Gli eurobond come strumento per evitare la disgregazione dell’Unione europea.

In questa delicata fase si sta discutendo in diversi ambienti su come aumentare le risorse a disposizione dell’UE e, in particolare, la sua capacità fiscale intesa in termini di risorse proprie. Mi sembra opportuno fare alcune considerazioni preliminari prima di entrare nel merito di alcuni di questi problemi. Ormai da circa 25 anni siamo in regime di concorrenza fiscale al ribasso e senza regole a livello mondiale ed europeo. Questo regime ha “costretto” alcuni paesi europei ad abbandonare il processo di armonizzazione fiscale senza la quale è difficile pensare ad un sistema di tributi propri da intestare al governo – non alla governance – europeo. Altri paesi governati da neoliberisti hanno richiesto con forza tale sistema perché consentiva ed ha consentito loro di praticare la concorrenza fiscale attirando investimenti dall’estero e da altri Paesi membri (PM) della stessa Unione.

Al riguardo è necessario chiarire che l’art. 311 del TFUE – secondo me volutamente – usa il termine generico “risorse proprie”. Ricordo che di norma i governi si finanziano con imposte generali, imposte speciali, tasse, tariffe, prezzi pubblici, ricavi di vendita di pezzi di patrimonio pubblico, indebitamento. E forse dimentico qualche voce. Ma torno brevemente alla storia dell’armonizzazione fiscale nella UE negli ultimi tre decenni.

Basta ricordare il Rapporto Ruding del 1992 sull’armonizzazione delle aliquote delle imposte sulle imprese all’indomani del Trattato di Maastricht e, 20 (dicesi venti) anni dopo, la proposta della Commissione di una direttiva su una base imponibile consolidata comune (CCCTB) per l’evidente motivo che non basta armonizzare le aliquote poi bisogna mettersi d’accordo sulla definizione del reddito realizzato a cui applicare le aliquote. Ora sono passati altri 8 anni e il tema non è neanche in discussione. Secondo gli addetti ai lavori prevale lo scetticismo sulla possibilità di realizzare detta armonizzazione perché fa comodo ai governi neoliberisti e alle società di capitali di muoversi liberamente tra i vari PM anche per ridurre il loro carico fiscale.  

Sulle risorse proprie ci sono i lavori di un Gruppo di esperti di alto livello che ha prodotto  Rapporto Monti istituito nel 20014 e composto da membri nominati dal Parlamento, dal Consiglio e dalla Commissione. Il rapporto finale è stato pubblicato nel dicembre 2016 e presentato al Parlamento europeo nel gennaio successivo. Il Rapporto  è stato anche oggetto di analisi ed audizioni nelle nostre commissioni parlamentari. A otto anni dalla proposta di Direttiva e a più di tre anni dal Rapporto Monti siamo in una situazione in cui non si riesce ad approvare il quadro finanziario 2021-27 all’interno del quale non c’è accordo su come reintegrare i fondi che vengono meno per l’uscita della Gran Bretagna. Voglio ricordare che nel 2013 il Premier Cameron influì pesantemente sull’approvazione del Quadro finanziario che viene a scadenza quest’anno. Eravamo ancora sotto gli effetti negativi della seconda recessione europea, la Cancelliera Merkel e il Premier Cameron si misero d’accordo per ridurre di 60 miliardi la proposta della Commissione.

Adesso devo introdurre delle considerazioni per dimostrare che alla fin fine anche per le dimensioni risibili del bilancio comunitario questo, comunque alimentato, non ha alcuna seria rilevanza né per soddisfare i bisogni pubblici ordinari né – tanto meno – quelli straordinari che profilano all’orizzonte. Quello che desidero sottolineare ai miei lettori e agli amici federalisti è che siamo passati, per effetto della sopravvenuta e perdurante egemonia neoliberista, da una dominance della politica fiscale di stampo keynesiano ad una dominance monetarista che peraltro ha portato alla trasformazione di molte  banche centrali come la nostra BCE in autorità amministrative indipendenti. Ma con la piena libertà dei movimenti di capitali, con il multilateralismo non coordinato dei cambi flessibili (determinati presuntivamente dai mercati)  siamo passati ad una dominance della finanza rapace di New York ed associati. Le vicende della crisi 2008 dimostrano che neanche le banche centrali riescono a controllare la situazione nell’economia e nella finanza globalizzate. 

