggiri attorno ai 211 miliardi pari al 12,1% del PIL nonostante i numerosi provvedimenti di incentivazione per l’emersione del sommerso.

Nella stessa linea non condivido la citazione di Giuseppe Schlitzer che chiama in causa il processo di decentramento e le leggi Bassanini del 1997 come fattore principale della brusca inversione di tendenza della produttività a parte dalla metà degli anni 90[6].

Si dà il fatto che il decentramento non solo amministrativo ma soprattutto politico mira o dovrebbe mirare alla ricerca di maggiore efficienza allocativa soprattutto nel settore pubblico. La bassa produttività delle imprese e dei servizi privati non solo della gran parte dell’industria manufatturiera non dipende dalle competenze concorrenti di cui all’art. 117 novellato e/o dall’eccesso di normazione all’interno delle aziende pubbliche e private ma dall’assenza di politiche industriali all’altezza dei problemi, dall’assenza di strutture centrali e/o periferiche che si occupino di programmazione dello sviluppo. E questo per colpa in primo luogo del governo italiano e dell’Unione europea governata da oltre tre decenni da politiche neoliberiste.

Che Francia e Belgio si avvicinino alla società signorile di massa non dipende certo dal nuovo assetto federale del Belgio che ne ha salvato l’unità. Francia e Italia non sono più né classici stati centralizzati né assetti genuinamente federali come la Germania, la Svizzera, il Canada e gli USA. Stanno in mezzo al guado e hanno abbandonato ogni seria attività di programmazione della crescita.  Che in Italia la produttività e la crescita ristagnino, a mio giudizio, dipende innanzitutto dal basso livello degli investimenti pubblici e privati in calo sistematico dagli anni 70, dalla scarsa capacità di innovazione, dalla scarsa qualità del management pubblico e privato a cui abbiamo accennato sopra. Non ultimo dalle politiche europee degli ultimi decenni che hanno individuato come principale riforma strutturale la svalutazione interna dei salari e a flessibilità del mercato del lavoro entrambe mirate a guadagnare competitività attraverso la riduzione del costo del lavoro. Dipende dalla scelta delle imprese più dinamiche di delocalizzare nei paesi dentro e fuori l’Unione sempre allo scopo di risparmiare sul costo del lavoro. Supponiamo per assurdo che la tesi di Ricolfi sia fondata, che facciamo torniamo indietro allo stato centralizzato? I primi 140 anni di storia unitaria con un uno stato centralizzato ed autoritario ci dicono che il record è negativo e per di più la scelta sarebbe antieuropea perché l’Europa vuole essere l’Europa delle regioni e, prima o poi, diventerà un assetto federale compiuto. 

Ricolfi teme che la stagnazione di produttività e crescita si trasformi in declino economico. Purtroppo non si tratta solo di temere. Se uno prende i tassi annui di variazione (%) del PIL e della domanda interna (a prezzi concatenati, anno di riferimento 2010) si vede che la media annua di crescita per il periodo 2001-2018 è pari allo 0,2 (crescita cumulata 3,8); investimenti fissi lordi una media annua del -0,4% (decrescita cumulata: -6,5%). Certo c’è ancora lo 0,2 positivo del PIL ma il calo degli investimenti non promette niente di buono[7]. Siamo in stagnazione secolare e il declino della crescita va avanti da circa 50 anni[8], prima o poi, passerà a valori tutti negativi. E, secondo me, il peggio è che non si tratta solo di declino economico, ma anche civile e culturale e, non ultimo, di etica pubblica. C’è nel paese un clima di diffusa illegalità, corruzione, familismo amorale. Declinano scuola e università e, come argomenta bene Ricolfi, c’è in azione un apparato paraschiavistico che sostiene per ora la maggioranza degli italiani che non lavora. Italiani che sono tra i popoli più vecchi del mondo e, come noto, l’invecchiamento inevitabilmente abbassa la produttività. Che cosa serve di più? La nostra classe dirigente pubblica e privata è in grado di contrastare il declino?

Note e riferimenti bibliografici

  1. Al CNEL l’11-12-2019 è stato presentato il Rapporto sul mercato del lavoro e la contrattazione. E’ intervenuta la ministra del lavoro Catalfo che non ha negato l’esistenza della schiavitù in Italia e ha aggiunto che si stava provvedendo con il rafforzamento dei centri per l’impiego.
  2. Sul punto vedi Giovanni Moro, Contro il non profit, editori GLF Laterza, 2014.
  3. Geminello Alvi, Una Repubblica fondata sulle rendite. Come sono cambiati il lavoro e la ricchezza degli italiani, Mondadori, Milano, 2006.
  4. L’affermazione di Ricolfi è confermata da analisi di una Indagine di AlmaLaurea secondo cui solo il 7,1% dei laureati è fondatore di un’impresa. Vedi AlmaLaurea, Laurea e imprenditorialità, Executive Summary, Dicembre 2019 in collaborazione con Dipartimento di Scienze Aziendali, Università di Bologna e UnionCamere, Roma.
  5. R.D. Putnam, Bowling Alone. The Collapse and Revival of American Community, New York, Simon &Schuster 2000 (trad. it. Capitale sociale e individualismo, il Mulino, Bologna, 2004).
  6. Vale la pena riportare le frasi virgolettate   con le quali Schlitzer – a detta di Ricolfi – collegherebbe decentramento amministrativo e caduta della produttività: “Guarda caso proprio nel corso degli anni novanta si dà avvio a un cambiamento radicale dell’assetto istituzionale dello Stato italiano. Con la legge Bassanini del marzo 1997 inizia il processo di decentramento dello Stato italiano, noto anche come ‘devolution’. Questo progetto, condiviso da tutti i partiti politici, verrà portato a termine nel 2001 con la riforma del Titolo V della Costituzione. In nessun altro paese europeo, ad eccezione del Belgio che nel 1993 è divenuto uno stato federale, si è assistito ad un processo di decentramento fiscale e amministrativo di simile portata a favore delle regioni”. Se così  Schlitzer finisce con l’ignorare che la Costituzione del 1948 prevede uno stato regionale e che, dopo quelle a statuto speciale, quelle a statuto ordinario sono state attuate nel corso degli anni 70 del secolo scorso e che la riforma del 2001 ha prodotto una redistribuzione delle competenze più rigorosa rispetto a quella originaria del 1948 che subordinava le competenze legislative delle RSO alla emanazione di leggi generali che definissero i principi generali da attuare nella materia.    Per la verità, devo dire che la citazione di Ricolfi non è del tutto corretta perché Schlitzer attribuisce la brusca inversione della produttività a metà anni 90 a concomitanza di diversi fattori anche economici. Inoltre negli anni 90 non c’è stato nessun cambiamento radicale dell’assetto istituzionale dello Stato italiano e, per la verità, neanche dopo la riforma del 2001, come noto rimasta in gran parte non attuata. 

7  Vedi Note di sintesi della presentazione del Rapporto SVIMEZ 2019 sull’economia e la società del Mezzogiorno, Roma 4 novembre 2019: 13.

8 Il declino è temuto tra gli altri da Vito Tanzi nel suo libro (2015), Dal miracolo economico al declino? Una diagnosi intima, Jorge Pinto Books, New York, 2015.

Ciccarone Giuseppe e Enrico Saltari, Riforma della contrattazione o incentivi agli investimenti per far crescere la produttività, www.nelmerito.Com; 1 luglio 2008;

Saltari Enrico e Travaglini Giuseppe, Le radici del declino economico. Occupazione e produttività in Italia nell’ultimo decennio. Postfazione di Marcello Messori, Utet Università, 2006.


La legge sulla riduzione del numero dei parlamentari va bocciata.

La riduzione del numero dei parlamentari, proposta dal M5S, è oggi legge costituzionale approvata da questa maggioranza politica. Tuttavia resta una riforma vecchia che guarda al passato e non al futuro come dovrebbe.

Visto che siamo inseriti e vogliamo restare nell’Unione Europea possiamo abrogare il Senato e, al limite, il Presidente della Repubblica. Devo precisare che, da circa un quarto di secolo, siamo coinvolti in un processo di trasformazione del nostro sistema istituzionale in senso federale, e la proposta è stata sempre quella di un Senato federale. Da circa 10 anni detto processo è bloccato per via della grande crisi economica e finanziaria che, anche negli Stati federali, di norma, impone un maggior ruolo del governo federale e quindi un processo di centralizzazione. Il nuovo Piano di rilancio dell’economia europea proposto dalla Commissione europea va in questa direzione.

Anche nella riforma Renzi c’era una chiara svolta centralista perché, non avendo avuto il coraggio di mettersi contro la classe politica regionale e dei sindaci che è ben più numerosa e radicata di quella centrale attuale, in nome del superamento del bicameralismo paritario, aveva proposto qualcosa che non era un vero senato federale ma un senato con rappresentanti delle regioni e dei comuni. Un vero papocchio o una camera di serie B non eletta direttamente dai cittadini.

Vengo al mio punto centrale. Se l’Unione Europea, in fatto, è già uno stato federale in fieri e non può essere diversamente visto che abbiamo una moneta unica, una politica economica e finanziaria fortemente coordinata e sorvegliata, con consistenti sanzioni in caso di violazione delle regole fiscali, è chiaro che i compiti dei governi sub-centrali sono consistentemente ridotti anche se restano notevoli compiti di coordinamento e, quindi, i compiti legislativi potrebbero essere svolti più speditamente da una sola Camera.

 Se le costituzioni sono costruite per il futuro, bisognerebbe tener conto che nei sistemi federali veri e propri (Australia, Canada, Repubblica federale tedesca, Svizzera, USA) di norma non ci sono seconde camere né presidenti della repubblica a livello sub-centrale. Fanno eccezione gli USA, con riguardo alle prime, per via delle peculiari modalità in cui si è la Convenzione con il Compromesso di Filadelfia nel 1787 e costruito nel tempo lo Stato federale.

In un assetto istituzionale di stampo federale com’è quello europeo – in buona parte ancora da portare a compimento – la collocazione appropriata del Senato sarebbe al centro al posto dell’attuale Consiglio europeo che io considero il cancro delle istituzioni europee. Non si può costruire un vero Stato federale prevendo in capo ad esso i capi di Stato e di governo dei paesi membri che deliberano all’unanimità. E come se il governo di Roma fosse formato dai presidenti delle regioni. Immaginate quale cacofonia!

Se si tiene conto di queste esperienze e del fatto che anche nella Unione europea parte della legislazione primaria è competenza delle istituzioni comunitarie, la soluzione migliore sarebbe l’abrogazione totale del Senato e possibilmente una riduzione limitata del numero dei deputati. Dico limitata perché in Italia prevale la prassi secondo cui i problemi del paese si risolvono approvando una nuova legge e, nel nostro paese, si legifera non per principi generali ma cercando di prevedere tutte le fattispecie possibili. Missione impossibile in una società molto dinamica, nell’era della digitalizzazione e della globalizzazione. Una seconda osservazione riguarda le modalità di selezione dei candidati lasciate nelle mani delle oligarchie centraliste di quelle strutture che una volta si chiamavano partiti che, in molti casi, applicavano criteri selettivi più rigorosi. Oggi per via anche del leaderismo e della personalizzazione della politica molti candidati vengono scelti sulla base della presunta fedeltà al leader. Ne consegue che, non di rado, sono scelte persone senza previa esperienza politica e/o amministrativa ai livelli sub-centrali di governo e, per lo più, incompetenti. Non è un fenomeno solo italiano; caratterizza il funzionamento dei sistemi politici a livello generale tanto da far dire a molti politologi che viviamo nell’era dell’incompetenza. “Uno vale uno” sostengono molti politici populisti. Quindi il vero problema non è la quantità dei componenti delle camere legislative o degli organi amministrativi ma la qualità, la professionalità, la specializzazione tematica e l’esperienza operativa delle persone che vanno ad animare le istituzioni.    

Sappiamo che il M5S alla democrazia rappresentativa preferisce quella diretta che però meglio si addice al livello locale e non al livello centrale e, meno ancora, al livello sovranazionale. A nulla è valso che esponenti parlamentari dei 5S nell’ottobre 2018 parteciparono a Roma ad un convegno organizzato per loro dall’Istituto svizzero proprio per illustrare loro il caso della Svizzera ritenuta da molti politologi di fama come una delle più avanzate democrazie del mondo dove a livello locale si pratica la democrazia diretta.

Oggi la proposta del M5S è legge costituzionale e, come tale, sottoposta al giudizio degli elettori. Non c’è stato molto tempo per riflettere attentamente su tutte le implicazioni negative di detta legge che in prima approssimazione riduce la rappresentanza e la rappresentatività del Parlamento. Già questa semplice considerazione, a mio giudizio, è per me motivo sufficiente per votare NO.

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Le 4-5 nuove imposte sulle quali Piketty costruirebbe il fisco europeo.

La teoria secondo cui i fallimenti dello Stato sono più gravi di quelli del mercato viene in fatto confermata dal Crollo del muro di Berlino 1989 e dall’implosione dell’Unione sovietica 1990-91 costretta ad un forte aumento della spesa per gli armamenti per rispondere a quella messa in atto da Reagan negli USA (scudo spaziale, ecc.). Piketty osserva che, in qualche modo, la Guerra fredda e, successivamente, la coesistenza pacifica ma competitiva aveva stimolato i partiti socialdemocratici a tenere in più alta considerazione i diritti sociali delle classi lavoratrici. In fondo, i c.d. trenta gloriosi (1945-75) coincidono con lo sviluppo dei sistemi welfaristi nei principali paesi dell’Europa occidentale e negli stessi paesi del blocco sovietico.  Con il crollo di quest’ultimo sistema (1990-91), i partiti socialdemocratici si convincono che la redistribuzione della ricchezza non è più la priorità o che essa poteva farsi agendo, in via principale, dal lato della spesa pubblica – in questa direzione fiancheggiati dal FMI e dalla Banca Mondiale.

