Il socialismo italiano come partito della democrazia.

Paolo Bagnoli, Il partito della democrazia. Per una riflessione critico-storica sul Partito socialista italiano, Biblion Edizioni, Milano, Aprile 2018.

La scomparsa del PSI, secondo opinioni diverse,sarebbe dovuta alla deriva e/o alla sua mutazione genetica, agli scandali, al fallimento e/o alla rinuncia alla grande riforma e/o sua riduzione a problema di sistema elettorale, all’implosione della DC e del PSI, da un lato, e all’esplosione della crisi della finanza pubblica, della lira, al governo Amato, a quello tecnico di Ciampi, dall’altro lato. Io aggiungo l’attacco allo Stato da parte della mafia; l’attentato e le stragi attorno all’uccisione di Falcone e Borsellino maggio e luglio 1992, la strage di Via dei Georgofili a Firenze maggio 1993 che evidenziano una crisi profonda non solo dei partiti ma anche dello Stato. La mia idea è che la risposta alla crisi viene erroneamente semplificata in termini di richiesta di sistemi elettorali di tipo maggioritario come se la questione potesse essere risolta solo con la stabilità delle scadenti classi dirigenti, di volta in volta, scelte ai vari livelli di governo – vedi vicende del referendum del 1991 sulle leggi elettorali. Arriva quindi la legge elettorale n.81/1993 per l’elezione diretta dei sindaci, dei presidenti delle Province e dei relativi consigli; secondo me, essa aveva un senso solo per i comuni piccoli ma non per quelli grossi e, meno che mai, per le grandi città; e, come se non bastasse, negli anni ’90, si abrogano i controlli preventivi sui livelli sub-centrali di governo che, a giudizio di quelle dirigenze, insieme alle frequenti crisi, erano alla base del basso livello di governabilità nei Comuni, nelle Province e nelle Regioni. Si trattò di risposta sbagliata perché se rispetto ad una classe dirigente – non di rado incapace e corrotta – rispondi con l’abrogazione dei controlli in vista di un nuovo assetto dei medesimi da instaurare con l’attuazione del federalismo esecutivo (amministrativo) che cosa ti puoi aspettare?

Nei primi anni ’90, un po’ per virtù un po’ per necessità, avviene anche una ridefinizione del ruolo dei sindacati prima con il governo Amato poi con quello tecnico di Ciampi. Governo e sindacati firmano nel 1993 un protocollo importante in cui finalmente i secondi accettano la politica dei redditi ma non si impegnano a chiedere l’attuazione della seconda parte sul controllo degli investimenti e poi “subiscono”, a loro dire, la riforma previdenziale Dini. Si prende atto finalmente che c’era un problema grave non solo del debito del Tesoro ma anche degli Enti previdenziali- come evidenziava l’alto livello dello spread a fine anni ’80 e primi anni ’90. 

Tra il 1989 e il 1993 dopo il crollo del Muro di Berlino, avviene l’implosione dell’Unione sovietica, l’emersione della Cina come grande potenza commerciale; ed ovviamente la fine della Guerra fredda. Sul piano interno implode il sistema dei partiti che aveva governato, in un modo o nell’altro, nei 20-30 anni precedenti; nello stesso periodo, si aggiunge l’attacco efferato della mafia allo Stato; mentre dilaga la corruzione.

Anche se Berlusconi e la Lega governarono solo per l’Estate-Autunno 1994, il potere mediatico del primo porta avanti la sua campagna di delegittimazione della magistratura e dello Stato elevando a sistema l’intreccio tra affari e politica e il conflitto di interessi.

L’implosione dell’URSS sancisce secondo politologi occidentali il fallimento dei sistemi di pianificazione economica rigida di stampo sovietico; spiana la strada al trionfo pieno del neoliberismo proteso a ridimensionare il perimetro dello Stato.

Il governo D’Alema porta a compimento la politica di smantellamento del sistema delle partecipazioni statali e di privatizzazioni dopo che nel 1991 si era adottata la piena libertà dei movimenti di capitale; e pochi anni dopo si era fermata all’interno della Unione la politica di armonizzazione fiscale e si dava via libera alla concorrenza fiscale.

Si pone fine alla concertazione con i sindacati o almeno con alcuni di essi; i sindacati confederali tornano a muoversi separatamente dopo la mega manifestazione (2-3 milioni di partecipanti, secondo notizie di stampa) della CGIL al Circo Massimo (23-03-2002) in cui Cofferati si dichiarava contrario ad ogni modifica allo Statuto dei lavoratori. Questo avveniva solo 4 giorni dopo l’uccisione di Marco Biagi, giuslavorista che teorizzava la moltiplicazione dei contratti per cogliere le nuove fattispecie.

