Incompatibile la democrazia con l’ignoranza degli affari politici.

Ilya Somin, Democracy and political ignorance. Why smaller government is smarter, Stanford Law Book, Stanford University Press, 2013

La democrazia è sinonimo di governo del popolo dall’antica Grecia a oggi passando anche per Lincoln. Il problema è l’accountability dei rappresentanti. Quello tra elettori ed eletti è un rapporto di agenzia: c’è un principale che è l’elettore e c’è un agente che è l’eletto.  Perché il rapporto di agenzia funzioni, si devono verificare alcune condizioni fondamentali. Che ci sia un rapporto di fiducia, che gli elettori si occupino del bene comune, che siano sufficientemente informati, che votino in modo razionale, che gli eletti rispettino la volontà e/o le preferenze dei loro elettori, che le preferenze si aggreghino per formare una maggioranza chiara e magari molto ampia, ecc..   Alcuni modelli economici invece spiegano il funzionamento della democrazia assumendo che gli elettori votino o non votino in modo razionale nel primo caso per massimizzare il proprio interesse, nel secondo caso, perché non ritengono che il loro voto possa in alcun modo influenzare l’esito della votazione.

In via principale, il libro si occupa di uno di questi problemi quello della ignoranza politica, non sempre tenuta nella debita considerazione da parte di filosofi, politologi e teorici della democrazia.  È spontaneo pensare che il rimedio all’ignoranza sia l’istruzione generale. Ma Somin sulla base di indagini empiriche che negli Stati Uniti hanno una storia ormai secolare conferma la persistenza dell’ignoranza politica a fronte di un innalzamento del livello di istruzione e di una drastica riduzione dei costi di acquisizione dell’informazione. È un fatto che anche la gente istruita dedica poco tempo e scarsi sforzi a migliorare il suo sapere politico.

Emerge subito che la tesi principale del libro è quella di individuare modi e metodi per ridurre considerevolmente l’ignoranza politica, ma che questo obiettivo possa essere conseguito viene ritenuto poco probabile. L’autore propone quindi di ridurre almeno l’impatto degli effetti negativi dell’ignoranza politica. Secondo Somin, ciò può essere ottenuto attraverso due modalità principali: la judicial review e la decentralizzazione congiunta alla limitazione delle competenze del governo.

Premesso che l’ignoranza politica inquina il funzionamento della democrazia, Somin cita Madison (quaderni federalisti 62 e 63)  per la proposta di  un Senato eletto indirettamente ma altamente qualificato che potesse correggere gli errori dell’ignoranza politica della Camera bassa. Quindi passa alla definizione di questo concetto che è intuitiva per cui l’Autore passa alla definizione di sapere politico (political knowledge) come consapevolezza dei problemi fattuali reali connessi alla politica in generale e alle politiche pubbliche in particolare. Il tema non è nuovo. È vecchio quanto è vecchio il dibattito sulla democrazia. Mi basta citare Platone ed Aristotele. Più recentemente mi basta il riferimento al Nobel dell’economia  Herbert Simon  che distingue opportunamente tra modello olimpico  (di perfetta informazione) e modello di razionalità limitata che dipende in primo luogo dalla disponibilità di informazioni adeguate rispetto ai problemi da risolvere. Vedi in particolare il suo volume edito dal Mulino (1984) La ragione nelle vicende umane.

D’altra parte non manca chi sostiene la scarsa rilevanza dell’ignoranza politica sulla base dell’assunto secondo cui non è lecito valutare i valori-obiettivo perseguiti da una democrazia con standard esterni e/o diversi da quelli propri degli elettori della democrazia che, di volta in volta, viene presa in considerazione.

Il libro raccoglie e sviluppa alcuni saggi che affrontano diversi problemi non solo sulla base di ragionamenti astratti ma analizza i risultati di indagini empiriche condotte in diverse fasi della storia degli Stati Uniti. La maggior parte dei casi considerati nel libro sono casi in cui si controverte sugli strumenti alternativi con i quali perseguire obiettivi comuni e/o condivisi. Ovviamente il problema risulta più complicato se le soluzioni proposte non sono condivise e, addirittura, vengono presentate come scelte di civiltà – come purtroppo avviene in Italia.

Se gli elettori non sanno per che cosa e per chi votano e se, come sostiene   Brian Caplan (citato da Somin),   gli elettori non solo sono incentivati a rimanere ignoranti ma sono piuttosto incentivati a sposare interpretazioni partigiane delle informazioni che ricevono e se gli stessi eletti,  non di rado, non hanno piena contezza delle leggi che approvano , il modello decisionale che ne emerge può essere definito,  come fa Caplan,  dell’”irrazionalità razionale”.