L’ideologia (teoria e pratica) del mercato unico e della piena libertà dei movimenti dei capitali, delle merci, delle persone e dei servizi, l’abbandono in Europa della politica dell’armonizzazione a favore di quella della concorrenza fiscale proprio allo scopo di ridurre il ruolo dello Stato nell’economia e nella società portano ad un forte aumento delle diseguaglianze dei redditi e dei patrimoni. Ai processi di massicce privatizzazioni dei patrimoni si collegano anche fenomeni molto gravi di corruzione sia ad Est che ad Ovest ma questo è solo un effetto collaterale.

Questo profondo cambiamento strutturale anche ad Occidente produce un ribaltamento nel sostegno elettorale dei partiti socialdemocratici europei. Analizzando il voto a favore delle sinistre Piketty osserva che gli elettori meno istruiti hanno smesso di votare per i partiti di sinistra. Nascono nuove categorie sociali: la sinistra intellettuale benestante e la destra mercantile. Nascono partiti c.d. social nativisti, da un lato, ad Est a causa della “pesante delusione post-comunista e anti-universalista che genera una forte deriva identitaria”, dall’altro lato, ad Ovest per via di una organizzazione economica mondiale del tutto inadeguata a gestire politiche economiche coordinate in grado di assicurare lo sviluppo sostenibile e il contenimento delle diseguaglianze crescenti. In Italia e nei paesi mediterranei l’immigrazione alimenta il social nativismo.  

A partire dagli anni 1980-90, i Trattati europei hanno codificato la concorrenza economica e fiscale tra gli Stati, da un lato, adottando una legislazione molto restrittiva sui c.d. aiuti di Stato, dall’altro, legittimando la presenza dei paradisi fiscali anche all’interno dell’eurozona. Le nuove tecnologie informatiche sono state messe al servizio dei ricchi. Volgendo lo sguardo al di là dell’Atlantico le riforme fiscali di Reagan (1986) e quella di Trump (2017)dimostrano, secondo Piketty, che i due Presidenti citati sono portatori di una ideologia mercantile nativista.

PQM Piketty rigetta l’utilizzo della categoria populismo perché i conflitti osservati in varie regioni del mondo ed in Europa sono molto complessi e multidimensionali e, come tali, non possono essere catturati dalle semplificazioni populistiche di destra e/o di sinistra. Non aiuta gran che né ad approfondire e comprendere i vari problemi né ad elaborare risposte adeguate.

La strada che Piketty suggerisce di percorrere è quella social federalista – costruendo anche un’Autorità fiscale internazionale – che dovrebbe recuperare le regole della democrazia maggioritaria a livello sovranazionale e ne detterebbe di nuove per combattere la concorrenza fiscale, l’evasione, l’elusione, il profit shifting. In via preliminare, Piketty si libera di una subordinata alla sua via social federalista: quella c.d. social localistica. Lui la definisce una trappola perché non autosufficiente in un mondo caratterizzato da forti interdipendenze economiche e finanziarie e può funzionare solo se inserita in un quadro più ampio social federalista, ossia, omogeneo. Infatti è chiaro che il vantaggio comparato dell’assetto federalista è quello di moltiplicare le sedi di partecipazione con cittadini sufficientemente attiviche si mobilitano per  far funzionare meglio il meccanismo della rappresentanza, alias, il rapporto agente-principale per cui gli agenti sotto la spinta di un maggiore controllo sociale terrebbero in maggior conto le  preferenze dei cittadini, e i loro bisogni pubblici dovrebbero risultare soddisfatti ai vari livelli di governo in maniera più efficiente ed efficace.

Personalmente non condivido l’attribuzione all’UE di uno status simile a quello di una organizzazione internazionale (1010-11). A me sembra più appropriato vedere l’attuale assetto istituzionale dell’UE più vicino al modello confederale che a quello federale a cui fa pensare il termine Unione. In ogni caso, si tratta di questione che va accertata non solo in termini di diritto formale (quello dei Trattati) ma anche in fatto. Abbiamo un mercato unico e una moneta unica meticolosamente regolamentati. Abbiamo le politiche economiche e fiscali formalmente decentrate ma anche queste fortemente regolamentate dal Patto di stabilità e crescita, come riformato nel 2011, dal Six-Pack, dal Two-Pack e dal Fiscal Compact, rectius, Trattato sulla stabilità, coordinamento e sulla governance, noto anche come Patto di bilancio. Se poi, in fatto, non si riesce a fare un effettivo ed armonico coordinamento delle politiche economiche questo non dipende dalle norme ma dall’assetto istituzionale di vertice (il Consiglio dei Capi di Stato e di governo) che politicamente non riesce ad assicurare unità di intenti.  Non ultimo tenendo presente che coordinamento non significa ricetta unica di politica economica e finanziaria.    

Questi cambiamenti strutturali nell’assetto politico istituzionale della UE aiutano a capire meglio il contesto politico-sociale su cui inserire il discorso sulla capacità fiscale da attribuire alle istituzioni centrali dell’Unione, alle modifiche da apportare ai Trattati esistenti, alle modifiche organizzative da operare nelle strutture operative necessarie a supporto e complemento di quelle dei singoli paesi membri. Non ultimo, alle previe azioni da condurre a livello internazionale ed interno per superare i vincoli stringenti che, fin qui, non hanno consentito di rendere operative le Direttive approvate e di ignorare ben 26 modifiche legislative in materia fiscale proposte dalla Commissione.

Come ho riportato nella prima recensione, per Piketty, il sistema tributario giusto per una società giusta si dovrebbe basare su tre imposte progressive: a) l’imposta progressiva sulla proprietà; b) sulle successioni; e c) quella generale sul reddito. Le prime due dovrebbero produrre un gettito pari al 5% del PIL che verrebbe utilizzato per finanziare la dotazione universale di capitale destinata ai giovani che compiono 25 anni. L’imposta progressiva sul reddito inclusiva dei contributi sociali e della carbon tax “coprirebbe” il 45% del PIL e finanzierebbe   tutte le altre spese pubbliche relative al reddito di base e al welfare. Piketty precisa che nel sistema tributario che propone non ci sono imposte indirette tranne quelle mirate a correggere esternalità negative come la citata carbon tax.

La proposta per il fisco europeo prevede di attribuire ad una Assemblea parlamentare – di cui ci occuperemo dopo – il potere di adottare 4 imposte comunitarie – e in via subordinata una 5a:

1) l’Imposta sugli utili delle società con aliquota del 15%;

2) una imposta rectius sovrimposta europea sugli alti redditi delle persone fisiche con due aliquote: 10% e 20% rispettivamente oltre i 200 e i 400 mila euro;

 3) una imposta comunitaria sui grandi patrimoni con due aliquote: 1% e 2% per patrimoni netti superiori a 1 e 5 milioni di euro;

4) imposta sulle emissioni di CO2 di 30 euro per tonnellata da rivalutare annualmente;

5) un’ulteriore imposta solo ipotizzata sulle successioni con due aliquote 10 e 20% per quote ereditate superiori a 1-2 milioni di euro.

Prospetta delle aliquote e delle cifre relative a redditi e patrimoni esemplificative per spiegare meglio la portata delle sue proposte. Le suddette aliquote si aggiungerebbero a quelle di competenza nazionale: un esempio, la sovrimposta comunitaria sugli utili societari del 15% potrebbe appoggiarsi sopra un’aliquota media a livello nazionale del 22%.

Con riguardo alla dotazione universale di capitale scrive che i giovani che in Europa, negli USA e in Cina compiono 25 anni, ogni anno, sono circa l’1,5% della popolazione adulta (in Francia circa 750-800 mila giovani su una popolazione adulta di circa 50 milioni). La dote universale verrebbe calcolata al 60% della ricchezza media per adulto, pari al 3-3,5 di reddito nazionale medio per adulto; quindi la dotazione di capitale si aggirerebbe sui 120 mila euro. Dice Piketty: “sarebbe come se tutti ricevessero una eredità”. Niente di nuovo sotto il sole, cita analoghe proposte del francese Condorcet, dell’inglese Thomas Paine – poi trapiantato in America- e altri.

Ha proposte emblematiche anche per le aliquote delle imposte sui redditi e sui patrimoni nell’ordine del 60-70% per quelli 10 volte superiori alla media; dell’80-90% per quelli oltre 100 volte superiori alla media. Si tratta di aliquote applicate per diversi decenni nel XX secolo in molti paesi ed, in particolare, negli USA e nel Regno Unito. Oggi, negli USA e in Francia, si applicano imposte sulla proprietà immobiliare nell’ordine dell’1% del valore, ma lasciando fuori la ricchezza finanziaria le prime risultano fortemente regressive sui patrimoni più piccoli.

A p. 1114, Piketty riprende l’analogia tra imposte progressive sui patrimoni netti e riforme agrarie del secondo dopoguerra quando stima in funzione illustrativa aliquote medie nell’ordine del 40-50%. Tenuto conto che a partire dagli anni 80-90 del secolo scorso i grandi patrimoni   sono cresciuti a tassi medi annui tra il 6-8% servirebbero aliquote di imposta del 5-10% per contenere o ridurre la concentrazione della ricchezza nella parte alta della sua distribuzione (1115).

Questi esercizi – ribadisce Piketty – si riferiscono a imposte progressive sui patrimoni, sui redditi e sulle quote ereditarie complessive con basi imponibili onnicomprensive dedotte le passività. In nota, per le imposte di successione, aggiunge che preferisce di evitare la tassazione del c.d. patrimonio globale del de cuius valutando, in caso di necessità, una imposta complementare su tutte le quote ereditate nel ciclo vitale. Riprende nella nota 49 p. 1116 l’esercizio numerico utilizzato sopra. 

Non c’è solo il problema dell’equilibrio dei conti pubblici ma anche quello del debito pregresso, in non pochi paesi, a livelli ritenuti troppo elevati.  Per l’ammortamento e riduzione del debito publico, Piketty non propone una mutualizzazione dei debiti attualmente in essere in testa ai PM dell’Eurozona ma un sistema che può essere utile non solo per l’Europa nel suo insieme ma anche per paesi in contesti diversi e/o a livello internazionale. La sua proposta prende le mosse da quella tedesca discussa nel 2012 sotto il titolo “Fondo europeo di redenzione del debito pubblico”. La differenza più rilevante della proposta del Nostro è che le decisioni sul da fare sono assunte dall’Assemblea parlamentare, in maniera trasparente, via via che i debiti si avvicinano alla scadenza e si deciderebbe quanta parte del debito sarebbe rifinanziato con emissioni di eurobond. Nel sistema proposto sono essenziali i conti separati “in modo che ogni paese membro continui a rimborsare il proprio debito ma a un tasso di interesse uguale per tutti”.

Per ridurre il debito pubblico Piketty ipotizza anche una imposta straordinaria sul patrimonio ma come strumento complementare non principale oppure il congelamento del DP a lungo termine con un tasso di interesse uguale o maggiore di zero come nel caso tedesco 1953 – poi del tutto cancellato nel 1991. Vedi nota 99 p. 1031

Si dice anche ottimista sul progetto dei paesi volenterosi per l’abrogazione dell’unanimità prevista in materia fiscale. E’ stato già fatto per alcuni Trattati intergovernativi che hanno creato strumenti nuovi per fronteggiare situazioni di crisi e, come noto, la Corte di giustizia UE ha avallato e salvaguardato la scelta.

Per potere prevedere dette imposte a livello europeo bisogna trovare le istituzioni legittimate a decidere superando ove quando necessario le regole automatiche previste dal Patto di stabilità e crescita e connesse direttive e regolamenti.