I forti cambiamenti nella società, nell’economia e nella politica, il trionfo del neoliberismo ripropongono con forza il problema dei rapporti tra partiti e democrazia.

Partiamo dalle costanti storiche: lo sviluppo democratico a livello locale tra la fine del diciannovesimo e l’inizio del ventesimo secolo viene fermato dalla I guerra mondiale e dall’avvento del fascismo. Come osserva Paolo Bagnoli nella sua Monografia anche la rivoluzione democratica proposta dal Partito d’azione alla fine della II Guerra mondiale viene fermata dall’ingresso nell’Alleanza Atlantica e da quella che Calamandrei, sul piano interno, ha chiamato la desistenza e, per circa 40 anni, dalla Guerra Fredda che non consentiva l’alternanza al governo delle principali forze politiche per via della presenza del PCI – il più forte partito comunista dell’Occidente europeo.  

Pesa molto sullo sviluppo della democrazia italiana non solo il vincolo esterno ma anche la divisione interna tra le forze politiche di sinistra specialmente dopo la scissione di Livorno del 21 gennaio 1921. Il problema dell’Italia è sempre stato quello di farsi nazione oltre che organizzazione statuale – peraltro sempre scarsamente efficiente. Trasformare la massa in soggetto politico coeso e consapevole; in qualche modo, il problema è ancora oggi quello di sempre: “fare gli italiani” – come aveva già avvertito Massimo D’Azeglio all’indomani dell’unità territoriale – di sentirsi comunità, di condividere  un nucleo essenziale di valori fondamentali come quello della democrazia, uguaglianza e giustizia sociale; in questi termini, la storia e la cultura socialista  sono portatori di un patrimonio ideale che non va disperso ma anzi valorizzato come è stato fatto in gran parte nell’elaborazione della Carta costituzionale del 1948 che resta in parte non secondaria ancora un programma da attuare – ora in armonia con il quadro europeo che si è venuto costruendo lentamente negli ultimi 70 anni. Nonostante che la solidarietà sia inserita all’art. 2 della Costituzione, l’Italia rimane un paese a livello molto basso di coesione sociale.

Ma seguiamo Bagnoli che parte dalle fondamenta trovandole nel programma minimo socialista di Turati 1895. In realtà questo trova le sue radici nel Congresso della SPD di Erfurt Ottobre 1891 che, in fatto, aveva elaborato due programmi: uno massimalista attestato sulla rivoluzione marxista di Karl Kaustsky e il secondo appunto programma minimo riformista moderato (in 15 punti) come elaborato da Eduard Bernstein sulla linea di Ferdinand Lassalle, uomo politico e filosofo tedesco che aveva partecipato ai moti del 1848 e successivamente contribuì allo studio dell’economia e dell’organizzazione del movimento operaio tedesco. Qui mi basta ricordare: il suffragio universale; la libertà d’espressione e di associazione; la riduzione dell’orario di lavoro a otto ore; l’assistenza sanitaria; la scuola pubblica gratuita; la parità uomo-donna; la sostituzione delle imposte indirette con quelle dirette, leggi a favore dei lavoratori, ecc. 

Le sue linee ispiratrici sono: gradualità e connessione (che oggi definiremmo approccio globale), riformismo e programmazione; in sintesi, fermezza delle idealità e concretezza programmatica per attuare l’uguaglianza.

Bagnoli spiega perché il PSI è partito della democrazia. In sintesi perché è un partito socialista e delle libertà.

La più plastica rappresentazione dell’evoluzione del problema della democrazia è quella dei quadri dipinti da Pelizza da Volpedo il quale nel 1895 dipinge gli Ambasciatori della fame; nel 1898 la Fiumana e nel 1901 il Quarto Stato. Nel 1907 Pelizza purtroppo si suicida.

Nel 1922 la democrazia veniva suicidata dalla Monarchia e dal Partito nazional fascista.

Rispetto a 100-120 anni fa sono cambiate: la società, l’economia del Paese, la condizione dei lavoratori, la classe dirigente ma restano molti problemi con la partecipazione, con l’ignoranza degli affari politici –oggi vieppiù complicati– che, oggi come ieri, portano al potere movimenti senza storia e senza cultura.

In qualche modo vedo un’analogia con gli eventi degli ultimi 30-35 anni. In Europa, a fronte dell’avanzata del neoliberismo e del populismo anche di centro-sinistra, la sinistra europea non ha saputo rinnovarsi sul serio e proporre alternative intelligenti alle ricette semplificatrici neoliberiste, al leaderismo e alla personalizzazione della politica che, alla fine, ha provocato la scomparsa dei partiti strutturati del passato.

