Proposte USA e UE per affrontare la crisi. Carlo Giannone

Il dibattito sulle conseguenze del Covid-19 è ampio e oggetto precipuo delle argomentazioni degli studiosi di svariate discipline, molteplici essendo infatti i prevedibili effetti sull’intero pianeta. Per cercare di riassumere, limitatamente a quelli economico e sociali, le posizioni in campo, è utile un sommario confronto tra le principali posizioni espresse nei più recenti commenti sull’argomento su entrambe le sponde dell’Atlantico, ossia restringendo l’obiettivo al mondo occidentale. Negli USA, si può accennare – fermi restando i ruoli decisionali delle autorità monetarie, e soprattutto quello del Presidente – a quanto espresso in sintesi da alcuni dei più autorevoli economisti.

Per Dani Rodrik: il mutamento l’innovazione tecnologica non segue un’unica direzione ma può essere indirizzata a beneficio della società. La risposta convenzionale consiste in più e migliore qualità dell’istruzione e della ricerca scientifica. Molto dipende dagli incentivi. In realtà, nuove tecnologie, inclusa quelle nella sanità, attraverso un nuovo e intrusivo modello di globalizzazione concentrato sulle aree di forte cooperazione, e si rivela tuttavia spesso non sostenibile. Occorrono, dunque, diversi modelli di sviluppo.

Nel giudizio di Barry Eichengreen, la crisi è stata trattata come temporanea, con una moratoria sul pagamento degli interessi e promesse di crediti commerciali di breve durata, sovente inadeguata alle situazioni di singoli paesi. Egli cita il precedente del 1982 e del c.d. Baker plan, che non funzionò. Stavolta i governi del G20 hanno risposto in fretta, prevedendo una moratoria dei pagamenti per i paesi a basso reddito, il triplo di quanto avvenne nei primi mesi del 2008. La realtà di oggi andrebbe gestita dal FMI, quale istituzione dell’ONU nel richiedere l’utilizzo del Capitolo VII della Carta per evitare l’azione di investitori opportunisti (speculatori).

Secondo Ken Rogoff, lo shock globale è più rapido e severo di quello del 2008 e forse della stessa ‘Grande Depressione’, poiché in pratica ogni componente della domanda aggregata, consumi, spesa in c/capitale per investimenti, ed esportazioni, appare in caduta libera. Anche immaginando che le banche centrali taglino i tassi d’interesse fino a raggiungere un valore di -3%, o meno, numerosi paese necessiterebbero di moratorie: un dollaro debole, unitamente a una più forte crescita globale aiuterebbe, specialmente nei grandi mercati emergenti e, sebbene non risolutivo, potrebbe consentire una ripartenza. Ad oggi, oltre 90 paesi hanno fatto richiesta al FMI e alla Banca Mondiale e il WTO prevede un declino nel 2020 nel commercio mondiale dell’ordine del 13-32%. Le più recenti evidenze empiriche confortano questa tesi, in quanto i tassi negativi opererebbero in modo simile all’ordinaria politica monetaria, favorendo l’aumento della domanda aggregata e dell’occupazione, pur richiedendo la moratoria del debito per le aree in ritardo di sviluppo, e in generale tutti gli altri , ad esclusione dei “paesi contraddistinti dalla tripla AAA”.

Inoltre, lo stesso Rogoff e Carmen Reinhart affermano che consentire il prolungarsi della depressione sia molto rischioso, ricordando che il punto più basso nella crisi di metà anni ’80 ammontava, i sviluppo, in generale tutti, ad esclusione dei “paesi contraddistinti dalla tripla AAA”  a circa il 18% del PIL mondiale per i paesi in ritardo, misurato in dollari; nel 2020, tocca il 41% (del 60% in PPP). Il parere di Nouriel Roubini, attento conoscitore della materia e delle vicende europee, oltre che noto per aver anticipato la precedente crisi economico finanziaria con riferimento polemico all’assenza di un supposto ‘cigno nero’, è che i mercati sono ribassati del 35% e persino le società finanziarie mainstream (Goldman Sachs, JP Morgan and Morgan Stanley) prevedono una caduta del PIL USA  di un valore del 6% nel I , e del  24%-30% nel II trimestre dell’anno e disoccupazione eccedente il 20 %, come mai in passato. Quantunque la maggioranza dei commentatori anticipi una crisi a V,  la COVID-19 è assai differente, in quanto la contrazione non rassomiglia né alla V e nemmeno ad una U o alla  L (crisi, seguita da stagnazione). Essa è piuttosto simile ad una I,  una linea verticale, in entrambi i mercati finanziari e l’economia reale; solo i governi centrali (federali) hanno dotazioni sufficienti ad impedire il collasso. I disavanzi vanno monetizzati (Quantitative Easing) in toto, non con debiti governativi standard, i cui saggi   d’interesse monterebbero bruscamente in maniera considerevole.  I sostenitori delle azioni da tempo avanzate dagli economisti di sinistra della ‘Modern Monetary Theory School’, comprendenti anche helicopter drops, sono divenuti in gran parte accettabili, ma condizionate a tre fattori di rischio: incontenibili pandemie, politiche economiche con strumenti  insufficienti , e  cigni (bianchi) geopolitici, cui si può aggiungere l’offerta di petrolio, che possono avere la meglio. La forse insanabile rivalità USA- Cina presenta tutte le caratteristiche di una ” Trappola di Tucidide”, bene esemplificata nella disputa nel primato tecnologico delle telecomunicazioni (TLC). Per concludere questa breve e certo non esaustiva serie di argomenti elaborati da autorevoli studiosi e, in tutta evidenza, ampiamente legati a immaginare gli interventi necessari nel medio lungo periodo per l’intera economia mondiale, J. Stiglitz sostiene come, nei sistemi economici più avanzati (‘democratici’) la compassione potrebbe di per sé motivare un forte sostegno a un ritorno a una risposta  multilaterale alla crisi in atto. Tuttavia, l’azione a livello globale è altresì una questione di interesse egoistico, laddove la pandemia resta una minaccia dovunque.