L’idea di Piketty e dei suoi colleghi che hanno scritto il “Progetto di trattato per la democratizzazione della governance economica della UE” (2017) è quella di costruire una sovranità parlamentare europea a partire dalle sovranità parlamentari nazionali ed affiancarla all’attuale PE che, a loro giudizio, non ha veri e propri poteri impositivi. Propone un’assemblea formata da deputati in parte (80 o 50%) eletti dai Parlamenti nazionali in proporzione alla popolazione adulta avente diritto al voto e in parte (20 o 50%) nominati dal PE. A sostegno di questa proposta richiama anche il Manifesto per la democratizzazione dell’Europa del dicembre 2018 e il lavoro collettivo di AAVV , Changer l’Europe, c’èst possible, Seuil, 2019.  Questa assemblea (anche senza deputati nominati dai Parlamenti nazionali) si sovrapporrebbe al PE soltanto per i PM che accettino di parteciparvi. Piketty preferisce la composizione al 50% ma non condivido la prima motivazione dietro detta preferenza: i parlamenti nazionali sono gli unici detentori del potere impositivo. La seconda motivazione è che, in questo modo, i parlamentari nazionali verrebbero eletti anche sulla base di forti temi europei: “la politica nazionale ne risulterebbe fortemente ‘europeizzata’”. È facile osservare che questo potrebbe essere vero solo se i candidati fossero scelti sul serio sulla base delle loro competenze sulle questioni europee e gli elettori fossero sufficientemente informati e consapevoli delle loro scelte.  Ma ci sono altri aspetti che, secondo me, rendono la proposta di democratizzazione della governance non convincente. Uno molto rilevante è che essa non tocca il ruolo del Consiglio europeo e dell’Eurogruppo: il primo costituisce una specie di cupola di tutte le altre istituzioni; il secondo non ha alcun rapporto fiduciario con la proposta assemblea ma, in fatto, ne condivide la competenza legislativa. Infatti l’art. 7 del Progetto non tocca il Consiglio dei Capi di Stato e di governo e l’Eurogruppo ed io ritengo che finché non si abrogheranno queste due istituzioni e il voto all’unanimità non si imboccherà la strada verso un assetto federale. Al contrario si consolida il modello confederale.  Ai sensi dell’art. 8 del medesimo Progetto che si occupa di convergenza e coordinamento delle politiche economiche e che prevede la Relazione del meccanismo di allerta la Commissione elabora e scrive detta relazione e l’Eurogruppo, espressione dei governi nazionali, decide se va bene o meno. Non senza osservare che la rubrica di detto art. 8 parla di convergenza e coordinamento delle politiche economiche e di bilancio mentre la convergenza dovrebbe riferirsi ai livelli di crescita economica delle diverse regioni che attualmente mantengono cospicui divari quando non li aumentano.  Secondo l’art. 13 del progetto di Trattato, Eurogruppo e l’Assemblea legiferano insieme e, in caso di disaccordo, possono ricorrere ad un Comitato di conciliazione che innescherebbe una procedura lunga sino a 18 settimane di tempo per trovare un accordo.   Anche qui non si rispetta la separazione dei poteri che è necessaria e sufficiente di un sistema democratico. L’art. 16 ridefinisce le risorse proprie con rinvio all’art. 12 che formalmente prevede solo l’imposta sugli utili delle società. L’art. 15 prevede che la proposta di bilancio sia formulata dall’Assemblea, ma poi si dice che il progetto è deliberato dall’Eurogruppo. Se così sono sempre i governi nazionali che decidono il bilancio UE. E questa è logica confederale.  Pure ammettendo che le questioni di bilancio sono complesse e, come tali, non possono essere curate attentamente dai singoli parlamentari, non si capisce perché la elaborazione del progetto di bilancio sia lasciata all’Eurogruppo che formalmente non ha strutture permanenti se non ricorre a quelle della Commissione. Stranamente i proponenti non hanno preso in considerazione il modello USA dove il Presidente ed il Congresso si avvalgono di importanti strutture di supporto che si occupano sistematicamente della elaborazione e valutazione delle politiche di bilancio.

Se negli ultimi decenni in Europa è prevalsa la linea di rafforzamento del ruolo del governo sul terreno legislativo in generale e, in particolare, in materia di leggi di bilancio, con simmetrico indebolimento del ruolo dei Parlamenti nazionali, allora la proposta in esame fatta propria da Piketty non risolverebbe il deficit democratico né a livello nazionale né a livello centrale.

Non c’è governo federale se ci sono solo il Consiglio europeo e l’Eurogruppo e se alla Commissione europea si lasciano compiti meramente istruttori e di studio dei vari problemi oltre a quelli di rappresentanza.  I proponenti del Progetto, a commento dell’art. 1, affermano che hanno voluto costruire un “patto democratico” come contraltare al “patto di bilancio” (Fiscal Compact). Non c’è contraltare se si insiste sulla convergenza delle politiche economiche, alias, ricetta unica di politica economica e finanziaria mentre ad un sistema economico di area vasta con forti squilibri territoriali si addicono politiche economiche e finanziarie differenziate in grado di rispondere adeguatamente a shock simmetrici ed asimmetrici avvalendosi anche di meccanismi di trasferimenti compensativi vari. In realtà, le loro proposte hanno fallito il compito che si erano dati perché c’è governance quando non c’è democrazia e non si può democratizzare la governance europea se non si mette mano alla riforma dei Trattati eliminando del tutto l’attuale modello incerto e confuso che non rispetta la caratteristica fondamentale di un sistema democratico: la classica separazione netta dei poteri.    

Le tre imposte progressive più adatte a combattere le diseguaglianze

Thomas Piketty, Capitale e ideologia, traduzione di Lorenzo Matteoli e Andrea Terranova la nave di Teseo, 2020. Piketty definisce la sua un’analisi storica che sviluppa a livello mondiale o quasi per dimostrare che certe misure di politica economica e fiscale sono state adottate in tempi e luoghi diversi e, se non vengono adottate, non è per fatalità o impossibilità a farlo ma per precise scelte politiche spesso contrabbandate come scelte che non avevano o non hanno alternative (TINA: there is no alternative). Il focus della sua analisi è la lotta alle disuguaglianze cresciute enormemente negli ultimi 4 decenni – gli anni che hanno visto il trionfo dell’ideologia neoliberista. Gli assunti fondamentali di Piketty sono: “la disuguaglianza non è economica o tecnologica, è ideologica e politica”; le disuguaglianze non sono “naturali e necessarie”; dipendono dalle istituzioni; nel passato dipendevano dalle società ternarie articolate sul clero, l’aristocrazia e la plebe. Piketty si autodefinisce ottimista e afferma che anche le attuali istituzioni non sono le uniche possibili; possono cambiare e reinventarsi. Il riferimento va ai paesi europei dove le socialdemocrazie hanno costruito i sistemi di welfare più avanzati del mondo ma poi non hanno saputo innovare le loro piattaforme programmatiche per difenderli e/o adattarli alle nuove condizioni. In questo quadro annota che anche il postcomunismo nelle diverse varianti è diventato il miglior alleato dell’ipercapitalismo. Più in generale aggiungerei che, negli anni 80 del secolo scorso, la sinistra europea si è suicidata, accogliendo in gran parte i paradigmi neoliberisti, in alcuni casi, dilapidando con le privatizzazioni patrimoni pubblici di consistente valore. Come noto, il cuore del compromesso socialdemocratico prevedeva da un lato la rinuncia da parte della sinistra all’obiettivo del superamento del sistema capitalistico, dall’altro lato, il riconoscimento dei più ampi diritti civili e sociali per le classi lavoratrici. Piketty ci vede anche la delegittimazione della proprietà privata e della concorrenza di mercato.  Cita Hannah Arendt (1951) per evidenziare il limite dell’azione e della cultura dei partiti socialdemocratici che, in forza del compromesso socialdemocratico, hanno messo da parte i problemi del superamento del capitalismo e dello Stato-nazione (627). Hanno ritenuto di poter costruire lo Stato fiscale e welfaristico solo all’interno del paese-nazione. E così è stato anche perché erano falliti tutti i tentativi di costruire delle federazioni europee lanciati prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale.

Già da queste brevi e sommarie considerazioni si deduce che Piketty non è un marxista e lo dichiara apertamente. Si definisce gradualista e un socialista partecipativo ed individua la sua identità culturale nel progressismo anglosassone soprattutto degli economisti classici e nella eredità (heritage) della Rivoluzione francese.   Piketty (1093) definisce la società giusta che lui vuole: “quella che consente a tutti i suoi membri di avere l’accesso più ampio possibile ai beni di base: l’istruzione, la salute, il diritto di voto e, più in generale, la più completa partecipazione alle varie forme della vita sociale, culturale, economica, civile e politica.  La società giusta organizza i rapporti socioeconomici, la proprietà e la distribuzione dei redditi e dei patrimoni, allo scopo di permettere ai membri meno privilegiati di beneficiare delle condizioni di vita migliori possibili. Una società giusta non implica uniformità o uguaglianza assoluta. La disuguaglianza dei redditi e dei patrimoni in una società può essere giusta solo nella misura in cui è il risultato di aspirazioni diverse e di distinte scelte esistenziali, e se permette al contempo di migliorare le condizioni di vita e di aumentare le opportunità dei soggetti più svantaggiati. Ma tale condizione deve essere dimostrata e non solo presunta, ed è un argomento che comunque non può essere impiegato per giustificare qualunque livello di diseguaglianza, come si fa anche troppo spesso”. Vedi assonanza con John Rawls grande filosofo liberal dell’economia e teorico della giustizia sociale e più diretta somiglianza con il socialismo liberale di Piero Gobetti e Carlo Rosselli.

Il programma più ampio si articola: a) possibile proprietà giusta; diritto di voto nelle imprese sociali; proprietà privata temporanea, a tempo e, quindi, sociale; imposte patrimoniali progressive per favorire la mobilità sociale e controllare la concentrazione della proprietà causa fondamentale delle disuguaglianze; dotazione universale di capitale per tutti i giovani.

Le imposte progressive sui redditi e sui patrimoni devono articolare un fisco giusto per una società giusta; il che presuppone una precisa teoria della giustizia sociale di cui buona parte può essere e deve essere assicurata dalla giustizia fiscale. Solo in questo modo si può operare quella ricostruzione della coalizione egualitaria che i partiti socialdemocratici non hanno saputo conservare ed innovare. Per costruire un sistema educativo giusto e un sistema tributario giusto serve la trasparenza piena ed il controllo sociale di tutti i cittadini. Non è solo utopia. Infatti a p. 1092 Piketty denuncia l’insufficiente competenza dei cittadini sulle questioni economiche e finanziarie ma si può migliorare. Data la forte interdipendenza dei sistemi economici non è possibile realizzare un sistema simile senza un contesto internazionale adeguatamente modificato e coordinato. Invoca una organizzazione mondiale dell’economia alternativa che chiama social federalista con forme nuove di solidarietà fiscale, sociale e ambientale che sostituisca o controlli l’attuale libera circolazione delle merci e dei capitali.

Presentare un volume di 1.176 pagine diviso in quattro parti con la storia millenaria della finanza pubblica in diversi paesi di diversi continenti, con ampie introduzioni e conclusioni, non è facile e, per questo motivo, qui mi limito a presentare le sue proposte fiscali sintetizzate nell’obiettivo di un fisco giusto all’interno della sua società giusta. In Europa i partiti socialdemocratici: 1) hanno sottovalutato la questione della giusta tassazione del reddito e della proprietà. Impropriamente, si è posta la questione della proprietà in termini di nazionalizzazioni e non di socializzazione – aggiungo io come proponevano Eugenio Rignano, Walter Rathenau prima e dopo la prima guerra mondiale e, negli anni trenta, Carlo Rosselli); 2) non hanno saputo promuovere un adeguato coordinamento a livello internazionale. Il riferimento va alla concorrenza fiscale che, secondo Piketty, è in flagrante contraddizione con l’idea stessa di giustizia fiscale – su cui concordo pienamente.

Alla fine Piketty propone tre imposte dirette personali e progressive: a) l’imposta personale e progressiva sui redditi ovviamente a base imponibile onnicomprensiva, cioè, inclusiva delle rendite fondiarie e finanziarie; b) un’imposta ordinaria progressiva personale sul patrimonio netto; c) un’imposta progressiva sulle successioni e sui trasferimenti inter vivos delle diverse forme di ricchezza materiale ed immateriale. 

In un contesto di capitalismo e finanza globali, se si vuole salvare il welfare, se si vuole promuovere la crescita bisogna agire,  da un lato, a livello globale per superare i problemi determinati da una liberalizzazione dei movimenti di capitali e delle merci voluta dagli USA e dalla UE “a prescindere da ogni obiettivo fiscale e sociale”, dall’altro lato, a livello nazionale, per superare la propalata ed infondata ipotesi della incompatibilità tra globalizzazione e welfare state. Imputa queste scelte all’impreparazione, incompetenza e improvvisazione dei protagonisti. Come osserva Dani Rodrik 2019, siamo in un contesto in cui la governance internazionale non consente di governare la libertà dei movimenti di capitale e la concorrenza fiscale e, quindi, resta importante il ruolo dei governi nazionali per promuovere una crescita equa e sostenibile solo che si vogliano e si sappiano superare gli ostacoli che vi si frappongono. 

 Con riguardo alle imposte personali sul reddito, Piketty osserva che nel secondo dopoguerra nei principali paesi industriali erano vigenti aliquote marginali tra il 27 e l’80% e sono rimaste in vigore sino a metà degli anni 70. Negli ultimi 40 anni, specialmente in seguito alla progressiva applicazione del regime di piena libertà dei movimenti dei capitali, in media suddette aliquote si sono abbassate in Europa al 42% – vedi l’attuale 43% della nostra Irpef.   Peraltro le alte aliquote delle imposte sul reddito avevano esercitato un freno agli stipendi alti dei manager specialmente dove ci sono forme di cogestione.

Sulle imposte patrimoniali si registra un dibattito incompiuto negli USA e in Europa. La concentrazione dei patrimoni e delle rendite finanziarie molto più elevata di quella dei redditi di lavoro dipendente e delle pensioni. Nel corso del XX secolo (in particolare tra il 1914 e il 1950) detta concentrazione si è considerevolmente abbassata per via delle due Guerre mondiali, le riforme agrarie, i regimi di equo canone, l’abbassamento dei valori patrimoniali e dei relativi rendimenti. (vedi pp. 490-92). La tesi di Piketty è che aliquote marginali elevate nell’ordine del 70-80% applicate con le imposte sul reddito e sulle successioni non si sarebbero potute applicare senza gli sconvolgimenti prodotti dalla I guerra mondiale e poi della II. Subivano un duro colpo le società proprietariste e si costruivano quelle socialdemocratiche. Emblematico il caso della Svezia dove la mobilitazione straordinaria, portata avanti tra il 1890 e il 1930, raggiungeva l’obiettivo del welfare state e del voto egualitario. Negli Stati Uniti, il democratico Bernie Sanders da tempo propone aliquote più alte per le imposte sui redditi e per i patrimoni più alti e limiti ai compensi per gli amministratori delle società.  La Sen. Elisabeth Warren propone anche una patrimoniale del 6% per i patrimoni al di sopra di un miliardo di dollari.   