Leggendo le dense pagine (38-39-40) che parlano di socialismo liberale, di liberalismo come filosofia della libertà, di collocazione del socialismo nel “solco di una integrale vocazione democratica” ossia “di una democrazia che è fattore di sviluppo della democrazia medesima…in relazione alle condizioni sociali che devono essere regolate dal principio di giustizia….tramite le lotte e la costituzione di soggetti – partito, sindacato, movimento cooperativo – che mirino a conquiste strutturali progressive che nell’allargamento delle libertà, solidifichino la democrazia stessa in un contesto di giustizia sociale…..” e ancora le pagine 

43-44-45 dove Bagnoli riprende le critiche di Carlo Rosselli a Turati vedo i segni del parallelismo con la più recente analisi di Axel Honneth – succeduto a Habermas alla direzione della Scuola di Francoforte. Il filosofo Honneth, Socialismo. Un sogno necessario, Feltrinelli, 2016, spiega le ragioni del fallimento storico della rivoluzione francese ed in particolare della libertà intesa come libertà individuale come l’hanno interpretato i pensatori e partiti liberali del novecento. Honneth contrappone l’idea della libertà sociale, piena e consapevole delle masse diseredate senza la quale non c’è vera democrazia. È qui la differenza sostanziale tra un sistema liberaldemocratico ed uno socialdemocratico perché la democrazia più avanzata o è sociale o non è compiuta.

La riprova di questa affermazione, secondo me, trova conferma nella frase di p. 45-46 dove Bagnoli sintetizza il pensiero di Rosselli: “libero progresso di riforma e trasformazione sociale che, liberando su tutti i piani il popolo nella giustizia e nella democrazia, non si siede, in qualche modo, su di esso, ma afferma la moralità di una ideologia – ossia di una visione del mondo – altrettanto libera e giusta”.

Lo ripeto, a me sembra di vedere un notevole parallelismo tra la elaborazione dottrinaria della SPD e quella del PSI eppure le due forze politiche non hanno mai cercato una convergenza operativa, secondo me, per via della presenza dell’ala massimalista al loro interno che supereranno a fine anni ’50 del secolo scorso la prima con il Congresso di Godesberg 1959 e il secondo con la scissione dei c.d. carristi del gennaio 1964.

Oggi incombe la crisi dei partiti socialisti europei: in Germania la SPD non gode di ottima salute; in Francia il partito socialista attraversa una profonda crisi    e in Italia c’è rimasto un isolato portabandiera.

I partiti socialisti della UE sono condannati alle larghe intese con partiti centristi e/o di centro-destra e, quindi, hanno e avranno difficoltà a portare avanti programmi con contenuti significativamente socialisti; quindi logoramento e arretramento elettorale.

I partiti socialisti, chi più e chi meno, si sono lasciati ammaliare e poi travolgere dal neoliberismo a partire dalla metà degli anni ’80; hanno accolto il paradigma secondo cui tutto si riconduce al singolo individuo razionale in quanto economicisticamente massimizza il proprio interesse ed è il migliore giudice di se stesso; un tale individuo non ha bisogno di mediazioni né dei partiti né di altri corpi intermedi……

Mentre il socialismo teorizza e pratica o meglio dovrebbe praticare il “progressivo allargamento delle libertà attuato nella libertà quale processo di liberazione dell’umanità”. 

A pag. 56 Bagnoli torna su una impostazione uguale o simile a quella di Honneth ma rispettando l’approccio storiografico la intesta a Bernstein: “diritti e doveri degli uomini verso la società e di questa verso di loro”.

Nelle ultime pagine della sua bella monografia Bagnoli passa alle proposte: costruire un blocco sociale per una società governata dal principio di giustizia (sociale)ossia una esigenza etica che risponde appunto, a quella generale di società nel suo insieme…… rifondare una politica democratica nella sua irrinunciabile base etica.

In questi termini è chiaro che la monografia di Bagnoli non è solo storia del PSI, della democrazia in Italia ma anche della democrazia in Europa e nel mondo. Qual è il problema da risolvere?

