Luci e ombre nelle proposte di riforma fiscale raccolte dal Sole-24 Ore

AAVV, Fisco. Le tasse del futuro. Il cantiere fiscale nelle analisi del Sole 24 Ore, 2020.

Il Direttore del Sole 24 Ore Fabio Tamburini ha aperto le pagine del maggiore quotidiano economico-finanziario a interventi esterni di quattro ex ministri delle finanze (Vincenzo Visco, Franco Gallo, Giulio Tremonti e Giovanni Tria), di alcuni suoi editorialisti (Jean Marie Del Bo, Salvatore Padula, Dino Pesole), di docenti universitari ed esperti in materia fiscale. Tra gli interventi prevalgono, in modo schiacciante, i professori di diritto tributario anche con più di un intervento. Si tratta di iniziativa benemerita che va apprezzata specialmente in un contesto in cui, nei mesi scorsi, si pensava di fare una riforma fiscale ampia senza approfonditi studi preparatori.  

La maggior parte degli interventi vorrebbero una riforma all’insegna della progressività, della semplificazione, della trasparenza, della riduzione della pressione tributaria, riduzione delle agevolazioni fiscali e/o tax expenditures. È evidente come sia molto facile enunciare tali obiettivi ma pochi si rendono conto che alcuni di essi non convergono naturalmente e, non di rado, è molto difficile bilanciarli adeguatamente specialmente se molti tributaristi restano ossessionati dal tributo e non considerano che, in via prioritaria, bisognerebbe partire dai bisogni pubblici da soddisfare, delle spese pubbliche necessarie per soddisfarli e dell’equilibrio dei conti pubblici gestiti sistematicamente in deficit e ora in forte crescita per via dell’acuirsi della crisi sanitaria e della conseguente crisi economica. Nella Nadef 2020 si prevede, per fine anno, un deficit nell’ordine del 10% del PIL all’incirca pari alla riduzione del reddito e non sono pochi, specialmente tra gli oppositori dell’attuale maggioranza, quelli che teorizzano una riduzione della pressione tributaria. Questo ovviamente non esclude che per pensionati e lavoratori dipendenti – le due categorie sociali maggiormente tartassate – si possano prevedere degli sgravi ma non si può ipotizzare una riduzione generalizzata della pressione tributaria, semmai il suo contrario se, in un modo o nell’altro, consapevolmente o meno, non vogliamo che il paese vada incontro ad una grave crisi finanziaria.

Affrontare in maniera organica i trattamenti differenziali, le agevolazioni fiscali o tax expenditure significa mettersi contro tutte le tax clienteles e probabilmente dover battere in ritirata. Servirebbe invece una strategia politica come quella adottata durante la riforma Reagan degli anni ’80 per cui chi proponeva un trattamento differenziale che comportava una minore entrata doveva indicare un’altra fonte equivalente di gettito. Questo in osservanza alla regola secondo cui le riforme fiscali vanno studiate a parità di gettito definendo preventivamente e con precisione gli obiettivi che si intendono perseguire. In teoria, questi sono riassunti in termini di equità ed efficienza ma, in pratica, bisogna andare oltre. In ogni caso occorre necessariamente intervenire sulla riduzione del numero delle agevolazioni (600) se si vogliono recuperare risorse da spendere in modo più efficiente ed equo. Se come sembra questo governo non riuscisse a proporre un approccio selettivo non resta che prenderne atto e procedere con un taglio orizzontale come ha proposto Mauro Marè presidente di apposita Commissione. Nonostante l’accorgimento di cui sopra neanche il legislatore USA del 1986 riuscì a fare tagli selettivi delle tax expenditures e finì coll’adottare la Alternative Minimum Tax. Queste rimanevano nel numero esistente ma il contribuente poteva usufruirne entro i limiti della AMT.  

Tutti, esperti e non, propongono una riforma di ampio respiro come se, in materia di imposte, da un giorno all’altro, si potessero inventare nuovi principi anche costituzionali e criteri operativi nuovi nella gestione amministrativa di un sistema tributario. Per questi motivi, concordo con Salvatore Padula il quale non vede all’orizzonte alcuna riforma radicale del sistema tributario vedi p. XVI. Secondo me, i motivi sono tre: due di carattere sovranazionale e uno interno all’Italia. A livello internazionale, nonostante gli studi e le proposte del FMI e dell’OCSE, il G-20 che ha voce in capitolo fa poco o niente per mettere sotto controllo la concorrenza fiscale al ribasso; lo stesso dicasi al livello dell’Unione Europea dove pure imperversa la concorrenza fiscale promossa e attuata con profitto da 7-8 paradisi fiscali interni. Sintomatico e non casuale il fatto che, dopo le dimissioni del portoghese Mario Centeno, a capo dell’Eurogruppo sia stato eletto un politico irlandese come Paschal Donohe.  È vero che l’Eurogruppo è un organismo informale ma gli esperti di affari europei sanno che, senza il  consenso di questo gruppo, le varie proposte in materia economico-finanziaria non vanno avanti.   Il terzo motivo è la polarizzazione del dibattito interno anche sulla riforma fiscale. Come si fa a far passare una riforma seria se a destra prevale l’approccio neoliberista per cui la ricetta per tutti i mali dell’economia, del consolidamento dei conti pubblici, della riduzione e sostenibilità del debito pubblico deve passare attraverso una riduzione generalizzata delle imposte con una flat tax al 15% e se, a sinistra, tra gli obiettivi della riforma non è prevista una redistribuzione forte in grado di arginare l’espandersi della povertà e la forte crescita delle diseguaglianze. Come si fa a fare una riforma seria se un governo reintroduce la tassazione dell’abitazione principale e subito il governo di colore diversa la abroga?

