Alla ricerca del futuro di Roma

Secondo Walter Tocci, Roma come se. Alla ricerca del futuro per la capitale, Donzelli Editore, 2020, le chiavi interpretative per capire Roma che normalmente vengono utilizzate sono tre: stereotipo, disprezzo ed esortazione. Roma è prigioniera dei suoi difetti. Roma è la più grande città abusiva d’Europa: la classe politica romana ha rinunciato alla programmazione di lungo termine senza la quale non si ha una precisa direzione di marcia. Questo è il primo problema: l’interdizione del futuro; il secondo problema è di natura culturale: è il malinteso realismo per cui la crisi della Capitale è così grave che bisogna restare con i piedi per terra; il terzo è lo spettro della decadenza per cui la crisi attuale a molti appare senza sbocchi. Non si può liberare Roma dalle zavorre attuali…

 Le tre rendite: 1) capitale d’Italia o della centralità statale; 2) l’accumulazione della rendita immobiliare; 3) l’eredità storica. Negli ultimi 150 anni, questi sono stati i tre motori dello sviluppo della città specialmente in termini di una forte accumulazione di rendita immobiliare. Il filo conduttore del libro – dichiara Tocci – è l’esaurimento di queste tre rendite.  

Tocci ripetutamente loda il ruolo positivo che, a suo giudizio, hanno avuto i c.d. Sindaci del consenso Rutelli e Veltroni ma a p. 21 osserva che, sotto la loro leadership, non è cresciuta una classe politica capace di portare avanti e migliorare la loro opera. Qui rileva secondo Tocci “la storica mancanza di una borghesia romana capace di dare continuità al cambiamento”. Secondo me, rileva anche il modello di governo delle grandi città costruito sul leaderismo e la personalizzazione della politica non adatta alle grandi città. Non poteva nascere una nuova classe politica se il sistema elettorale per l’elezione diretta dei Sindaci e poi dei Presidenti delle Province e delle Regioni consegna tutto il potere alle loro persone che diventano egemoni ai rispettivi livelli sub-centrali in questo aiutati dal declino e/o scomparsa dei partiti strutturati di una volta che avevano un ruolo non secondario nella selezione della classe politica a tutti i livelli di governo. Con il più forte decentramento messo in atto con l’attuazione delle Regioni a Statuto Ordinario prima e con la riforma del Tit. V Cost poi ci si aspettava una rinascita della democrazia competitiva e meritocratica per lo meno a livello locale. Ed una palestra per la formazione anche della classe politica nazionale. Con la manipolazione dei sistemi elettorali e con la “scomparsa” dei partiti è successo esattamente il contrario.

In ogni caso, convergenze o divergenze sul leaderismo e la interpretazione del modello politico-elettorale, già dalla sua dell’introduzione al libro, specialmente nella sua prima parte, si capisce che l’Autore dimostra un non comune spessore storico, culturale, sociologico, politico, urbanistico che gli consentono di districarsi con maestria nella piccola e grande storia di una città unica nel mondo.

Roma è sempre stata bella da vivere per i turisti più difficile per chi ci deve lavorare per via delle inefficienze burocratiche, degli ostacoli alla mobilità che Tocci descrive molto bene. Quanto al venire meno del processo di accumulazione della rendita immobiliare, è chiaro che la rendita non ha la dinamica di un processo produttivo di successo. La rendita immobiliare si alimenta della scarsità di certi beni e dello spazio ma se l’economia che la circonda è caratterizzata prevalentemente da servizi pubblici e privati prevalentemente inefficienti, non c’è governo centrale o sub-centrale che, nel lungo termine, può conservare la rendita immobiliare. Il paradosso è che a Roma non manca lo spazio ma evidentemente è mancato il governo del territorio con annessi e connessi servizi ed un efficace contrasto alla rendita immobiliare. È un fatto che Roma è la capitale di un Paese che, nel suo insieme, non sa attirare investimenti dall’estero e, quindi, non lo può fare da sola la sua capitale che non è neanche una ZES (zona economica speciale) – supposto che queste strutture funzionino in altre parti del Paese. Ed è finito da circa 27 anni l’intervento straordinario per il Mezzogiorno.  Quindi si può criticare quanto si vuole la riforma del Titolo V della costituzione ed il cattivo funzionamento delle regioni ma 140 anni di storia unitaria – anche con il governo forte del ventennio fascista – sono stati fallimentari in termini di unificazione economica del Paese. Per questi aspetti, Roma è la prima città del Mezzogiorno e segue la storia di questa parte del Paese non senza trascurare che tutto il paese è ormai in stagnazione secolare.