Queste premesse mi portano a dire che di certo il problema di dotare la Commissione di risorse proprie più consistenti è comunque sul tavolo ed è urgente anche perché entro l’anno bisogna approvare il Quadro finanziario poliennale 2021-2027 ma, a mio giudizio, non è prioritario se non correttamente inteso. In altre parole, il problema non è solo quello di dotare la Commissione di qualche tributo minore proprio (come una web tax, la carbon tax, Tobin Tax, ecc.) bensì quello di dotarla del potere di indebitamento, alias, di emettere titoli del debito pubblico europeo, alias, eurobond con finalità più ampie di quelle attualmente previste per il MES. Sappiamo che è stata respinta la proposta di avere all’interno della Commissione un vero e proprio ministro delle finanze e non se n’è fatto niente dell’altra proposta riduttiva di un Fondo monetario europeo.

Siamo in una situazione di doppia emergenza globale, sanitaria ed economica, si tratta di riuscire a mobilitare diverse migliaia di miliardi di euro. Vedi ad esempio il piano di tre mila miliardi euro lanciato da Confindustria di intesa con le altre associazioni datoriali europee per finanziare un vasto programma di infrastrutture europee. Scartati i soggetti emittenti di cui sopra, bisogna realisticamente prendere atto che l’unico strumento utilizzabile che abbiamo è il Meccanismo europeo di stabilità MES. Ho discusso questa questione con alcuni miei amici e colleghi economisti che propongono di non firmare la riforma del MES. Con tutta la stima che ho nei loro confronti io penso che si sbagliano. In emergenza io uso qualsiasi strumento ho a disposizione forzando anche le regole della condizionalità peraltro già attenuate rispetto a 6-7 anni fa. Il MES ora può intervenire in via preventiva per evitare e/o ridurre il rischio di default di un paese membro. Non sono un giurista professionale ma mi chiedo e chiedo ai colleghi giuristi emettere eurobond – come può fare attualmente il MES – non è comunque agire in via preventiva a sostegno di alcuni PM a rischio? Che differenza fa se si tratta di un gruppo limitato di PM invece che di uno solo? Agire a sostegno di un gruppo di PM invece che di uno solo non legittima maggiormente l’intervento del MES? E che dire se lo strumento nel caso odierno è a disposizione e a beneficio di tutti per via delle economie esterne che si creano uscendo dalla crisi minimizzando i costi?    Le residue regole di condizionalità possono essere sospese come la regola dell’unanimità in materia fiscale se c’è la volontà politica di farlo, se per ipotesi, invece che l’unanimità, fosse adottata in fatto una larga maggioranza qualificata.  E sappiamo che è stato fatto per le regole del Patto di stabilità e crescita altrettanto iugulatorie e contraddittorie. E’ vero che nelle regole del Patto di stabilità c’è una esplicita clausola di salvaguardia e si è agito in base ad essa ma anche nello statuto della BCE non c’erano esplicitamente menzionate alcune operazioni  di politica monetaria come le LTRO , le OMT poi definite operazioni non convenzionali ma che sono state adottate. La BCE e il MES sono istituzioni europee l’una prevista dal Trattato di Lisbona art. 13 l’altro da un Trattato intergovernativo ma sono strumenti che sono chiamati a perseguire obiettivi di stabilità e crescita.   Si tratta di utilizzare quello che c’è nell’interesse generale e, allo stesso tempo, di proporre la riforma dei Trattati.  Ho già scritto che rinviare la soluzione di questi problemi dopo la Conferenza sul futuro dell’UE rischia di tradursi in una immane perdita di tempo. Anche i Trattati vanno modificati perché con 27 Paesi membri (d’ora in poi PM) c’è sempre qualcuno che non è d’accordo e ci costringe a mandare l’Unione nell’irrilevanza.