E tuttavia la Costituzione americana prevede un sistema di pesi e contrappesi che cercano in via principale di rimediare al problema. Uno di questi è la judicial review  (scrutinio giudiziario)  delle leggi che è operata dal potere giudiziario che , secondo i sostenitori della c.d. countermajoritarian difficulty,  mina la democrazia in quanto lede il principio maggioritario o la sovranità popolare che attraverso di esso emerge.

Per garantire la corretta applicazione del Principio della Supremazia della Costituzione vigente occorre un organo politico imparziale, un organo giudiziario di cui sia garantita l’indipendenza e l’inamovibilità dei suoi componenti, un organo che sia dotato dei poteri di annullamento delle leggi e dei provvedimenti amministrativi che si rivelino in contrasto con la costituzione.

Ne  nasce un trade off , un problema di bilanciamento tra quella che gli americani chiamano la countermajoritarian difficulty e la necessità della revisione giurisdizionale delle leggi  per ridurre il rischio che maggioranze assolute adottino leggi che in realtà possono risultare in conflitto con l’interesse generale e/o che discrimino le minoranze  in un contesto in cui, a causa dell’ignoranza politica, la maggior parte degli elettori non sono in grado di valutare correttamente le finalità delle leggi . Somin cita i due casi importanti di iniziativa legislativa degli anni ’90: la riforma sanitaria di Clinton (bocciata nel 1994) e il Contratto con l’America proposto dai Repubblicani nel 1995 che non furono compresi dagli elettori. Come non fu compresa parte della legislazione del New Deal negli anni ’30, per cui i politici di allora furono “costretti” alla manipolazione dell’opinione pubblica.  Occorre quindi operare un bilanciamento tra l’esigenza di rispettare per quanto possibile il diritto della maggioranza a tradurre in leggi le sue proposte programmatiche e il rischio di consegnare tutto il potere ai giudici.  In ogni caso, molti studiosi concordano che  lo scrutinio giudiziario delle leggi  contribuisce a ridurre l’ignoranza politica. Questa in grossa parte è alimentata dalla oscurità con la quale le leggi sono scritte e dalla complessità dei problemi che provano a risolvere.

Negli Stati Uniti la letteratura contraria alla revisione costituzionale delle leggi ha una lunga tradizione ed è molto diffusa ma Somin non l’accoglie perché la judicial review può contribuire in maniera considerevole a mitigare le conseguenze delle decisioni assunte nell’ignoranza politica.

Il secondo rimedio fondamentale che Somin propone per combattere l’ignoranza politica è il federalismo accompagnato da una riduzione dei compiti dello Stato.  Sostiene la superiorità del voto con i piedi, di un sistema federale, di un governo con compiti limitati. Se applicata correttamente, la decentralizzazione riduce l’ignoranza politica, migliora il funzionamento del rapporto di agenzia, consente di rispettare meglio le preferenze dei cittadini che peraltro sono più omogenee, rende i politici maggiormente responsabili.

Per chi come me, per  22 anni,  ha insegnato  un corso sulla teoria economica del federalismo,  l’idea di Somin non è nuova e infatti riprende il modello di Tiebout. Oggi è teoria condivisa anche se non praticata in Italia. È facile commentare la tesi del sottotitolo “why smaller government is smarter”: c’è un numero limitato di problemi da risolvere. In realtà la teoria adottata dai padri costituenti americani è che la tripartizione dei poteri individuata da Montesquieu era insufficiente perché non garantiva abbastanza i diritti e le libertà fondamentali dei cittadini.  Gli americani erano anche contrari al governo grosso che in America avrebbe assunto dimensioni gigantesche.   Si può dire che la federazione è stata costruita sul modello dello Stato minimo. Anche   PQM, dopo 11 anni di dibattiti, la Convenzione sceglie il governo suddiviso, ossia, caratterizzato da una doppia suddivisione dei poteri, non solo quella orizzontale ma anche verticale. Al di là della scelta iniziale, poi lo sviluppo economico conseguente alla forte industrializzazione ha imposto in fatto un crescente intervento da parte dello Stato. Questo però non implica un accrescimento delle competenze del solo governo centrale ma soprattutto degli Stati federati.  Oggi possiamo dire che una corretta applicazione del principio di sussidiarietà aiuta ad individuare il livello di governo più adatto a svolgere le nuove funzioni.

In questi giorni sto seguendo il tormentato dibattito al Senato sulla riforma costituzionale. Non ho potuto seguire tutti gli interventi ma da quanto ho sentito e da quello che ho letto nello stesso DDL presentato dal governo, non mi sembra che emerga una architettura istituzionale che tenga nella minima considerazione i problemi sopra accennati. Anzi, sul terreno del federalismo, sembra emergere un chiaro trend verso la centralizzazione.

Postato il 21 agosto 2014

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