Il libro è suddiviso in due parti di quattro capitoli ciascuno. I primi quattro capitoli approfondiscono più che le funzioni le disfunzioni di Roma capitale. Nella seconda parte si esaminano le nuove ambizioni per Roma. Molto significative e crude le rubriche dei paragrafi del primo capitolo sull’inquieta modernità: Città storica senza storicità; città mentale, senza razionalità; città statale, senza statualità; città postmoderna senza modernità. Ognuna di queste rubriche meriterebbe un saggio ma Tocci sviluppa gli argomenti con notevole maestria facendo ricorso ad un’ampia bibliografia interdisciplinare. È impressionante la mole dei lavori, degli studi, dei progetti che riguardano Roma. Peccato che la politica romana solo raramente ne ha saputo valorizzare alcuni senza tuttavia riuscire a delineare una precisa strategia a medio lungo termine. Mi lascia un po’ dubbioso la città statale senza statualità. Quando negli anni 70 visitai per la prima volta Bonn allora capitale della Germania occidentale io e gli altri componenti del gruppo di cui facevo parte rimanemmo impressionati dalla piccola dimensione della città e dei modesti palazzi del governo federale che, con Adenauer e altri, era riuscito ad attuare una ricostruzione del Paese ed un miracolo economico ben più ampi di quelli che era riuscita a fare l’Italia nel II dopoguerra.

Per Roma credo che i problemi sono due: da un lato la storica inefficienza della sua burocrazia, dall’altro, lo scarso senso dello Stato della sua classe dirigente e lo scarso senso civico dei romani. In questi termini, sono d’accordo con quanto afferma Tocci a p. 49: “Il senso non ha trovato alimento nella concretezza istituzionale, la quale è rimasta nelle aspirazioni della Costituzione, ma non si è calata nelle relazioni tra i cittadini e la cosa pubblica”.  Detto in termini più semplici, se il sistema politico era stato bloccato dalla Guerra Fredda ed è rimasto tale sino al crollo del Muro di Berlino – salvo la parentesi del governo di solidarietà nazionale del 1976-79 – se il sistema era percepito come iniquo e, quindi, a bassa coesione sociale, è chiaro che i nobili ideali della Costituzione erano rimasti in gran parte sulla carta nel Paese e nella sua capitale.

Nella seconda parte Tocci esordisce affermando che “solo quando crescono le ambizioni si afferma una classe dirigente”. Vero anche che governanti seri non devono enunciare obiettivi irrealizzabili perché alle illusioni momentanee seguono inevitabilmente disillusioni e sfiducia nella politica.   Da economista rinvio ad un’ampia letteratura sulla theory of discontent teoria del malcontento, dell’insoddisfazione, del malessere che secondo gli economisti è alla base dello sviluppo. Tocci sfiora questo argomento quando mette in bocca a esponenti delle periferie povere e diseredate la parola “malestanti” da contrapporre ai benestanti dei municipi centrali e ricchi. Il problema a livello della capitale è che il riconoscimento del proprio stato di malessere non si traduce in azione collettiva anche perché mancano le forze politiche che propongano misure realistiche per ridurre le diseguaglianze e promuovere la giustizia sociale. Ma lo sviluppo economico, la lotta alle diseguaglianze sono problemi di lungo termine e purtroppo da 35-40 anni in Europa e in Italia prevalgono i governi neoliberisti caratterizzati dalla veduta corta che si affidano al mercato e rifuggono da ogni seria attività di programmazione a medio e lungo termine.  

Come detto sopra, la seconda parte è suddivisa in quattro capitoli: la Città mondo; la Città Regione; l’intelligenza sociale e il governo della Città-Regione. La Città mondo o globale è, secondo me, la parte più facile da rimediare proprio perché Roma ha una rendita storica millenaria non valorizzata ma non esaurita. Ora abbiamo di nuovo un ministero del turismo che con adeguate campagne pubblicitarie può valorizzare detto immenso patrimonio dell’umanità sapendo che spendere per rilanciare Roma significa favorire tutte le regioni d’Italia e viceversa.

Non potendo in questa sede approfondire il discorso sui singoli capitoli anticipo una considerazione sul capitolo sull’”intelligenza sociale” per poi analizzare insieme i rimanenti due capitoli. Possiamo partire dalla considerazione che Roma è il più grade comune agricolo d’Europa ma come afferma Tocci a p. 156 “la campagna romana è stata trasformata in una distesa edilizia a bassa densità che ha distrutto molti valori ambientali, senza produrre una vera città”……..“la popolazione della città consolidata è diminuita di un terzo passando da 2,1 a 1,4 milioni. 700.000 romani sono andati a vivere nella c.d. periferia anulare povera di servizi pubblici locali determinando una situazione paradossale: “da una parte una città senza abitanti e dall’altra tanti abitanti senza città”. Nel frattempo gli abitanti della periferia anulare si sono più che raddoppiati. A p. 157 definisce  Corona Romana gli insediamenti, le saldature e le relazioni tra la periferia anulare e la cintura provinciale. Per un secolo c’è stato uno spostamento centripeto. Negli ultimi 50 anni una tendenza centrifuga.