Come noto, la settimana scorsa i leader di nove PM hanno lanciato un appello per proporre l’emissione degli eurobond. In un articolo sul Financial Times Wolfgang Munchau sostiene che in Germania la maggioranza delle forze politiche – socialdemocratici compresi – non è d’accordo e quindi  non crede in un ripensamento in tempi brevi ma lui personalmente ritiene che se i nove PM volessero sul serio gli eurobond dovrebbero comunque emetterli creando un gruppo d’avanguardia all’interno dell’eurozona. Non ritiene che Macron possa arrivare a tanto compromettendo il suo rapporto speciale con la Germania ma pensa che, con o senza la Francia, se i suddetti PM, in un modo o nell’altro, riuscissero ad emettere detti bond difficilmente la BCE potrebbe rifiutarsi di sostenerli ove necessario. Sarebbe un modo come l’altro per adottare lo schema della geometria variabile di cui si discute da diversi decenni. I volenterosi, quelli che se la sentono di andare avanti lo fanno dando la dimostrazione che si possono adottare strumenti più incisivi proprio per salvare l’euro e lo storico ed irrinunciabile processo di integrazione che altri PM stanno mettendo a rischio. Non ultimo,  Munchau, tenuto conto che negli ultimi dieci anni gli investimenti sono calati più o meno in molti PM, concorda che gli eurobond dovrebbero finanziare un vasto programma di investimenti per cercare salvaguardare al meglio i livelli occupazionali e lo sviluppo sostenibile. Se uno pensa che solo negli Stati Uniti si prevede un aumento di 47 milioni di disoccupati, e che nella stessa Germania si prevede una caduta del PIL di cinque punti come per l’Italia, il silenzio  su questi problemi e il rifiuto di assumere misure straordinarie per prepararsi ad affrontarli da parte di alcuni PM sono veramente da irresponsabili.

Quindi sarebbe un errore chiamare i proposti eurobond coronaBond o healthBond. Prima o poi e con tempi diversi dalla Pandemia singoli Paesi usciranno da soli anche perché ne sono stati colpiti in tempi diversi ma per uscire dalla prevista recessione dell’economia mondiale serve non solo la “cooperazione rafforzata” ma una cooperazione rafforzata del tipo di quella che nell’Ultima Guerra mondiale le potenze alleate riuscirono a mettere insieme contro i Paesi del Patto d’acciaio. Se questo è vero, non porta da nessuna parte l’ipotesi “faremo da soli” né, sul terreno strettamente economico, il problema può essere ridotto ad una questione di maggiore liquidità. Questa in parte c’è ma è solo una condizione necessaria e non sufficiente. Servono a livello mondiale massicci interventi diretti dell’operatore pubblico con programmi megalattici di infrastrutture pubbliche. Spesso viene citato il New Deal che il Presidente F. D. Roosevelt mise in atto negli Stati durante la Grande Depressione. Nessuno però ricorda che per uscire da essa ci vollero all’incirca 5-6 anni.  Certo oggi abbiamo strumenti diversi e possiamo fare tesoro di maggiori esperienze nella gestione dei cicli economici e forse i tempi potrebbero essere più brevi, ma appare sempre più chiaro che  il problema non è solo tecnico e/o di sola liquidità ma  schiettamente di assenza di volontà politica.

A parte i paesi della Lega anseatica, io non posso credere che la Germania che pacificamente ha conquistato un ruolo di primo piano in Europa voglia arroccarsi su una posizione che porterebbe a favorire le idee dei sovranisti e populisti di varia denominazione anche dentro casa sua. Deve capire che la politica economica e finanziaria non può essere regolamentata in maniera casistica e in fatto gestita da norme che alcuni esperti autorevoli non ritengono adeguate neanche per le situazioni normali. Figuriamoci per situazioni drammaticamente critiche come quella attuale. Non posso credere che possa continuare ad affidare il compito dell’implementazione di dette regole ai mercati.

@enzorus2020

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