Negli Ultimi 40 anni la concentrazione della ricchezza è fortemente aumentata. Come si alimenta la concentrazione dei patrimoni?  Come noto, nei principali paesi occidentali si è adottato il c.d. modello duale che sottopone a regimi sostitutivi di favore i redditi di capitale. L’85% del reddito guadagnato dagli americani che costituiscono il 90% della distribuzione è reddito di lavoro dipendente; a questi soggetti va solo il 15% dei redditi di capitale mentre i soggetti del top 1% ne ricevono il 50% in forma di redditi di capitale; e ancora il top 0,1% dei contribuenti la quota di redditi di capitale sale ai due terzi. (Saez-Zucman, 2019: 97).  I dati sono indirettamente confermati da una recente indagine della Federal Reserve secondo cui alla fine del I° trimestre 2020 l’1% degli americani più ricchi possiede il 51,8% – pari a 11.300 miliardi- delle azioni e delle quote dei fondi di investimento di tutti i titoli in possesso di cittadini americani. Il percentile tra il 90-99% possiede in valore assoluto 7.750 miliardi di dollari. Dall’altro lato della distribuzione il 50% dei più poveri ne possiedono solo 160 miliardi. Vittorio Carlini il Sole 24 Ore del 14-07-2020.

Come si confronta l’Europa con gli USA. Secondo Piketty il 10% degli europei più ricchi è passato dal 30% degli anni 80 a oltre il 35% del 2019 avvicinandosi ai paperoni americani. Le disuguaglianze aumentano a partire dagli anni 80 da quando sia in America che in Europa si è operato alacremente per abbassare le aliquote sia delle imposte sul reddito che di quelle sul patrimonio. N’è responsabile anche il c.d. Washington Consensus, cioè, la linea di politica tributaria portata avanti dal FMI e della Banca Mondiale sostenendo che si potevano tranquillamente abbassare suddette aliquote marginali elevate se, sul versante della spesa pubblica, l’operatore pubblico mirava a soddisfare i bisogni delle classi meno favorite. Non ultimo, un contributo alla crescita delle disuguaglianze è venuto anche dal declino della sindacalizzazione e del potere negoziale degli stessi sindacati come hanno rilevato due ricercatrici del FMI: Florence Jaumotte e Carolina Osorio Buitron. In particolare in quei paesi che hanno ritenuto di preservare la competitività delle imprese esportatrici con politiche generalizzate di contenimento dei costi del lavoro, alias, con svalutazioni interne dei prezzi e dei salari.

Secondo Piketty, le imposte patrimoniali progressive sono necessarie perché consentono la circolazione del capitale e in questo consiste il vero superamento del capitalismo perché quello che si ottiene attraverso la proprietà sociale e il diritto di voto dei lavoratori all’interno delle aziende non è sufficiente. Accettato che la proprietà privata continuerà ad avere un ruolo nell’economia specialmente attraverso le piccole e medie imprese si deve modificare la regolazione del sistema economico e sociale in modo da evitare la concentrazione incontrollata della ricchezza e, quindi, controllare non solo la dinamica dei redditi ma anche quella dei patrimoni. A sostegno della sua tesi Piketty cita i dati dei primi anni del XX secolo e quelli del II dopoguerra che dimostrano una minore concentrazione della ricchezza ed una più rapida crescita economica. L’estrema disuguaglianza non favorisce la crescita ed il benessere collettivo; non è il prezzo da pagare per la prosperità e, meno che mai, per il c.d. sgocciolamento di cui parlano alcuni neoliberisti d’accatto. Come dire che i meno fortunati o meglio quelli poco protetti dal sistema si devono accontentare delle briciole che i ricchi lasciano cadere dai loro tavoli. Ovviamente si tratta di visione miope   perché la disuguaglianza contribuisce ad esacerbare il conflitto sociale, il nazionalismo, erode la coesione sociale e, alla fine, la stessa democrazia; sottrae risorse all’investimento nel sociale, nell’istruzione, nella sanità che deprime il reddito potenziale con danno per tutti.  Denuncia le privatizzazioni a sconto di cui hanno beneficiato solo i privati e le loro rendite finanziarie.   

Le imposte di successione e/o sui trasferimenti mortis causa ed inter vivos. Anche queste per Piketty sono strumenti fondamentali per controllare la dinamica patrimoniale in chiave ordinaria e straordinaria. Il loro ruolo diventa più chiaro se si tiene presente l’obbiettivo strategico della socializzazione della proprietà. Ci sono tre regimi che si concepiscono per la proprietà: pubblica, sociale, temporanea.   Un regime generale di proprietà pubblica sostituisce i proprietari privati con funzionari pubblici ai diversi livelli di governo;  nella proprietà sociale, i lavoratori e/o dipendenti dell’impresa partecipano alla gestione della stessa direttamente o indirettamente attraverso loro rappresentanti; nel terzo regime, ogni anno i proprietari devono restituire alla collettività una quota parte della proprietà acquisita per finanziare la dotazione universale di capitale da dare ad ogni giovane , per sostenere la circolazione della proprietà, per contenere la concentrazione della proprietà e del potere.  “Tutti i dati storici oggi disponibili – aggiunge Piketty: 564 – suggeriscono che queste tre forme di superamento della proprietà privata sono complementari tra di loro”.

In Italia, non abbiamo una imposta patrimoniale ordinaria personale e progressiva ma abbiamo una imposta di successione con quota esente abnorme (un milione di euro) reintrodotta dal Ministro Visco del governo Prodi-2 dopo che il governo Berlusconi l’aveva abrogata.  Lo Stato incassa 759 milioni all’anno (vedi RGS bilancio semplificato 2020-22) una somma risibile verosimilmente pagata da quanti non sanno o non vogliono avvalersi delle scappatoie legali lasciate aperte da legislatori colpevoli. Abbiamo l’imposta di registro e altre imposte sulle seconde case che complessivamente assicurano allo Stato e agli enti sub-centrali   40-45 miliardi di gettito – Tari inclusa che ha un profilo marcatamente regressivo e sempre che la si voglia considerare un’imposta patrimoniale vedi Messina-Savegnago-Sechi. Ma quel che conta è che dette imposte non moderano il flusso di risorse che alimentano le rendite finanziarie e consentono alla maggioranza degli italiani in età di lavoro di vivere di rendita immobiliare e mobiliare. In Italia il 10% più ricco della popolazione nel 1995 controllava circa il 50% della ricchezza, nel 2016 più del 60% – vedi Luca Ricolfi e il sito web ForumDD dove trovare moltissimi studi e dati sulle disuguaglianze in Italia.

Allo stato, non si può mettere in atto alcun coordinamento serio tra queste imposte patrimoniali reali su singoli cespiti e l’imposta di successione e, quindi, a mio parere, il riordino della tassazione patrimoniale è più urgente di quella della tassazione sul reddito specialmente se quest’ultima dovesse andare nella direzione del consolidamento del modello duale.  Se questo è vero e se l’obiettivo prioritario delle imposte patrimoniali deve essere da un lato quello di controllare la dinamica patrimoniale e, dall’altro, quello di assicurare ai giovani una dotazione universale di capitale, allora bisogna procedere con gradualità sostenendo proposte come quella di Granaglia-Morelli 2019 per l’imposta di successione riveduta e corretta e di un riordino opportuno dell’imposta di registro per renderla più equa ed efficiente e, non ultimo, prevedendo l’adozione del metodo delle variazioni patrimoniali come strumento generale di accertamento delle imposte dirette sui redditi e sui patrimoni. 

Cenni bibliografici:

Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo, Edizioni di Comunità, 1967;

https://www.fiscooggi.it/rubrica/analisi-e-commenti/articolo/limposta-successione-storia-tributo-complesso Stefano Manestra 2013;

Elena Granaglia e Salvatore Morelli, Contro la disuguaglianza da ricchezza originaria: una proposta, Rivista il Mulino n. 4/2019;

Dani Rodrik, Dirla tutta sul mercato globale. Idee per un’economia mondiale assennata, Einaudi, 2019;

IMF Staff Paper: Linkages Between Labor Market Institutions and Inequality, IMF Survey online;

Luca Ricolfi, La società signorile di massa, La nave di Teseo, 2019

A. Johansson, C. Heady, J. Arnold, B. Brys, L. Vartia, Taxation and economic growth, Economic Department Working Paper No. 629, 2008. Un altro studio contesta queste conclusioni, argomentando che un aumento delle imposte indirette accompagnato da una riduzione delle imposte dirette ha effettivi positivi sulla crescita solo a lungo termine (D. Baiardi P. Profeta, R. Puglisi, S. Scabrosetti, Tax policy and economic growth: does it really matter?, Società italiana di economia pubblica, Working Paper n. 718, gennaio 2017).  http://www.siepweb.it/siep/images/joomd/1485942065Baiardi_et_al_WP_SIEP_718.pdf

Per la proposta di una imposta patrimoniale di tipo europeo, si rimanda a A Krenek M Schratzenstaller, A European Net Wealth Tax, WIFO Working Papers, No. 561, aprile 2018.  

https://berniesanders.com/issues/income-inequality-tax-plan/

https://www.taxpolicycenter.org/tags/elizabeth-warren

Enzo Russo, “De Profundis per l’imposta di successione”, in Rivista dei Tributi Locali, n.1/2002, pp. 33-51;

G. Messina, M. Savegnago e A. Sechi, Il prelievo locale sui rifiuti in Italia: benefit tax o patrimoniale occulta? Banca d’Italia, Questioni di economia e finanza, n. 474, dicembre 2018;  

G. Messina, M. Savegnago e A. Sechi, Il prelievo locale sui rifiuti in Italia: benefit tax o patrimoniale occulta? Banca d’Italia, Questioni di economia e finanza, n. 474, dicembre 2018;  Emmanuel Saez e Gabriel Zucman, The Triumph of injustice. How the rich dodge taxes and how to make them pay, W. W. Norton & Company, 2019.

Cosa fare per lottare contro l’ingiustizia fiscale negli USA.

Se fiducia e cooperazione creano la società coesa, senza tasse non c’è né fiducia né cooperazione, non c’è coesione sociale nè prosperità; non c’è una comunità di destino perché bisogna sapere che i sistemi tributari delle democrazie più avanzate funzionano non grazie ai controlli più o meno efficaci ma grazie all’adesione spontanea. Se prevale l’egoismo, l’individualismo metodologico, l’individuo razionale individuato come quello che sa massimizzare il proprio interesse predicato dai neoliberisti negli ultimi 40 anni dopo il trionfo della Scuola di Chicago con l’assegnazione del Premio Nobel a Milton Friedman e l’arrivo della Signora Thatcher in Inghilterra e di Ronald Reagan negli USA i sistemi tributari vengono manipolati ad arte non solo per ridurne il gettito ma anche per favorire i più ricchi. Sono gli anni che hanno consentito il trionfo dell’ingiustizia fiscale e della negazione della democrazia di cui parlano Emmanuel Saez e Gabriel Zucman nel loro libro: The Triumph of injustice. How the rich dodge taxes and how to make them pay, W. W. Norton & Company, 2019.

Seguendo la loro introduzione, il primo contributo del libro è quello di raccontare,  per filo e per segno, la grande trasformazione – non quella di Karl Polanyi 1944 – ma quella del sistema tributario USA e di altri paesi che ne hanno seguito il modello passando da imposte con aliquote marginali molto elevate nell’ordine dell’80-90% delle imposte sul reddito a imposte personali con aliquote proporzionali o addirittura regressive per i più ricchi con aliquote massime nell’ordine del 42-43% in pratica dimezzate. Per dimostrare la loro tesi i due economisti si avvalgono di un data-base di oltre un secolo di statistiche che coprono abbondantemente l’introduzione dell’imposta personale sul reddito introdotta negli USA nel 1913.

Con il secondo contributo, mettono in evidenza che nel 1970 i ricchi americani – considerate tutte le imposte – pagavano più del 50% (aliquota media effettiva) del loro reddito equivalente al doppio di quello che pagava la classe lavoratrice. Nel 2018 dopo la riforma fiscale di Trump e, per la prima volta in cento anni, i miliardari americani pagano meno dei lavoratori metalmeccanici, insegnanti e pensionati.  Gli autori sostengono che di per sé la drastica riduzione delle tasse che si è verificata negli ultimi 40-50 anni non dipende – come alcuni propalano – dalla globalizzazione. Questa non impedisce di tassare i ricchi all’interno dei diversi paesi e, se così, la buona notizia è che ci sono le condizioni per ridurre l’ingiustizia fiscale e gli Autori indicano alcuni modi per farlo.

Il terzo contributo consiste nel mettere a disposizione di tutti un sito web denominato  www.taxjusticenow.org nel quale  gli esperti potranno controllare le simulazioni operate dagli Autori e farne di proprie con i dati disponili.    Lo scopo fondamentale del sito è quello di riempire di dati fattuali le chiacchiere di quanti, sia a sinistra che al centro, ragionano in termini vaghi e aiutarli a costruire un sistema tributario per il XXI secolo e fare tornare gli USA un faro di giustizia tributaria come lo è stato negli anni 30-70 del secolo scorso.

