Carlo Rosselli alla ricerca della terza via nella libertà e nella democrazia*.

Nella sua Premessa agli “Scritti inediti di economia (1924-1927) di Carlo Rosselli, Biblion Edizioni, 2020, Paolo Bagnoli giustamente afferma che l’autore di questi scritti è stato un leader dell’antifascismo europeo, un grande politologo e teorico della democrazia. In Italia si era posto il problema di come rinnovare la piattaforma programmatica del Partito Socialista Italiano e di porre al centro di essa una teoria della giustizia sociale. In questa Premessa Bagnoli delinea il quadro storico politico all’interno del quale si muove Rosselli nei primi anni 20 quando i socialisti e le altre forze politiche non erano riusciti a bloccare la presa del potere da parte di Mussolini. Secondo Bagnoli al di là delle loro divisioni interne che avevano prima visto la scissione di Livorno (21 gennaio 1921) e poi quella (ottobre 1922) tra massimalisti e i riformisti di Filippo Turati che fondava poi il PSU, ai socialisti mancava un disegno strategico condiviso di salvaguardia della libertà e della democrazia. Il Partito Socialista Italiano non aveva capito la gravità della crisi economica e sociale che si era determinata nell’immediato dopoguerra a causa del diciannovismo che aveva provocato un violento scontro sociale e della illusione circa una possibile svolta rivoluzionaria alimentata dalla diffusa concezione deterministica della storia importata dal marxismo: “era accaduto in Russia poteva accadere in Italia”. Tra l’altro i socialisti non avevano neanche veri e propri leader rivoluzionari alla cui formazione Lenin aveva lavorato per 10 anni. I socialisti – continua Bagnoli – avevano una considerevole esperienza in termini di lotte mirate al riscatto sociale ma “non erano Stato e nemmeno si sentivano parte di esso”; non avevano capito il rapporto tra cittadini e istituzioni. Anche i popolari erano indecisi sul da fare tranne Don Luigi Sturzo. Più gravi le responsabilità dei liberali perché essi erano stati forza politica influente dall’unità in poi; si illusero che da sola la monarchia avrebbe resistito a Mussolini e salvato le istituzioni democratiche. Al capo dei fascisti bastò conquistarsi la fiducia del Re per raggiungere l’obiettivo.

Carlo Rosselli, tornato dalla guerra, avverte l’esigenza di capire, riflettere, di studiare e di confrontarsi con i compagni che si riunivano attorno a Gaetano Salvemini. Dopo anni di studio Carlo Rosselli capisce che il problema fondamentale dell’Italia è la libertà; la sua idea coincide con quella di Piero Gobetti secondo cui la libertà è il motore della storia. Tra i due nasce un grande sodalizio intellettuale. Cito da Bagnoli la frase che Gobetti scrive nel luglio 1924 presentando un articolo di Rosselli intitolato Liberalismo socialista sulla sua rivista La Rivoluzione liberale: “Una volta ammesso, come ammette Rosselli, che il socialismo è conquista da parte del proletariato di una relativa indispensabile autonomia economica e l’aspirazione delle masse ad affermarsi nella storia, il passo più difficile per intendersi è compiuto. Anche il nostro liberalismo è socialista se si accetta il bilancio del marxismo e del socialismo da noi offerto più volte. Basta che si accetti il principio che tutte le libertà sono solidali”. 

Evaso da Lipari con Emilio Lussu e Fausto Nitti, nell’agosto 1929, Rosselli fonda Giustizia e Libertà che non era e non voleva essere una costola del socialismo liberale ma un “movimento rivoluzionario dell’antifascismo democratico”, ossia, un movimento di quanti, archiviate le tessere e allargati gli orizzonti, vogliono combattere il fascismo per rifondare lo Stato sul paradigma libertà, democrazia e giustizia sociale. Nel gennaio 1932 elabora lo Schema di programma di Giustizia e Libertà vista come luogo di ricomposizione delle forze della sinistra italiana.  Paolo Bagnoli scrive di Carlo Rosselli economista non puramente accademico ma come scienziato sociale, uomo di azione che mira alla realizzazione di un progetto politico. Da qui lo studio attento del pensiero non solo economico degli economisti classici inglesi che, per l’appunto, erano anche filosofi morali, sociologi, storici economici, studiosi di etica privata e pubblica, in sintesi, scienziati sociali.  Infatti, se gli economisti si occupano non solo di produzione ma anche di distribuzione, delle due l’una: o ritengono che la distribuzione primaria conseguita dal mercato è “naturale” e soddisfacente – e non mancano economisti classici che lo fanno – oppure la ritengono socialmente inaccettabile e allora hanno bisogno di una teoria della giustizia sociale per cambiarla.