Sull’altro versante, quello europeo, il dibattito è non sorprendentemente circoscritto nei confini geografici e istituzionali rispetto a quanto riportato nel più grande e potente paese federale, il cui orizzonte appare solitamente universale (in misura magari ridotta rispetto al passato) concerne in sostanza gli strumenti messi a disposizione, dal MES temporaneamente sospeso, che riguarda i paesi molto indebitati come il nostro e certo memori della vicenda greca, a quelli nuovi ancora ‘in fieri’ e da scoprire, come il Recovery fund,  State supported short time work,  meglio noto come SURE (alla lettera, sicuro), ad altri in cantiere e/o da definire in maggior dettaglio. La Commissione ha appena presentato una proposta, che sarà oggetto di discussione, circa un Recovery Plan  e un riferimento al bilancio dell’ormai imminente settennio. Si possono avanzare alcune riserve rispetto alla eccessiva durata della road map e soprattutto sui margini ridotti per predisporre un documento importante, ancora da definire.  E’ nota soltanto, infatti, la volontà di farvi rientrare numerose  forme di facilitazioni  (note con acronimi, qui trascurati: SGP/SA, PPEF, CRII)  per adesso elencate senza specificazioni sul piano distributivo, per un totale complessivo di 500 miliardi di euro. Si tratta di una leva di una certa consistenza, ma di cui occorre stimare l’impatto. Nel prossimo Quadro Finanziario Pluriennale (QFP)  restano da quantificare molti punti essenziali, anche se l’indicazione di passaggi intermedi implica qualche elemento di fiducia nel metodo stabilito per un cauto avvio, pur nell’urgenza dei tempi. In particolare, sembra di interesse la scelta di finanziamento mediante l’uso di strumenti temporanei sulla scorta dell’art. 122.1 e ritenuti in grado di ottenere dai mercati  fino a più di 300 md. di euro. Il che dovrebbe avvenire, negli scarsi sei mesi e mezzo da oggi all’inizio del 2021, in pratica congiuntamente al QFP, denominato anche “prospettive finanziarie” che serve a regolare i futuri bilanci annuali rivolti a sostenere programmi dell’Unione. Non va trascurato  di notare, poi, che quest’ultimo è stabilito in un regolamento del Consiglio adottato all’unanimità, con il consenso del Parlamento. Intanto, sarà forse opportuno provvedere ad esaminare in maggior dettaglio le opportunità, tuttora non indagate a sufficienza, offerte dal MES. Esistono infine, nel sottofondo, numerosi altri spinosi temi tra cui primeggiano quelli istituzionali, quali il deficit democratico e il ruolo ora subalterno del Parlamento europeo, l’eccesso di decisioni alla unanimità, sino alla riforma dei Trattati. Inoltre, e non certo inferiori nella valenza, vanno considerate tanto l’assenza sempre osteggiata di trasferimenti perequativi tra i membri quanto l’ostinazione sulle regole che fanno da ostacolo insormontabile alla considerazione della stabilità non in mero senso finanziario, piuttosto che incidere nell’economia reale. Nella quasi totalità della stampa europea, non solo italiana, la tragedia della pandemia è sovente vissuta come di natura temporanea, vale a dire con grave sottovalutazione, discutendo di strumenti atti a superarla. In Francia e in una Inghilterra (autoesclusasi dall’Unione) la situazione varia tra la richiesta di monetizzare la crisi e l’Analisi Costi-Benefici (ABC) di un’integrazione non piena ed ancora lontana. È notizia di ieri, infine, la proposta franco tedesca di trasferimenti straordinari a fondo perduto per 500 md. ai paesi membri: un ulteriore significativo passo verso più solidarietà. 

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