Saez e Zucman suddividono i contribuenti americani in tre classi sociali: 1) la classe lavoratrice, ossia, quelli che stanno nel 50% più basso dei redditi e in media guadagnano 18.500 $ all’anno – si tratta di 122 milioni di persone che percepiscono un reddito pari a circa un quarto della media nazionale (75 mila dollari)  ; 2) segue la classe media che annovera 100 milioni di adulti (40% del totale) e guadagna 75 mila dollari casualmente pari alla media nazionale; nonostante che a livello internazionale si parli di impoverimento della classe media, quella americana resta ancora una di quelle più prospere; 3) in cima alla piramide c’è il 10% dei contribuenti che Saez e Zucman distinguono in upper middle class (22 milioni=9%) e l’1% più ricco pari a 2,4 milioni di contribuenti.    Il reddito medio dei primi si ragguaglia a 220 mila dollari quello dei secondi a 1,5 milioni in media annuale. Il che significa che, in media, i più ricchi denunciano un reddito imponibile 81 volte più grande della classe lavoratrice prima delle tasse e dei trasferimenti. Si tratta di dato che ovviamente nasconde differenze molto più divaricate se si tiene conto che i redditi dichiarati dai più ricchi sono molto diversi da quelli effettivamente guadagnati e goduti. Secondo Saez e Zucman il risultato è che il sistema tributario nordamericano non è democratico ma plutocratico.   

Conviene riprendere un secondo calcolo che i due economisti fanno dividendo l’ultimo decile in gruppi più piccoli sino ad arrivare ai 400 americani più ricchi e calcolando quanto pagano di imposte. Contro ogni aspettativa della gente comune, viene fuori che l’aliquota media effettiva dell’imposta sul reddito è pari al 28% ma le tre principali classi sociali pagano tra il 20 e il 25%. Includendo quello che paga la upper middle class la media si stabilizza attorno al 28% mentre i 400 americani più ricchi pagano solo il 23% confermando quello che i giornali riportano ormai da diversi decenni secondo cui i miliardari come Zucherberg e Buffett pagano meno imposte sul reddito degli insegnanti e/o delle loro segretarie. All’ingrosso questo succede perché la maggior parte dei loro redditi di capitale godono di agevolazioni, regimi sostituivi, aliquote ridotte per non parlare di forme diverse più o meno sofisticate di elusione, erosione ed evasione diretta. Sulla base di questa analisi essenziale Saez e Zucman concludono che l’imposta diretta sul reddito è una grande flat tax, ossia, è progressiva per i redditi più bassi e quelli intermedi e regressiva per i più ricchi. Leggendo il libro troverete non solo molti più numeri di quelli citati ma anche molti grafici che rendono molto più chiare le dinamiche degli ultimi decenni.

Come abbiamo visto sopra l’imposta personale sul reddito è arrivata piuttosto tardi negli USA (1913) ma le imposte sul patrimonio risalgono al 17mo secolo. Tassavano ogni forma di ricchezza gioielli inclusi con aliquote basse per lo più proporzionali ma i metodi di accertamento non erano omogenei o applicati con lo stesso rigore nei diversi Stati. C’erano forti differenze tra Massachusetts e la Virginia, tuttavia il principio era mantenuto ad un tempo con il supremo primato della proprietà privata. Molto interessanti i dati più recenti del gettito delle imposte di successione e dei trasferimenti inter vivos che ancora nei primi anni 70 del secolo scorso producevano un gettito pari allo 0,20% del patrimonio netto delle famiglie. Dal 2010 raramente il gettito di dette imposte ha raggiunto lo 0,03-0,04% all’anno a causa dell’innalzamento delle quote esenti e alla riduzione dell’aliquota massima dal 77% nel 1976 al 40% di oggi ma soprattutto a causa del crollo degli accertamenti. Affermano Saez e Zucman: “sembrerebbe che in America o non ci sono ricchi oppure se ci sono non muoiono mai”. Lo stesso posso dire per l’Italia.  

A partire dagli 80 è iniziata la commercializzazione della sovranità dello Stato e la rifioritura dei paradisi fiscali. Assistiamo al trionfo della concorrenza fiscale che viene utilizzata strumentalmente per “affamare la bestia”, ossia, facendo venire meno le entrate nella speranza che i governi taglino la spesa pubblica. In fatto molti di questi tentativi sono falliti in diversi paesi e il risultato è stato un aumento del debito pubblico i cui interessi sono tassati con aliquote di favore quando non esentati del tutto. Il debito pubblico viene per lo più sottoscritto dai ricchi e questo meccanismo perverso va ad alimentare le rendite finanziarie e la crescita delle disuguaglianze. Ipocritamente alla concorrenza fiscale non si oppone alcun serio tentativo di tornare all’armonizzazione fiscale neanche all’interno dell’UE e/o coordinamento a livello internazionale. All’OCSE si studiano e si producono buoni documenti anche in materia di erosione e armonizzazione delle basi imponibili delle imposte sulle società, trasferimento dei profitti in paesi a bassa fiscalità, ecc. ma non si parla di armonizzare le aliquote d’imposta. In fatto le organizzazioni internazionali specializzate delle Nazioni Unite non fanno niente per combattere i paradisi fiscali. In fatto appoggiano o proteggono le forze non democratiche dietro di essi.

Si è giunti a questo punto anche perché, nel tempo, si sono ridotte le risorse economiche e umane qualificate allo IRS per fare i controlli. A questo riguardo, i due economisti propongono a public protection bureau, alias, una sorta di autorità amministrativa indipendente per mettere al riparo lo IRS dalle pressioni politiche del Presidente o delle maggioranze del Congresso. Secondo me, la proposta è debole e illusoria e non mi sembra possa risultare efficiente ed efficace. Anche negli USA c’è un’ampia letteratura sul come dette AAI vengono catturate dai soggetti che dovrebbero controllare. Robert Reich ministro del lavoro con Clinton sostiene che Wall Street è in grado di influire in maniera determinante sulle elezioni dei Presidenti e di molti parlamentari dei due principali partiti politici. Che cosa fare allora? Bisogna informare meglio l’opinione pubblica e sperare in una sua reazione. In Italia c’è stata una significativa reazione avverso gli evasori alla fine degli anni 70 tanto che fu istituito un corpo speciale di ispettori tributari poi lentamente trasformato in mero organo di consulenza e, quindi, sciolto. Negli USA più recentemente c’è stato il movimento Occupy Wall Street. Siamo il 99% a partire dal settembre 2011 che denunciava la forte crescita delle disuguaglianze, la finanziarizzazione dell’economia a danno di quella produttiva e la concentrazione della ricchezza sull’1%, ma il suo appello non è stato accolto dai governanti nordamericani. Vedi al riguardo il libro di Noam Chomsky, Siamo il 99%, Cronachenottetempo editore, luglio 212.

I super ricchi avvalendosi di qualificate consulenze sanno sfruttare tutte le scappatoie e i buchi neri che le legislazioni fiscali lasciano aperti ed organizzano i loro affari in modo da percepire e dichiarare redditi imponibili bassi mentre fanno aumentare i loro patrimoni. E’ rimasto inascoltato il monito storico di James Madison uno dei più intelligenti e attivi padri della Costituzione degli Stati Uniti secondo cui l’obiettivo dei partiti doveva essere quello di combattere il male: 1) stabilendo l’uguaglianza tra tutti; 2) impedendo ai pochi di fare aumentare le disuguaglianze per via di smodate e immeritate accumulazioni di ricchezze.   Madison aggiungeva che una forte concentrazione della ricchezza è per la democrazia così velenosa come la guerra. Per dimostrare che queste considerazioni non sono elaborazioni teoriche di benpensanti, i due economisti di Berkeley citano tre fatti. Il primo è che per via dell’assistenza sanitaria non universale finanziate a mezzo di assicurazioni private, in questi ultimi decenni, si è registrato negli USA un calo dell’aspettativa di vita; i ricchi vivono più a lungo mentre i poveri muoiono più giovani. Il secondo fatto riguarda i conti della sanità USA. Il paese spende il 20% del PIL per un sistema che ancora lascia il 14% della popolazione senza copertura; negli altri paesi avanzati si spende il 10% o giù di lì. I datori di lavoro formalmente pagano i premi di assicurazione per i loro dipendenti ma per essi sono un costo del lavoro che abbassa la possibilità di alzare i salari. Per un lavoratore che guadagna 40 mila dollari il premio ammonta a 12 mila dollari pari al 23% del salario lordo. Il premio di assicurazione è proporzionale sino ad un certo livello e si traduce in una poll tax. Se gli USA riuscissero a portare la spesa sanitaria a livello dei paesi europei un lavoratore del 50% con redditi più bassi ne riceverebbe un vantaggio pari a 7.500 dollari. 

Il terzo fatto è che, se i ricchi accumulano grandi patrimoni e dichiarano redditi relativamente molto bassi, tornare ad aliquote marginali massime come nei 40 anni successivi alla II guerra mondiale non basterebbe a raccogliere il gettito necessario per un welfare universale in grado di combattere efficacemente le disuguaglianze. Perché negli USA e nella UE non siamo riusciti a farlo? Perché in questi Paesi è prevalsa l’opinione – non priva di qualche fondamento teorico – secondo cui non servono le imposte progressive né sul reddito né sul patrimonio netto se l’operatore pubblico riesce ad aiutare i più bisognosi con la spesa pubblica. Anche il FMI e la Banca Mondiale seguono questa linea di politica redistributiva in Africa e in Asia ma Saez e Zucman sostengono – secondo me a ragione – che detta linea non produce sviluppo e non aumenta la fiducia nelle istituzioni e nei governi. La questione non è teorica ma pratica. Detta linea è fallita negli USA dove il welfare non è universale ma è fallita anche in quei paesi europei che notoriamente hanno un welfare più avanzato ma non assicurano il pieno impiego e, quindi, hanno larghe fasce di disoccupati, inattivi e working poor. Da qui le proposte di basic income e/o di reddito di cittadinanza.

PQM Saez e Zucman ritengono che l’imposta personale e progressiva sul patrimonio netto è la maniera più appropriata di tassare i più ricchi – ovviamente non solo con essa. La concorrenza fiscale, la piena libertà dei movimenti di capitale nel mondo globalizzato non sono leggi di natura, sono frutto di decisioni legislative che possono essere abrogate, modificate o meglio coordinate e regolamentate. La decisione spetta a noi tutti.

Ingannevole il trionfalismo sull’accordo raggiunto nel recente Consiglio europeo.

 

Continuano i “festeggiamenti” per l’importante accordo raggiunto nel Consiglio straordinario del 17-21/07/20. Nella retorica trionfalistica di molti esponenti della maggioranza si attribuisce all’accordo portata storica. Personalmente ci vedo poco di storico. È storica la decisione di autorizzare la Commissione ad indebitarsi accedendo direttamente ai mercati finanziari emettendo nuovi eurobond. A ben riflettere, c’è il precedente del Meccanismo europeo di stabilità di dieci anni fa ma sappiamo che in Italia parlare del MES è un tabù. Inoltre alcuni ti fanno notare che la governance del MES è frutto di un Trattato intergovernativo ma questo per un economista è un problema secondario e formale.  In fatto quello che conta è che è l’Unione che emette eurobond. Nel caso del MES, i prestiti erano e sono destinati a sostenere i Paesi membri che avevano perso l’accesso diretto ai mercati. Il MES si occupa prevalentemente di stabilizzazione finanziaria con il Piano di rilancio la Commissione si occuperebbe di stabilizzazione del ciclo economico, alias, di contrasto della recessione conseguente alla Pandemia. Perché – al di là del meritorio lavoro svolto dal Presidente Conte in sede di negoziato con i c.d. Paesi frugali – non accetto la retorica trionfalistica del Piano di rilancio? Perché al di là della controversia sulla composizione del Fondo tra trasferimenti a fondo perduto e prestiti i “vincitori” ingannano i rispettivi elettorati non spiegando che i trasferimenti a fondo perduto non sono donazioni dai paesi ricchi a quelli meno ricchi. Questi ultimi – e in particolare l’Italia che contribuisce più di quanto ottiene di ritorno – dovrà contribuire di più per finanziare il Quadro finanziario poliennale che a sua volta dovrà finanziare il servizio sul debito pubblico acceso a questo scopo. Quindi la controversia di cui sopra per i PM contributori netti è una questione di lana caprina.  Anche i PM c.d. frugali avrebbero dovuto contribuire di più ma grazie alla meschina battaglia che hanno condotto essi hanno ottenuto anticipatamente uno sconto sulle loro contribuzioni al QFP. In altre parole hanno venduto il loro consenso o si sono lasciati comprare per alcune centinaia di milioni di euro. Prima del vertice ho sostenuto che il governo italiano faceva accattonaggio nella UE. Dopo il Vertice possiamo dire che anche i paesi c.d. frugali non si sono comportati meglio.

Tornando ora alle questioni di sostanza, osservo che neanche dopo il vertice che si è chiuso con un comunicato finale di 68 pagine, non vedo alcuna seria indagine sui fabbisogni: a) per un adeguato contrasto della grave recessione in cui siamo entrati; b) per la conversione ecologica dell’economia e lo sviluppo sostenibile; c) per la digitalizzazione dell’economia e la formazione permanente che essa comporta; d) per un piano di infrastrutture europee materiai e immateriali;  e) per misure concrete di lotta alle crescenti disuguaglianze e povertà nei diversi PM; f) per trasferimenti a fondo perduto (borse di studio, alias, investimenti nel capitale umano) per creare vere scuole e università europee ristrutturando quelle nazionali esistenti; ecc.  Se non ci sono stime attendibili sui fabbisogni e non ci sono piani poliennali per raggiungere gli ambiziosi obiettivi che la Commissione prevede per sé e per i PM, non si può dire se il Fondo concordato è sufficiente o meno. Con tutti i limiti di un confronto su dati macro tra USA e UE vediamo che gli stanziamenti del governo del primo paese fin qui ammontano a 3.500 miliardi di dollari e ora si cerca l’accordo con i Democratici per un provvedimento di altri mille miliardi di dollari mentre la Commissione prevede di spendere 750 miliardi di euro in quattro anni.  Senza considerare quello che le rispettive Banche centrali stanno facendo, è questa la differenza tra quello che può fare un vero e proprio governo federale e la Commissione europea – che con il rispetto dovuto mi sembra l’amministratore di un condominio condannato ad amministrare l’esistente, che non riconosce il valore aggiunto comune che può maturare investendo nel suo miglioramento.  Nella valutazione del Parlamento europeo si sottolinea il rischio che nel 2024 (fase intermedia del QFP) le risorse potrebbero risultare inferiori a quelle disponibili per il 2020 (punto 14). Ma questo non impedisce ai vari tromboni nazionali di fare propaganda ingannevole affermando che abbiamo  209 miliardi di euro a disposizione, che abbiamo le risorse per uscire dalla recessione ed entrare nel nuovo mondo. Questi signori evidentemente non hanno letto o fanno finta di ignorare la risoluzione del Parlamento europeo (23-07) sugli esiti del Vertice. Su 27 paragrafi, 23-24 esprimono aperte critiche o riserve sull’accordo raggiunto e, quindi, mi sento in buona compagnia e non isolato come mi capita spesso.