L’economista Marco Dardi elabora un giudizio su Carlo Rosselli economista riprendendo l’autodefinizione del Nostro: “economista né pivellino né eretico”. Sulle Dispense genovesi per gli studenti vede il modo in cui Carlo Rosselli svolge la sua funzione di docente mentre negli 11 dei 14 fascicoli di appunti ora raccolti nel volume della Biblion Edizioni vede la ricerca degli sviluppi del pensiero degli economisti classici tra il Sette e l’Ottocento che portano alla crescita del pensiero liberale caratterizzato da individualismo e utilitarismo – binomio con il quale Carlo Rosselli vuole fare i conti – mentre nel testo “Sulla razionalizzazione economica” del 1927 vede la ricerca di una via d’uscita dal sistema capitalistico.         Piuttosto secco il giudizio di Dardi su questi appunti: “quello che abbiamo non è la sua interpretazione degli economisti classici ma una interpretazione delle interpretazioni”.  A me sembra chiaro che gli appunti non possono essere valutati alla stregua di un saggio o di un trattato di economia, se l’obiettivo di Carlo Rosselli era quello di capire come ragionavano gli economisti classici che ipotizzavano (congetturavano) una “armonia spontanea fra interesse privato e interesse generale” basato sull’assunto che l’individuo è il miglior giudice di se stesso, la flessibilità dei salari e la capacità del mercato di autoregolarsi: se ognuno raggiunge il massimo di utilità, questa è la più alta per la collettività. Le citazioni delle interpretazioni precedenti la sua erano inevitabili.  Carlo Rosselli  respinge sia la visione ottimistica dell’armonia spontanea (naturale) sia quella Benthamiana del “massimo di benessere per il maggior numero di soggetti” dove i massimi sono vincolati per via della scarsità delle risorse e dai comportamenti e dalle preferenze degli operatori economici. Inoltre respinge l’idea della “illimitata proprietà privata dei mezzi di produzione e connesso incontrollato diritto di iniziativa affermando nel testo del 1927 il loro superamento a favore di quello che oggi chiamiamo un principio di regolazione mirato a garantire l’interesse generale o, come i costituenti del 1948 hanno scritto nell’art. 42 comma 2 della nostra Costituzione la funzione sociale che anche la proprietà privata deve assolvere. Di conseguenza, Carlo Rosselli supera il concetto di libertà individuale per passare a quella che oggi Axel Honneth** chiama libertà sociale, alias, la libertà dal bisogno delle masse diseredate. Per cui la libertà o è sociale oppure è solo privilegio di pochi; è enorme diseguaglianza. Vedi al riguardo l’analisi del suddetto direttore della Scuola di Francoforte sul fallimento del Trittico della Rivoluzione francese (libertà, uguaglianza, fratellanza) interpretato alla lettera. In questi termini, Dardi correttamente qualifica come socialmente radicato l’individualismo di Carlo Rosselli il quale condanna la socializzazione di tutti i mezzi di produzione (di stampo sovietico) perché al padrone in carne e ossa sostituisce un padrone anonimo, severo, lontano. Alquanto ingeneroso invece mi sembra il giudizio di Dardi quando afferma che Carlo Rosselli non ha fatto una revisione profonda del pensiero economico classico. Non era questo l’obiettivo che il Nostro si era dato e che stava perseguendo dentro e fuori le carceri: a) perché si tratta di appunti; b) perché non si è occupato di teoria economica ma di modelli e/o sistemi economici; c)  perché non ha avuto, secondo me, né tempo né interesse a rielaborarli in un Trattato; d) perché stiamo parlando non solo di storia del pensiero economico ma anche di etica individuale e pubblica,  di filosofia, sociologia, scienza politica e quant’altro nell’arco di un secolo e mezzo se si considerano anche le interpretazioni coeve e successive. Stiamo parlando di annotazioni varie su 50-60 personalità e scienziati sociali che hanno aggiunto vette molto alte del pensiero. Non basta una vita intera di più persone per fare una simile revisione.