L’ostacolo difficile da superare è che gli attuali partiti non hanno e non condividono una teoria della giustizia sociale, lottano per il potere in un contesto globale caratterizzato dalla doppia concorrenza economica e fiscale con paradisi fiscali fuori e dentro l’UE dove l’economia e, soprattutto, la finanza rapace dettano le regole e la politica gioca un ruolo subalterno. In un contesto locale (Italia) in cui ci sono: corruzione e illegalità diffuse, forte presenza della criminalità organizzata, Stato criminogeno (Giulio Tremonti, Laterza, 1997), familismo amorale, la partita è ardua se non impossibile. Se questa è la situazione, è difficile intravvedere una comunità di valori, di sentimenti, di solidarietà in un contesto allargato in cui prevalgono gli interessi egoistici individuali. I socialisti utopisti avevano presenti e teorizzavano comunità e spazi più limitati anche se propugnavano un credo internazionalista.

Oggi, invece, il discorso della mondializzazione è accettato supinamente ed acriticamente dai leader delle grandi potenze e se reagiscono lo fanno solo per trarne profitto. Qui occorre distinguere i problemi della globalizzazione che guida un processo mai visto di integrazione economica a livello planetario e quello della finanziarizzazione che riducono i governi dei Paesi piccoli e medi a comparse e/o agenti della finanza rapace di Wall Street. Ma non tutto è perduto se è vero come è vero che negli Stati Uniti si parla di socialismo e in Inghilterra Corbin sta promuovendo la rinascita del Partito laburista Vedi rispettivamente intervista di Alessandra Lorini a Eric Foner e intervento di Jonathan White e Lea Ypi.  

Il processo della globalizzazione, se governato bene, porta alla moltiplicazione delle interdipendenze economiche che sono l’antidoto alle guerre come dimostra la straordinaria esperienza dell’Unione Europea.

La seconda va governata ancora più rigorosamente e determinatamente anche nella fase applicativa.

Qui di nuovo abbiamo tre ordini di problemi:

  1. L’assetto istituzionale internazionale è del tutto inadeguato a governare sul serio suddetti fenomeni;
  2. I G7, G8, G20 ed altri organismi formali ed informali che “fingono di governare il mondo” non funzionano nell’interesse generale dei popoli.
  3. Prevalgono in fatto regole neoliberiste che lasciano troppo spazio libero ai mercati nell’assunto non dimostrato che questi siano perfettamente efficienti;

Concorrenza e paradisi fiscali, guerre commerciali, neoliberismo, populismi e sovranismi di destra sono all’attacco della democrazia che arretra nel mondo. 

La dimensione sociale, il rispetto e l’attuazione dei diritti fondamentali arretrano dappertutto anche nelle democrazie c.d. avanzate travolti dalle logiche del potere e dalle esigenze della politica economica nazionale ed internazionale. Quindi non è solo questione di scarsa solidarietà o fraternitè – un’altra componente del trittico della Rivoluzione francese. Se a livello dell’ONU due terzi dei paesi membri sono dittature più o meno soft, se il processo decisionale del Consiglio di sicurezza prevede il potere di veto, alias, la dittatura della minoranza, se le regole del mercato sono quelle viste sopra, è chiaro che a livello internazionale allargato la solidarietà non funziona come del resto non funziona all’interno di paesi medi e piccoli a bassa coesione sociale. Se il soggetto, vero o presunto, è l’homo economicus che massimizza il proprio interesse individuale, egli è egoista e l’egoismo è intrinsecamente in contrasto con la solidarietà. Come dice Honneth, l’individuo rappresentativo oggi al meglio si comporta come “l’uno con l’altro” ma non secondo il modello solidale “l’uno per l’altro”.

In buona sostanza, è questione di interesse comune, di reciprocità, di cooperazione, di valore aggiunto comune a livello globale che non viene riconosciuto e percepito correttamente dalle classi dirigenti e nemmeno dagli stessi cittadini-elettori.

C’è un ingente problema del lavoro e del suo futuro, della robotizzazione, dell’intelligenza artificiale, di nuove regole distributive, ecc.

Ci sono riflessioni di scienziati sociali, studiosi e organizzazioni internazionali, think thank, ecc..

Ci sono state le occupazioni di Zuccotti Park a NYC del movimento “siamo il 99%” ma l’argomento non entra nell’agenda politica dei Paesi grandi né di quelli piccoli e medi. L’inerzia giova ai governanti in carica. E l’inerzia aumenta se il cittadino viene ridotto a mero consumatore seduto davanti alla TV, al Tablet, al cellulare, frastornato dalla pubblicità ingannevole, dalle fake news che spesso non riconosce come tali. Non deve pensare autonomamente e/o criticamente, deve solo soddisfare i suoi bisogni materiali più immediati di consumatore o bere la cicuta.

L’economia e soprattutto la finanza esercitano la loro egemonia sulla politica. Ma è compito dei politici avveduti e della cittadinanza attiva contrastarla.

Nel passato è stato fatto e si può fare di nuovo.

Enzorus2020@gmail.com

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