Non voglio sottovalutare l’importanza del risultato raggiunto in ritardo ma c’è da considerare il ridimensionamento al margine del QFP e meno che mai il raddoppio che aveva proposto la Commissione europea. In ogni caso, resta il fatto che il QFP non é un bilancio vero e proprio di un paese di media grandezza come l’Italia: 895,4 miliardi circa di pagamenti finali. È sfasato rispetto al ciclo politico; di dimensioni assolutamente inadeguate per contrastare una recessione grave come quella in cui siamo entrati e della quale non si vede nessuna luce in fondo al tunnel. Il bilancio dell’UE ammonta a 148 miliardi all’anno e, come afferma la Commissione in una sua pubblicazione annuale, “costa al cittadino medio meno di un caffè al giorno”. Certo con i 750 miliardi da spendere in 4 anni subirà un significativo aumento ma resta ancora ben lontano dal raggiungere la massa critica necessaria per contribuire in maniera significativa al contrasto di congiunture negative. Infatti è facile previsione che le risorse del piano di rilancio arriveranno gradualmente e lentamente per via dei tempi necessari per la selezione dei progetti da finanziare e le complesse procedure di approvazione. Sappiamo che se scoppia un incendio nel condominio è più facile spegnerlo se intervieni tempestivamente all’inizio non quando ha già distrutto metà degli appartamenti e tutte le suppellettili.  Molti non sembrano rendersi conto che siamo entrati in una recessione mondiale e la Pandemia sta nella fase espansiva su tre continenti del mondo e c’è chi teme una terza ondata in Cina.  La domanda mondiale rallenta e le recenti previsioni del FMI sono veramente allarmanti. E come se tutto questo non bastasse, aggiungo che nelle due ultime settimane il tasso di cambio tra euro e dollaro è passato 1,13 a 1,17. Non è un aumento sbalorditivo del cambio della moneta comune ma se questo trend dovesse confermarsi, c’è da preoccuparsi anche per le nostre esportazioni. A me sembra che non ci sia spazio per trionfalismi di sorta.

Carlo Rosselli alla ricerca della terza via nella libertà e nella democrazia*.

Nella sua Premessa agli “Scritti inediti di economia (1924-1927) di Carlo Rosselli, Biblion Edizioni, 2020, Paolo Bagnoli giustamente afferma che l’autore di questi scritti è stato un leader dell’antifascismo europeo, un grande politologo e teorico della democrazia. In Italia si era posto il problema di come rinnovare la piattaforma programmatica del Partito Socialista Italiano e di porre al centro di essa una teoria della giustizia sociale. In questa Premessa Bagnoli delinea il quadro storico politico all’interno del quale si muove Rosselli nei primi anni 20 quando i socialisti e le altre forze politiche non erano riusciti a bloccare la presa del potere da parte di Mussolini. Secondo Bagnoli al di là delle loro divisioni interne che avevano prima visto la scissione di Livorno (21 gennaio 1921) e poi quella (ottobre 1922) tra massimalisti e i riformisti di Filippo Turati che fondava poi il PSU, ai socialisti mancava un disegno strategico condiviso di salvaguardia della libertà e della democrazia. Il Partito Socialista Italiano non aveva capito la gravità della crisi economica e sociale che si era determinata nell’immediato dopoguerra a causa del diciannovismo che aveva provocato un violento scontro sociale e della illusione circa una possibile svolta rivoluzionaria alimentata dalla diffusa concezione deterministica della storia importata dal marxismo: “era accaduto in Russia poteva accadere in Italia”. Tra l’altro i socialisti non avevano neanche veri e propri leader rivoluzionari alla cui formazione Lenin aveva lavorato per 10 anni. I socialisti – continua Bagnoli – avevano una considerevole esperienza in termini di lotte mirate al riscatto sociale ma “non erano Stato e nemmeno si sentivano parte di esso”; non avevano capito il rapporto tra cittadini e istituzioni. Anche i popolari erano indecisi sul da fare tranne Don Luigi Sturzo. Più gravi le responsabilità dei liberali perché essi erano stati forza politica influente dall’unità in poi; si illusero che da sola la monarchia avrebbe resistito a Mussolini e salvato le istituzioni democratiche. Al capo dei fascisti bastò conquistarsi la fiducia del Re per raggiungere l’obiettivo.

Carlo Rosselli, tornato dalla guerra, avverte l’esigenza di capire, riflettere, di studiare e di confrontarsi con i compagni che si riunivano attorno a Gaetano Salvemini. Dopo anni di studio Carlo Rosselli capisce che il problema fondamentale dell’Italia è la libertà; la sua idea coincide con quella di Piero Gobetti secondo cui la libertà è il motore della storia. Tra i due nasce un grande sodalizio intellettuale. Cito da Bagnoli la frase che Gobetti scrive nel luglio 1924 presentando un articolo di Rosselli intitolato Liberalismo socialista sulla sua rivista La Rivoluzione liberale: “Una volta ammesso, come ammette Rosselli, che il socialismo è conquista da parte del proletariato di una relativa indispensabile autonomia economica e l’aspirazione delle masse ad affermarsi nella storia, il passo più difficile per intendersi è compiuto. Anche il nostro liberalismo è socialista se si accetta il bilancio del marxismo e del socialismo da noi offerto più volte. Basta che si accetti il principio che tutte le libertà sono solidali”. 

Evaso da Lipari con Emilio Lussu e Fausto Nitti, nell’agosto 1929, Rosselli fonda Giustizia e Libertà che non era e non voleva essere una costola del socialismo liberale ma un “movimento rivoluzionario dell’antifascismo democratico”, ossia, un movimento di quanti, archiviate le tessere e allargati gli orizzonti, vogliono combattere il fascismo per rifondare lo Stato sul paradigma libertà, democrazia e giustizia sociale. Nel gennaio 1932 elabora lo Schema di programma di Giustizia e Libertà vista come luogo di ricomposizione delle forze della sinistra italiana.  Paolo Bagnoli scrive di Carlo Rosselli economista non puramente accademico ma come scienziato sociale, uomo di azione che mira alla realizzazione di un progetto politico. Da qui lo studio attento del pensiero non solo economico degli economisti classici inglesi che, per l’appunto, erano anche filosofi morali, sociologi, storici economici, studiosi di etica privata e pubblica, in sintesi, scienziati sociali.  Infatti, se gli economisti si occupano non solo di produzione ma anche di distribuzione, delle due l’una: o ritengono che la distribuzione primaria conseguita dal mercato è “naturale” e soddisfacente – e non mancano economisti classici che lo fanno – oppure la ritengono socialmente inaccettabile e allora hanno bisogno di una teoria della giustizia sociale per cambiarla.

L’economista Marco Dardi elabora un giudizio su Carlo Rosselli economista riprendendo l’autodefinizione del Nostro: “economista né pivellino né eretico”. Sulle Dispense genovesi per gli studenti vede il modo in cui Carlo Rosselli svolge la sua funzione di docente mentre negli 11 dei 14 fascicoli di appunti ora raccolti nel volume della Biblion Edizioni vede la ricerca degli sviluppi del pensiero degli economisti classici tra il Sette e l’Ottocento che portano alla crescita del pensiero liberale caratterizzato da individualismo e utilitarismo – binomio con il quale Carlo Rosselli vuole fare i conti – mentre nel testo “Sulla razionalizzazione economica” del 1927 vede la ricerca di una via d’uscita dal sistema capitalistico.         Piuttosto secco il giudizio di Dardi su questi appunti: “quello che abbiamo non è la sua interpretazione degli economisti classici ma una interpretazione delle interpretazioni”.  A me sembra chiaro che gli appunti non possono essere valutati alla stregua di un saggio o di un trattato di economia, se l’obiettivo di Carlo Rosselli era quello di capire come ragionavano gli economisti classici che ipotizzavano (congetturavano) una “armonia spontanea fra interesse privato e interesse generale” basato sull’assunto che l’individuo è il miglior giudice di se stesso, la flessibilità dei salari e la capacità del mercato di autoregolarsi: se ognuno raggiunge il massimo di utilità, questa è la più alta per la collettività. Le citazioni delle interpretazioni precedenti la sua erano inevitabili.  Carlo Rosselli  respinge sia la visione ottimistica dell’armonia spontanea (naturale) sia quella Benthamiana del “massimo di benessere per il maggior numero di soggetti” dove i massimi sono vincolati per via della scarsità delle risorse e dai comportamenti e dalle preferenze degli operatori economici. Inoltre respinge l’idea della “illimitata proprietà privata dei mezzi di produzione e connesso incontrollato diritto di iniziativa affermando nel testo del 1927 il loro superamento a favore di quello che oggi chiamiamo un principio di regolazione mirato a garantire l’interesse generale o, come i costituenti del 1948 hanno scritto nell’art. 42 comma 2 della nostra Costituzione la funzione sociale che anche la proprietà privata deve assolvere. Di conseguenza, Carlo Rosselli supera il concetto di libertà individuale per passare a quella che oggi Axel Honneth** chiama libertà sociale, alias, la libertà dal bisogno delle masse diseredate. Per cui la libertà o è sociale oppure è solo privilegio di pochi; è enorme diseguaglianza. Vedi al riguardo l’analisi del suddetto direttore della Scuola di Francoforte sul fallimento del Trittico della Rivoluzione francese (libertà, uguaglianza, fratellanza) interpretato alla lettera. In questi termini, Dardi correttamente qualifica come socialmente radicato l’individualismo di Carlo Rosselli il quale condanna la socializzazione di tutti i mezzi di produzione (di stampo sovietico) perché al padrone in carne e ossa sostituisce un padrone anonimo, severo, lontano. Alquanto ingeneroso invece mi sembra il giudizio di Dardi quando afferma che Carlo Rosselli non ha fatto una revisione profonda del pensiero economico classico. Non era questo l’obiettivo che il Nostro si era dato e che stava perseguendo dentro e fuori le carceri: a) perché si tratta di appunti; b) perché non si è occupato di teoria economica ma di modelli e/o sistemi economici; c)  perché non ha avuto, secondo me, né tempo né interesse a rielaborarli in un Trattato; d) perché stiamo parlando non solo di storia del pensiero economico ma anche di etica individuale e pubblica,  di filosofia, sociologia, scienza politica e quant’altro nell’arco di un secolo e mezzo se si considerano anche le interpretazioni coeve e successive. Stiamo parlando di annotazioni varie su 50-60 personalità e scienziati sociali che hanno aggiunto vette molto alte del pensiero. Non basta una vita intera di più persone per fare una simile revisione.

Enno Ghiandelli aggiunge altre analisi sul pensiero politico di CR come uomo politico. Precisa che il Nostro liquida il sindacalismo di ispirazione cristiana a suo giudizio impregnato di un eccesso di solidarismo; critica pure il sindacalismo rivoluzionario perché accoglie la rigida suddivisione in due classi sociali; e sceglie quello riformista che, a suo giudizio, poteva evolvere nella direzione del socialismo liberale sul principio della libertà come motore della storia. Ghiandelli evidenzia questa scelta di Carlo Rosselli e la collega al Gildismo socialista inglese e ricorda la sua tesi di laurea dal titolo “Prime linee di una teoria economica dei sindacati operai”. Qui l’Autore “dimostra per via induttiva e deduttiva come non si possa estendere normalmente al mondo delle Leghe il teorema del massimo di utilità assicurato dal regime di libera concorrenza “.  A questo proposito mi corre l’obbligo di precisare di nuovo che per gli economisti classici, chi più e chi meno, la libera concorrenza era l’ordine naturale delle cose e, come ho ricordato sopra, l’Attore principale era solo l’individuo visto come produttore e/o come consumatore. Le Leghe e le organizzazioni dei lavoratori nascono e si sviluppano nella seconda parte dell’Ottocento in contemporanea con il fiorire del pensiero filosofico radicale. Nel suo Manifesto del 1948 Carlo Marx invoca l’organizzazione e l’unità anche internazionale degli operai. È solo nel ventesimo secolo che si studia a fondo la logica dell’azione collettiva. Oggi è più facile capire come i sindacati liberi dei lavoratori attraverso la libera contrattazione dei salari hanno un ruolo non secondario nella determinazione di una variabile importante i salari che insieme a profitti e rendite caratterizzano il funzionamento del sistema economico. Andando avanti nell’analisi del percorso intellettuale di Carlo Rosselli, Ghiandelli ci ricorda le critiche che il Nostro avanza nei confronti dei coniugi Webb. Non ne condivide la proposta politica della “democrazia industriale” perché assoggettata allo Stato democratico ma anche burocratico e, quindi, statalista. La sua preferenza va alla Comunità dei produttori. In questi termini, conferma la sua preferenza per il Gildismo di Cole e Hobson: la democrazia industriale fondata sul controllo operaio dal basso, no all’autoritarismo dall’alto. Prende definitivamente le distanze dai coniugi Webb perché non condivide il loro giudizio sull’URSS e sul fascismo.  Ghiandelli continua citando i discorsi e le analisi sul controllo operaio, le assonanze e dissonanze con Gramsci e la democrazia nelle fabbriche. Per capire quanto queste analisi e proposte fossero innovative basta ricordare che solo nel 1970 si arriva allo Statuto dei lavoratori passando per Filippo Turati, Bruno Buozzi, Giuseppe Di Vittorio, Giacomo Brodolini e Carlo Donat Cattin.