Se questo è vero, è saggia la decisione del MEF Gualtieri e del governo di chiedere una legge delega per una riforma “complessiva” da attuare in tre anni.  Per il 2021 si interverrebbe solo sull’assegno unico per i figli a carico e per una limitata riduzione del cuneo fiscale per un presunto spazio fiscale di 4,8 miliardi di euro.  La priorità resterebbe l’intervento sull’Irpef da fare nel corso del 2021 e che entrerebbe in vigore nel 2022.  È un errore non dare un segnale immediato, in sede di legge di bilancio 2021 – sull’Irpef eliminando il salto d’imposta (11 punti) tra il secondo e il terzo scaglione – come suggerito da anni dal FMI. Siccome l’aggiustamento comporterebbe una perdita di gettito, secondo me, essa dovrebbe essere compensata con un aumento dell’aliquota marginale superiore (43%), dando così un segnale che si voglia andare verso una maggiore progressività. Come dimostra con i dati Piketty in Europa siamo passati da aliquote marginali massime tra il 70 e l’80% ad una media del 42-43 dove si colloca anche quella italiana. Naturalmente questa situazione non sembra turbare la coscienza di Giulio Tremonti che sembra riproporre di spostare la tassazione “dalle persone alle cose” come se le imposte indirette sulle cose non fossero comunque pagate dalle persone. Ma Tremonti non è isolato perché le ventilate manovre sulle aliquote IVA con innalzamento serio di quelle agevolate vanno proprio nella direzione da lui auspicata di ridurre la progressività. Qui mi piace citare una riflessione di Vito Tanzi che ho letto nel suo recente libro Una introduzione avanzata alla scienza delle finanze: se le basi imponibili sono ristrette servono aliquote elevate; se le basi imponibili sono larghe o onnicomprensive allora possono bastare aliquote basse.

La delega interesserebbe anche l’IRAP ed eventualmente l’IRPEG se passasse l’ipotesi di trasformare la prima in una sorta di addizionale della seconda.

Ancora si parla di riforma della giustizia tributaria dove aleggia ancora in aria la proposta di affidare il contenzioso ai giudici della Corte dei Conti. Appena lanciata nel dibattito la proposta è stata aspramente criticata da accademici, esperti ma nessuno di loro ha colto la sinergia tra controllo della spesa e delle entrate che fanno dei giudici suddetti le persone più qualificate per svolgere detta delicata funzione.     

Quasi del tutto trascurato – salvo alcuni accenni da parte di Dino Pesole, Orsini vicepresidente di Confindustria e altri – il problema dell’amministrazione finanziaria nonostante il problema posto sia stato bene impostato da Enrico De Mita quando afferma che in Italia abbiamo, a monte, un problema di quantità e qualità della legislazione tributaria – ma, a valle, anche di legislazione in generale – e della sua congrua e corretta applicazione. Da questo punto di vista sembra eccentrica o paradossale la posizione dell’ex ministro Giulio Tremonti che qualifica come ottima la struttura della nostra amministrazione finanziaria. Ottima perché non riesce a conseguire alcun significativo risultato in materia di lotta all’evasione? E non solo negli anni più recenti ma negli ultimi 50 anni!

Questi problemi furono rilevati e bene analizzati da Antonio Pedone nel suo brillante e profetico saggio Evasori e tartassati. I nodi della politica tributaria italiana, 1979. Appena 5 anni dopo l’entrata in vigore della grande riforma, individua tutti i problemi del suo mancato funzionamento compresi quelli amministrativi che sull’onda dell’euforia per l’approvazione dei decreti legislativi erano stati rimossi. E così per le riforme successive. 40 anni dopo resiste la dicotomia tra evasori e tartassati.

Non ultimo, sempre in materia di attuazione del sistema tributario, quali che siano i suoi istituti sostanziali, abbiamo un problema con la gestione politicizzata della funzione di accertamento. Purtroppo l’Italia eccelle anche in questo campo. Pochi addetti ai lavori sanno chi sono i capi dell’Internal Revenue Service del governo federale USA e del Board of Inland Revenue nel Regno Unito. In Italia molti direttori dell’Agenzia delle entrate, appena nominati, diventano personaggi pubblici che non si astengono dal fare anche proposte di riforma fiscale vedi sul punto l’intervento di Fabio Ghiselli p. 117. Ma poco o nulla dicono sull’efficienza ed efficacia della struttura che dirigono. Aspettano che lo dica la Corte dei Conti che rimane inascoltata.

Visto che il governo ha deciso di chiedere la delega presumibilmente ampia avremo modo di entrare nel merito di altri problemi di riforma degli istituti sostanziali e della loro gestione che molti colleghi hanno esaminato nei loro contributi pubblicati dal Sole 24 Ore. Voglio sperare che nella delega che il MEF Gualtieri si accinge a chiedere ci siano anche proposte di riordino in materia di tassazione patrimoniale, di imposte di successione, di finanza regionale e locale. A fronte della forte crescita delle diseguaglianze queste sono le proposte che vengono avanzate a livello internazionale e non sono problemi che si possono risolvere con riduzioni più o meno ampie della pressione fiscale.

Enzorus2020@gmail.com

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