PQM è essenziale spiegare il contenuto del cap. VII nel quale Tocci riassume il modello teorico alla base del suo discorso sul ruolo delle politiche pubbliche. Ci sono tre aspetti dei processi cognitivi: 1) “la percezione come esperienza vissuta nell’ambiente urbano”; 2) “l’immaginazione come elaborazione mentale dello spazio reale”; 3) il riconoscimento come relazione delle singole persone con i luoghi e tra di loro mediante i luoghi”. C’è stato nel passato un nuovo riconoscimento scaturito dalle prime domeniche a piedi. C’è oggi un riconoscimento promosso dalla cura dei beni comuni ad opera dei diversi e numerosi gruppi di cittadinanza attiva. I suddetti tre fenomeni cognitivi. Che costituiscono le intelligenze sociali, avvengono nello spazio pubblico dove intervengono anche le politiche pubbliche che possono avere un duplice effetto: quello di assecondare e sviluppare le “esperienze creative” oppure quello di incentivare “pulsioni sociali” negative che valorizzano egoismi e interessi corporativi non di rado con esiti devastanti.  Da qui le proposte sull’accessibilità a certi servizi e non solo alla mobilità; su un nuovo ciclo per energia e rifiuti; sulla relazione orizzontale dell’abitare in cui oggi si formano tre diseguaglianze molto gravi: a) sulla concentrazione della povertà nelle periferie; l’esclusione urbana; la penuria di servizi pubblici locali.

Da qui la necessità di una “rigenerazione come apprendimento sociale” a cui dovrebbero o potrebbero contribuire i ricercatori sociali e le stesse università nell’ambito della loro c.d terza missione* (p. 205) – e come in parte sta già avvenendo.  

Non ultimo, veniamo al cap. 8 sul governo di Roma Regione strettamente collegato al VI. Tocci parte dal collasso amministrativo del Comune di Roma e, ritenendo irrecuperabile la situazione, propone l’abrogazione del Comune per creare Roma Regione. In realtà, a ben vedere, propone una redistribuzione delle attuali competenze in testa al Campidoglio da un lato verso il basso (i Municipi) e, dall’altro, verso l’alto verso questa non meglio definita entità chiamata Roma Regione. Questa comprenderebbe all’incirca l’attuale Città metropolitana. A parte la fattibilità politica di questa ipotesi – che secondo me non trova alcuna corrispondenza nella volontà popolare – c’è un secondo punto debole della proposta che riguarda l’assunta e, di nuovo, non dimostrata ipotesi secondo cui nella “civitas”, alias, Città metropolitana ci siano risorse e/o capacità di governo più ricche di quelle attualmente esistenti nell’Urbe. Stento a condividere questa ipotesi ardita di Tocci perché, da un lato, se ci fossero delle capacità è strano che fin qui esse non siano riuscite ad emergere a livello della Regione Lazio né, tanto meno, a livello della stessa Città metropolitana definita sulla base di non meglio identificati criteri. Dall’altro lato, Tocci non tocca la questione dell’idoneità dell’attuale sistema elettorale dell’elezione diretta dei sindaci e dei presidenti delle Regioni che nelle grandi città- dove più e dove meno – ha degradato la democrazia locale emarginando il ruolo dei consigli comunali, provinciali e di quelli regionali.   Per lo più, vengono eletti personaggi non di sperimentata capacità progettuale ed amministrativa ma sulla base della immagine accreditata all’ultimo momento dai mass media e/o della fedeltà al leader che li ha scelti. È la riprova, secondo me, sta nel fatto che né l’estensione dell’elezione diretta ai Presidenti delle Regioni né l’aumento delle competenze delle regioni prodotto nel 2001 dalla riforma del Titolo V della Costituzione ha portato in generale ad una maggiore capacità amministrativa delle stesse – come l’attuale confusa ed inefficace gestione della sanità da parte delle regioni dimostra ogni giorno di più.

Ma a livello parlamentare ci sono diverse proposte di legge per Roma Capitale e per Roma Regione che propongono nuovi poteri e nuove risorse ma Tocci, da addetto ai lavori, nega che il disastro del Comune dipenda da una questione di soldi (p. 216) e/o di poteri speciali (p. 223). Se così allora delle due l’una: o dette proposte di legge sono bandierine che, in vista delle elezioni locali e regionali, i vari partiti vogliono agitare sapendo bene che per attuarle si richiedono i tempi lunghi delle riforme costituzionali oppure si tratta dell’ennesimo fenomeno di produzione legislativa alluvionale ordinaria come nel settore urbanistico che Tocci (p.201) stigmatizza come “la montagna di carte che non ha aperto quasi nessun cantiere”. Ma sposando l’ottimismo della volontà di Tocci chiudo con la sua esortazione (p. 15) secondo cui “bisogna raccontare Roma come se potesse ancora stupire sé stessa e il mondo”.  Si può fare sempre che si riesca a trovare non solo un buon candidato a Sindaco o a Presidente della Regione ma a mobilitare un’intera classe dirigente pubblica e privata con la visione necessaria ma soprattutto con sperimentata capacità progettuale ed amministrativa.

*Per terza missione delle Università si intende la capacità delle stesse di interagire con la società e il territorio in cui operano. La terza missione si aggiunge alle prime due: insegnamento e ricerca.

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