Carlo Rosselli ha una visione alternativa dello Stato e della Società che emerge con tutta chiarezza da un suo articolo del 1934 su Giustizia e Libertà” anno I, n. 19 riportato da Ghiandelli. Avendo sotto gli occhi il regime fascista scrive: “la rivoluzione italiana …. dovrà, sulle macerie dello Stato fascista capitalista, far risorgere la Società, federazione di associazioni quanto più libere e varie possibili. Avremo bisogno anche domani di un’amministrazione centrale, di un governo; ma così l’una come l’altro saranno agli ordini della società e non viceversa. L’uomo è il fine non lo Stato”. Così, Carlo Rosselli supera il dilemma individualismo/utilitarismo considerandosi un individualista egualitario.

Non ultimo devo dire che il saggio introduttivo di Ghiandelli non introduce solo agli scritti di economia 1924-1927 ma si estende a tutto il percorso intellettuale di Carlo Rosselli non solo come economista ma soprattutto come pensatore sociale e uomo politico, come oppositore del fascismo che gli costò la vita insieme a quella del fratello Nello. Un saggio illuminante e con un apparato di note esplicative e bibliografiche veramente impressionante che non solo rende più chiara la figura di studioso di Carlo Rosselli ma offre molti stimoli alla migliore comprensione di quella ricerca che negli anni 20 e 30 del secolo scorso veniva rubricata come “ricerca della terza via”.   Dopo i “trenta gloriosi” oggi viviamo ancora nei “quaranta vergognosi” sotto l’egemonia del neoliberismo. Discutiamo di possibili aggiustamenti al sistema capitalistico. A parte l’arcadica tesi della decrescita felice non si vedono tentativi così forti e decisi come quelli di Rosselli e di altri suoi contemporanei di tracciare i lineamenti di un modello alternativo.

                *Recensione destinata alla Rivista Storica del Socialismo, numero di imminente pubblicazione.

**Axel Honneth, L’idea di socialismo. Un sogno necessario, Campi del sapere, Feltrinelli, 2016

Come affrontare il post Covid-19 secondo la CES

Il 9 giugno scorso il comitato esecutivo della Confederazione dei Sindacati europei una interessante dichiarazione sulla crisi covid-19 e la strategia di rilancio delle economie europee. Nella versione italiana c’è qualche piccolo problema di traduzione ma nella sostanza mi sembra che il documento colga bene i principali problemi che la doppia transizione o grande trasformazione che le economie europee devono affrontare. Su questo fronte l’Italia è indietro e agli ultimi posti. Basta citare due problemi. Secondo un’indagine di fonte datoriale, a dicembre 2019, 1.200.000 posti di lavoro sono rimasti vuoti perché dal lato dell’offerta non c’erano le qualifiche richieste. Quindi abbiamo un problema di formazione permanente molto grave e la Pandemia sta mettendo a rischio i processi formativi nelle scuole, nelle Università e nelle imprese. 

Per erogare i fondi del Piano di rilancio a partire dal 2021, la Commissione europea chiede progetti precisi. Sappiamo che l’Italia è in sistematico ritardo sull’utilizzo appropriato del 71% dei fondi strutturali e collegati previsti dal Quadro finanziario 2014-2020. Tutti parlano genericamente di responsabilità della burocrazia ma nessuno individua con precisione oltre alle responsabilità del governo centrale quelle ancora più gravi delle regioni specialmente di quelle meridionali. Da diversi decenni seguo le attività che comunica la Conferenza delle regioni e non ho mai letto che qualcuna di esse abbia presentato un vero piano di sviluppo territoriale con l’indicazione dei progetti specifici e dei programmi di formazione professionale che dovrebbero essere il nerbo strategico delle loro politiche attive del lavoro. Ritengo che il documento di parte sindacale contenga proposte e suggerimenti rilevanti in materia ma questo non mi esime dal criticare quelli italiani  per non avere modulato adeguatamente la loro struttura organizzativa di secondo livello (intermedio, regionale) per aprire vertenze a questo livello e stimolare la elaborazione dei piani regionali specialmente dopo la riforma del Titolo V  della Costituzione del 2011 e come suggerisce la Commissione europea in sede di valutazione degli utilizzi non di rado disinvolti dei fondi strutturali. Sarei lieto di essere smentito a questo riguardo.

Nel documento di domande e risposte sul piano di rilancio e resilienza dell’economia europea pubblicato il 28 maggio scorso la Commissione, dopo aver accordato all’Italia il rinvio a ottobre del Piano nazionale di riforme, prescrive a tutti i paesi membri di presentare piani (o progetti) nel 2021 e 2022 al più tardi entro il 30 aprile.  A questo riguardo c’è un grosso equivoco da chiarire sulle c.d. riforme strutturali. finora il discorso si è ridotto a riforme giuridiche per la flessibilizzazione del mercato del lavoro, per la semplificazione delle procedure amministrative, per la riduzione dei tempi lunghi della giustizia, ecc. Le prime 

hanno compresso i diritti dei lavoratori che sul terreno economico hanno subito la svalutazione interna dei salari senza alcun recupero sostanziale e duraturo della produttività del sistema economico su cui, come noto, pesa l’inefficienza dei servizi privati e pubblici. Anche le altre riforme hanno dato risultati insufficienti e perciò bisogna insistere nel portarle avanti ma esse non bastano da sole ad assicurare il rilancio e la resilienza e/o capacità del sistema economico di riparare i danni inflitti dalla Pandemia  e provvedere ai cambiamenti necessari (conversione ecologica, digitale). Infatti, se la crisi è doppia( di domanda effettiva e di offerta servono  massicci investimenti nei vari settori dell’economia reale diretti dell’operatore pubblico ai vari livelli e di sostegno ai privati ove questi siano ritenuti insufficienti. Non bastano le semplificazioni delle leggi sugli appalti e non sono solo i tempi della giustizia che ostacolano gli investimenti dall’estero nelle regioni meridionali se non si riduce il grande gap infrastrutturale, il peso delle organizzazioni criminali e la diffusa corruzione. Nè si affronta in termini approfonditi il problema di come suddividere questi compiti complessi tra governo centrale, regioni ed EELL. Ci si trastulla con i discorsi indubbiamente importanti di grandi leader europei ma inevitabilmente generici e non intrusivi negli affari interni mentre stiamo ignorando l’invito della Commissione a presentare un primo gruppo di progetti anche entro il 2020.

State bene e buona lettura.

@enzorus2020

ETUC statement on COVID-19 outbreak and recovery strategy 9 June 2020

The COVID-19 pandemic and its consequences have put the European project and democracy at risk. The lockdown and the measures adopted by European governments to face the emergency have generated terrible consequences in terms of economic recession, massive unemployment, obstacles to the freedom of movement, deterioration of working conditions and rights, increased inequality and social exclusion.

For the ETUC, the health of citizens and workers and the protection of jobs and rights have been the priority when the institutions were taking lockdown measures. At a time when these measures are relaxed in order to achieve a gradual return to economic activity, the health and safety of citizens and workers must be fully protected.

The effects of the financial crisis on healthcare systems and public services have been devastating, proving that cuts and privatisation have been the wrong recipe for the wellbeing of people and the safety of our societies. Austerity policies, the neoliberal approach to fiscal policies, competition and trade, led to a dramatic decrease in public and private investment and to many Member States not been able to provide adequate health services to the population and protection to workers in the health and care sectors.

The reaction to the outbreak in terms of Member States’ coordination and EU initiatives has come very late. The emergency measures put in place to support workers, healthcare systems and companies hit by the crisis still show serious limits: many workers and companies are not supported by such measures, which are often not adequate, while in many cases the deployed resources did not reach the ground with concrete help. This has to be fixed as soon as possible.

Additionally, some governments used the outbreak as an excuse to attack the rule of law, human, workers’ and trade union rights, particularly collective bargaining. This situation, together with the increasing economic and social emergency, is boosting people’s desperation and anger, with far-right populistic and anti-European forces exploiting the opportunity to regain political space.

Back to normal is not acceptable if this means business as usual. A sound European response is necessary to prevent and contain economic recession, unemployment and poverty and to rebuild the European project and democracy. The EU is at a crossroads: either it makes a relevant change of direction and commits to its founding principles, or it will face an unprecedent political crisis.

The ETUC has been urging the EU institutions and Member States to start immediately a clear, ambitious, and coordinated recovery strategy. We advocate for a recovery built on a more sustainable, inclusive and fair economic model and a social market economy where the environment is respected, digital innovation is put at the service of people, the European economy is protected, a massive fiscal stimulus for investment and quality job creation is triggered, a fair distribution between profits and wages is ensured, workers and social rights are protected, public services – particularly health care and education and training – are restored and reinforced, universal social protection is ensured.

The recovery plan proposed by the European Commission, which took up and broadened the proposal presented by France and Germany and includes many demands pushed forward by the ETUC, is a significant step in the right direction.

The ETUC advocates for massive financing for investment to be provided to member states, and for the money to be raised via common debt instruments guaranteed by the European Commission through the increase of EU own resources, thus avoiding creating additional unsustainable debt in EU countries.

The recovery strategy must repair the damage of the crisis and build a new economic and social model based on solidarity, economic and social convergence and cohesion, finally breaking with austerity policies. The suspension of the Stability Pact has made possible to take the necessary emergency measures, but only a radical revision of the EU economic and social governance and Semester process can ensure a fair recovery.

Investment to get out of recession must contribute to EU commitments to climate action and fight unemployment, particularly for youth, and these have to be overarching conditions for all funding. Public services, health care and education and training, social protection systems and social infrastructures must be strongly supported.

It’s important to increase the EU own resources, based on the Emissions Trading Scheme, a Carbon Border Adjustment Mechanism and taxation of operations of large companies, including a new digital tax and a tax on non-recycled plastics. Unfair tax competition has to be stopped through EU minimum corporate tax base and rate, and reinforced fight against tax havens, tax evasion, avoidance and fraud.

The ETUC expects the recovery strategy to focus on just transition at all levels, on reinforcing EU industries and economic sectors, on supporting workers affected by insolvency and restructuring process, on redesign European supply chains to make them more sustainable, on redesign our competition rules, and on making our trade policy fairer and more inclusive, in particular through binding and enforceable labour provisions in trade agreements.

The EU must not give money to businesses without exercising control on how they behave. The recovery plan funding should be conditional on providing decent jobs, paying taxes and working towards agreed climate goals through just transition. It is important that any company refusing to negotiate with the trade unions does not receive any grants, funds or other public procurement contracts.

The ETUC has always demanded that respect for the rule of law and fundamental rights is one of the conditions of funding for recovery, while stressing the need for labour, trade union and social rights, social dialogue and economic and workplace democracy, the European Pillar of Social Rights and the Agenda 2030 of the UN, to be at the basis of all funding granted.

It is also very important that the European Commission confirms all initiatives which would boost a fair and socially sustainable recovery, while increasing the profile of its neighbourhood, development and international cooperation policy, and strengthening its commitments for an European Democracy Action Plan and the relaunch of the Conference on the Future of Europe. In the current extraordinary circumstances, solidarity is needed more than ever. Without an ambitious strategy which is shared by all Member States and driven by the EU in a communitarian spirit, Europe cannot succeed.

Therefore, ETUC appeals to all governments to shoulder their responsibility, overcome their divisions and go for a swift approval and implementation of the recovery strategy, which is not enough but it’s urgently needed. European workers and citizens need help and cannot wait longer.

The ETUC, together with its member organisations, is ready to contribute to national and sectoral plans to make the recovery strategy fully operational. We call for effective social dialogue and full involvement of trade unions and social partners at the highest level with EU institutions and Member States’ governments.

The future of European democracy, economy and social cohesion is at stake. The trade union movement in Europe has always defended the strengthening of the European project by promoting a European Union that protects its citizens and working people. The European Trade Union Confederation, representing all workers across all countries, is united in calling for a fairer Europe of solidarity, rights and social and environmental justice.

Il bicchiere resta mezzo vuoto ma é diventato molto più grande.

Nel 2019 in occasione delle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo siamo riusciti a contenere l’ondata populista-sovranità ma già durante la campagna elettorale non è che i partiti più europeisti avessero messo grande attenzione ai temi della riforma dei Trattati. Sta qui il problema. L’assetto istituzionale dell’Unione è incompleto, debole e caratterizzato da un enorme deficit democratico. Il Consiglio europeo composto dai Capi di Stato e di governo – soprattutto da questi ultimi – è eletto con sistemi elettorali diversi, sono espressione delle maggioranze locali, rispondono al loro elettori locali. Gli stessi componenti della Commissione sono in buona sostanza nominati dai governi del PM. È come se il governo di Roma fosse composto dai Presidenti delle regioni. La Comunità europea prima e poi l’Unione non è mai stata una Confederazione e non è una federazione vera e propria. Per la struttura sovranazionale dell’Unione si parla di governance ma – come spiega bene Gustavo Zagrebelsky – dove c’è governance non c’è democrazia vera. Concordo con lui e aggiungo che la stragrande maggioranza degli elettori non sono cittadini attivi, non hanno tempo o voglia di occuparsi di politica interna e meno ancora di quella sovranazionale. E questo è vero non solo nella ricca ed evoluta Europa ma anche in Inghilterra, negli USA, in Brasile, in Cina, in India, in Russia. In questo ultimo paese si sta introducendo una riforma costituzionale per consentirebbe a Putin di restare al potere sino al 2036 e, magari, a vita come Xi in Cina.