Enno Ghiandelli aggiunge altre analisi sul pensiero politico di CR come uomo politico. Precisa che il Nostro liquida il sindacalismo di ispirazione cristiana a suo giudizio impregnato di un eccesso di solidarismo; critica pure il sindacalismo rivoluzionario perché accoglie la rigida suddivisione in due classi sociali; e sceglie quello riformista che, a suo giudizio, poteva evolvere nella direzione del socialismo liberale sul principio della libertà come motore della storia. Ghiandelli evidenzia questa scelta di Carlo Rosselli e la collega al Gildismo socialista inglese e ricorda la sua tesi di laurea dal titolo “Prime linee di una teoria economica dei sindacati operai”. Qui l’Autore “dimostra per via induttiva e deduttiva come non si possa estendere normalmente al mondo delle Leghe il teorema del massimo di utilità assicurato dal regime di libera concorrenza “.  A questo proposito mi corre l’obbligo di precisare di nuovo che per gli economisti classici, chi più e chi meno, la libera concorrenza era l’ordine naturale delle cose e, come ho ricordato sopra, l’Attore principale era solo l’individuo visto come produttore e/o come consumatore. Le Leghe e le organizzazioni dei lavoratori nascono e si sviluppano nella seconda parte dell’Ottocento in contemporanea con il fiorire del pensiero filosofico radicale. Nel suo Manifesto del 1948 Carlo Marx invoca l’organizzazione e l’unità anche internazionale degli operai. È solo nel ventesimo secolo che si studia a fondo la logica dell’azione collettiva. Oggi è più facile capire come i sindacati liberi dei lavoratori attraverso la libera contrattazione dei salari hanno un ruolo non secondario nella determinazione di una variabile importante i salari che insieme a profitti e rendite caratterizzano il funzionamento del sistema economico. Andando avanti nell’analisi del percorso intellettuale di Carlo Rosselli, Ghiandelli ci ricorda le critiche che il Nostro avanza nei confronti dei coniugi Webb. Non ne condivide la proposta politica della “democrazia industriale” perché assoggettata allo Stato democratico ma anche burocratico e, quindi, statalista. La sua preferenza va alla Comunità dei produttori. In questi termini, conferma la sua preferenza per il Gildismo di Cole e Hobson: la democrazia industriale fondata sul controllo operaio dal basso, no all’autoritarismo dall’alto. Prende definitivamente le distanze dai coniugi Webb perché non condivide il loro giudizio sull’URSS e sul fascismo.  Ghiandelli continua citando i discorsi e le analisi sul controllo operaio, le assonanze e dissonanze con Gramsci e la democrazia nelle fabbriche. Per capire quanto queste analisi e proposte fossero innovative basta ricordare che solo nel 1970 si arriva allo Statuto dei lavoratori passando per Filippo Turati, Bruno Buozzi, Giuseppe Di Vittorio, Giacomo Brodolini e Carlo Donat Cattin.

Carlo Rosselli ha una visione alternativa dello Stato e della Società che emerge con tutta chiarezza da un suo articolo del 1934 su Giustizia e Libertà” anno I, n. 19 riportato da Ghiandelli. Avendo sotto gli occhi il regime fascista scrive: “la rivoluzione italiana …. dovrà, sulle macerie dello Stato fascista capitalista, far risorgere la Società, federazione di associazioni quanto più libere e varie possibili. Avremo bisogno anche domani di un’amministrazione centrale, di un governo; ma così l’una come l’altro saranno agli ordini della società e non viceversa. L’uomo è il fine non lo Stato”. Così, Carlo Rosselli supera il dilemma individualismo/utilitarismo considerandosi un individualista egualitario.

Non ultimo devo dire che il saggio introduttivo di Ghiandelli non introduce solo agli scritti di economia 1924-1927 ma si estende a tutto il percorso intellettuale di Carlo Rosselli non solo come economista ma soprattutto come pensatore sociale e uomo politico, come oppositore del fascismo che gli costò la vita insieme a quella del fratello Nello. Un saggio illuminante e con un apparato di note esplicative e bibliografiche veramente impressionante che non solo rende più chiara la figura di studioso di Carlo Rosselli ma offre molti stimoli alla migliore comprensione di quella ricerca che negli anni 20 e 30 del secolo scorso veniva rubricata come “ricerca della terza via”.   Dopo i “trenta gloriosi” oggi viviamo ancora nei “quaranta vergognosi” sotto l’egemonia del neoliberismo. Discutiamo di possibili aggiustamenti al sistema capitalistico. A parte l’arcadica tesi della decrescita felice non si vedono tentativi così forti e decisi come quelli di Rosselli e di altri suoi contemporanei di tracciare i lineamenti di un modello alternativo.

                *Recensione destinata alla Rivista Storica del Socialismo, numero di imminente pubblicazione.

**Axel Honneth, L’idea di socialismo. Un sogno necessario, Campi del sapere, Feltrinelli, 2016

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