In Italia e nel mondo c’è una forte ansia di delega lasciando ai delegati stessi il compito di scriversi i termini del rapporto agente-principale. Non sorprende che la democrazia arretri dappertutto. Non sorprende che 2/3 dei paesi membri della Nazioni Unite siano governati da dittature più o meno soft, più o meno crudeli. L’obiettivo fondamentale di questi dittatori è quello di non essere disturbati a casa loro con buona pace dei diritti fondamentali dei loro concittadini. Questa spiega come negli ultimi decenni pochi siano stati gli interventi diretti dei caschi blu a parte quei pochi dedicati a mantenere la pace dopo sanguinose guerre civili.

In Europa negli ultimi dieci anni si sono fatte riforme che hanno incrementato il ruolo decisionale del governo a scapito dell’iniziative legislative dei Parlamenti. I Trattati di Lisbona riflettono questa tendenza. La Commissione ha il monopolio dell’iniziativa legislativa ma sotto la tutela del Consiglio europeo. Il PE non ha autonomo potere di imporre tasse ed imposte o autorizzare l’emissione di debito pubblico. Ha solo potere condiviso. Come ho scritto in altri post, dopo la presentazione del piano di rilancio da parte della Presidente della Commissione UVDL, si è aperto il dibattito in aula. Sono stati concessi due minuti ai capigruppo e un solo minuto ai singoli parlamentari. Hanno potuto dire si o no con brevi pistolotti. Spero che nelle Commissioni ci sia un dibattito più attento che entri nel merito e nei dettagli dei problemi. Sappiamo che il diavolo si nasconde nei dettagli. Sappiamo che non basta concordare o dissentire sugli obiettivi generali. Di norma, si dissente e ci si divide sugli strumenti, sulle risorse stanziate, sulle modalità e i tempi di attuazione degli obiettivi.

Dopo l’introduzione dell’Unione economica e monetaria – costruzione notoriamente incompleta. si sono susseguiti due eventi molto importanti: l’allargamento ad Est e la crisi del 2009-12. Molti hanno criticato la scelta attuata dal Presidente Prodi sostenendo che bisognava fare prima l’approfondimento istituzionale. A mio parere, avremmo dovuto fare le due cose insieme e, in qualche modo, così è stato fatto se pensiamo alla istituzione della Convenzione che ha definito il Trattato costituzionale poi bocciata dai referendum francese e olandese e al ripiegamento sui Trattati di Lisbona. Per brevità, salto alla crisi finanziaria ed economica del 2009-12 (doppia recessione) con disastrose conseguenze per alcuni paesi periferici. Oggi è chiaro che i paesi egemoni hanno preso atto di quegli errori ed hanno cambiato passo muovendosi nella direzione giusta almeno in termini di misure volte a rafforzare le strutture sanitarie, gli ammortizzatori sociale, l’aiuto alle imprese in difficoltà, ecc. Ma non c’è una vera strategia per contrastare la recessione che rischia di trasformarsi in una Grande depressione. Manca a Bruxelles e manca a Roma.

Nei giorni scorsi la Banca d’Italia ha pubblicato le sue previsioni di crescita per l’Italia si rischia un calo del PIL del 13% previsione pessimistica massima per le economie dei PM. A Bruxelles mancano piani precisi per la conversione ecologica e la digitalizzazione dell’economia o sono redatti in termini di obiettivi generali che i PM devono attuare; manca un piano europeo per le infrastrutture materiali ed immateriali. Più vagamente si parla di prestiti collegati a riforme strutturali.   La solita solfa. In un documento pubblicato dalla Commissione il 28 maggio u.s. (vedi indirizzo sotto) leggo che le riforme strutturali 2020 riguardano le imposte ambientali e la valutazione del loro impatto. In realtà in attuazione delle Direttiva comunitaria n. 2019/904/904UE del 5-06-2019 l’Italia ha introdotto la plastica tax nella legge di bilancio 2020 ma in seguito alle proteste dei produttori ha previsto la sua entrata in vigore a partire dal 1° luglio p.v. Vedremo presto se l’impegno sarà mantenuto. 

Accanto al DEF sino al 2010 il governo doveva presentare il Piano nazionale delle riforme PNR. Ai sensi della legge 7-04-2011 e con l’introduzione del Semestre europeo di coordinamento delle politiche economiche il PNR è stato integrato nel DEF come parte terza. Inutilmente ho cercato nel DEF 2020 il PNR. Da fonti di stampa ho appreso che il Governo lo presenterà in ritardo insieme alla legge di stabilità 2021. Nel DEF ho trovato solo la seguente frase: “Il contrasto all’evasione fiscale e le imposte ambientali, unitamente ad una riforma della tassazione che ne migliori l’equità e ad una revisione organica della spesa pubblica, dovranno pertanto essere i pilastri della strategia di miglioramento dei saldi di bilancio e di riduzione del rapporto debito/PIL nel prossimo decennio”. In teoria una simile strategia andrebbe bene per tempi normali e per una economia in crescita normale anche se ritengo che precedenti governi hanno sempre fallito sui due obiettivi più importanti: la lotta all’evasione e la revisione organica della spesa pubblica. In ogni caso – lo ripeto – suddette misure non sono sufficienti per fare uscire l’economia italiana dalla stagnazione secolare e dalla recessione che rischia di aggravarsi vieppiù.   Per citare un articolo di Gianfranco Pasquino sul Sole 24 Ore del 16 maggio 2004 : “il bicchiere resta mezzo vuoto ma è diventato molto più grande”. Allora l’illustre politologo si riferiva al testo del Trattato costituzionale uscito dalla Convenzione. Sappiamo che la situazione è stata recuperata in gran parte con i Trattati di Lisbona. Oggi sul terreno economico abbiamo il tentativo di portare il QFP attorno al 2% annuo ma è un obiettivo ancora minimale se si pensa che negli Stati federali il bilancio impegna il 20-25% del PIL. Sul terreno istituzionale c’è la proposta della Conferenza sul futuro dell’Europa che rischia di tradursi in una immane perdita di tempo perché è già in ritardo sulla partenza, avrà due anni di tempo per redigere un rapporto che dovrà essere esaminata dal Consiglio europeo quando la presente legislatura sarà vicina alla sua naturale conclusione. Ma sia chiaro, tutto questo non è colpa e responsabilità dell’Europa ma dei suoi singoli paesi membri e dei loro specifici governanti.

@enzorus2020

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Il Piano di rilancio UE della Commissione

Sentito due volte il discorso della Presidente della Commissione europea (CE) al Parlamento europeo in diretta il 27-05-2020 e subito dopo registrato ho trovato tante belle parole anche commoventi e due cifre importanti 500 miliardi di trasferimenti a fondo perduto e 250 di prestiti. Concordo con quanti valutano il “piano” una svolta storica – in realtà fatta dalla Merkel nel discorso al Parlamento tedesco la mattina dello stesso giorno in cui nel pomeriggio si doveva tener il Consiglio europeo dei capi di Stato e di governo in seguito anche all’accordo raggiunto con il Presidente Macron.  Il discorso della UVDL è stato una succinta presentazione di un piano che ancora non c’è per due probabili motivi: 1) perché ancora non c’è accordo con i governi dei Paesi membri (PM); è nota l’opposizione dei 4 paesi nordici c.d. frugali (Austria, Olanda, Danimarca e Svezia), alias, egoisti che non vogliono trasferimenti a fondo perduto; 2) perché il piano Le è stato commissionato dal Consiglio europeo e probabilmente per motivi vari UVDL vuole o deve presentare la prima bozza a quella che da alcuni osservatori viene definita la Cupola delle istituzioni europee. A fronte dei rischi crescenti di disgregazione, la Merkel ha passato il Rubicone e, come avevo previsto e sostenuto, la Germania paese leader dell’Europa integrata non poteva e non doveva rinunciare al suo ruolo storico in Europa.

A scanso di equivoci anche io ritengo che si tratta di una scolta storica ma nel suo discorso al PE UVDL non ha dato alcun dettaglio tecnico del piano che ha approntato per il Consiglio europeo a partire su come si realizzerà l’aggancio al QFP ancora non approvato, allo strumento esistente o da creare che emetterà gli eurobond; alle condizionalità collegate sia ai trasferimenti a fondo perduto che ai prestiti; ai tempi di questi ultimi; alla leva che potrà essere realizzata per finanziare gli ambiziosi obiettivi che l’UE in quanto tale intende perseguire: Green New Deal, digitalizzazione dell’economia, lotta alle diseguaglianze, convergenza tra le regioni periferiche e quelle centrali, ecc..

Non ultimo se è vera l’ipotesi che i dettagli tecnici del piano saranno svelati al momento della presentazione del piano al Consiglio europeo, io starei attento a parlare di piano o risultato acquisito dopo la presentazione dello stesso al PE. Come in casi precedenti potrebbe verificarsi un compromesso al ribasso verosimilmente riguardante il fondo dei trasferimenti a fondo perduto che potrebbe essere dimezzato. Al riguardo va tenuta presente una recente dichiarazione della Cancelliera Merkel secondo cui la trattativa con alcuni PM sarà lunga e difficile. E qui rileva la questione dei tempi. Quali che siano le dimensioni dei fondi, l’UE deve procurarsi fondi e metterli a disposizione in tempi brevi. Aspettare la Primavera prossima sarebbe esiziale perché intervenire in ritardo aggreverebbe e prolungherebbe la crisi non solo economica ma anche sociale.

Alcune forze politiche e tra di essi anche il Movimento federalista europeo punta ancora su quello che potrebbe proporre la Conferenza per il futuro dell’Europa dopo che è stata respinta la proposta di Macron di una nuova Convenzione per aprire il cantiere della riforma dei Trattati. Vale la pena ricordare che sull’argomento esiste il Libro bianco sul futuro dell’Europa preparato dalla Commissione Juncker nel 2017 in occasione del 60° anniversario dei Trattati di Roma. È vero che nei mesi scorsi è intervenuta la crisi Covid-19 che ha sconvolto ogni scenario sanitario ed economico precedente ma i problemi istituzionali europei  sono sempre gli stessi ed abbastanza approfonditi. La Commissione nel 2017 ha disegnato 5 scenari: 1) avanti così (business as usual); 2) solo il mercato unico; 3) chi vuole di più fa di più;  4) fare meno in modo più efficiente; 5) fare molto di più insieme. Per un federalista lo scenario ottimo (first best) sarebbe il 5° ma sappiamo che esso non è condiviso all’unanimità. È d’uopo ripiegare sul terzo scenario (second best) “chi vuole di più fa di più” e nei tempi più stretti possibili. La geometria variabile è consentita dai Trattati e la impone la situazione drammatica e auspicabilmente non tagica della recessione mondiale. Abbiamo già circa 40 milioni di disoccupati negli USA e forse altrettanti nella UE dove per via dei forti ammortizzatori sociali i tempi saranno più lunghi.

Il 29 u.s. in TV hanno citato una intervista a Daniel Cohn Bendit il quale ha proposto di “accomodare fuori” i 4 Paesi nordici che non vogliono aumentare i trasferimenti a fondo perduto. Personalmente non arrivo a tanto, credo che detti PM non vogliano uscire dall’Unione come ha fatto il Regno Unito ma non si può consentire loro o al Gruppo di Visegrad di bloccare o ritardare il processo decisionale e di maggiore integrazione dell’UE. Bisogna sospendere la regola dell’unanimità e/o utilizzare le c.d. passerelle (art. 48 par. 7 del TUE) che consentono le più appropriate maggioranze qualificate. Anche questo è un modo per superare il grave deficit democratico che caratterizza l’attuale funzionamento dell’UE.

Il problema tecnico di politica economica e finanziaria è quello di coordinamento di appropriate politiche fiscali con la politica monetaria espansiva che sta conducendo tempestivamente la BCE. Ma sappiamo che da sola la politica monetaria non basta. Il pacchetto di proposte che la Commissione sta mettendo a punto se adeguatamente finanziato potrebbe consentire il coordinamento che è mancato nella crisi del 2009 e che ha prodotto la seconda recessione europea del 2012. Il lungo dibattito economico che si è svolto in quest’ultimo decennio ha ben chiarito gli errori commessi a livello UE e dei PM.  Le misure proposte vanno nella direzione giusta. Si tratta di passare dalle parole ai fatti nella massima urgenza.

https://www.project-syndicate.org/commentary/france-germany-covid19-recovery-fund-eu-by-lucrezia-reichlin-2020-05

https://formiche.net/2020/05/ue-crisi-antonio-parenti-commission-italia/

sulle passerelle vedi Astrid, Le nuove istituzioni europee. Commento al Trattato di Lisbona, a cura di Franco Bassanini e Giulia Tiberi, nuova edizione riveduta e aggiornata, il mulino, 2010; in particolare il cap. 13° di Luigi Carbone, Luigi Cozzolino, Luigi Gianniti e Cesare Pinelli; pp.266 e segg.